Poesie di Federigo Tozzi, da Specchi d’acqua-Raffaelli Editore 

Federigo Tozzi
Federigo Tozzi

 

Poesie di Federigo Tozzi, da Specchi d’acqua,

a cura di G. Lauretano, Raffaelli Editore 2020.

[13].

Ecco i calici d’oro delle rime
si accendono e si spengono, a vicenda,
nel tepore dell’anima sublime,
che parmi, adesso, come una leggenda.

Di quando in quando, vedo la tua faccia
come un riflesso bello e inafferrabile,
che si dilegui senza alcuna traccia.
E l’anima diviene quasi labile.

[17].

V’erano sogni troppo sparsi e cose
sempre da dirti, che tu non sapevi.
Ma chi cogliere può tutte le rose?

Amica, i giorni nostri sono brevi;
e mentre che t’illude la bellezza
e l’anima tua trepida rilevi,

né men posso finire la carezza
che nella bocca aspetta e nelle mani.
Noi conosciamo poco l’allegrezza.

T’illudi più se credi che domani
avremo quel che non abbiamo ancora.
I nostri sogni sono più lontani.

L’autunno, lentamente, si scolora
e ci lascia avveduti del destino.
Noi sogneremo, forse, per un’ora.

Tu senti che, se vengo a te vicino,
come una volta più non mi puoi credere.
E diviene il tuo cor quasi indovino.

E tu di mano in mano devi cedere
a qualche cosa che è di noi più forte.
Labili son gli abbracci di queste edere.

È forse il velo eterno della morte, 
che s’avvicina senza scampo a noi;
sì che anche le memorie sono corte.

Amica, non ritorna quel che vuoi.

[20]. PIOGGIA AUTUNNALE NEL BOSCO

Poi ch’io aspettavo ogni parola vostra,
ogni goccia su l’anima batteva;
e il bosco intorno, a modo di una chiostra,
il suo silenzio a intervalli schiudeva.

Io vi coglievo tutti i ciclamini,
per toccare così le vostre dita;
ma la pioggia tremava sopra i pini,
come ascosa tremava la mia vita.

Ed il silenzio mi parea una soglia 
per l’indugio dell’anima dispersa;
e vidi distaccarsi qualche foglia
come una cosa mia che avessi persa.

[48].

Fra le selci il mio cuore ho ritrovato
sì che appena conoscere lo posso.
Ma quando nella mano mi ha aggravato
ben ho sentito il suo sorriso rosso
come una corsa dentro le mie vene.
Ma come lo perdei non mi sovviene.

Era forse una strana primavera,
ond’egli si sentiva più commosso
plasmandosi sì come fosse cera
sotto il sole che gli scendeva addosso.
Ma non m’avvidi quando si disfece
né di quando il Signore me lo fece.

È il mio cuore da vero, oppure sbaglio?
Io non lo so. Mi pare un cuore nuovo;
e per farmi rispondere, lo taglio
e lo trapasso tutto con un rovo.
Se fosse il cuore mio, con una rosa
io mi farei risponder d’ogni cosa.

Ed ecco che risponde: io sono il cuore,
che come un fiume limpido mi muovo;
io mando, quando voglio, un grande odore;
io sono il cuore che dolcezza piovo.
Ti sembro il cuore tuo che non t’è noto,
il cuore tuo sì inutile e sì vuoto?

Rifatti selce tacita, gli grido.
A me bastano gli alberi ondeggianti
nel vento allegro sì che io pure rido.
Mi bastano le stelle fiammeggianti
nel cielo che mi sembra tutto mio.
Tu non guastar questo sublime oblio.

Sbattiti con le selci quanto vuoi;
a me basta sognare fra i giganti;
e invece, cuore umano, tu mi annoi 
e d’essere il mio cuore invan ti vanti.
L’anima è qualche cosa che si perde 
e si rinnova come un ramo verde.

 

 Federigo Tozzi (Siena 1883 – Roma 1920) è noto principalmente come narratore, in particolare con i romanzi Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere. Esordì tuttavia come poeta e tra le sue raccolte compare Specchi d’acqua, di cui recentemente Gianfranco Lauretano ha curato per noi la pubblicazione, affiancata da uno studio sull’autore (G. Lauretano, Federigo Tozzi. Una rivelazione improvvisa, Raffaelli, 2020).
Riportiamo alcuni esempi di queste liriche di Tozzi, composte probabilmente tra il 1909 e il 1911, che si addensano intorno a temi presenti anche nella sua prosa: la donna, la natura e il costante dialogo con l’anima. Buona lettura.