POGGIO CATINO (Rieti)- Articolo dell’Arch. Maurizio Pettinari

































Fonte sito web-Scopri la Sabina
Si sale su una collina non troppo alta, e ci si imbatte in Salisano: si deve, appunto, salire per trovare questo delizioso borgo della Sabina. Si sale e si diventa sani, o c’è bisogno di essere sani per salire: secondo gli abitanti, da questo motto potrebbe derivare il toponimo, alludendo giocosamente alla prestanza fisica necessaria per salire fino ai suoi 460 metri di altitudine con la vecchia mulattiera che un tempo conduceva al borgo.
È un centro piccolo, in cui la campana della chiesa parrocchiale suona ogni quarto d’ora: un’esigenza imprescindibile per gli abitanti di un tempo, impegnati nelle attività dei campi e quindi legati a quel suono per la scansione temporale, un’esigenza ancora imprescindibile per gli abitanti, pochi quelli rimasti, ma che sono strenuamente legati alle loro tradizioni e alle loro radici.
Radici che in realtà non sono solo su questa collina, ma poco più avanti, e ad altitudine inferiore: nei pressi di quello che rimane di Rocca Baldesca. In realtà tutta la zona era ampiamente interessata dalla presenza dei Sabini prima e dei Romani dopo, ma nel corso del Medioevo la sede del borgo era nei pressi di quello che ad oggi è un castello abbandonato, o meglio quello che ne rimane.

Salisano viene nominato, nel registro dei possedimenti dell’Abbazia di Farfa, come Fundus Salisanus: la prima menzione è precisamente dell’anno 840, quando compare nel diploma di Lotario I. Allora il suo aspetto non era certo quello di un castello, ma più di una curtis, con le case disposte intorno alla Chiesa di San Pietro.
È di poco posteriore la suddivisione del territorio in contrade, in base al numero delle strade: si ebbero allora la Contrada della Strada Diritta, la Contrada della Strada dei Ponti (così chiamata dai ponti che collegano le case da una parte all’altra del vicolo ed oggi, non a caso, conosciuta come Via degli Archi) e Contrada Strada del Fico, l’attuale Via Regina Elena. Si può ipotizzare che la prima fosse riservata ai nobili, visti gli aspetti dei palazzi e degli edifici, sontuosi in pietra, la seconda agli operai e ai popolani, mentre la terza a quella che oggi definiremmo il ceto medio, ovvero quella classe di funzionari, ma anche di commercianti e artigiani.
In parallelo, avveniva la nascita di Rocca Baldesca, castello e avamposto prima che Salisano divenisse, anch’esso, castello fortificato. Poco più in basso di Salisano e dunque più esposto a eventuali pericoli, Rocca Baldesca era un castello ampio, che ospitava la popolazione al suo interno. Fu abitato fino al 1400, quando le frequenti incursioni che rendevano il luogo poco sicuro, spinsero gli abitanti a spostarsi nella confinante Salisano.
Dopo essere stato feudo della sua famiglia, il 20 ottobre 1531 il Cardinale Francesco Orsini di Aragona concesse Salisano a Galiotto Ferreolo, il quale edificò un palazzo munito di bastione triangolare. Ad oggi, di questa rocca non rimane pressoché nulla, solo alcune rovine: distrutto per precisa volontà della popolazione, a cui viene attribuito anche l’assassinio, nel 1542, del Ferreolo, reo, secondo le fonti, di ogni sorta di tiranneria e dispotismo. Ed è un vero peccato che del Castello non rimanga che parte del bastione e la base dei due torrioni circolari: pare fosse stato progettato dal Sangallo.
Chiacchierando con la gente, abbiamo scoperto una rivalità con il vicino comune di Mompeo – i due comuni sono separati dalla Gola di Rosciano: non stupisce, è abbastanza frequente tra centri vicini. I due colli, quello di Mompeo e quello di Salisano, sono vicini, separati da una gola. Quello che sorprende è che si nobilita questa antipatia con motivazioni storiche: se Mompeo, come vi abbiamo raccontato nella scheda dedicata, sembra derivare il suo nome dalla presenza di una villa del celebre generale romano Gneo Pompeo Magno, allora non può che essere contrapposta a un centro fedele a Gaio Giulio Cesare, come si racconta, da queste parti, essere stato Salisano all’epoca.

Santa Giulia Vergine Martire viene raffigurata in alcune tele poste all’interno della chiesetta parrocchiale, dedicata ai Santissimi Pietro e Paolo. L’intitolazione omaggia quelli che, inizialmente, erano patroni della città, che però Santa Giulia nel corso del tempo ha soppiantato nella devozione dei salisanesi.
Giulia era una giovane nobile cartaginese, verosimilmente vittima delle persecuzioni contro i cristiani perpetrate da Decio, o da Domiziano, imperatori rispettivamente tra il 249 e il 251 e il 244 e il 315. La colpa della fanciulla risiedeva nel non voler rinunciare alla sua fede. Probabilmente le sue reliquie viaggiarono nell’ambito dei flussi migratori dei cristiani, che fuggivano dall’Africa incalzati dalle incursioni dei Vandali di Genserico. E così arrivarono in Corsica, da dove Ansa, la sovrana dei Longobardi moglie di re Desiderio, le fece traslare a Brescia nel 762.
L’agiografia invece ci ha trasmesso un quadro molto più suggestivo delle sue peregrinazioni e sofferenze, di certo influenzato da una tendenza a rassomigliarle a quelle patite da Gesù Cristo. Giulia, tratta in schiavitù e condotta in Corsica durante i viaggi del suo padrone, fu sottoposta a un crudele martirio da un signore locale, tale Felice, per il fermo rifiuto opposto dalla fanciulla a sacrificare agli dei pagani.
Le vennero strappati i capelli, e fu crocifissa e gettata in mare. Le sue spoglie, ancora legate, inchiodate alle due assi di legno, vennero fortunosamente ritrovate da alcuni monaci. Il suo legame con la Corsica è ancora profondo, essendone poi diventata la Patrona. Ad oggi, Santa Giulia viene ricordata nel calendario cristiano il 22 maggio, ma a Salisano i festeggiamenti in suo onore si tengono durante la prima domenica dopo Ferragosto.

Il piatto tipico di Salisano? Nessun dubbio, sono i maccheroni a fezze. Una pasta semplice, fatta di acqua e farina, tirata con la mano unta di olio, come un unico filo, ben spesso, non interrotto, che poi viene sistemato in una matassa dai cuochi locali, che si aiutano in questo con il gomito. In bianco, condita con olio extravergine della Sabina DOP, un ramoscello di maggiorana, da queste parti chiamata persa, e abbondante pecorino spolverato. Oppure un sugo di cinghiale, o castrato, o di pomodoro e basta. Purché ci sia il pecorino sopra!
Per quanto riguarda i secondi, i salisanesi mettono in tavola lo stracotto di cinghiale al vino rosso, o coniglio porchettato farcito con lardo, accompagnato dal pane ben cotto al forno a legna.
Possiamo chiudere il nostro pranzo con le ciambelle all’anice dolci, che sono distribuite durante la festa di Sant’Antonio.
Ma se vogliamo unire la gola al divertimento, allora occorre monitorare sui suoi canali social gli eventi organizzati dalla Pro Loco di Salisano: tipica è infatti la novembrina Sagra della Polenta e della Padellaccia. E se la polenta non ha bisogno di particolari presentazioni, diffusa com’è in tutto lo stivale, la padellaccia potrebbe non dirvi nulla a prima lettura. Si tratta di una succulenta preparazione a base di tagli tra i meno pregiati del maiale, guancia, diaframma, gola e quello che è disponibile al momento, condita con succo di limone, olive, erbe aromatiche, spadellata in una vecchia padella, una padellaccia, appunto, in una ricetta contadina, antica di almeno un secolo.
Quello che forse abbiamo tralasciato nel nostro racconto, e che speriamo di poter trasmettere anche se solo in parte, è il panorama. Alle volte ci sembra quasi di ripeterci, ma anche gli scorci di Salisano sono davvero, davvero suggestivi. Si affaccia sulla Valle del Farfa, sulle propaggini meridionali dei Monti Sabini, sulle pendici del Monte Ode, con il Monte Tancia sullo sfondo. Poco al di fuori delle mura, il colpo d’occhio viene catturato dalla torre che svetta della Rocca Baldesca e spazia sulla Cipresseta monumentale, in un connubio perfetto tra natura e opera dell’uomo.
Fonte sito web-Scopri la Sabina-



































di Claudio Cavaliere (Autore), Isabella Bossi Fedrigotti (Prefazione)
Storie di stragi contadine dimenticate, di gente semplice e sconosciuta uccisa perché ha improvvisamente vinto i propri timori smettendo di avere paura. Storie di tante donne calabresi e del loro protagonismo negli accadimenti politici e sociali della Calabria dei primi del ‘900 fino all’avvento del fascismo. Un’altra storia della Calabria, quella che offre il proprio sangue per la dignità e la democrazia. “Sono storie vere e il lettore non può mettersi in salvo rifugiandosi nella convinzione che siano racconti, che siano romanzi, che siano vicende leggendarie.” (dalla prefazione di Isabella Bossi Fredigotti)












Biblioteca DEA SABINA –-Mons. Francesco SIDOLI Vescovo di Rieti -Lettera pastorale al clero e popolo della diocesi: anno 1919































Nella più antica cerchia di mura di epoca romana il nome di Porta Romana indicava una porta sita a meridione, sul viadotto di accesso alla città (corrispondente all’attuale Via Roma), con cui l’antica via Salaria raggiungeva il foro (piazza Vittorio Emanuele II) dopo aver superato il Velino con il Ponte Romano.
Il nome continuò ad essere usato anche nelle mura medievali per indicare la porta edificata nel 1586 sulla sponda sinistra del fiume, a protezione del quartiere Borgo. In passato Porta Romana era collocata al termine della via omonima, saldata agli edifici circostanti.
La sua posizione, posta all’ingresso sud della città lungo la Via Salaria, la rendeva il biglietto da visita per tutti i viaggiatori provenienti da Roma. Per questa ragione nel 1930 l’area fu sottoposta ad un intervento di riqualificazione ad opera dell’architetto Cesare Bazzani, con il quale venne creata l’attuale Piazza della Repubblica e la porta venne monumentalizzata ricollocandola al centro della piazza, a mo’ di arco di trionfo, con alle spalle un’esedra in mattoni che venne eretta sul semiperimetro della piazza.[13] In tale occasione fu aggiunta nella sommità della porta una copertura in cemento che riporta due iscrizioni di benvenuto e arrivederci alla città: sul lato esterno «Ingredere Omnia Fausta Ferens» («entra portando buoni auspici»), sul lato interno «I et redi feliciter» («va’ e torna con successo»).
I disegni del progetto sono raccolti dall’Archivio di Stato di Terni.

Nota a chiarimento dell’Architetto Maurizio PETTINARI:”I disegni provengono dall’archivio Bazzani custoditi all’Archivio di stato di Terni. In parte sono disponibili anche sul web sotto varie voci. Le cartoline postali fanno parte di mie ricerche che da tempo svolgo sui centri della Sabina, della Provincia di Perugia (un tempo) e quella di Rieti (oggi)”.




























Pietro Stocchi: Fotoreportage – La nevicata dell’anno 2012
” Aveva nevicato tutta la notte ed al mattino stava ancora lentamente nevicando. Tutto era immobile e silenzioso nel paese…”















F.L.”Le vie e i vicoli di Palombara al tramonto del sole, quando la luce è inghiottita dalle tenebre, per Paolo Genovesi diventano teatro e spettacolo. La notte diventa materna e accogliente ed è lì che ,negli angoli del Borgo, Paolo trova e fotografa la pace e ci fa “sentire “ la tranquillità e, quindi, per l’ anima ogni cosa diventa sopportabile. Le foto di Paolo sono scenario ideale per riflessioni esistenziali e trovi sempre il riflesso di noi stessi. Le foto di Paolo sono “tranquillizzanti” perché sanno accompagnarci dalla sera che si trasforma nella notte , ma una notte materna che ci accoglie con la speranza di credere in un nuovo giorno diverso. Grazie Paolo”






























-Il contrasto fra le stagioni è unico, in un Borgo come Castelnuovo. Si mutano cose, volti e anime. Quale gioco da trarre da quelle prospettive, vicoli che sono un vero labirinto (Dedalo) per l’anima.

D)- (Gozzano-Leopardi): “Vorrei non essere nato qui per poter vedere tutto con occhi nuovi .”
Ma io sono castelnuovese “amo e calunnio” insieme Castelnuovo , quindi, sono un vero indigeno .
Appunti in forma di Poesia- dal libro di Franco Leggeri :Castelnuovo , la riva sinistra del Farfa.













































