Roma Municipio XIII- Castel di Guido-Evento “Sovescio” del 20 settembre 2025:
”Gli estranei alla storia di questa Campagna Romana”
Roma Municipio XIII-Castel di Guido- 05 settembre 2025- Molte persone credono che Castel di Guido sia una passerella per sfoggiare “abitini firmati”, altri solo un campo dove mietere voti . Sovescio , l’evento del 20 settembre 2025, a mio avviso, deve far emergere dalla terra arata i ricordi gelosamente custoditi nei cuori dei lavoratori . Se partecipi all’evento non credere di entrare in una “galleria d’Arte”, ma ti troverai immerso nei segni e tracce che si sono concretizzati e realizzati in una storia secolare , storia costruita con la tenacia del lavoro delle persone che hanno dato vita e anima a questa Campagna Romana. Se vieni a Castel di Guido , se hai la sensibilità, puoi percepire il tempo che scorre sotto la pelle delle persone :tempo fatto di stagioni, di silenzi e di “respiri” ,vissuti dagli abitanti nella quotidianità del Borgo, persone che si sono fatte pionieri in questo spazio enorme della Campagna Romana.
il Cardinale Eugenio Tisserant-foto dedica ai parrocchiani di Castel di Guido
A Castel di Guido non si può ignorare la chiesa dello Spirito Santo, parrocchia amata dal Cardinale Eugenio Tisserant, come si legge nella dedica con la sua foto :”Alla diletta parrocchia di Spirito Santo a Castel di Guido, nel 20°anniversario della mia azione alla Diocesi Suburbicaria di Porto-Santa Rufina, offro, con paterna benedizione ,pegno di favori divini sulla famiglia e su tutte le attività parrocchiali.
Roma, 18 febbraio 1966
Eugenio Card. Tisserant
N.B. La foto del Card. Tisserant , con dedica autografa, è incorniciata e appesa nella sacrestia della chiesa di Castel di Guido.
Ignorare la chiesa dello Spirito Santo significa ignorare la storia stessa di Castel di Guido dal 1600 sino ai nostri giorni–Ignorare la Parrocchia significa creare un confine con la Storia vera della Campagna Romana.
–Confine è una parola pericolosa, perché appartiene in primo luogo alla semantica della chiusura ma ,come tutte le parole, “sol che rifletta sulle loro vibrazioni e se ne interroghi la perenne ambiguità”, sa dire altro : esprime anche il senso opposto dell’apertura: è linea che garantisce la nostra identità, ma dal cui orizzonte , arricchiti dalla consapevolezza di ciò che siamo, si può guardare oltre . Questa piccola premessa è per introdurre l’importanza della parrocchia e dei vari Preti, Abati, Vescovi e Cardinali nella storia di Castel di Guido . Voglio ricordare l’Abate Sacchi che celebrava la messa nella chiesa di Sant’Antonio al Casale della Bottaccia il quale , nel 1600 ,era abitato da venti persone .Il Casale era di proprietà del Cardinal Montalto che lo cedette in proprietà ai principi Pamphilj , si legge nelle cronache :”Il Casal della Bottaccia con la chiesa di Sant’Antonio, eretta nuovamente, con vicino Ospedale, dalla generosa pietà del Principe GiovanBattista, per comodo dei poveri circonvicini si celebrava la Santa Messa ogni giorno festivo”. L’Abate Sacchi era deputato speciale del Pontefice per la Campagna Romana e controllava ” il giusto pagamento delle mercedi degli operai”.(Breve sunto da vari testi del 1600). Dell’importanza dell’Ospedale della Bottaccia ne parlerò in un articolo apposito relativo alla “Malaria nella Campagna Romana”.
Castel di Guido-Ex-Ospedale della-Bottaccia-chiesa di Sant’Antonio
Don Luca Riccelli “Il portavoce” e consigliere dei braccianti durante lo sciopero del 1832-Durante lo sciopero del maggio del 1832 fu , come si legge dal verbale della Direzione di Polizia:”la Polizia individua “Don Luca” in Don Luca Riccelli, un sacerdote impiegato presso la Segreteria dei Brevi (un ufficio della Curia Romana), che è interrogato il 19 maggio e riconosce che negli ultimi 5 anni era andato spesso nella Tenuta Pisciarello, l’ultima volta il 10 maggio, e che ha parlato con i lavoratori delle loro condizioni di lavoro e di vita. Conferma che alcuni lavoratori gli hanno chiesto consiglio su come fare per migliorare la loro “condizione” e lui li aveva consigliati di rivolgersi al Tribunale dell’Agricoltura”.
Chiudo questa brevissima nota ricordando che la cerimonia di assegnazione delle terre dell’ENTE MAREMMA del 1952 ebbe luogo davanti la chiesa dello Spirito Santo -Piazza di Castel di Guido ,come testimoniano le foto . Altre testimonianze della devozione degli abitanti di Castel di Guido si possono trovare nella croce di ferro sita all’incrocio di Via Neviani con Via Gismondi , croce eretta dai Padri Passionisti. Altra testimonianza è la piccolissima edicola dedicata alla Madonna incastonata su di un albero nella salitella prima del casale della “Carosara”e non possiamo dimenticare la Madonnina della piazza di Castel d Guido.
Nota di Franco Leggeri Direttore Editoriale di “Quaderni della Campagna Romana”
2)Castel di Guido. Esposizioni di trattori in occasione della cerimonia di assegnazione delle terre. Su un cartello appoggiato ad una macchina agricola si legge: “Ente Maremma. Azienda di sviluppo”
• data20.07.1952
3)Manifesto del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in cui si annuncia che la cerimonia di assegnazione dei poderi dell’Ente Maremma si terrà a Castel di Guido il 20 Luglio 1952: l’avviso è firmato da Giuseppe Medici, presidente dell’ente Maremma
• data20.07.1952
1)Assegnazione dei poderi a Castel di Guido. Su un cartello appoggiato alla macchina agricola si legge: “Ente Maremma. Azienda di riforma di Muratella”
• data20.07.1952
• stampa fotografica-b/n
Nota di Franco Leggeri Direttore Editoriale di “Quaderni della Campagna Romana”
Gianmauro Maria Barchiesi-Evoluzione della meccanizzazione agricola dalla Roma Antica all’Agro Romano e Bonifiche-
L’Autore – Gianmauro Maria Barchiesi–Laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano,ho ricoperto ruoli di responsabilità nel mondo delle case automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Mercedes Benz, Porsche).Per alcuni anni sono stato anche responsabile tecnico delle macchine agricole New Holland, e delle attrezzature agricole Maschio Gaspardo per le provincie di Milano, Pavia, Lodi e Piacenza. Nel ricoprire questo ruolo, ho maturato la passione di approfondire l’evoluzione delle attrezzature di lavorazione della terra in Italia nel corso dei secoli.Trasferitomi da pochi anni da Cremona, dove sono nato, a Roma, sono rimasto incantato dalla bellezza della Campagna Romana.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature.
Dall’epoca Romana e fino all’anno Mille, nell’agro romano venivano utilizzati tre tipi di aratro:
l’aratro semplice (Aratrum)
l’aratro semplice (Aratrum) con il vomere in legno temperato a forma di uncino e parte terminale a punta di freccia, che si limitava a scalfire superficialmente la terra, non rovesciava le zolle e richiedeva quindi due passate ortogonali ed una successiva lavorazione manuale con la vanga. Questa tecnica portò ad avere una forma del terreno coltivato generalmente quadrangolare.
l’aratro con vomerein ferro (Aratrumversorium), introdotto verso il I° secolo A.C., che aggiungeva al vomere un coltro (coltello) metallico per penetrare più in profondità nel terreno
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum): che appunto aggiungeva le ruote al versorium per una migliore manovrabilità
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum)
A partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola portò ad una crescita demografica che favorì la nascita di nuovi borghi.
I maggiori raccolti non furono soltanto favoriti da un miglioramento del clima che si verificò in quel periodo, ponendo termine alla cosiddetta “piccola era glaciale” che aveva afflitto i secoli precedenti, ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
L’aratro pesante fu una delle innovazioni più significative del Medioevo: introdotto tra l’ XI° e il XII° secolo, rivoluzionò l’agricoltura europea.
Dotato di un vomere asimmetrico ed un versoio in ferro, permetteva di tagliare e ribaltare completamente le zolle, a differenza dell’aratro precedente, che smuoveva solo superficialmente il terreno. Includeva un coltro verticale per scavare solchi profondi e un avantreno mobile che migliorava la stabilità e la manovrabilità. Realizzato con parti in ferro, era più resistente ed adatto ai terreni argillosi e compatti, tipici dell’Europa settentrionale.
Nacque infatti nel nord della Francia, diffondendosi rapidamente e diventando il simbolo del progresso agricolo del basso medioevo.
Rivestì un ruolo importante nello sviluppo della civiltà europea:
Contribuì alla crescita demografica dell’XI°-XIII° secolo, grazie alla maggiore disponibilità di cibo.
Accentuò le differenze sociali: solo gli agricoltori più abbienti potevano permettersi il costo elevato dell’aratro e degli animali da traino: i meno ricchi dovettero adattarsi a diventarne cooperatori.
L’Aratro Pesante
Questo scenario rimase pressochè immutato fino alla fine del ‘700.
La vera svolta della meccanizzazione della Campagna Romana rappresentò un processo storico fondamentale, strettamente legato alle trasformazioni economiche, sociali e politiche dell’Italia tra Ottocento e Novecento.
Ai primi dell’800, la campagna romana era dominata da vasti latifondi, proprietà di nobili famiglie (Barberini, Borghese, Torlonia) o della Chiesa. L’agricoltura era estremamente arretrata: basata su pascolo brado, cereali a rotazione lunghissima (con maggese) e poche colture intensive. Il lavoro manuale e l’uso di animali (buoi) erano la norma.
Le Paludi malariche (Agro Pontino, ma anche zone vicine a Roma), la mancanza di manodopera stabile (bracciantato stagionale), l’assenza di infrastrutture e la bassissima produttività erano problemi strutturali
Solo dopo l’Unità d’Italia (1870) Lo Stato Italiano avviò i primi studi per la bonifica e si cominciò a parlare di modernizzazione.
Sotto questo impulso, alcuni grandi proprietari illuminati iniziarono a sperimentare le prime macchine:
Arature Profonde: Introduzione di aratri pesanti trainati da buoi per rompere la crosta superficiale (“sod breaking”).
Nel 1800, l’aratro pesante subì significativi miglioramenti grazie alla rivoluzione industriale.
Si adottò l’acciaio per vomeri e versoi, aumentandone la durata e l’efficienza. In Inghilterra, Robert Ransome nel 1789 avviò la produzione industriale di aratri completamente metallici, seguita da altri produttori, come Finlayson, Howard e Garrett .
ARATRO FINLAYSON
L’introduzione del versoio elicoidale (es. aratro di Ridolfi in Toscana) permise di rivoltare meglio le zolle, definendo la struttura moderna con bure, coltro, vomere e versoio .
Sebbene ancora trainati da buoi o cavalli, gli aratri pesanti iniziarono a essere adattati alle prime macchine a vapore verso fine secolo .
Aratro Ridolfi
Le principali innovazioni introdotte furono:
– Avantreno a ruote: Presente già dal Medioevo, ma perfezionato per stabilizzare la profondità di lavoro .
– Vomere asimmetrico in metallo: Consentiva di lavorare terreni compatti e argillosi con meno sforzo .
– Richiedeva 2-4 buoi o cavalli e due operatori: uno per guidare gli animali, l’altro per regolare l’aratro .
– Rendimento giornaliero: circa ⅓ di ettaro, quasi raddoppiato rispetto ai secoli precedenti .
L’aratro pesante facilitò la coltivazione di cereali su larga scala, riducendo la necessità di maggese e aumentando le rese .
In Europa, modelli come l’”aratro svizzero” o “brabantino” (ruotabile su due lati) divennero popolari, mentre in Italia l’adozione fu più lenta per via dei costi .
La trazione degli aratri era inizialmente esclusivamente animale (buoi o cavalli) ma verso la fine del XIX° secolo comparvero nella campagna romana i primi trattori a vapore.
Il trattore a Vapore
Il trattore a vapore è un veicolo agricolo storico, alimentato da un motore a vapore, utilizzato nell’agro romano principalmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo anche per trainare attrezzi agricoli (come aratri, mietitrici o trebbiatrici) o per fornire potenza meccanica tramite cinghie di trasmissione.
Trattore a vapore Advance Rumely
Era mosso da un motore a vapore, alimentato a carbone, legna o paglia ed includeva una caldaia per generare vapore ad alta pressione, che azionava i cilindri motore.
Richiedeva un operatore specializzato (“motorista”) per gestire pressione, combustibile e acqua.
Era molto pesante (fino a 15-20 tonnellate) e ingombrante, spesso su ruote in acciaio.
Per la sua autotrazione limitata, spesso veniva trainato da cavalli per spostarsi tra i campi
Veniva usato per lavori pesanti: aratura profonda, trebbiatura o azionamento di macchine tramite pulegge.
A fronte di una maggiore potenza rispetto ai cavalli (fino a 150 HP per l’americano Case 150 del 1910), che lo rendeva ideale per grandi aziende agricole e terreni estesi, presentava alcuni importanti svantaggi, come la lentezza nell’avviamento (1-2 ore per riscaldare la caldaia), gli elevati costi di manutenzione e gestione, il bisogno di grandi quantità di acqua e combustibile ed infine i rischi di esplosione se mal gestito. Negli anni 1920, fu rapidamente rimpiazzato dal trattore a combustione interna (più economico, compatto e sicuro).
Mietitrici meccaniche a trazione animale (tipo McCormick) compaiono nelle grandi tenute cerealicole (es. Tenuta del Cavaliere, Maccarese) negli anni 1870-80..
Mietitrice McCormick a trazione animale
La mietitrice McCormick a trazione animale, sviluppata da Cyrus McCormick a partire dal 1831 e brevettata nel 1834, rappresentò una rivoluzione nella meccanizzazione agricola del XIX secolo.
La macchina utilizzava lame da taglio che si muovevano avanti e indietro, combinate con un dispositivo rotante per spingere il grano tagliato sul retro della macchina. Era trainata da cavalli e migliorava significativamente l’efficienza rispetto alla mietitura manuale con falci .
La mietitrice automatizzava il taglio e l’ordinamento del grano in andane, riducendo la manodopera necessaria. Tuttavia, richiedeva ancora un operatore a piedi per legare manualmente i covoni, fino all’introduzione successiva dei legatori automatici .
La trazione equina rimase dominante fino all’avvento dei trattori negli anni ’30 del ‘900. Le prime mietitrebbiatrici complete, combinate con motori, emersero solo nel XX secolo .
Il design di McCormick influenzò lo sviluppo delle moderne mietitrebbiatrici, come quelle prodotte da Laverda in Italia dal 1956 .
La Svolta: BONIFICA INTEGRALE E FASCISMO (Anni ’20-’30)
Con la Legge Serpieri (1928), il regime fascista fece della bonifica e della meccanizzazione della Campagna Romana (e dell’Agro Pontino) un progetto simbolo.
L’obiettivo era triplice: combattere la malaria, aumentare la produzione cerealicola (“Battaglia del Grano”), creare piccola proprietà contadina.
L’introduzione su larga scala di trattori a cingoli (Caterpillar, Landini, Fiat) fu rivoluzionaria. Consentirono arature profonde e rapide su terreni pesanti, preparazione dei letti di semina e lavori di bonifica (scavo canali, movimenti terra).
L’Opera Nazionale Combattenti (ONC) ed il Consorzio Agrario di Roma, costituito il 25 ottobre 1896 su ispirazione di Guido Baccelli, medico e Ministro dell’Agricoltura profondamente legato alla realtà agricola romana, furono fondamentali nell’acquistare e gestire le macchine per conto dei nuovi coloni e delle grandi aziende.
Nacquero nuove città (Littoria/Latina, Sabaudia, Pontinia) e aziende agricole razionali, basate su una meccanizzazione intensiva delle principali operazioni (aratura, semina, mietitura, trebbiatura).
Negli anni ’20, pur essendo l’Italia ancora fortemente legata alla trazione animale (buoi, cavalli), iniziarono a diffondersi i primi trattori a motore, soprattutto di importazione americana (Fordson, International Harvester).
L’ Agro Romano, tradizionalmente caratterizzato da latifondi e lavoro bracciantile, vide alcune sperimentazioni con trattori, spesso promosse dal regime fascista per modernizzare l’agricoltura.
La meccanizzazione fu comunque lenta, a causa dei costi e della resistenza dei latifondisti a investire.
I Trattori a Vapore (ormai in declino), venivano ancora usati nelle grandi tenute per l’aratura profonda, pur essendo pesanti e poco pratici
I Trattori a Benzina o Kerosene, come il Landini Testa Calda, iniziarono a diffondersi.
L’ Agro Romano potrebbe aver visto anche l’uso di trattori Fordson F, economici e robusti, anche se non ne è rimasta traccia.
Nel 1918 La FIAT lanciò il “702” (1918-1920), uno dei primi trattori italiani, usato anche in bonifiche.
Trattore FIAT MOD 702
Il Fiat 702 fu uno dei primi trattori agricoli prodotti dalla Fiat nel suo appena costituito settore Trattori.
Introdotto nel 1919, è considerato uno dei trattori più importanti nella storia dell’agricoltura italiana e mondiale, in quanto ha contribuito alla meccanizzazione del lavoro nei campi.
Fu infatti il primo trattore progettato specificamente per l’agricoltura in Europa, sostituendosi ai vecchi motori a vapore e animali da tiro.
Ebbe larghissima diffusione e venne utilizzato anche come base per autocarri e veicoli industriali.
La sua robustezza e semplicità lo resero molto popolare presso gli agricoltori della campagna romana.
Le caratteristiche principali del Fiat 702, avanzatissime per l’epoca, erano:
Motore: 4 cilindri a benzina o kerosene, raffreddato ad acqua.
Potenza: Circa 20-25 CV (a seconda della versione).
Trasmissione: A ruote dentate con cambio a 3 marce avanti e 1 retromarcia.
Peso: Intorno alle 4 tonnellate.
Velocità massima: Circa 5-7 km/h**.
Trazione: Posteriore (2WD), ma esistevano anche versioni cingolate per terreni difficili (mod. 40 C detto “Boghetto”.
Il successo del Fiat 702 aprì la strada a modelli più avanzati come il Fiat 703 e la lunga serie di trattori Fiat che seguirono. Oggi è un pezzo da collezione molto ricercato.
Trattore FIAT-Mod. Borghetto 40c-derivato dal Mod.702
La meccanizzazione della Campagna Romana attuata nei secoli XIX° e XX° non fu un semplice cambiamento tecnico. Fu un processo complesso e politicamente guidato, strettamente legato alla bonifica idraulica, alle politiche agrarie dello Stato (prima liberale, poi fascista, poi repubblicano) e alla trasformazione socio-economica dell’Italia da paese rurale a industriale. Passò dalle timide sperimentazioni ottocentesche dei latifondisti alla meccanizzazione totale e di massa realizzata dal fascismo e che verrà consolidata successivamente nel boom economico, cambiando per sempre il volto e l’economia della campagna attorno a Roma.
Fonte-Quaderni della Campagna Romana – Direttore Editoriale Franco Leggeri
Gianmauro Maria Barchiesi-Agricoltura a km zero nella Roma Antica “Le Villae Rusticae”-
Gianmauro Maria Barchiesi-Ingegnere meccanico
L’Autore – –Laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano,ho ricoperto ruoli di responsabilità nel mondo delle case automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Mercedes Benz, Porsche).Per alcuni anni sono stato anche responsabile tecnico delle macchine agricole New Holland, e delle attrezzature agricole Maschio Gaspardo per le provincie di Milano, Pavia, Lodi e Piacenza. Nel ricoprire questo ruolo, ho maturato la passione di approfondire l’evoluzione delle attrezzature di lavorazione della terra in Italia nel corso dei secoli.Trasferitomi da pochi anni da Cremona, dove sono nato, a Roma, sono rimasto incantato dalla bellezza della Campagna Romana.
Roma Antica “Le Villae Rusticae”
Marco Vitruvio Pollione (Formia 80 a.C., Roma 23 a.C.), nel suo “De Architectura” così definisce le caratteristiche della Villa Rustica:
“In primo luogo riguardo alla salubrità, come è stato scritto nel primo volume sulla disposizione delle mura di una città, si osservino gli orientamenti e così si dispongano le ville… Sulla corte la cucina sia sistemata nella posizione più calda, abbia inoltre congiunte le stalle per i buoi, e le loro mangiatoie guardino verso il focolare e la zona orientale del cielo, per il fatto che i buoi, se vedono la luce e il fuoco non diventino selvaggi … Analogamente i bagni siano congiunti alla cucina, poiché in tal modo il servizio per il bagno rustico non sarà distante. Pure il frantoio sia prossimo alla cucina, poiché in tal modo il servizio per i prodotti oleari sarà comodo, e abbia congiunta la cella vinaria, dotata delle luci delle finestre rivolte a nord, poiché se le avrà da un’altra parte che il sole può riscaldare, il vino che si troverà in tale cella, intorbidato dal calore, diverrà senza vigore.
Invece la cella olearia deve essere disposta in modo da ricevere luce da sud e dagli orientamenti caldi. Poiché l’olio deve non congelarsi ma raffinarsi con il clima caldo….
I granai siano disposti col fondo rivestito e guardanti verso nord e l’aquilone, poiché in tal modo le granaglie non possano riscaldarsi in fretta, ma rinfrescate dall’aria si conservino a lungo. E infatti gli altri orientamenti danno vita al gorgoglione e alle altre bestiole che sogliono nuocere alle granaglie. Alle scuderie siano riservate le sedi più calde nella villa, purché non guardino verso il focolare. Poiché i giumenti quando stalleggiano presso un fuoco, diventano selvaggi.
Sembra opportuno che si debbano fare magazzini, fienili, depositi per il farro e pistrini al di fuori della villa, affinché le ville siano più protette dal pericolo del fuoco”.
Sebbene la Villa Rustica meglio conservata sia la cosiddetta “Settefinestre” di Ansedonia (GR), nella Campagna Romana sono tutt’ora visibili le strutture di alcune Villae Rusticae.
LA VILLA RUSTICA DI VIA TOGLIATTI
La più famosa si trova lungo la Via P.Togliatti, nei pressi di Cinecittà Due.
Gli scavi eseguiti negli anni 2000/2002 sul sito dove già negli anni ’80 erano stati rilevati alcuni ruderi, hanno riportato alla luce un sito archeologico di notevole importanza, le cui strutture sono riferibili ad un periodo di tempo che va dall’età arcaica (VI-V sec. a.C.) all’alto medioevo.
Della fase più antica sono presenti i resti, purtroppo esigui, di un edificio di forma quadrangolare realizzato con grossi blocchi di tufo a secco.
In epoca successiva ( dal II secolo a.C. fino al I secolo d.C.), la parte centro – settentrionale dell’edificio venne interessata dalla realizzazione di una grande Villa Rustica, della quale sono oggi ancora visibili parte dei muri in opera semireticolata ed in opera reticolata (tecnica costruttiva con cortina in blocchetti di tufo di forma piramidale con la base disposta a vista).
I resti oggi visibili appartengono alla pars rustica (parte agricola), della quale sono evidenti due torcularia (torchi dedicati alla premitura del vino) affiancati dalla vasca per la fermentazione del mosto. Visibile inoltre il mortarium (macina per la spremitura delle olive), con relativa vasca di raccolta ed il doliarium (magazzino con grandi vasi di coccio per lo stivaggio delle derrate alimentari).
Una strada di basoli di selce in leggera salita (parallela a Via P.Togliatti), costituiva l’accesso alla Villa, almeno fino alla fine del I sec. a.C. inizi I sec. d.C. Successivamente venne realizzato un portico sul lato nord, dove si può ammirare un affresco del II secolo a. C., con riquadri riportanti pregevoli decorazioni a soggetto floreale e animale, dove i colori ocra e rosso ancora risaltano.
Di questo periodo non è stato possibile individuare la pars dominica (gli alloggi del proprietario) probabilmente demolita ed inglobata in costruzioni di epoche successive.
A cavallo tra la fine del II° e l’inizio del III° secolo d.C. venne realizzato, sul lato Ovest, un portico quadrangolare retto da colonne intonacate recante in posizione centrale un impluvium (apertura rettangolare nel tetto) per la raccolta dell’acqua piovana all’interno di un compluvium (vasca di raccolta). Dal lato opposto si trovano due cubicula (camere da letto oppure di servizio ) ed un triclinium (sala conviviale) con pavimento in cocciopesto. In epoca severiana (fine III sec. d.C.), in area Nord-Est, venne eretto un Mausoleum in laterizi, per il quale si rese necessaria la rasatura di alcuni muri in opera reticolati o semireticolati. Di questa costruzione sono visibili il nucleo della gradinata di accesso ed i muri perimetrali della camera ipogea nella quale sono conservati pochi resti del mosaico bicromo del pavimento.
L’ultima fase di frequentazione dell’area risale all’età alto medievale durante la quale, persa la sua funzione di produzione di alimenti per l’Urbe, il progressivo declino portò al successivo abbandono.
LA VILLA RUSTICA DELLA MARCIGLIANA
La Villa Rustica della Marcigliana è un sito archeologico romano scoperto nella riserva naturale della Marcigliana, a nord di Settebagni, a Roma. Si tratta di una villa romana di campagna, databile al III secolo a.C., con testimonianze di vita che si sono protratte fino al V-VI secolo d.C. La villa ha subito diverse fasi di ampliamento e ristrutturazione, tra cui l’aggiunta di un’area termale e di una grande cisterna.
La struttura, attiva in età imperiale, tra II e III sec. d.C., sorge nella zona di Acilia-Malafede e recentemente è stata oggetto di un importante restauro da parte della Soprintendenza Speciale di Roma.
Anche questa Villa era divisa in diversi settori: la pars dominica, area residenziale destinata al dominus e alla sua famiglia; la pars massaricia, a sua volta suddivisa in pars rustica, destinata alla servitù e ai lavoratori dell’azienda e in pars fructuaria, destinata alle lavorazioni e allo stoccaggio dei prodotti. A est degli ambienti a destinazione abitativa si sviluppava la pars fructuaria per la produzione di vino e olio, testimoniata dalla presenza di un grosso torcular (torchio vinario), incassato nel pavimento in opus spicatum, al quale in epoca tarda venne sovrapposto un rozzo pavimento in cocciopesto.
I muri, conservati solo parzialmente, presentano differenti tecniche costruttive in opus mixtum e in opera laterizia.
Fonte-Quaderni della Campagna Romana – Direttore Editoriale Franco Leggeri
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