Emily Brontë ed Emily Dickinson: “Tra di noi l’oceano” di Mattia Morretta-

Emily Brontë ed Emily Dickinson: “Tra di noi l’oceano” di Mattia Morretta-
Emily Brontë ed Emily Dickinson: “Tra di noi l’oceano” di Mattia Morretta-

La modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson: “Tra di noi l’oceano” di Mattia Morretta-

 

Descrizione-Vite parallele delle due Emily più note e ineffabili del panorama letterario, una narrazione biografica arricchita dall’approfondimento tematico dell’opera e da traduzioni più aderenti al testo originario, ricostruendo i collegamenti esistenziali e artistici, le consonanze dei profili di personalità e dell’ispirazione. Una singolare rilettura che svela perché la loro scelta di votarsi alla scrittura, rimanendo latenti e dietro le quinte del mondo, si sia tradotta in libertà morale e solida eredità culturale. Si scopre infatti che per i contenuti e gli accenti sono nostre contemporanee e che ci rianimano con un vocabolario dotato di eccezionale energia. Maestre di consapevolezza con domande sul dolore, la malattia e la morte, l’identità personale e sessuale, le prove dell’amore e della solitudine, la conoscenza dei fenomeni mentali e il rapporto con la natura. Storie esemplari, fondate sulla qualità della vita interiore e sulla distanza critica indispensabile per dialogare con sé stessi e gli altri. Un viaggio nel passato e nel futuro con tre parole chiave: poesia, memoria, eternità.

Tra di noi l’oceano – Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson (Gruppo Editoriale Viator 2021 – pagg. 304, euro 18,00)

Articolo di di Simone Bachechi-Fra le due sponde dell’oceano del nostro atlante occidentale si staglia da pochi mesi (il volume è uscito lo scorso maggio per i tipi di Viator) il sorprendente e affascinante studio di Mattia Morretta sulle due Emily più celebri della letteratura moderna: Emily Brontë ed Emily Dickinson sono le protagoniste di questo bel saggio dello psichiatra e sessuologo milanese, il quale ha già all’attivo altri titoli che spaziano dalla biografia d’artista all’analisi sociologica con attinenza alle tematiche più vicine alla nostra contemporaneità.

In Tra di noi l’oceano – Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson (Gruppo Editoriale Viator 2021 – pagg. 304, euro 18,00) le due donne e poetesse, la Dickinson è universalmente conosciuta come tale, mentre la Emily di Haworth è meno nota per la sua opera poetica (sono circa duecento le poesie pervenuteci, svettando nella sua produzione il capolavoro della letteratura vittoriana Cime tempestose), sono tratteggiate nella comunanza della loro debordante e allo stesso tempo schiva e al limite del monacale personalità, del loro temperamento tormentato, del loro apparente disadattamento sociale e disagio psichico, tutte caratteristiche che non impediscono di riconoscere in loro il ruolo di «integre amazzoni antesignane del femminismo», non fosse altro per l’epoca storica nella quale si è svolta la loro parabola umana e artistica, per «la  maestosa sacerdotessa di Amherst», come è stata definita la Dickinson, il New England puritano delle seconda metà dell’Ottocento, per l’altra, la seconda delle sorelle in lettere Brontë, il contesto rurale e isolato di un villaggio perduto nelle lande dello Yorkshire ai piedi dei Monti Pennini, all’interno del presbiterio di campagna di una famiglia povera e numerosa in cui il padre era curato perpetuo. Per loro vale quanto citato nel volume dal Don Giovanni di Byron:

Molti alberi solitari crescono in altezza/maggiormente quelli pigiati nel labirinto della foresta (Canto XVII, 1, 1823).

A dispetto dell’isolamento la loro vocazione artistica diviene strumento di inclusione sociale e allo stesso tempo rivendicazione del ruolo della donna fuori dallo stereotipo e ruolo obbligato imposto dalla società ottocentesca che la vorrebbe relegata alle domestiche occupazioni, magari svenevole, pudica, docile, oggetto della narrazione maschile e non soggetto attivo dedito a “pericolose” attività intellettuali che avrebbero potuto minare la supremazia dell’uomo disposto a un riconoscimento della femminilità basato solo sull’esteriorità.

La Dickinson, la quale ci dice Morretta con la sua «vista telescopica, snobbando esami di abilitazione e quote rosa, aveva già concluso di nascosto la scalata della metafisica», la Brontë decisa a non prendere in considerazione il copione del gentil sesso e che anche con la sua celebre prova romanzesca riesce a scardinare i classici stereotipi femminili. La confusione e compenetrazione dei sessi è un dato costante nelle due Emily senza che questo conflitto arrivi a una sintesi in un ipotetico terzo sesso ma trovando espressione nella corporeità dilaniata che si fa parola poetica nella Dickinson come nei vari personaggi e “tipi” psicologici di Cime tempestose.

Il relativo provincialismo delle due autrici non impedisce di lasciar affiorare nei loro scritti «esempi di sorprendente modernità per l’esercizio di lucida introspezione e osservazione minuziosa del funzionamento mentale, metà protestantesimo e metà insegnamento dei classici, una pagina della Bibbia e una di Shakespeare, filosofia remota e piscoanalisi a venire».

Troppo spesso studiate (soprattutto la Dickinson) a partire dal dato clinico, mettendole così a distanza di sicurezza, accettando il genio solo se inquadrabile in una sindrome, le due Emily sono anche accomunate dall’«astrattezza e strumentalizzazione tipica dell’industria culturale», «ingessate in letture riduttive e abbozzate» dice Morretta, e quindi vittime dell’omologazione. Il successo per molti versi tardivo della Dickinson, il pubblico riconoscimento relativamente recente, frutto di letture spesso superficiali ne è la testimonianza.

Le due Emily sono osservate dall’autore sotto diversi punti di vista: bibliografico, non mancando un’attenta analisi filologica sulle loro opere partendo da estratti delle loro poesie tradotte dallo stesso per una maggiore aderenza al testo originario e nel caso della Brontë facendo riferimento oltre alle liriche anche al celebre romanzo, biografico, scandagliando le loro vicende private (ma cosa c’è di privato nella poesia che vuole farsi voce dell’assoluto?) e allo stesso tempo offrendoci un quadro sociologico delle epoche e degli spazi geografici che le due si sono trovate ad attraversare, focalizzando l’attenzione (forse per deformazione professionale dell’autore?) su una  loro caratterizzazione di tipo psicologico che quanto mai come nel caso della Dickinson risente del linguaggio provocatorio del filtro psicanalitico. Non mancano accurate riflessioni sul sentimento che “move il sole e l’altre stelle”. Le due Emily sono fra le grandi cantrici dell’amore che in poche come loro è dimensione ideale, immagine stessa del distacco, ferita, distanza ben espressa in alcuni versi della sacerdotessa di Amherst:

Così dobbiamo incontrarci separati/tu là – io qui/con la porta appena socchiusa/ che Oceani sono – e Preghiera – /e bianco sostentamento – /Disperazione – (n. 640, 1862).

Un costante processo di smaterializzazione, spiritualizzazione dell’eros: «La loro eccitazione è nella calotta cranica», «Emily and Emily sono interamente psichiche». È questo il grande messaggio lasciatoci, l’attenzione, il credo e fedeltà nella forza taumaturgica della parola e dell’influenza divina della poesia come già espresso nell’esergo al volume costituito da alcuni versi di Kavafis:

A te mi volgo/Arte della Poesia, che un poco sai di farmachi,/e del dolore una narcosi tenti/nella parola e nella Fantasia.

Un richiamo alla potenza dell’interiorità, alle “voci di dentro” che ha del religioso, quel sentimento così vivo soprattutto nella Emily di Amherst, perché vivere è sentire, amare, sperare e tanto meno questi beni si trovano nel mondo reale quanto maggiore è la capacità di sentire; un elogio della ricchezza della vita interiore a dispetto della morte che incombe e sulla quale la poesia di Emily Elizabeth è una grande meditazione. Scrive la Dickinson in una lettera a Thomas Higginson, il critico con il quale avrà una pluriennale corrispondenza: «Trovo estasi nell’atto di vivere – il semplice senso di vivere è gioia sufficiente» e ancora «Vi è sempre una cosa di cui sentirsi grati: essere se stessi e non qualcun altro». Un percorso di indagine e autoanalisi che trova espressione nella forma letteraria; scendere dentro se stessi per far maturare lentamente la propria anima, solennemente, in modo nascosto, distillato, in maniera che passi in lei solo il meglio:

Non conosciamo la nostra altezza

Finché non siamo chiamati ad alzarci

(n. 1176, 1870) 

È la meraviglia nel constatare la grandezza nella piccola misura, l’immensità nella finitezza, tutte cose rese dalla Dickinson con mirabili metafore che rimandano all’incanto della natura, «la casa stregata» alla quale è dedicata così ampio spazio nelle sue poesie, a partire dai fiori, coltivati con amorevole cura da Emily Elizabeth nel suo giardino, i «nostri piccoli parenti» che svettano in verticale, simbolo spirituale, emblema della bellezza e allo stesso tempo della caducità, la stessa natura osservata dalla Emily di Haworth sia in Cime tempestose che nelle sue liriche, il cui spettacolo di armonia e sacralità ci fa dimenticare (almeno per un po’) la sua crudeltà.

Una lettura quella di Morretta che va ben oltre la semplice biografia d’artista, quasi un piccolo trattato di psicologia o psicanalisi per tramite del medium letterario. Ne nascono vere e proprie tipizzazioni delle due Emily, tanto da arrivare a parlare di processo di ermafroditizzazione in Emily Brontë e facendo ricorso parlando della Dickinson tramite altrui studi doverosamente citati sulla sacerdotessa di Amherst di « voyueurismo, vampirismo, necrofilia, lesbismo, sadomasochismo».

Quale che sia l’apporto della malattia o del semplice disagio psichico all’opera delle due Emily, ben rappresentato  in una delle brevi e fulminanti espressioni per sentenze dickinsoniane: «Da un grande male un grande bene» o volendo accreditare in tal senso la somma aritmetica di Roberto Bolaño «Letteratura+malattia=malattia», è innegabile lo svettare della personalità (e Morretta lo mette bene in evidenza) di due «dissenzienti e dissidenti poco decifrabili», refrattarie ai tentacoli della moltitudine, felici interpreti del motto ovidiano  Bene qui latuit, bene vixit o del Lathe biosas epicureo, tanto da divenire celebri per la ritrosia a pubblicare i propri scritti, le quali con il loro atteggiamento, non una posa o un vezzo ma una scelta artistica e esistenziale, riescono ancora oggi a  parlare «a coloro che insistono nel forgiare la pietra filosofale in un laboratorio sotterraneo nell’era della visibilità e delle creature digitali».

Due autrici nascoste e stanziali, che non si sono mai mosse dalle rispettive dimore  e che hanno fatto della staticità fisica e del sostare nel luogo natio l’occasione per la loro crescita mentale e morale, due zitelle solitarie, monacali, quasi ascetiche, votate anima e corpo all’arte, alla poesia, che dalla loro prospettiva a suo modo selvaggia sono riuscite a parlarci dalle stanze di alabastro delle loro dimore del mistero della morte, della natura, dell’amore, di trascendenza, di religione o del suo sentimento. Una, la monaca ribelle del New England osservando il mondo dalla finestra della sua camera, l’altra da un villaggio nel piovoso Yorkshire, entrambe chiamate a dialogare tra di loro nel volume di Morretta e a riconoscersi in un percorso dell’anima avanti e indietro sull’Oceano in un ping pong continuo che è la più forte rivendicazione delle ragioni più esose della letteratura.

 Fonte – minima&moralia-

Tra di noi l’oceano – Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson (Gruppo Editoriale Viator 2021 – pagg. 304, euro 18,00)