Epifania-I Magi nella poesia: da Luzi a Caproni, il cammino che continua oltre la rivelazione-
“Questo vento di mutazione” è il senso profondo del passaggio dei Magi secondo uno dei grandi della poesia del Novecento, Mario Luzi, che li vede “muovere al passo dei cammelli verso la Cuna” in una sua lirica, “Epifania”, scritta nel 1955. E la C maiuscola della Cuna sottolinea come quella culla non sia semplicemente il povero giaciglio di un bambino, ma qualcosa di altro, che ricorda un altare, un luogo sacro anche per tre persone (secondo alcuni di più, quattro per Tournier) che non condividevano la stessa fede dell’evangelista Matteo, l’unico a parlare di loro.
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Luzi avverte qualcosa che loro hanno probabilmente sentito dentro: quel sottile vento di cambiamento che soffia da allora, “ancora oggi”.
Giovanni Pascoli a fine Ottocento pubblica una lirica che apparentemente non ha più al centro i Magi dell’Epifania, ma quella Befana che rappresenta la continuità popolare e arcaica con i miti di rinascita della natura. Un cedimento all’incredulità degli ultimi? No, semmai il contrario, l’ammissione di un uomo colto che quel mito originato dalle cerimonie di ringraziamento per aver avuto una buona raccolta nel prima e l’offerta affinchè vi fosse una rifioritura e una buona messe nel dopo aveva qualcosa di eterno, e alludeva anche all’attenzione per gli ultimi. Perché la grande vecchia (in Asia minore sono state scoperte maschere funebri sui corpi degli avi sepolti sotto il fuoco della capanna arcaica, e si credeva che una volta l’anno essi tornassero a recare doni attraverso il foro al centro del soffitto) nel suo volo vede belle case, ma anche misere abitazioni dove “la mamma veglia e fila/ sospirando e singhiozzando” su “bambini senza niente”.
Non sarà sfuggita quella associazione, da parte del laico Pascoli, tra lo sguardo sulla povertà dei lettini e quella apparsa ai tre ricchi signori che si trovano di fronte a una umile mangiatoia.
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Anche l’irlandese William Butler Yeats dedicò nel 1914 una poesia ai Magi, visti non come trionfanti signori soddisfatti di aver trovato ciò che cercavano, ma come persone “perennemente in cerca”, mai appagati e consapevoli che dietro l’epifania -vale a dire la rivelazione- si cela il Calvario di un Bimbo destinato a cambiare la storia del mondo.
E contro una interpretazione troppo retorica, legata ad una sapienza che però nascondeva la ricerca di senso vero dei Magi, scrive una poesia quell’Edmond Rostand reso celebre dal “Cyrano de Bergerac” nel 1897: “due sapienti di Caldea” si perdono in calcoli astronomici con il risultato della scomparsa della stella che doveva guidarli. Solo il terzo “povero re nero, disprezzato dagli altri”, si affaccenda nella prosaica, umile, ma necessaria azione di dar da bere agli animali. E a lui si rivela finalmente “la stella d’oro che danzava silente”, a conferma che non dei dotti e sapienti è la strada del cuore, ma di chi si piega verso la sofferenza e le necessità dell’altro. Come quel bue apocrifo che riscalda con il suo fiato il neonato che trema per il freddo nella poesia “La stella di Natale” del grande scrittore russo Boris Pasternak, prima dell’arrivo dei tre Magi.
Una poesia drammaticamente attuale, del Nobel 1959 per la letteratura, Salvatore Quasimodo, ci aiuta a riflettere nel suo “Natale” come l’omaggio dei Magi che “nelle lunghe vesti/ salutano il potente Re del mondo” non abbia allontanato, in pieno Novecento, le guerre di un “fratello che si scaglia sul fratello”.
Fino a quei Magi cantati da un altro grande poeta, Giorgio Caproni, in continua ricerca, tesi “sempre a tentare, a chiedere,/ dietro la stella che appare e dispare,/ lungo un cammino che è sempre imprevisto”: perché anche la ricerca dei Magi non può finire dopo l’incontro con il Bambino.
La loro e nostra missione continua soprattutto dopo la rivelazione del senso delle cose.
I poeti lavorano? Sulla precarietà e il mestiere del poeta | L’Altrove-
I poeti lavorano?Nel panorama culturale contemporaneo, la figura del poeta è permeata da una serie di immagini ideologiche e storiche che si riflettono nel modo in cui la società percepisce la sua attività. Il poeta è spesso visto come un “creatore” che vive nel distacco dalla realtà materiale, immerso in un mondo ideale, al di fuori delle logiche economiche che governano le altre professioni. Tuttavia, la realtà di molti poeti non è quella di una vita consacrata solo all’arte, ma quella di una figura costantemente in bilico tra l’attività letteraria e lavori più o meno precari, volti a garantirne la sopravvivenza economica. In questo saggio, si analizzerà il rapporto tra poesia ed economia, esplorando le modalità con cui i poeti riescono a mantenersi, le sfide del mercato editoriale e il lavoro precario che caratterizza la loro esistenza, attraverso esempi storici e contemporanei.
Lavorare per scrivere: una necessità antica
L’idea che il poeta non abbia bisogno di lavorare è una costruzione culturale piuttosto recente e idealizzata. Se si guarda alla tradizione occidentale, si scopre che fin dai tempi antichi i poeti hanno dovuto conciliare la scrittura con il lavoro. Esiodo, uno dei primi poeti della Grecia arcaica, si presenta come agricoltore; Virgilio, celebrato cantore dell’età augustea, fu sostenuto economicamente dal mecenatismo imperiale. Dante Alighieri fu coinvolto nella vita politica fiorentina prima dell’esilio, e Francesco Petrarca ebbe incarichi diplomatici e ecclesiastici. Giovanni Boccaccio lavorò come impiegato e ambasciatore, incarichi che gli garantivano un sostentamento regolare.
Anche nella modernità la condizione del poeta non è stata mai quella di un professionista nel senso economico. Leopardi, sebbene nobile, fu costantemente alla ricerca di impieghi presso corti e biblioteche. Giovanni Pascoli fu insegnante per tutta la vita, e Gabriele D’Annunzio, pur godendo di fama e privilegi,
Il Mestiere del Poeta
affidò spesso a mecenati e amanti benestanti.
L’immaginario del poeta: dal Romanticismo alla realtà
Nel XIX secolo, la figura del poeta era quella di un individuo “divino”, ispirato e dotato di una sensibilità unica. Il poeta romantico viveva spesso ai margini della società, ma la sua marginalità era quasi mitizzata, visto che l’arte che produceva veniva considerata espressione pura di un genio superiore. L’immaginario collettivo ha perpetuato questa visione, dove il poeta è rappresentato come un essere estraneo alle necessità quotidiane, lontano dalla logica del guadagno. Tuttavia, se guardiamo alla storia, vediamo che i poeti non sono mai stati estranei alla necessità di un lavoro economico. Lo stesso Leopardi, uno dei più grandi poeti italiani, visse una vita segnata da difficoltà economiche. Sebbene sia noto per le sue opere filosofiche e poetiche, Leopardi lavorò come correttore di bozze e svolse altre mansioni, come il restauro di manoscritti, per guadagnarsi da vivere.
Oggi, però, la figura del poeta non ha più l’aura romantica di un tempo, e la necessità di mantenersi economicamente si fa sempre più urgente. La precarietà economica dei poeti contemporanei è uno degli aspetti che più di ogni altro caratterizza la vita dei creatori di poesia.
Il mercato editoriale contemporaneo e la precarietà del poeta
Il mercato editoriale contemporaneo è particolarmente ostico per i poeti, che sono costretti ad affrontare una realtà di scarsità di risorse e di una domanda limitata. La poesia, purtroppo, non ha più la stessa rilevanza commerciale che ha avuto in passato, e la pubblicazione di una raccolta poetica non garantisce un reddito sufficiente a sostenere un autore. A conferma di questa tendenza, secondo l’ISTAT, la maggior parte degli scrittori in Italia guadagna meno di 10.000 euro l’anno dalla propria attività letteraria, il che li costringe a cercare altre fonti di reddito.
Un altro fattore che contribuisce alla precarietà dei poeti è la logica del “mercato delle idee” che permea l’editoria contemporanea. Molti poeti si trovano a dover “adattare” la propria produzione per rispondere alle richieste del mercato, spesso rinunciando alla libertà creativa in cambio di maggiore visibilità o guadagni. Questo aspetto di compromesso tra arte e commercio ha suscitato molte riflessioni nel mondo della critica. Pierre Bourdieu, nel suo saggio La distinzione, ha analizzato come le dinamiche economiche influenzino il campo culturale, con la cultura che diventa sempre più un “bene di consumo”, soggetto alle stesse leggi del mercato. La poesia, quindi, diventa un prodotto che deve confrontarsi con le logiche di domanda e offerta.
Lavori e vita quotidiana dei poeti: esempi storici e contemporanei
Un aspetto interessante è l’evoluzione dei lavori che i poeti svolgono per mantenersi. Sebbene la figura del poeta possa sembrare isolata dal mondo del lavoro, molti autori storici hanno dovuto affrontare la necessità di procurarsi un reddito attraverso attività diverse dalla scrittura. Si pensi, per esempio, a Eugenio Montale, che pur essendo uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, lavorò come impiegato alle ferrovie, un lavoro che gli permetteva di sostenere economicamente la sua attività poetica. La sua carriera letteraria, infatti, si sviluppò parallelamente a una vita segnata da impegni professionali lontani dal mondo dell’arte.
Giuseppe Ungaretti fu docente universitario e giornalista. Pier Paolo Pasolini fu insegnante, romanziere, regista, sceneggiatore: la sua produzione letteraria fu sempre accompagnata da un’intensa attività intellettuale e pubblica. AldoPalazzeschi, che proveniva da una famiglia agiata, poté dedicarsi più liberamente alla scrittura, ma anche lui scrisse per giornali e riviste per mantenersi. Amelia Rosselli, figura centrale della poesia del secondo Novecento, lavorò come traduttrice, editor e musicista, e solo in tarda età ottenne un certo riconoscimento istituzionale. Un altro esempio è quello di Umberto Saba, il cui mestiere di libraio fu essenziale per garantire la sua autonomia economica. Sebbene il suo lavoro non fosse direttamente legato alla poesia, Saba sfruttò il suo contatto con i libri e gli scrittori per alimentare la sua passione letteraria. La sua attività di libraio gli consentì di vivere in un ambiente stimolante e di fare della poesia un’attività secondaria, seppur fondamentale per la sua identità.
Oggi, i poeti italiani contemporanei si trovano a fare i conti con una realtà simile, ma amplificata dalla precarietà del lavoro intellettuale. Molti di loro sono anche insegnanti, traduttori, giornalisti, curatori editoriali o lavorano nel campo della comunicazione. Le figure di poeti come Maria Grazia Calandrone o FrancoArminio sono emblematiche di come il poeta moderno, pur essendo un autore rispettato, debba reinventarsi continuamente per sopravvivere economicamente. Calandrone, oltre a scrivere, è stata per anni curatrice di eventi letterari e svolge un’intensa attività di sensibilizzazione culturale, mentre Arminio è noto per la sua attività di scrittore e per la sua costante presenza come divulgatore culturale, con un’intensa attività pubblica legata alla promozione della poesia.
La condizione dei poeti precari: la moltiplicazione dei ruoli
Un fenomeno che sta prendendo piede nella società contemporanea è quello della moltiplicazione dei ruoli per i poeti, che sono costretti a diversificare continuamente la propria attività professionale. La figura del poeta contemporaneo non è più quella di un autore che vive solo di scrittura, ma quella di un intellettuale che si impegna in molteplici attività collaterali. Se da un lato questo moltiplicarsi di impegni può essere visto come una forma di creatività e adattabilità, dall’altro rappresenta una spia della precarietà in cui vivono molti poeti. Ad esempio, molti poeti contemporanei sono anche critici letterari, insegnanti di scrittura creativa, moderatori di eventi culturali e autori di testi per la televisione o per il web.
In un articolo apparso su “Il Post” nel 2016, si legge che molti poeti contemporanei italiani non vivono della propria scrittura: tra gli esempi citati vi sono MariangelaGualtieri (fondatrice del Teatro Valdoca, dunque anche drammaturga), FrancoBuffoni (accademico e traduttore), Milo De Angelis (insegnante di lettere), ValerioMagrelli (docente universitario e saggista). Persino figure molto stimate come VivianLamarque hanno mantenuto lavori paralleli (psicologa, insegnante) per sostenersi.
Un recente studio condotto da “Jacobin Italia” sottolinea come il poeta oggi sia costretto a muoversi in una dimensione “semi-amatoriale”: pubblicazioni con piccole case editrici, letture pubbliche retribuite con gettoni simbolici, occasioni di visibilità legate a premi letterari che spesso non garantiscono stabilità. Il “mercato” della poesia in Italia è sostanzialmente asfittico: nonostante un notevole fermento creativo, la distribuzione è limitata, e i circuiti accademici o editoriali sono ristretti.
Il poeta come lavoratore culturale
In questo contesto, è utile inquadrare la figura del poeta come “lavoratore culturale”. L’espressione, cara ad alcuni movimenti degli anni Settanta, definisce chi produce beni simbolici non direttamente valorizzabili sul mercato. Il poeta lavora, dunque, ma il suo lavoro non è riconosciuto come tale: non riceve tutele, contributi previdenziali, compensi proporzionati.
Il caso di Alba Donati è emblematico. Poetessa, critica, operatrice culturale, ha fondato una biblioteca in un borgo toscano (Lucignana), la “Libreria sopra la Penna”, diventata simbolo di resilienza culturale. Il suo lavoro poetico si intreccia con un’attività organizzativa, imprenditoriale e comunicativa. Tuttavia, anche nel suo caso, il successo è arrivato grazie a una molteplicità di ruoli e iniziative, non solo alla scrittura poetica in senso stretto.
Scrittura e sopravvivenza: strategie e percorsi
Molti poeti e poetesse scelgono di lavorare nell’insegnamento, nell’editoria, nel giornalismo, nella traduzione. Si pensi a Nadia Agustoni, che affianca alla scrittura poetica il lavoro redazionale; o a LauraPugno, che ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid e lavora nell’ambito delle politiche culturali. La poeta Elisa Biagini insegna scrittura creativa e letteratura anglo-americana, e tiene laboratori in Italia e all’estero.
L’autonomia economica della poesia passa anche attraverso nuove forme di produzione e diffusione: reading performativi, crowdfunding, autopubblicazione, festival. Alcuni poeti lavorano nel teatro, nella musica, nell’arte visiva, creando contaminazioni che permettono visibilità e reddito.
Il nodo politico ed estetico della marginalità
La marginalità economica della poesia solleva interrogativi profondi: è solo una questione di mercato o riflette una crisi più ampia del valore simbolico nella società contemporanea? L’economista e saggista Mariana Mazzucato ha parlato dell’importanza di ridefinire cosa consideriamo “valore” nel capitalismo contemporaneo: in quest’ottica, il poeta incarna una figura che produce valore culturale e spirituale, ma che non trova riscontro nei parametri economici attuali.
D’altra parte, la stessa marginalità è stata rivendicata come forma di resistenza. Giovanna Cristina Vivinetto ha sottolineato come la poesia rappresenti uno spazio di libertà espressiva, in grado di sfuggire alle logiche dell’utile. Ma tale “libertà” ha un costo, e spesso si traduce in instabilità, isolamento, sacrifici materiali.
Quale riconoscimento per il lavoro poetico?
Alcuni paesi prevedono forme di sostegno agli scrittori e poeti: borse di studio, residenze, premi statali. In Italia, la “Legge Bacchelli” garantisce un vitalizio a cittadini illustri che si trovano in stato di necessità economica; tra i beneficiari, anche poeti e scrittori come Mario Luzi. Ma si tratta di eccezioni e non di un sistema strutturale.
Occorre invece pensare a un riconoscimento sistemico del lavoro intellettuale e poetico: tutele previdenziali, compensi adeguati per letture pubbliche, laboratori, pubblicazioni; politiche culturali che valorizzino la poesia non solo come patrimonio, ma come pratica viva e generativa.
Le difficoltà economiche e professionali spingono i poeti a farsi “tuttofare” della cultura: il poeta non è più solo un creatore di versi, ma un operatore culturale a 360 gradi, chiamato a lavorare in contesti sempre più eterogenei e a rispondere a richieste non sempre legate alla poesia. Come ha sottolineato Alfonso Berardinelli, uno dei più importanti critici letterari italiani, “il poeta del nostro tempo è spesso un ‘artista-problema’, costretto a confrontarsi con un mondo che non ha più bisogno di lui come simbolo di purezza o di separazione dal quotidiano, ma come produttore di contenuti che possano rispondere alle esigenze di un mercato in continua evoluzione”.
Il mestiere del poeta oggi
Alla luce di queste considerazioni, la domanda “I poeti lavorano?” trova una risposta affermativa, ma con un significato nuovo. I poeti non sono più figure isolate che vivono nella torre d’avorio della poesia, ma professionisti che devono affrontare le difficoltà economiche di un mercato in continua mutazione. Il poeta moderno è costretto a moltiplicare i suoi impegni e a trasformarsi in una figura versatile che non solo scrive, ma si impegna anche in molteplici attività culturali per sopravvivere. Sebbene la poesia non abbia mai avuto un alto ritorno economico, la sua funzione sociale e culturale rimane di grande valore. In un’epoca in cui la cultura è sempre più mercificata, il poeta si trova ad essere un operaio del pensiero e delle parole, costretto a lavorare in un campo che non garantisce un reddito stabile. Tuttavia, nonostante le difficoltà, la poesia continua a essere una delle forme artistiche più pure e autentiche, e i poeti, pur tra mille difficoltà, mantengono intatto il loro impegno verso l’arte e la cultura.
FONTE-L’Altrove è un Blog di poesia contemporanea italiana e straniera
L’Altrove -Chi siamo
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Traduzione di Salvatore Quasimodo-Illustrazioni di Renato Guttuso –
Einaudi editore-20 febbraio 1952 (prima edizione)
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso. Torino, Einaudi editore, 1952 (20 Febbraio).-Cm. 22, pp. 169 (7). Con 5 suggestive tavole a piena pagina f.t. ed una piccola illustrazione n.t. di Renato Guttuso. Bella brossura editoriale illustrata dallo stesso Guttuso. Trascurabili segni del tempo. Esemplare nel complesso ben conservato. Importante traduzione italiana delle poesie di Pablo Neruda curata da Salvatore Quasimodo. Ricercata prima edizione seguita da molte ristampe identiche per forma e contenuto. Cfr. Iccu; Galati (1980): cita erroneamente il 1965 come data per la prima edizione italiana.
Pablo Neruda
Biografia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, Pseudonimo del poeta cileno Ricardo Neftalí Reyes Basoalto (Parral 1904 – Santiago 1973). Premio Nobel per la letteratura nel 1971, N. è considerato una delle voci più autorevoli della letteratura contemporanea latino americana, per la sua sensibilità acuta ma non preziosa, ricchissima d’immagini ma non complicata. È stato testimone di molti degli eventi cruciali che hanno segnato il XX secolo: dalla guerra civile spagnola alla guerra fredda, dai movimenti di liberazione in America Latina alla morte di S. Allende. La sua opera poetica comprende un’impressionante antologia di testi fra i più alti della poesia moderna di lingua spagnola, sostenuti da un prodigioso dono di «canto» che si articola nelle strutture musicali più disparate, con una costante sperimentazione linguistica e metrica, sui temi congeniali dell’amore, del paesaggio natale e delle speranze collettive.
Vita
Di origini modeste, frequentò il liceo di Temuco e l’univ. di Santiago, dove nel 1921 si mise in mostra vincendo una gara poetica con La canción de la fiesta. Nominato console in India nel 1926, iniziò una brillante carriera diplomatica che gli dette modo di maturare le sue esperienze con continui viaggi e incontri. Stabilitosi in Spagna nel 1934, sempre al seguito dell’ambasciata cilena, si legò subito con il gruppo repubblicano di R. Alberti, F. García Lorca, M. Hernández e dette vita, sulle colonne della rivista da lui stesso fondata, El caballo verde para la poesía, a una vivace polemica con J. R. Jiménez. La guerra civile, il suo temperamento drammatico e, non ultima, la morte di Lorca e di Hernández, lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore; ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico, da dove compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1949 presiedette a Città di Messico il congresso mondiale dei Partigiani della pace. Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e N. poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi. Nel 1973, quando ormai la minaccia del colpo di stato militare era incombente, N. seguì Allende sul cammino della morte, mentre la dittatura di Pinochet s’instaurò in tutto il paese.
Opere
Trovatosi a scrivere negli anni in cui l’opera di R. Darío dettava legge in tutta l’Ispano-America, N. non aveva potuto fare a meno di allinearsi con le tendenze moderniste, benché la sua ispirazione fosse già orientata verso altre strade. Uscito finalmente dal pericoloso equivoco tra il 1924 e il 1935, e avendo raggiunto una notevole maturità espressiva, poté dare sfogo alla sua originalità, divenendo, in breve tempo, il maggior rappresentante degli anti-modernisti. Il sentimento riacquista allora l’importanza che l’esasperato formalismo gli aveva negato e la personalità intensa e drammatica del poeta si fa luce con versi che sembrano scritti, come disse Lorca, «più che con l’inchiostro, con il sangue». La società borghese, giudicata corrotta e ipocrita, è presa continuamente di mira con attacchi violenti alle convenzioni, ai sentimenti codificati, all’ordine costituito, mentre, con immagini grottesche, se ne sviliscono i suoi sacerdoti. Dal 1940 N., ormai marxista convinto, si dedica quasi esclusivamente alla poesia sociale e alla lotta politica: il dolore, l’umiliazione, la speranza sono i temi ricorrenti di questa nuova produzione, accompagnati da una vena di profondo calore umano che riesce a smorzare i toni marcatamente propagandistici e a dare spesso pagine d’intensa poesia. Tra le sue opere principali si ricordano: Crepusculario (1923), Veinte poemas de amor y una canción desesperada (1924), Tentativa del hombre infinito (1926), Residencia en la tierra (1933; 2a ed., con l’aggiunta di un 2º vol. contenente le liriche composte dopo il 1931, 1935), España en el corazón (1937), Tercera residencia (raccolta delle poesie composte dopo il 1935, 1945), Canto general (1950), la sua opera maggiore, amplissimo poema sulla storia del Cile e della stessa America latina come insieme di tradizioni e incrocio di civiltà; Odas elementales (1954), Nuevas odas elementales (1956), Tercer libro de las odas (1957), Estravagario (1958), Navigaciones y regresos (1959), Memorial de Isla Negra (1964), Arte de pájaros (1966), Fulgor y muerte de Joaquín Murieta (1967, dramma scritto in Italia), La barcarola (1968), Las manos del dia (1968), Aun (1969), l’apocalittico Fin del mundo (1969), Las piedras del cielo (1970), La spada encendida (1970), Geografía infructuosa (1972). Da segnalare infine le prose autobiografiche di Confieso que he vivido (1973; trad. it. 1975) e la traduzione italiana integrale della sua opera poetica (1960-73).
Pablo Neruda
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