Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Gianicolo-La quercia del Tasso –
Articolo di Marco Fulvio Barozzi –Fotoreportage di di Franco Leggeri per REDREPORT-Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano così.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.
Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la “t” maiuscola e della quercia del tasso con la “t” minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.
Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano “il tasso del Tasso”; e l’albero era detto “la quercia del tasso del Tasso” da alcuni, e “la quercia del Tasso del tasso” da altri.
Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: “E’ il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?”.
Così poi, quando si sentiva dire “il Tasso della quercia” qualcuno domandava: “Di quale quercia?”
“Della quercia del Tasso.”
E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: “il tasso del Tasso della quercia del Tasso”.
Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta “la guercia del Tasso della quercia”, per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: “la quercia della guercia del Tasso”; mentre quella del Tasso era detta: “la quercia del Tasso della guercia”: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: “la quercia della guercia” o “la guercia della quercia”. Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.
Viveva.
E lo chiamarono: “il tasso della quercia della guercia del Tasso”, mentre l’albero era detto: “la quercia del tasso della guercia del Tasso” e lei: “la guercia del Tasso della quercia del tasso”.
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: “il tasso del Tasso”.
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: “il tasso del tasso del Tasso”.
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: “il tasso barbasso del Tasso”; e Bernardo fu chiamato: “il Tasso del tasso barbasso”, per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
Articolo Pubblicato da Marco Fulvio Barozzi sul sito web Popinga –
venerdì 3 maggio 2013-Scienza e letteratura: terribilis est locus iste-
La quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al Gianicolo
Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-
SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-Brevissimi cenni storici –La sua origine risale alla prima metà dell’XI secolo. Ben presto passò dai suoi più antichi feudatari, i Baronisci, all’Abbazia di Farfa, della quale seguì le vicende storiche fino al XVIII secolo; all’atto pratico fu comunque amministrata dalle potenti famiglie che avevano la commenda dell’abbazia (gli Orsini, i Farnese, i Barberini e i Lante Della Rovere). Sotto gli Orsini, venne ceduta a un loro protetto, il barone Galeotto Ferreoli, il quale mostrò subito una natura violenta e arrogante e sottopose la popolazione a ogni tipo di sopruso: gli abitanti, stanchi di sopportare le sue violenze, lo uccisero insieme ai familiari e alla servitù. Il toponimo si configura come una formazione prediale con il suffisso -ANUS, ma non è chiaro l’eventuale antroponimo latino da cui si sarebbe originato. Conserva i resti delle mura medievali e di un’antica fortezza, dagli storici identificata con il palazzo fatto erigere dal barone Ferreoli e poi distrutto dalla popolazione dopo l’assassinio del tirannico signore. Tra gli edifici religiosi spicca la parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo: edificata nel XVIII secolo, a pianta ellittica, è caratterizzata da due eleganti campanili simmetrici sulla facciata e all’interno custodisce una pregevole tela bizantineggiante del Quattrocento, raffigurante la Madonna con il Bambino; interessanti sono anche la chiesa di San Diego e l’attiguo convento francescano, risalenti alla fine del Cinquecento.
Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-
Comune di Salisano
Salisano è uno dei paesi piu caratteristici della Sabina, si affaccia sulla valle del Farfa, la sua origine risale alla prima metà del XI secolo.
Questo borgo è situato a 460 m s.l.m. sulle propaggini dei monti sabini e viene attraversato dal torrente Farfa.
Fa da cornice a questo meraviglioso borgo la catena montuosa del Tancia, molto suggestiva è la contrapposizione geografica al colle vicino dove c’è Mompeo, altrettanto belli e suggestivi sono i piani di Salisano che si trovano più in alto verso Tancia.
Il nome Salisano sembra avere origine a causa del fatto che l’unica via d’accesso al paese metteva a dura prova la resistenza fisica delle persone che intendevano raggiungerlo e secondo la tradizione poteva essere percorsa esclusivamente da chi era fisicamente sano, da qui salisano, ovvero Sali solo se sei sano.
Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-
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Comune di Salisano
Sede: Salisano (Rieti) Date di esistenza: sec. IX –
Intestazioni:
Comune di Salisano, Salisano (Rieti), sec. IX -, SIUSA
Già insediamento romano, dove sorgevano numerose ville di età imperiale, Salisano compare in epoca medievale nell’ 840 quando è citato in un diploma di Lotario I tra i possedimenti dell’Abbazia di Farfa. Attorno alla prima metà dell’XI sec. fu feudo dei Baronisci dai quali lo recuperò l’abate Berardo nel 1052; nel corso del secolo la proprietà si arricchì di diverse donazioni di cui l’Abazia ebbe in seguito ratifica dall’imperatore Enrico V nel 1118, da Urbano VI nel 1262 e da Benedetto XII nel 1339. [espandi/riduci]
Condizione giuridica:
pubblico
Tipologia del soggetto produttore:
ente pubblico territoriale
Bibliografia:
TARQUINIUS, Villeggiature Sabine: Salisano, in “Terra Sabina”, 8, 1924
Salisano: nascita e sviluppo di un Castello Sabino, Roma, Fornasiero editore, 2003
AA.VV., Città e paesi del Lazio, Roma, Editrice Romana s.p.a, 1997
Grappa, C., Storia dei paesi della provincia di Rieti, Poggibonsi, Lalli, 1994
Palmegiani, F., Rieti e la regione Sabina. Storia arte, vita usi e costumi del secolare popolo sabino, Roma, Secit, 1988
Gurisatti, g., Picchi, D., Salisano: formazione e sviluppo del centro antico, Salisano, Comune di Salisano, stampa 1988
Redazione e revisione:
Barbafieri Adriana, 2007/11/03, revisione
Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-Biblioteca DEA SABINA- SALISANO (Rieti) nel Fotoreportage di Paolo GENOVESI-Comune di Salisano Il popolo sabino, giunto dalle coste adriatiche, si stanziò intorno al secolo X-IX a.c. nella regione laziale a Nord Est di Roma, in centri quali: Reate (Rieti), Amiternum (presso l’Aquila), Nursia (Norcia), Fidenae, Cures, Nomentum (Mentana). Numerosi sono i riferimenti nella tradizione storica della partecipazione sabina alla fondazione di Roma, quale l’episodio famoso del ratto delle sabine, parzialmente confermato da elementi linguistici, per i quali non è possibile dubitare della partecipazione dei sabini al sinecismo iniziale di Roma. Nel 290 a.c. Curio Dentato conquistò tutto il territorio sabino, riducendo la popolazione a cives sine suffragio, fino a quando nel 268 a.c. ottennero piena cittadinanza essendo gradualmente assorbiti dallo stato romano. Allo stesso console romano si deve, alcuni anni dopo, il primo prosciugamento della paludosa piana reatina con l’apertura della “cava curiana” che dette luogo alla “Cascata delle Marmore”. Dopo un forte terremoto nel 174 a.c., il sorgere di numerose ville romane nella Sabina testimoniano un cambiamento nella riorganizzazione del territorio e dell’agricoltura. Furono chiamate villae rusticae, come ad esempio “i Casoni”, una villa romana attribuita a Varrone, sorta vicino all’odierno Poggio Mirteto. Intorno al II secolo a.c., il propagarsi del cristianesimo fu marcato da una serie di segni importanti: catacombe, chiese, cappelle. Testimonianze di ciò nella Sabina si ritrovano nelle rovine dell’antico municipio romano di Forum Novum, in località Vescovio, nel territorio di Torri in Sabina, costruito all’incrocio di due strade secondarie che collegavano il nuovo centro con la via Flaminia e la via Salaria. Di particolare interesse è anche la cattedrale edificata nelle vicinanze del Forum risalente allo stesso periodo di costruzione di questo. Notevole è il ciclo pittorico realizzato che scandisce i muri laterali. Sulla parte destra sono raffigurate scene dell’antico testamento, alcune delle quali divenute oggi quasi illeggibili. Sulla parete sinistra sono invece rappresentati momenti del nuovo testamento. L’interno, ad una sola navata, non è stato stravolto da rifacimenti in età moderna per la perdita di importanza della stessa sede diocesana traslata a Magliano Sabina. Livio e Dionigi d’Alicarnasso ricordano, nel periodo regio e repubblicano, guerre tra sabini e romani, fino a quando, nel 449, Roma riportando una vittoria definitiva, occupò Cures, Nomentum e Fidenae. In età longobarda, la Sabina fu invece divisa tra i ducati di Roma e Spoleto. Risale al VI secolo, con il diffondersi del cristianesimo e del monachesimo, la fondazione dell’Abbazia di Farfa la quale, insieme ai contigui edifici monastici, furono completamente distrutti dall’invasione longobarda. Sotto l’abate Ugo I° l’abbazia attraversò un fulgido periodo storico protetta dai Carolingi, in primis da Carlo Magno. Intorno all’abbazia, in virtù dell’opera dei monaci seguaci della regola di S. Benedetto, si sviluppò un borgo attivo di artigiani e di contadini in modo da vendere i loro prodotti nelle frequenti fiere che si svolgevano a Roma. Nel XII secolo la Sabina, con il declino del potere dell’Abbazia e il continuo affermarsi del dominio dello Stato pontificio, vide potenti famiglie feudatarie quali i Savelli, gli Orsini e i Colonna insediarsi in questa zona. Nel 1861 venne unificata all’Umbria e soltanto nel 1923 fu nuovamente aggregata al Lazio, costituendo poi, nel 1927 gran parte della nuova provincia di Rieti.
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Castelnuovo di Farfa- Il Murales della Memoria- di Franco Leggeri
Castelnuovo di Farfa
Castelnuovo di Farfa- 6 dicembre 2021-Il Murales della Memoria di Franco Leggeri-Biblioteca DEA SABINA-Un vecchio proverbio castelnuovese dice testualmente: “’U giornale (ora anche il web) è come u somaru, quillu che jhi carichi porta…”. Assistiamo , leggiamo, a Castelnuovo di Farfa a “Lezioni di Memoria e Appartenenza”. Grande lezione impartita a noi “vecchi ignoranti castelnuovesi” che, appunto, di Storia castelnuovese , non avendola vissuta, abbiamo un “disperato” bisogno di abbeverarci alla fonte “Ornischi” o “Bollica”. Noi vecchi castelnuovesi stiamo apprendendo cosa significa essere ignoranti. Se ben ricordo , in teoria, l’ignorante è chi dice <non so>, ma in realtà , a mio avviso, dopo aver letto vari articoli relativi alla “Memoria e Appartenenza” credo che, in verità oggi, a Castelnuovo è colui che <non sa e non conosce la Storia castelnuovese > ma la vuole spiegare ed illustrare ai protagonisti cioè a noi VERI CASTELNUOVESI. Il proverbio castelnuovese citato all’inizio è vero:” L’ignoranza della Storia castelnuovese? Grazie al web è diventata “saccenza”.A Castelnuovo assistiamo, in fatto di Storia ,a una sorta di: “liberi tutti”… di sparare idiozie storiche che sono così eclatanti nella “semplicistica e ingenua” ricostruzione nella fase cronologica, date, e nei personaggi . Mnemosune (memoria) ) la madre di tutte le Muse, i greci la identificavano con la capacità di tenere a mente, rammentare, quindi con un’abilità della ragione, della testa, in prima istanza. Il “potere” castelnuovese è complice di questo “ANNO ZERO” della “nuova storia castelnuovese”.Noi castelnuovesi quello che abbiamo vissuto, è entrato in circolo nel nostro sangue, è parte di noi.Noi vecchi castelnuovesi , allontanati e isolati dal “potere arrogante dell’ignoranza” che nome dobbiamo dare a chi offende la nostra intelligenza? Qual è il nome corrispondente? Rabbia? O piuttosto delusione, sconforto, fastidio? A Castelnuovo l’ignoranza della vera storia castelnuovese è alla base della situazione attuale. L’inflazione d’informazione, in continua crescita ed evoluzione, fa perdere il senso di continuità del tempo, il valore della memoria, in un perpetuo “attimo presente” che cancella percorsi storici lenti, difficili, conquistati a fatica, tra passi in avanti e dolorosi ritorni al passato.Questa “ dittatura dell’informazione castelnuovese” è la causa dell’indifferenza con cui si accettano decisioni che hanno e avranno conseguenze pesanti per la società e la democrazia del nostro amato Castelnuovo.È pericoloso per il “potere castelnuove”che la gente abbia conoscenza, anzi coscienza, dei fatti storici che, in bene e in male, sono all’origine della situazione attuale. Noi castelnuovesi, quelli dell’Orgoglio castelnuovese, dobbiamo aver presente che la memoria storica non è “automatica”, deve essere tenuta viva, non “mummificata” e resa “sterile” , attualizzata , cosa ben diversa “dal racconto diverso”. La Storia , la nostra storia castelnuovese, viene “messa a tacere” per, a mio avviso, non dare ai giovani la capacità di analisi, critica, denuncia , discussione del presente alla luce del passato al fine di non far conoscere i “percorsi” in cui si sono perse conquiste e spesso anche i valori. La VERA storia di Castelnuovo ci permette, a noi tutti , di crearci una coscienza critica indispensabile per comprendere il tempo di oggi e per intervenire nella società castelnuovese con libertà, obiettività, apertura, forza intellettuale e morale. Ripeto da anni che sono pronto per un pubblico dibattito con le autorità e gli “storici castelnuovesi”.
Castelnuovo e i colori della rabbia.
Noi che abbiamo la parola interdetta
aspettiamo le stelle del cielo
per vedere ,da questo ponte della Storia,
l’ultima acqua silenziosa del nostro passato.
In questo spazio infinito dei ricordi
possiamo solo gettare i nostri sassi della rabbia.
Noi non abbiamo voce
perché oscurati e dimenticati
e il nostro respiro è nascosto al sole.
Ora l’ombra del silenzio scivola
e trascina a valle la voce dell’oblio.
A noi Castelnuovesi non resta che imparare
la trama dei racconti
nasconderli nel libro dell’anima
e custodirli nei cassetti della memoria.
Scriveremo e racconteremo
lo “schiaffo della resa”
che le sirene del potere ,
beffandosi del nostro dolore
e il non essere capaci di rifiutare le “monetine“ dell’umiliazione,
ogni giorno, ogni ora ci porgono
sul piatto della negazione.
Franco Leggeri, Castelnuovese.
Castelnuovo di Farfa descrizione
Castelnuovo di Farfa risulta frequentato già a partire dal Neolitico. In epoca protostorica il sito più importante è sicuramente la Grotta Scura, al termine di Via Cornazzano, a poca distanza dal fiume Farfa. I primi ritrovamenti risalgono agli anni 1987-88, quando il Gruppo Speleologico “F. Orofino” rinvenne alcuni frammenti ceramici protostorici, risalenti all’età del Bronzo medio (XV-XIV secolo a.C.). La grotta è costituita da un’ampia sala in roccia calcarea, a cui si accede attraverso una stretta apertura, dove venne recuperato il materiale. Secondo la descrizione del Guidi “dalla sala un lungo corridoio porta ad una serie di piccoli ambienti dove sono stati individuati resti di focolari, ossa animali e vasi integri, gli unici materiali in giacitura sicuramente primaria”[4]. Alcuni frammenti con decorazione “appenninica” hanno permesso una datazione per tutta la durata della media età del Bronzo (XV-XIV secolo a.C.). La grotta presenta un ramo, lungo più di 200 metri, periodicamente occupato dalle acque, dove sono stati rinvenuti insieme oggetti ceramici sia di epoca protostorica che di epoca romana (lucerne in terracotta e monete). La presenza di vasi integri in ambienti difficilmente accessibili della grotta dimostra che una parte della cavità fosse riservata alla deposizione di offerte. Inoltre le tracce di focolari, riferibili a cerimonie rituali, sembrano attestare un utilizzo della grotta sia a fini abitativi che cultuali. La grotta è costituita da un ramo attivo e da due rami fossili, posti a livelli diversi e raggiungibili tramite cunicoli. La presenza di acque sorgive deve aver comportato la destinazione cultuale della grotta. Questo luogo di culto in grotta, tra i più antichi di tutta la Sabina, è stato identificato recentemente nel “santuario di Marte”[5], riportato da Dionigi di Alicarnasso presso Suna (oggi Toffia), antica città degli Aborigeni (mitologia)[6].
Medioevo
Nel VI secolo è riferito in zona l’arrivo di San Lorenzo di Siria, fondatore dell’Abbazia di Farfa, il quale avrebbe svolto opera di evangelizzazione cristiana anche nei territori limitrofi. Una chiesa dedicata a San Donato è riportata già in un documento dell’877, per cui si può tranquillamente fissare la nascita del primitivo insediamento rurale all’Alto Medioevo. In questo documento la chiesa viene ceduta dal vescovo di Arezzo, Giovanni, al monastero di Farfa, in cambio di altri beni, tra cui San Donato ed annesse “terre, case, chiese, selve, molini” ecc…, una elencazione che spiega il livello di organizzazione che si era formato attorno alla prima chiesa[7]. Questa chiesa divenne anche il centro catalizzatore del territorio, elemento di aggregazione sociale, antesignano del castrum. Il primo insediamento fortificato e protetto da mura, il Castellum Sancti Donati, è citato in un documento del 1046, che ne attesta la cessione al vicino monastero di Farfa, e risulta decaduto già nel 1104.
Il Castrum Novum risale al Duecento. A partire dal 1288 nacque una disputa a riguardo di chi appartenesse il colle in cui sorgeva questo castrum medievale: secondo i castellani apparteneva alla comunità, secondo i monaci all’Abbazia di Farfa. La lunga contesa fu lontana dall’essere risolta. Nel 1477 i cippi confinari, rimossi dagli abitanti, vennero riportati al loro posto dall’abate commendatario[8]. Il castello medievale è difeso da una cinta muraria con ben nove torri, presidiate nel Rinascimento da “guardie civiche” e comandate da un “capitano”. Nel 1592 una delibera del Consiglio ordinò l’acquisto di 50 “archibusci” (fucili) e 4 “archibuscioni” (cannoncini). Lungo le mura si aprono due porte, Porta Castello e Porta Cisterna. Il borgo è caratterizzato da strette vie lastricate e da edifici civili, tra cui quelli appartenuti, ad esempio, alle famiglie Cherubini e Simonetti. Nel nucleo del paese sorge la chiesa di San Nicola di Bari ed una bella fontana seicentesca “a parete”, con arco centrale.
Castelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCASTELNUOVO DI FARFA La FONTANELLA della PIAZZETTACASTELNUOVO DI FARFA La bottega del Fabbro GIUVANNINU U FERRARUCASTELNUOVO di FARFA DEGRADO E ABBANDONO AFFRESCHI EX-CHIESA DI SANTA MARIA Foto di Franco LeggeriCastelnuovo di Farfa -40simoPremio letterario “LA TORRE D’ARGENTO”-1982-2022Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa -40simoPremio letterario “LA TORRE D’ARGENTO”-1982-2022Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa (Rieti) Monumento ai Caduti delle due guerre mondialiCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via Roma Est- foto inizio ‘900Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Programma festa Madonna del Rosario anno 10 ottobre 1933Castelnuovo di Farfa (Rieti) la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) Foto del 1889Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma EstCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza ComunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Il GonfaloneCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza ComunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Campo Profughi FARFA SABINA- Loc. Granica-foto anni 1950Castelnuovo di Farfa (Rieti) –Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Municipio-Aula ConsiliareCastelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma Ovest-Bar StellaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Castello, Torre dell’OrologioCASTELNUOVO DI FARFA – PALAZZO SIMONETTI-ora EREDI SALUSTRI GALLI-
CASTELNUOVO DI FARFA – PALAZZO SIMONETTI-ora EREDI SALUSTRI GALLI-CASTELNUOVO DI FARFA – PALAZZO SIMONETTI-ora EREDI SALUSTRI GALLI-CASTELNUOVO DI FARFA – PALAZZO SIMONETTI-ora EREDI SALUSTRI GALLI-Antonio GramsciCASTELNUOVO DI FARFA – PALAZZO SIMONETTI-ora EREDI SALUSTRI GALLI-
Franco Leggeri Fotoreportage- L’Alba nella Campagna Romana-
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana è un’immersione nel silenzio che suscita emozioni , evoca suggestioni che poi si perdono nell’infinità del cielo romano. Fotografare è come toccare a mani nude la purezza della rugiada ancora addormentata sull’erba e godere , a beneficio della fotocamera, dei chiarori dell’alba, di questa luce e di questo immenso silenzio per avere delle immagini irripetibili . Farsi accarezzare dai raggi del sole che si è “appena svegliato” e accende i colori di questa Campagna,significa gioire dell’intimità di questo luogo d’incontro che è un vero e grandioso dono di Dio.
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
Sono le 5:30 di un mattino estivo e mi resta ancora poco tempo per vivere in compagnia di questa bellezza ammantata di pace. Ora sta iniziando il traffico e le auto infrangono e distruggono il silenzio. Tra poco inizia il caos della “civiltà “, ma restano ancora momenti per essere con me stesso e fotografare ancora una volta l’Alba e il suo disperdersi nel giorno . Questi sono attimi che, se li sai centellinare, possono diventare infiniti e dare un piacevole senso di assenza di gravità e anche l’illusione che sia possibile fluttuare nell’armonia della bellezza. Sono tantissimi anni che godo la magia della Campagna Romana così carica di storia che gli alberi, i cespugli e le pietre sanno raccontare a chi sa ascoltare i loro sussurri. Ormai mi rimane difficile immaginare come sarebbero le mie mattine senza la bellezza di questa visione, dove i colori che la dipingono nascono da una tavolozza infinita che ogni giorno la trasforma in un affresco di stupefacente potenza che incide la mia anima, oltre il limite oscuro .
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
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Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
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Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
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Franco Leggeri Fotoreportage- L’alba nella Campagna Romana
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La Campagna Romana o Agro Romano, in senso storico o tradizionale, non coincide con nessuna delle odierne suddivisioni amministrative e neppure con l’area che potrebbe definirsi come banlieue di Roma. Essa comprende il comune di Roma (1507,6 km2) eccetto l’area occupata dalla città coi quartieri e suburbî (222 km2) cioè 1285,6 km2 cui sono peraltro da aggiungere il comune di Aprilia (177,6 km2) costituito nel 1937, e parte dei comuni di Anzio, Nettuno, Pomezia e Marino; in quest’ultimo comune si trova l’aeroporto di Ciampino coi nuclei abitati dipendenti, compresa la così detta Città giardino Appia (v. ciampino, in questa App.). Il fatto più notevole che caratterizza l’ultimo ventennio è il progressivo rapido ripopolamento della Campagna. Limitandoci al territorio pertinente al Comune di Roma, i 62.500 ab. (residenti) del 1936, sono divenuti 120.781 nel 1981 e 161.886 nel 1956. L’incremento è dovuto non tanto al moltiplicarsi delle case sparse, quanto al costituirsi di nuclei che sono spesso antichi casali trasformati, dotati di chiesa, scuola, stazione sanitaria, ovvero di nuove unità rurali, o infine di veri e proprî centri. Di questi il più recente censimento ne annovera 42, dei quali uno, il Lido di Ostia è ormai una cittadina di circa 20.000 ab., altri due o tre hanno popolazione superiore a 5000 ab. (oltre a Ciampino) e sette o otto popolazione superiore a 1000 ab. Il richiamo della popolazione verso il mare è evidente. Dopo il Lido, il centro più popoloso è Fiumicino, che acquisterà nuovo incremento con l’apertura al traffico (1961) del grande aeroporto intercontinentale; a nord di Fiumicino è Fregene; a sud del Tevere Tor Vaianica, a prescindere dalle altre recenti “marine” che si succedono fino ad Anzio. Altra ben visibile trasformazione della Campagna, del resto connessa con la precedente, è la riduzione delle aree pascolive a vantaggio delle coltivazioni. Tra queste predomina ancora il grano, ma nelle zone periferiche compare la vite (anche per frutto), altri alberi fruttiferi, prati da foraggio e, in plaghe più ricche di acqua, colture orticole. La Campagna comprende due grandi bonifiche effettuate secondo piani predisposti, la bonifica di Maccarese e quella di Porto-Isola Sacra, oltre ad altre minori; comprende anche taluni grossi centri di allevamento, come Torrimpietra. L’allevamento bovino si sviluppa, quello ovino declina a causa della accennata riduzione del pascolo naturale. Manifesta è anche la trasformazione o integrazione della rete stradale. Le antiche vie consolari irraggianti dalla città che ancora costituiscono lo schema fondamentale, sono collegate da vie trasversali (a cominciare dal “grande raccordo anulare” corrente a 11-15 km dal centro di Roma), da collegamenti secondarî, da strade vicinali e di bonifica. La parte della Campagna più vicina alle aree suburbane viene a poco a poco assorbita dalla espansione del Suburbio stesso sia verso il mare (dove i quartieri dell’EUR sono, secondo il reparto del 1951, ancora fuori del Suburbio), sia verso est (via Tiburtina), sia verso sud-est (vie Prenestina e Casilina), sia anche verso nord (via Cassia).e (via Aurelia) Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
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Storia
Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino alla riforma agraria a metà del XX secolo.
Le invasioni barbariche, la guerra greco-gotica e la definitiva caduta dell’Impero romano d’Occidente favorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile.
A partire dall’VIII secolo le aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono – dove sopravvissero – in domuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da una diocesi – o una chiesa, o un’abbazia – che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava in enfiteusi ai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell’esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.
Già dal X secolo, tuttavia, la feudalizzazione costrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli dei baroni ai quali veniva man mano attribuito il possesso – a vario titolo – di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianura impaludata e malarica fu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovi latifondi ormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive di cereali e a pascolo per l’allevamento di bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.
L’abbandono delle terre giunse a tal punto che con la conseguente scomparsa degli insediamenti urbani nel territorio circostante Roma attorno alle vie Appia e Latina, l’ex Latium Vetus, venne ripartito in “casali”, tenute agricole di centinaia di ettari dedicato all’allevamento di bestiame, soprattutto ovini, e alla coltivazione di cereali, a cui erano addetti lavoratori salariati spesso stagionali. Questi latifondi in età rinascimentale e moderna divennero proprietà delle famiglie legate al papato. A seguito dello spopolamento delle terre pianeggianti ritornate a pascolo, si aggravò il grave problema dell’impaludamento e della malaria.
Nel XVII secolo, dopo la redazione del Catasto Alessandrino[1], furono concessi ai contadini, ai piccoli proprietari e agli abitanti dei borghi l’uso civico dei terreni spopolati e abbandonati ed esenzioni fiscali (mentre venivano aggravate le imposizioni sui proprietari noncuranti), allo scopo di stimolare il ripopolamento di quelle campagne.
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Loreto MATTEI Poeta e Scrittore di Rieti-Il sonetto pubblicato a Venezia nel 1697-
Loreto MATTEI- Poeta e Scrittore di Rieti-Il sonetto pubblicato a Venezia nel 1697-
Loreto MATTEI– Nacque il 4 apr. 1622 a Rieti da Pietro Paolo e da Orinzia Pennicchi, entrambi di nobili origini. Dopo avere ricevuto la prima istruzione da un precettore, intraprese gli studi di umanità e di retorica nel pubblico collegio di Rieti. Al 1641 risale il matrimonio con la nobile reatina Porzia Cerroni
Loreto MATTEI (Ghezzi)Loreto MATTEI -Sonetti-
Un sonetto di Loreto MATTEI- “Sulla Città di Rieti”:
Riète méa, nobile e jentile più de quante città che bée lu sòle, de stà lontanu a tì me ncresce e dole, e ne rappenno un parmu de moccile.
Ma que?! No bòglio ’e passe istu abbrile, e fatte non sarau le ceresciole, che strareenerajo, se Dio ole, a rempimme de rapa lu roscile
N’ajo ’naoglia ch’è tantucruele, a résecu ne ’a no me n’ammale e me ne scolecòe le cannele.
Bignarìacòe li célli aessel’ale, Rièteméa bella ónta ’e mèle, de reedette pare me ne cale.
Loreto MATTEI -Sonetti-
Un sonetto di Loreto MATTEI-Descrizione della Città di Rieti
Freddo ciel, suol fangoso, acque nocenti,
cotti vini, frutti acerbi, inutil legni,
aspri monti, vie rotte, alberghi indegni,
nero pan, erbe sciocche, magri armenti,
poco sol, nebbie eterne, aridi venti,
chiare invidie, odj interni, ascosi sdegni,
lingue audaci, cuor vili, stolti ingegni,
donne brutte, e ritrose, ed empie genti,
di furti e di rapine aperte scuole,
fraudolenti pensieri, e spirti inquieti,
genti infami, opre rie, finte parole,
frati ignoranti, ambizïosi preti,
maldicenze, e menzogne, e vizi, e fole
forman la bella mia città di Rieti.
Loreto MATTEI
Biografia di LORETO MATTEI Poeta e Scrittore di Rieti
Loreto MATTEI (Ghezzi)
LORETO MATTEI– Nacque il 4 apr. 1622 a Rieti da Pietro Paolo e da Orinzia Pennicchi, entrambi di nobili origini.Dopo avere ricevuto la prima istruzione da un precettore, intraprese gli studi di umanità e di retorica nel pubblico collegio di Rieti. Al 1641 risale il matrimonio con la nobile reatina Porzia Cerroni. La morte del padre, nel 1645, ispirò una serie di componimenti intitolati Morte paterna, dei quali, come di altre opere giovanili (l’opera scenica in versi sciolti Il gigante Golia; il dramma per musica Il figliuol prodigo), si è perduta ogni traccia. In quegli anni il M. si rivolse soprattutto a tematiche religiose e i suoi componimenti riscossero un certo successo anche fuori dalla cerchia cittadina. La prima opera del M. pervenuta è La patria difesa dalle ingiurie del Tempo…, celebrazione della storia e del territorio di Rieti nel discorso pronunciato all’inaugurazione dell’anno scolastico della scuola cittadina di eloquenza e filosofia in cui insegnò (l’opera è stata pubblicata solo nel 1890, a Rieti, a cura di F. Ferrari). Nel decennio 1640-50 il M. fu segretario dell’Accademia del Tizzone e partecipò attivamente alla vita pubblica di Rieti. Nel 1650, insieme con Angelo Alamanni, fu uno dei membri della commissione costituitasi per l’erezione di una cappella in onore di S. Barbara, patrona della città, e fu incaricato di scegliere il luogo adatto nella cattedrale e di assegnare la commessa. I due delegati riuscirono a mettere a segno un colpo prestigioso ingaggiando, per il progetto della cappella e della statua nella cattedrale, Gian Lorenzo Bernini, che frequentava la città perché nel convento di S. Lucia si trovavano tre sue nipoti. La statua di S.Barbara, che ancora oggi fa mostra di sé, fu poi realizzata da Giovanni Antonio Mari.
Il M. fu gonfaloniere per i mesi di novembre e dicembre del 1651 e del 1656. Il 16 marzo 1659 fu eletto podestà e pretore. Dopo l’improvvisa morte della moglie, il 10 luglio 1661, dalla quale aveva avuto nove figli, il M. scelse la via del sacerdozio. I voti furono pronunciati nello stesso 1661. Iniziò così lo studio della teologia, e più frequenti si fecero le letture dei Padri della Chiesa e della storia ecclesiastica. Nacque così il progetto di ridurre in metri lirici i centocinquanta Salmi di Davide. L’impresa lo tenne occupato nove anni e nel 1671 il Salmista toscano vide la luce a Macerata.
L’opera, dedicata a monsignor Alessandro Crescenzi, patriarca d’Alessandria, maestro di camera di Clemente X, si inserisce nel filone della poesia davidica ispirato dalla cultura neotridentina, al quale è da ricondurre la maggior parte delle opere del Mattei. Il Salmista toscano ebbe grande successo e in pochi anni se ne pubblicarono numerose edizioni. Principi d’Italia e di Germania accolsero con entusiasmo l’opera loro inviata dal conte Agostino Fontana, e in special modo fu apprezzata dall’imperatrice Eleonora Gonzaga. Le lettere di ringraziamento ed elogio spedite dagli augusti lettori, tra le quali particolarmente encomiastica quella dell’imperatrice, furono raccolte e pubblicate nell’edizione bolognese del 1679.
Il vescovo di Rieti Ippolito Vincentini (presule dal dicembre 1670) nominò il M. esaminatore sinodale, dandogli un ruolo di primo piano nella gerarchia del seminario di Rieti. L’impegno svolto con solerzia lo spinse a lavorare anche alla parafrasi dei cantici biblici che, di nuovo per mezzo del conte Fontana, faceva pervenire manoscritti all’imperatrice. Nel 1686 Le parafrasi toscane cioè sette cantici biblici, e li tre evangelici, et il cantico de’ ss. Ambrogio, et Agostino con le parti principali della christiana dottrina e finalmente il Cantico de’ cantici di Salomone esposto in senso morale uscirono a Vienna «consecrate all’augustissimo nome di Eleonora Gonzaga». Il 16 ott. 1687 Eleonora richiese al Fontana altre parafrasi di scritture sacre: «attendiamo da voi con sollecitudine tutti li Gloria Patri, che subito comanderemo la stampa del Salmista intiero, con questi ancora à maggior gloria del medemo Mattei, la di cui Parafrasi (che ha quasi del divino) ha reso immortale al mondo il di Lui nome» (Vincentini, p. 176). Poche settimane più tardi l’imperatrice morì e la ristampa del Salmista prevista a Vienna fu eseguita a Bologna nel 1688 con dedica al principe Odoardo Farnese (figlio di Ranuccio II) a firma di Carlo Emanuele, figlio del conte Fontana, che si trovava come paggio nella corte del principe. In questa ristampa furono aggiunte «altre parafrasi delle parti principali della dottrina cristiana in sonetti, ed altri metri».
Parallelamente alle parafrasi bibliche il M. lavorò per molto tempo anche a un’altra opera, che vide la luce a Rieti nel 1679 con il titolo Metamorfosi lirica d’Horatio parafrasato, e moralizato e la dedica all’imperatrice. Seguì la ristampa Bologna 1682, e nel 1686 ancora a Bologna insieme con l’Arte poetica tradotta. Del 1682 (Roma) è anche la traduzione, stampata a fronte nello stesso volume, del Divae Clarae triumphus, oratorio scritto in latino dall’abate Francesco Noceti e musicato da Bernardo Pasquino.
A Bologna nel 1689 il Mattei pubblicò la Hinnodia sacra, che egli stesso definiva il suo «Beniamino». Ancora una volta l’impegno religioso-sociale si manifestava a chiare lettere. Ai «cantillamenti» volgari e osceni che si udivano in particolare dai giovani, il M. infatti contrapponeva gli inni del Breviario romano. Nonostante le cagionevoli condizioni di salute lamentate nella dedicatoria ai vescovi Marco Antonio (di Foligno) e Ippolito Vincentini, il M. lavorò con zelo: nella traduzione usò lo stesso metro dell’originale, a ogni inno premise il nome dell’autore, lo scopo e il momento della giornata nel quale doveva essere cantato.
Nel 1695, a Modena, uscì L’asta d’Achille, che ferisce, per sanare il Salmista toscano. Quest’opera traeva le conclusioni di una benevola polemica iniziata il 27 luglio 1681 con una lettera che Domenico Bartoli, anagrammando il proprio nome in Nicodemo Librato, aveva inviato al M. per contestargli «qualche licenza di lingua, che per lo più sono minuzie grammaticali» (Vincentini, p. 177). Ne nacque una controversia erudita. Anche il M. anagrammò il suo nome in Orelto Tameti e rispose a Bartoli; l’«amichevole zuffa» durò fino al 1682. Dopo avere svelato la vera identità, i due letterati si inviarono i rispettivi ritratti (in questa occasione il M. ne fece uno di sua mano) e l’opera che il M. aveva preparato per difendersi dalle «accuse» di Bartoli e che aveva intitolato Scudo di Pallante fu messa da parte. La «contesa» si tramutò in amicizia e si concluse benevolmente con L’asta d’Achille del 1695. Nello stesso anno a Venezia il M. pubblicò un’opera «dotta e ingegnosa»: Teorica del verso volgare, e prattica di retta pronuntia, con un problema della lingua latina, e toscana in bilancia, ultimo suo lavoro a vedere la luce in vita; in quest’opera, oltre che trattare di metrica volgare e di ortoepia, teorizza la superiorità del toscano sul latino in virtù della ricchezza delle voci, della versatilità nei diversi stili, della facilità dell’ornato retorico, della dolcezza del suono e della chiarezza del senso.
L’attenzione per la storia di Rieti, che aveva sollecitato i primi interessi del M., si ripropose negli ultimi anni, durante i quali lavorò per dare agli studiosi una storia analitica della città: L’Erario reatino, historia dell’antichità, stato presente, e cose notabili della città di Rieti, rimasto incompiuto per la morte ed edito solo nel 1995 (a cura di G. Formichetti, in Il Territorio. Rivista quadrimestrale di cultura e studi sabini, X [1994], numero unico; ed. anast. in L. Mattei, Sonetti. Erario Reatino, a cura di L. Mattei, Rieti 2005).
Il 2 febbr. 1692 il M. fu accolto in Arcadia con il nome di Laurindo Acidonio. Nel 1702 perdette due dei tre figli rimastigli: Pietro, canonico della cattedrale di Rieti, ad agosto e Giovan Battista in ottobre. L’unico figlio in vita, Paolo, si trovava a Jesi in qualità di luogotenente del conte Odoardo Vincentini. Per averlo presso di sé il M. ottenne che gli fosse concessa la carica di canonico della cattedrale.
Per un’accidentale caduta sui gradini di casa il M. rimase gravemente ferito alla testa e dopo due giorni di agonia, il 24 giugno 1705, morì a Rieti.
Il M. esprime un modello tipico di intellettuale controriformista; le sue opere e la sua vita riflettono i ritmi della tipica provincia pontificia. Era capace di giudicare la fondatezza dei fatti storici facendo unicamente riferimento alla Bibbia e reputando al contempo «false e bugiarde» le fonti classiche che pure conosceva. Proprio per questo, assolutamente sorprendente e quanto mai originale è il fatto che, accanto all’intellettuale ligio e morigerato, un’altra parte della sua produzione (rimasta inedita fino al XIX secolo: si veda il regesto analitico dei codici in Formichetti, 1979, pp. 190-210) presenta un poeta stravagante e trasgressivo, nelle forme come nei contenuti. I suoi Sonetti in vernacolo reatino costituiscono un unicum e non solo fra i contemporanei; non è un caso se, per un’apparizione a stampa della musa «sconcia e scuntrafatta» matteiana dovrà trascorrere oltre un secolo dalla sua morte, nelle Poesie, a cura di E. Valentini, Rieti 1829. I testimoni pervenuti, per di più scarsi prima dell’Ottocento, fanno intravedere una circolazione non ufficiale, probabilmente anche orale, come accadrà più tardi per il Belli, che lesse e tenne ben presenti i sonetti dialettali del Mattei. Curiosamente, a prefare la editio princeps del 1829 fu l’«austriacante e papalino» Angelo Maria Ricci, che pose sotto il suo patrocinio la poesia matteiana, peraltro dopo averne rimosso i sonetti più sconvenienti e aver ritoccato la riscrittura di non pochi versi. I più recenti studi restituiscono al M. un ruolo di primo piano nella letteratura dialettale nazionale.
L’elenco dei manoscritti e delle edizioni delle opere del M. è in Formichetti, 1979, pp. 189-210, 222-223.
Fonti e Bibl.: G. Vincentini, Vita di L. M. reatino, in Le vite degli Arcadi illustri, a cura di G.M. Crescimbeni, Roma 1710, pp. 167-191; A. De Nino, Briciole letterarie, II, Lanciano 1885, pp. 51-65; B. Campanelli, Fonetica del dialetto reatino, Torino 1896, passim; F. Egidi, Curiosità dialettali del secolo XVII, in Miscellanea per nozze Crocioni – Ruscelloni, Roma 1908, pp. 213-219; B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze 1971, p. 464; M. Colantoni, L. M. poeta in dialetto, in Rieti, I (1973), pp. 209-247; Belli italiano, a cura di R. Vighi, III, Roma 1973, p. 166; G. Formichetti, Inediti di L. M., in La Rass. della letteratura italiana, LXXXIII (1979), pp. 181-224; Id., Un intellettuale reatino del XVII secolo: L. M., in Lunario romano, X, Seicento e Settecento nel Lazio, a cura di R. Lefevre, Roma 1980, pp. 307-318; La Bibbia del Belli…, a cura di P. Gibellini, Milano 1987, pp. 203-208; P. Gibellini, I panni in Tevere: Belli romano e altri romaneschi, Roma 1989, pp. 74-79; G. Formichetti, Momenti delle poetica moderato-barocca: L. M. poeta e antiquario, in Id., I testi e la scrittura. Studi di letteratura italiana, Roma 1990, pp. 143-257; Id., M. quasi sconosciuto. I sonetti in dialetto reatino secondo la redazione dei codici Marchetti e Perotti, Rieti 1992; P. Trifone, Roma e il Lazio, in L’italiano nelle regioni. Lingue nazionali e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino 1992, pp. 569-572; U. Vignuzzi – P. Bertini Malgarini, Il canzoniere reatino di L. M., in Storia della letteratura italiana, V, La fine del Cinquecento e il Seicento, 2, a cura di E. Malato, Salerno 1997, pp. 801-803.
Scheda di Gianfranco Formichetti – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 72 (2008)-
Campagna Romana. Comune di Fiumicino-Torre di Maccarese nota come Torre Primavera
foto originali(2019) di Franco Leggeri per REDREPORT.
La torre “Primavera” si trova nel Comune di Fiumicino nei pressi di Fregene in fondo a viale Clementino nord-ovest. Fu fatta edificare sui resti di un’antica villa di Ciriaco Mattei in località “Primavera” alla foce dell’Arrone. Il nome “Primavera”, che riguarda l’intera area circostante la torre, deriva dal microclima particolarmente favorevole a cui la zona è soggetta. E’ qui che viveva la mandria di bufale degli antichi proprietari della zona, i Rospigliosi.
FIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre Primavera
Oltrepassato il caseggiato ci appare la massiccia mole della torre Primavera, alta 15 metri e a pianta quadrata. La torre possiede 4 piani e ogni piano ha un salone e due stanzette e per salire in cima c’è una scala. All’interno della torre c’è una botola che conduce ad un passaggio sotterraneo, che passa sotto l’Arrone. E’ molto profondo e lungo circa un kilometro e porta fino al Castello di Maccarese. La torre subì nel’ 500 un restauro che modificò la parte inferiore rendendola a sperone e rinforzò gli angoli con l’inserimento di blocchi di travertino. Fu voluta come molte altre torri di avvistamento, da Pio IV per sventare il pericolo delle incursioni Saracene che affliggevano frequentemente le popolazioni costiere.
L’ambiente naturale è purtroppo oggi deturpato dalla presenza del depuratore di Fregene. Fu comunque in occasione dei lavori di installazione di questo impianto, che fu ritrovata una barca romana che localizzerebbe in quest’area l’antico porto di Fregene. L’architetto Maurizio Silenzi nel suo libro “Il Porto di Roma” sostiene una suggestiva tesi che afferma la localizzazione di un porto sul fiume Arrone e la presenza di un faro allineato con quello più noto del porto di Claudio di Fiumicino. La torre Primavera sarebbe stata ubicata e costruita proprio sopra i resti del faro di Claudio. Silenzi porta a prova di ciò anche alcuni rilievi topografici e un’analisi approfondita del materiale esistente sotto l’intonaco più recente della torre che presenta l’inserimento di numerose pezzature marmoree bianche reperibili solo in siti dove sono presenti manufatti del periodo romano. L’Architetto afferma che la torre è stata costruita ristrutturando, in parte, murature esistenti con mattoni di fornace più recenti e mescolando materiali marmorei recuperati che facevano parte di un’antica costruzione riferibile al faro sull’Arrone.
Sulla torre Primavera c’è anche un’altra curiosità da riferire: forse le torri erano due! Infatti alcuni archeologi hanno individuato i resti di una costruzione antica anche sulla sponda di ponente dell’ Arrone. C’era un tempo dunque in cui le costruzioni erano due, ipotesi suggestiva ma probabilmente i resti sono di una villa della famiglia dei Cesi da cui prende il nome la zona Cesolina.
FIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Viale di Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre Primavera
FIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre Primavera
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-Fotoreportage di Franco Leggeri-Associazione CORNELIA ANTIQUA
ROMA- Gianicolo- LA CASA DI MICHELANGELO-
ROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLO
ROMA- Gianicolo- LA CASA DI MICHELANGELO-Come si legge dall’epigrafe :Questa è la facciata della casa detta di Michelangelo già in via delle Tre Pile –demolita nell’anno MCMXXX (1930) fu ricostruita ad ornamento della passeggiata pubblica – XXI aprile MCMXLI-XIX E.F.
Associazione CORNELIA ANTIQUA-Siete appassionati della Storia poco raccontata, quella da riscoprire e vi piace l’ Avventura ,oppure siete affascinati dalla bellezza della Campagna Romana ? Allora unisciti a noi. Ecco cosa facciamo: Produciamo Documentari e Fotoreportage, organizziamo viaggi ,escursioni domenicali e tantissime altre iniziative culturali.Tutti sono benvenuti nella nostra Associazione, non ha importanza l’età, noi vi aspettiamo !Per informazioni – e.mail.: cornelia.antiqua257@gmail.com– Cell-3930705272–ROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLOROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLOROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLOROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLOAssociazione CORNELIA ANTIQUA- Siete appassionati della Storia poco raccontata, quella da riscoprire e vi piace l’ Avventura ,oppure siete affascinati dalla bellezza della Campagna Romana ? Allora unisciti a noi. Ecco cosa facciamo: Produciamo Documentari e Fotoreportage, organizziamo viaggi ,escursioni domenicali e tantissime altre iniziative culturali.Tutti sono benvenuti nella nostra Associazione, non ha importanza l’età, noi vi aspettiamo !Per informazioni – e.mail.: cornelia.antiqua257@gmail.com– Cell-3930705272–
ROMA LA CASA DI MICHELANGELO AL GIANICOLOMichelangelo Buonarroti, vita Fonte: ansa Michelangelo Buonarroti è nato a Caprese nel 1475 e morto a Roma nel 1564. È stato uno scultore, pittore, architetto e poeta, era nato da un padre discendente di una famiglia fiorentina di tradizione guelfa che, alla nascita di Michelangelo, era podestà di Chiusi e di Caprese. La madre è morta quando Michelangelo aveva appena 6 anni. Avviato agli studi sotto la guida dell’umanista Francesco da Urbino, Michelangelo ha manifestato da subito tendenze artistiche. Incoraggiato da Francesco Granacci, è riuscito a convincere il padre e la famiglia e, nell’aprile 1488, è entrato come apprendista nella bottega dei pittori Domenico e David Ghirlandaio. Fin dal 1489 ha però preferito frequentare i giardini medicei di San Marco, per studiare le antiche sculture e i cartoni moderni ed imparare le tecniche della scultura sotto la guida di Bertoldo di Giovanni, allievo e collaboratore di Donatello. I disegni dei primi anni, copie di figure di maestri del passato, come Giotto e Masaccio, rivelano in Michelangelo una straordinaria capacità di orientarsi criticamente ed individuare i punti fondamentali della tradizione artistica, accogliendone l’eredità e ponendosi come il più diretto continuatore. Nei giardini di San Marco ha eseguito piccole figure in terracotta e una Testa di fauno in marmo, suscitando l’interesse e l’ammirazione di Lorenzo il Magnifico, che lo ha accolto nel suo palazzo di Via Larga, dove Michelangelo , preso a benvolere da Poliziano, è venuto in contatto con gli umanisti della cerchia medicea, assimilandone le dottrine platoniche. Tra la fine del 1490 e i primi mesi del 1492 ha scolpito la Madonna della scala e la Battaglia dei Centauri e dei Lapiti. Alla morte di Lorenzo il Magnifico, è tornato nella casa paterna continuando a scolpire e intensificando gli studi di anatomia grazie alla dissezione di cadaveri che gli venivano procurati di nascosto dal priore di Santo Spirito, per il quale ha eseguito un Crocifisso ligneo. Michelangelo, biografia Agli anni 1493 e 1494 risale anche la profonda impressione suscitata nell’animo dell’artista dalla predicazione di Savonarola. Nell’ottobre del 1494, sconvolto dalle sommosse che avrebbero portato in breve alla caduta dei Medici, ha abbandonato Firenze, rifugiandosi prima a Venezia e poi a Bologna, dove è rimasto per circa un anno presso Gianfrancesco Aldrovandi. In questo periodo ha scolpito per l’arca di San Domenico due piccole figure (San Procolo e San Petronio) e un Angelo inginocchiato. Tornato a Firenze alla fine del 1495, vi è rimasto 6 mesi, durante i quali ha eseguito un Cupido dormiente e un San Giovannino. Dopo, forse a causa della mancanza di commissioni nella repubblica savonaroliana, si è recato a Roma, conquistando in pochi anni una grande rinomanza con il Bacco, scolpito per il banchiere Iacopo Galli, e con la Pietà vaticana, realizzata per il cardinale francese Jean Bilhères de Lagraulas. Di nuovo a Firenze nella primavera del 1501, vi è rimasto per quattro anni, ricevendo importanti commissioni da privati, dalla signoria, dall’Opera del duomo e dalle più potenti corporazioni: commissioni che testimoniano il continuo e rapidissimo crescere della sua fama. Stilisticamente vicina alla Pietà vaticana è la severa immagine della Madonna col Bambino di Bruges, mentre il tondo Pitti (la Vergine col Figlio e san Giovannino) e il tondo Taddei, scolpiti qualche tempo più tardi, rivelano l’interesse per l’opera di Leonardo che, presente a Firenze in quegli anni, aveva esposto alla Santissima Annunziata il cartone della Santa Anna, suscitando enorme ammirazione. Delle 15 statuette per l’altare Piccolomini nel duomo di Siena, previste in un contratto del giugno 1501, solo 4 sono state fornite ed eseguite in gran parte da Baccio da Montelupo su disegni di Michelangelo, che ha lasciato incompiuto anche un David bronzeo ordinatogli dalla signoria nel 1502 per il maresciallo Pierre de Rohan. L’opera che ha impegnato maggiormente l’artista fra l’agosto 1501 e l’aprile 1504 è stata il David marmoreo, destinato a Santa Maria del Fiore ma collocato davanti all’ingresso del palazzo della Signoria. Allo stupore per il prodigioso virtuosismo tecnico dell’artista, che ha saputo trarre la gigantesca figura, senza aggiungere altri pezzi, da un enorme blocco già sbozzato quarant’anni prima da Agostino di Duccio e poi abbandonato, è stata senza dubbio superiore l’ammirazione per la resa della struttura e dei minimi particolari anatomici del corpo vigoroso, in posizione di stasi, ma carico di tensione, pronto all’azione, e per l’energica caratterizzazione del volto che riflette l’ideale rinascimentale dell’uomo libero e creatore del proprio destino. Michelangelo Buonarroti, riassunto Altra commissione di grande prestigio, da parte del gonfaloniere Soderini, è stata quella di un affresco raffigurante la Battaglia di Cascina per il salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Poco prima del cartone della Battaglia di Cascina, Michelangelo aveva dipinto per Agnolo Doni un tondo con la Sacra Famiglia, in cui le tre vigorose figure in primo piano, annodate da una catena di movimenti a spirale, sono inserite in uno spazio articolato che anticipa motivi propri dei pittori manieristi. L’invito a Roma da parte di Giulio II nel marzo 1505 e l’incarico di costruire il monumento funebre del pontefice hanno acceso la fantasia dell’artista che si è messo all’opera con entusiasmo, ideando un complesso architettonico che doveva sfidare la grandiosità degli antichi mausolei. Il progetto prevedeva un edificio di forma rettangolare con una cella funeraria coperta a cupola. All’esterno nell’ordine inferiore le 4 facciate erano divise da pilastri, con figure di Schiavi addossate, che racchiudevano nicchie con immagini di Vittorie. Più in alto quattro grandi figure rappresentavano il Vecchio e il Nuovo Testamento (Mosè e San Paolo) e la Vita attiva e la Vita contemplativa. Il coronamento era costituito dalle allegorie del Cielo e della Terra (o da due angeli) sorreggenti un’urna. Dopo un soggiorno di 8 mesi a Carrara per la scelta e l’estrazione dei marmi necessari, Michelangelo è tornato a Roma, impaziente di iniziare a scolpire, ma il pontefice nel frattempo aveva deciso di far erigere il nuovo San Pietro secondo i piani di Bramante. Michelangelo ha lasciato Roma il giorno prima dell’inizio dei lavori ed è tornato Firenze il 17 agosto 1506, inseguito invano dai messi papali e da lettere minacciose che gli ingiungevano di ritornare “sotto pena della sua disgrazia”. Tramite Giuliano da Sangallo ha offerto al papa di continuare a occuparsi del monumento a Firenze, dove è rimasto tre mesi riprendendo i lavori per la Battaglia di Cascina e per il San Matteo, l’unica iniziata delle 12 statue di apostoli commissionate dall’Opera di Santa Maria del Fiore nel 1503. Alla fine di novembre, in seguito alle continue sollecitazioni di Soderini, ha raggiunto a Bologna Giulio II ed ha fatto pace con lui, accettando l’ordinazione di una grande statua in bronzo raffigurante il pontefice. La scultura, che è costata a Michelangelo più di un anno di fatiche, è stata collocata sulla facciata di San Petronio nel febbraio 1508, ma tre anni dopo è stata distrutta in seguito al ritorno dei Bentivoglio. Il contratto per la decorazione ad affresco della volta della Cappella Sistina è stato sottoscritto nel maggio 1508: Michelangelo, accettato l’incarico con riluttanza, si è presto appassionato all’opera, ampliandone il programma e riversandovi tutto il patrimonio di idee e visioni che si erano accumulate in lui, fin dal tempo dei primi progetti per la sepoltura di Giulio II. Figure e architettura dipinta sono legate in un moto ascensionale che coinvolge lo spettatore, spingendone lo sguardo, oltre le gigantesche figure dei Profeti e delle Sibille, verso le Storie della Genesi, che raffigurano insieme le vicende dell’umanità “ante legem” e l’ascesa dell’anima all’intuizione del divino. Terminati gli affreschi Michelangelo ha ripreso i lavori per la sepoltura di Giulio II, firmando, dopo la morte del pontefice, un secondo contratto (maggio 1513), modificando e ingrandendo in parte il progetto originario ed eseguendo, nello spazio di tre anni, due figure di Schiavi e il Mosè. Un terzo contratto per il monumento, con un progetto ridotto nelle dimensioni, è stato stipulato nel 1516, ma neppure allora l’opera è stata condotta a termine a causa dei continui impegni dell’artista. La stessa sorte è toccata ai successivi progetti del 1526 e del 1532. Solo la sesta versione del monumento (1542), freddo riflesso del grandioso sogno giovanile, affidata in gran parte all’esecuzione degli aiuti, è stata terminata e collocata in San Pietro in Vincoli (1545). Le opere di Michelangelo A Giulio II era succeduto Leone X, il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo, legato al Buonarroti da buoni rapporti fin dalla giovinezza. Dal nuovo pontefice Michelangelo ha ottenuto il primo importante incarico di natura architettonica: l’esecuzione della facciata di San Lorenzo a Firenze. Michelangelo ha preparato il modello in breve tempo (maggio-settembre 1517) e ha iniziato a occuparsi dell’estrazione dei marmi dalle cave di Carrara e Pietrasanta, ma nel marzo 1520, forse a causa della difficoltà di reperire i fondi necessari all’impresa, il papa ha annullato il contratto, sostituendo l’incarico con quello di trasformare una cappella di San Lorenzo in cappella funeraria dei Medici. Alla fine Michelangelo ha accettato la nuova commissione ed è rimasto a Firenze nonostante le sollecitazioni degli amici romani a trasferirsi a Roma dove gli incarichi più ambiti presso la corte pontificia erano rimasti vacanti alla morte di Raffaello. Il progetto definitivo per la Sacrestia Nuova di San Lorenzo e le tombe medicee è stato approvato all’inizio del 1521 e, nel 1525, l’organizzazione architettonica era già compiuta nelle parti fondamentali. Un anno prima era iniziata anche l’esecuzione delle statue per le tombe di Lorenzo, duca di Urbino, e di Giuliano, duca di Nemours. Ai lavori per la Sacrestia Nuova si intrecciarono quelli per la costruzione di una libreria nel convento di San Lorenzo, di cui Michelangelo aveva ricevuto la commissione da Clemente VII nel dicembre 1523. Approvati i primi progetti, che probabilmente già prevedevano una sala rettangolare e un vestibolo, l’esecuzione ha avuto inizio nell’agosto 1524. I lavori, interrotti nel 1526, sono stati ripresi solo 23 anni dopo. Il periodo seguente è stato tra i più travagliati della vita di Michelangelo che, dopo il sacco di Roma e la cacciata dei Medici da Firenze, ha abbracciato la causa repubblicana, entrando a far parte dei “Nove della milizia” e accettando (6 aprile 1529) la carica di “governatore e procuratore generale sopra alla fabrica et fortificazione delle mura delle città”. Si è recato allora a Ferrara per studiare le celebri opere difensive, ricevuto con grande onore dal duca Alfonso I d’Este, per il quale ha dipinto una Leda, e, di ritorno a Firenze, ha eseguito una serie di progetti per le mura e le porte, non realizzati per l’opposizione del gonfaloniere Niccolò Capponi. Il 21 settembre, presentendo il tradimento del Baglioni, non trovando ascolto presso la signoria, ha lasciato Firenze riparando a Venezia, incerto se proseguire per la Francia. Bandito dalla repubblica, il 15 dicembre è tornato nella città assediata dalle truppe imperiali e papali, riprendendo i lavori alle fortificazioni. Caduta la città (12 agosto 1530), si è dovuto nascondere per sfuggire a vendette private, finché non ha ottenuto il perdono di Clemente VII. Ha ripreso allora i lavori abbandonati alle tombe medicee ed è stato costretto anche ad accettare commissioni dai vincitori: un David-Apollo e progetti di una casa per il commissario pontificio Baccio Valori. Fonte: ansa Il Giudizio universale Tra il 1532 e il 1534 ha scolpito una figura virile di Vittoria e 4 Prigioni per la tomba di Giulio II. Insofferente per la nuova situazione politica di Firenze, venuto meno, anche in seguito alla morte del padre, ogni legame con la città, nel 1534 si è stabilito a Roma, accogliendo l’invito di Clemente VII e l’incarico di dipingere sulla parete dell’altare nella Cappella Sistina il Giudizio universale. Alla morte di Clemente VII la commissione gli è stata confermata dal nuovo pontefice Paolo III e l’affresco, iniziato nel 1536, è stato scoperto il 31 ottobre 1541. Sconvolgendo la tradizionale iconografia del tema, l’artista ha raffigurato l’atto finale della storia dell’umanità in uno spazio infinito, un cielo senza confini, rischiarato in basso da lividi bagliori, contro il quale si stagliano con violento contrasto quasi 400 figure, raggruppate senza ordine di piani e di grandezze, trascinate in un turbine che le travolge con moto vorticoso, scatenato dal gesto terribile del Cristo-Giudice che appare, in mezzo alla disperazione dei dannati e allo sgomento di santi, martiri e beati, nello splendore di un nimbo luminoso. Con il Giudizio, l’opera di Michelangelo appare, già agli occhi dei contemporanei, il momento culminante della secolare tradizione artistica, ma allo stesso tempo anche rivoluzionaria e polemica nei confronti della tradizione stessa. Le certezze morali e intellettuali del primo Rinascimento, la concezione dell’uomo padrone del proprio destino e la celebrazione della sua indomabile energia lasciano il passo alla visione di una immane tragedia che travolge l’umanità intera, dolente e sgomenta di fronte alla imperscrutabile condanna e al senso della propria fragilità e impotenza. Ma il Giudizio è stato anche l’opera che ha aperto la polemica fra i denigratori e gli esaltatori dell’opera di Michelangelo: da un lato c’erano le accuse di irreligiosità, di abbandono dell’iconografia tradizionale e di scandalosa licenza; dall’altro l’esaltazione della sua opera come conclusione di un grandioso processo e la celebrazione dell’artista e della tradizione fiorentina. Altre opere Contemporaneo all’affresco del Giudizio è il busto di Bruto, eseguito per il cardinale Ridolfi, uno degli esuli fiorentini che Michelangelo ha frequentato assiduamente a Roma. Al decennio seguente, oltre alla definitiva collocazione in San Pietro in Vincoli della tomba di Giulio II, per la quale l’artista ha eseguito allora le figure di Lia e Rachele, appartengono gli affreschi della Cappella Paolina, con la Conversione di Saulo (1542-1545) e il Martirio di san Pietro (1546-1550). Negli ultimi 20 anni gli interessi di Buonarroti, giunto al culmine della fama e circondato dall’ammirazione delle giovani generazioni di artisti che si sforzavano di imitare le sue opere, si spostarono verso l’attività architettonica. In questo periodo Michelangelo, oltre a inviare a Firenze istruzioni per i lavori conclusivi della Biblioteca laurenziana, ha progettato la sistemazione prospettica e monumentale di Piazza del Campidoglio, la ricostruzione a pianta centrale della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini (1550-1559), la trasformazione del tepidarium delle terme di Diocleziano nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Ha poi preparato disegni per la cappella Sforza in Santa Maria Maggiore e per Porta Pia; ha continuato, dopo la morte di Antonio da Sangallo il Giovane (1546), la costruzione di Palazzo Farnese; ed ha assunto la direzione dei lavori per la nuova Basilica Vaticana (dal gennaio 1547). Scartando i progetti di Raffaello e del Sangallo, è voluto tornare alla pianta centrale bramantesca ed ha concepito l’edificio come un colossale organismo plastico, trasferendo all’esterno l’ordine gigante dei pilastri che costituiva il nucleo della struttura interna e convogliando nella grande cupola la tensione di tutte le membrature. Le sculture degli ultimi anni (la Pietà da Palestrina, la Pietà del Duomo di Firenze e la Pietà Rondanini) riprendevano un unico tema: il compianto sul Cristo morto, interpretato nelle ultime due come superamento del dolore in una beatitudine per l’abbandono del carcere terreno. Michelangelo poeta Di Michelangelo rimangono inoltre un nutrito epistolario e circa 300 componimenti poetici, pochi anteriori al 1520, anche se è probabile che l’attività poetica sia iniziata già negli anni giovanili, stimolata dalla lezione dei poeti e dal fatto che l’artista aveva trascorso gli anni della sua formazione artistica e spirituale in un ambiente di straordinaria vivacità culturale. Buonarroti trovava nell’esercizio letterario un mezzo per fissare e chiarire pensieri e moti dell’animo, ma è indubbio che solo piuttosto tardi, trovata dopo molti tentativi una propria misura espressiva, si è dedicato alla poesia con una certa assiduità. A partire dal quarto decennio del secolo motivi centrali del suo canzoniere sono state le teorie platoniche sull’amore. L’esaltazione della bellezza fisica come manifestazione di un’armonia spirituale, rivelazione e incarnazione del divino, si accompagnava alla concezione dell’amore non come vincolo umano, ma come legame universale. Nelle rime degli ultimi anni, invece, sono diventati temi dominanti i motivi di carattere religioso: pensieri di morte e senso angoscioso del peccato, disperazione della salvezza e invocazioni. Le Rime occupano un posto di rilievo nella lirica del Cinquecento, soprattutto per il loro tono particolare, energico e austero, che tradisce la tensione verso una più intensa potenza espressiva. Molto importante è anche l’epistolario che, pur contenendo rari accenni all’attività artistica, permette di approfondire la conoscenza del suo mondo interiore, rivelando l’attaccamento al nucleo familiare, la devozione per il padre, l’animo impaziente e travagliato, la scontrosa e sospettosa solitudine, la generosità e una vocazione espressiva. Michelangelo è morto a 88 anni, dopo breve malattia, il 18 febbraio 1564, nella sua casa di Macel dei Corvi, a Roma. Il suo corpo, segretamente trasportato a Firenze dal nipote Leonardo, è stato sepolto in Santa Croce.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-
11) Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina -Premio Nobel per la Medicina nel 1945-
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 11) Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina- Premio Nobel per la Medicina nel 1944
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 11) Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina- Premio Nobel per la Medicina nel 1945 -Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni–
– Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
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Roma l
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 11) Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina- Premio Nobel per la Medicina nel 1944Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da vari Blog e siti web-
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Biografia di Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina-Premio Nobel per la Medicina nel 1945-
Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina-Premio Nobel per la Medicina nel 1945-Batteriologo inglese (Lochfield, Scozia, 1881 – Londra 1955); prof. di batteriologia nell’univ. di Londra e direttore dell’Inoculation Department del St. Mary’s Hospital; accademico pontificio (1946) e socio straniero dei Lincei (1947)-Alexander nasce il 6 agosto 1881, in una zona rurale nei pressi di Darvelen Ayrshire (Scozia) in una famiglia composta dai genitori e da tre fratelli nati dal secondo matrimonio del padre. Passa l’infanzia e la preadolescenza studiando nelle scuole della zona, dopodiché intorno ai 14 anni si trasferisce a Londra, città in cui convive con uno dei fratelli che studia medicina.
Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina -Premio Nobel per la Medicina nel 1945
La vita dell’uomo che avrebbe scoperto il primo antibatterico della storia è molto più normale di quanto potremmo immaginare: nella capitale inglese, infatti, Alexander frequenta prima il Regent Street Polytechnic Institute e poi per quattro anni lavora in una compagnia che si occupa di spedizioni. Insomma, fa l’impiegato.
Nel 1901 la sua vita prende un’altra piega: eredita dallo zio John una piccola somma di denaro e successivamente il fratello lo convince a iscriversi alla Scuola di Medicina Saint Mary dell’Università di Londra.Durante questi anni entra a far parte del club dei fucilieri dell’università e il suo capitano gli consiglia di unirsi al gruppo di ricerca della facoltà di medicina. È così che Alexander diventa l’assistente batteriologo di Sir Almroth Wright, uno dei primi studiosi di immunologia.
Se inizialmente era intenzionato a diventare un chirurgo, grazie all’esperienza in laboratorio Alexander cambia idea e capisce che quella della batteriologia sarebbe stata la sua strada.
Nel 1906 si laurea in medicina e chirurgia e solamente due anni dopo vince la medaglia d’oro dell’Università e inizia la carriera come Professore sempre all’interno dell’Ateneo.
Nel 1915 si sposa con Sarah Marion McElroy ma durante la Prima Guerra Mondiale viene inviato al fronte occidentale francese per assistere e curare i feriti di guerra. Qui affronta moltissimi casi di setticemia, cancrena e tetano, ed è costretto a mettere alla prova tutte le sue capacità come medico e, in particolare, come batteriologo.
Terminata la guerra Alexander può tornare finalmente a casa: è l’inizio di un nuovo capitolo della sua vita che lo porterà a diventare uno dei precursori della medicina moderna.
La prima grande scoperta arriva nel 1922: il lisozima.
Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina -Premio Nobel per la Medicina nel 1945
Il lisozima (dal greco lysis = dissoluzione) è un enzima, una sostanza composta da proteine che il nostro corpo utilizza per prevenire le infezioni e che è presente nelle lacrime, nelle secrezioni nasali e nella saliva. Alexander scopre l’esistenza di una potente barriera che produciamo autonomamente e che mentre a noi non causa nessun danno, è nociva per i batteri (anche se in modo piuttosto blando).Ma come avviene la scoperta? Casualmente, come spesso accadde nella storia di quest’uomo.
Alexander aveva semplicemente lasciato in un recipiente un po’ del suo stesso muco nasale per qualche settimana e poi, una volta rientrato in laboratorio, aveva notato che si erano sviluppati dei microbi in tutto il recipiente, tranne in quelle zone dove c’era il suo muco.
Decide così di ripetere l’esperimento con altre sostanze che normalmente produce il nostro corpo come le lacrime e la saliva e capisce che tutte contengono un antibatterico, per quanto leggero, del tutto naturale. Non era però in grado di isolarlo perché, purtroppo, nel laboratorio mancava un chimico.
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 11) Alexander Fleming- Batteriologo, scopritore della penicillina- Premio Nobel per la Medicina nel 1944
Grazie allo studio del lisozima e alcune ricerche sulle muffe svolte negli anni successivi, si realizza anche la più grande scoperta di Alexander: la penicillina. È il 1928 e nel suo laboratorio sta studiando e coltivando lo stafilococco, un comune batterio che vive sulla superficie e all’interno del nostro corpo, ma che può generare delle patologie in circostanze particolari.
Anche in questo caso Alexander dopo qualche giorno di assenza torna in laboratorio e scopre che una muffa ha contaminato uno dei recipienti che contenevano una cultura di stafilococchi. La cosa strabiliante è che la colonia di stafilococco a contatto con muffa era stata totalmente distrutta. Il motivo? La muffa, appartenente al genere Penicillium, produceva una sostanza in grado di annientare i batteri. Il 7 marzo del 1929 la sostanza prodotta dalla muffa prende il nome di penicillina.
Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma
Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma
Anche in questo caso sono necessari moltissimi altri test di laboratorio per verificare l’efficacia di questa nuova sostanza scoperta, ma – nonostante gli incoraggianti risultati ottenuti – la penicillina diventerà un medicinale diffuso e utilizzato solo 15 anni dopo. Ad aiutare il processo di ingresso della penicillina nel grande mondo dei medicinali furono due studiosi di Oxford, Howard Florey ed Ernst Boris Chain che isolarono la penicillina pura, di gran lunga più efficace di quella grezza prodotta naturalmente dalla muffa. Furono loro ad entrare in contatto con le case farmaceutiche statunitensi e a fare in modo che la penicillina fosse prodotta in enormi quantità.
Nel 1944 Alexander viene nominato Sir, titolo onorifico nei paesi anglofoni, e riceve il Premio Nobel per la Medicina insieme a Florey e Chain.Alexander è spesso collegato al tema della serendipità o – in inglese – “serendipity”. Si tratta della capacità o la fortuna di fare per caso delle scoperte importanti mentre si sta cercando (o in questo caso studiando) altro, come sono state quelle di Alexander in ambito medico-scientifico.
La grandezza di questo medico sta nell’aver predisposto tutte le condizioni affinché le scoperte potessero avvenire e, dall’altro lato, aver saputo osservare i fenomeni che si generavano ed essere riuscito ad interpretarli.Nel 1947 viene a mancare il maestro di Alexander, Sir Almroth Wright, e due anni dopo purtroppo viene a mancare la moglie, Sarah.
Nel 1953 Alexander sposerà la sua seconda moglie, la microbiologa Amalia Coutsoris-Voureka con cui aveva stretto un legame negli anni dopo essere stati colleghi al Saint Mary.Il Dottor Alexander Fleming muore d’infarto l’11 marzo del 1955 a soli 74 anni.
Biografia a cura diA cura di Camilla Ferrario-Fonte-Geopop è un progetto editoriale di Ciaopeople.- https://www.geopop.it/
l’Associazione Graffiti Zero, associazione che promuove l’integrazione fra la Street ha realizzato i Murales dell’Ospedale Spallanzani di Roma
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Franco Leggeri brani dal libro “Murales Castelnuovesi” :IL GIORNO DELLA MEMORIA-Tra Storia e Contro-storia-
Franco Leggeri brani dal libro “Murales Castelnuovesi” –Castelnuovo di Farfa-Il mattino a Castelnuovo, al risveglio, certe volte, mi piace prendere tempo per poi decidere se scriverò qualcosa. Ogni risveglio lo devo immaginare come il ritorno a Castelnuovo per la prima volta, cercando di pensarlo circondato da una terra sconosciuta :la Valle del Farfa. Poi prende il sopravvento il profumo del caffè e così inizio un nuovo giorno con il foglio bianco e una carovana di pensieri da trascrivere. Una collezione di immagini che pian piano si andranno, possibilmente, a sistemarsi nello spazio delle pagine non scritte. Poi uscire dalla staticità e, al terzo caffè, iniziare un viaggio negli scaffali dei libri che forse non leggerò .Muovo i libri come pedine nella scacchiera della mente , quasi sempre,poi, il desiderio di scrivere mi riporta alla scrivania. Sì, così esco dalla notte ,dai pensieri e dai disegni bui . Segni poggiati nel nulla e nel nero ma poi , pian piano, la planimetria e il progetto della pagina diventa chiaro e ben definito. E’ questo un Gennaio diverso, freddo ma con un silenzio che ricorda il momento triste della pandemia. Oggi è il GIORNO DELLA MEMORIA, e allora ecco di cosa scrivere su questo foglio bianco. Il 27 gennaio, qui a Castelnuovo, sono tutti eruditi e acculturati “storici “ .Peccato che i cosiddetti “storici” alla “castelnuovese” non ricordino perché e come iniziò l’orribile olocausto. Ma voi che vi riempite la bocca di “MEMORIA”, sì dico a voi che, con le vostre bocche piene delle parole “cultura e memoria”, gridate e vi stracciate le vostre giacchette “firmate” e continuate tutte le volte a dire e a scrivere :”Affinché non accada mai più! “. E anche oggi continuate a dirlo!E allora vi chiedo se veramente ricordate com’è iniziato l’orribile olocausto.Non certo con i campi di sterminio, non certo con i lager, non certo con le deportazioni di massa.Iniziò con l’eliminazione del dissenso, con il controllo e la paura. Iniziò con l’eugenetica. Iniziò con la divisione del popolo in categorie. Iniziò con il sospetto e la sfiducia del vicino. Voi che riempite le vostre bocche della parola “MEMORIA”, poi isolate le persone solo perché di intralcio alla vostra narrazione tesa a coprire le vostre politiche. Voi che predicate la Democrazia, siete stati i creatori del “LISTONE UNICO” , di triste memoria, oggi al “potere”. Voi isolate e cancellate la VERA STORIA CASTELNUOVESE, manovrandola e incanalandola nella direzione , a beneficio, del vostro “potere” . Credo che “la clessidra” e “il vostro tempo” si stia esaurendo, ma continuerete a cercare ogni scappatoia per galleggiare ancora per un po’. Credo che ognuno di voi avrà presto una casella che si è costruita nei “Gironi” del Nostro Castelnuovo. Concludo questa mia nota con i versi del Sommo Poeta:” E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139)”.
Castelnuovo di Farfa-Disegno di Tatiana Concas
Castelnuovo di Farfa :” La SMEMORIZZAZIONE” dei Giovani castelnuovesi e gli avvinazzati “AMARCOD da CANTINA” .
Castelnuovo di Farfa-A Castelnuovo è in atto una operazione di “SMEMORIZZAZIONE” . Operazione di pura barbarie porta avanti da individui “APPECORONATI” e “ACCAPEZZATI” che conducono, da sempre, una vita da servi e ascari dei vari capibastone. Questi personaggi, ahimè, sono addetti alla demolizione di Castelnuovo. Questi barbari ne distruggono la storia , le tradizioni ed esiliano, culturalmente, i nativi non graditi ai capibastone. Evidentemente questi ascari ,ed i vari sotto panza, non comprendendo che senza memoria storica le società , in particolare le piccole comunità, sono candidate all’autodistruzione se non a quella fisica: certamente a quella morale e culturale. Gli appecoronati castelnuovesi non comprendono che la storia serve certamente a conoscere il passato: ma in funzione del presente e nella prospettiva del futuro. E’ questo, a mio avviso, che sta avvenendo a Castelnuovo. La maggior parte dei giovani castelnuovesi è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale è mancato ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono e non hanno radici che si nutrono dell’Orgoglio Castelnuovese. E dunque, se non è una scempiaggine, è per lo meno un’ingenuità ritenere che il passato sia passato del tutto o stia sepolto o fermo nella “teca del tempo”. Al passato, anche il più gravoso, – certo se ne abbiamo la forza e la capacità –, può essere restituita energia, fino a farne sprizzare fuori qualcosa di utile non solo per il presente ma anche per il futuro. Se tutto questo discorso vale per la storia in generale credo che sia ancor più valido per la storia locale. Voglio ricordare ai giovani castelnuovesi che la prima identità si forma nei luoghi dove nasciamo. L’identità è ,in gran parte, un abito dismesso da chi ci ha preceduto, noi lo ritroviamo, lo rattoppiamo e se il rammendo sarà eseguito bene allora l’abito diventa anche più bello di quello che abbiamo trovato. Ma se di quell’abito dismesso,-memoria-, ci vergogniamo e lo buttiamo allora indossiamo altri abiti e questo, ahimè, nel tentativo di travestirci da quello che non siamo e , quindi, noi crediamo di esistere solo se rassomigliamo a qualcuno visto in qualche altra parte ma sicuramente non a Castelnuovo allora , sicuramente, non saremo mai veri castelnuovesi.
La FONTANELLA della PIAZZETTA-Disegno di Tatiana CONCAS
CASTELNUOVO DI FARFA La FONTANELLA della PIAZZETTA
Castelnuovo di Farfa (Rieti)
nei disegni di Francesca Vanoncini-
La Fontanella della Piazzetta
Franco Leggeri –Castelnuovese
Franco Leggeri-POESIA Castelnuovo noi che siamo andati via-Biblioteca DEA SABINA
dall’introduzione Murales Castelnuvesi :“-………..E’ innegabile che la maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – già detto tutto. Ho cercato di raccogliere, scrivere, un flusso tempestoso o calmo di pensieri: Emozioni che ho cercato di trasformare in poesia. Ho cercato di attraversare il confine verso la prateria della poesia, dove riposano i Castelnuovesi………..”.
Castelnuovo noi che siamo andati via.
Noi castelnuovesi che abbiamo viaggiato dietro la polvere
alzata dagli zoccoli dei cavalli del padrone.
Noi che abbiamo bevuto l’acqua del nostro fiume Farfa
e mangiato il pesce pescato in quelle Gole
maestre del nostro nuoto .
Castelnuovo , siamo andati via
seguendo la luna del mattino
tra gli sguardi nascosti dietro le finestre.
Siamo andati via cercando il sole,
il suo nascondiglio dietro Fara.
Siamo andati via , non ricordo, o non voglio ricordare la stagione
dei silenzi, madre dei nostri mille perché.
Siamo andati via noi che conoscevamo
il suono della cedra solo dal racconto dei vecchi castelnuovesi
guerrieri reduci di assurde e folli guerre in terre lontane.
Siamo andati via , noi poveri tra i poveri,
accolti da Pasolini e da Mamma Roma.
Siamo stati neorealismo e protagonisti
di pellicole in bianco e nero.
Castelnuovo, noi torniamo con le nostre cicatrici e i nostri racconti.
Noi castelnuovesi abbiamo nostalgia
dei vecchi sorrisi , di volti amici,
siamo tornati con lo zaino ancora pieno di perché.
Siamo tornati alla ricerca dei suoni e voci antiche,
quelle conservate in angoli chiusi e bui.
Siamo tornati per rileggere lapidi a noi care.
Castelnuovo, siamo tornati ora
tra sguardi estranei alle nostre cicatrici.
Eppure, Castelnuovo
noi non siamo mai andati via
perché abbiamo nelle nostre vene il tuo sangue.
Torniamo a prenderci e testimoniare quel che nessuno
potrà mai riscrivere o certificare: la nostra Storia.
La Storia quella che abbiamo lasciato
chiusa dietro le nostre vecchie porte.
Castelnuovo, si quelle porte dove aspettavamo
di uscire dietro i passi certi da seguire.
Castelnuovo, siamo tornati forti con il coraggio di terminare
l’inverno e l’amara stagione dei rancori e dell’odio.
Franco Leggeri Fotoreportage -Castelnuovo di Farfa (Rieti)-
Castelnuovo di Farfa (Rieti) Via Roma Est-Le Mura Medievali
Franco Leggeri Fotoreportage e Articolo -Castelnuovo di Farfa-La notte estiva castelnuovese con il suo splendido cielo e le sue stelle simili a margherite ed ecco il miracolo del giallo notturno. I bar sono illuminati da una luce gialla che attira le falene, così irrimediabilmente attratte da essa. Le falene sembrano ripetere il passeggio della gente , alcune si posano sulle sedie accatastate, come essere in attesa del caffè. In questa notte blu che si contrappone al colore giallo dei bar castelnuovesi, se passeggi per la strada, via Roma, sembra di entrare in un dipinto. Diventa lo sguardo un pennello che deposita colori che delimitano i contorni di questa notte castelnuovese . Gli occhi si soffermano, indugiano, su ogni elemento della composizione di questa splendida scenografia castelnuovese.
Castelnuovo di Farfa (Rieti) La Piazza comunale
Sono un ammiratore inguaribile del grande scrittore Ernest Hemingway e vorrei immaginare se anche qui in qui in questa notte e nei bar castelnuovesi , avrebbe lasciata scritto : “My mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita”, credo di si. Nella notte castelnuovese , se la sai vivere, ti riserva , se lo sai individuare, l’angolo “intellettuale”. Un angolo che sarebbe o farebbe la felicità per gli amanti della fotografia, della pittura e dell’architettura del paesaggio, così come l’interpreta e la descrive Goethe. Ai passeggiatori attenti e amanti della notte castlnuovese non può essere sfuggito che la Valle , dominata da Castelnuovo, è una visione, uno stato d’animo, sensibilità per l’astratto e immateriale che solo loro, gli Artisti e i bambini lo sanno individuare e vivere. Parlo di quel particolare momento, durante il crepuscolo, che preannuncia il passaggio dalla luce al buio: la cosiddetta “Ora Blu”. “L’heure bleue”, cara alla poetica , alla contemplazione e ai voli immensi che solo i notturni sottolineati dalle note di Chopin sanno trasformare la realtà in estasi che, poi, si sveglia alle note del Jazz. Ai Bar di castelnuovo potresti ordinare un mojito e se ti allontani per gustarlo , per esempio sulla piazza da qui puoi estasiarti nel vedere la “luce della notte” che illumina la Valle e, se osservi attentamente, scopri che la Valle non è solamente illuminata , ma è baciata, con dolcezza, dal cielo stellato di questo caldo agosto castelnuovese; visioni che solo qui puoi scoprire perché il cielo sopra Castelnuovo è affollato di stelle che disegnano e sottolineano un’architettura dell’immaginario, il suo silenzio, e accende la natura che diventa palcoscenico teatrale o set cinematografico, un ponte tra il reale e il fantastico che, tra un mojito e l’altro, ti consente di compiere incursioni nel fiabesco e nel magico. Sensazioni che solo in queste notti d’estate qui a Castelnuovo,ai tavoli dei Bar di Castelnuovo oppure passeggiando per le sue vie e immergendoti nel silenzio delle case addormentate riesci a scoprirle. Solo “l’ora bleu” di Castelnuovo genera sensazioni, visioni suggestive e sempre originali sino al limite della fantasia. Immaginate se Ernest Hemingway qui seduto nella piazza “all’Here Blue” a gustare il suo rum, chissà, forse, avrebbe scritto: “Il Vecchio e la Valle del Farfa”, o no?Metti una notte estiva a Castelnuovo, immaginate di passeggiare lungo via Roma , io l’ho fatto, sembra di essere in una notte stellata tra i boulevard e i caffè illuminati di Parigi.
Articolo e Fotoreportage di Franco Leggeri
Castelnuovo lo ami sempre di più fino a che non si arrende.
Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo Marconi-Via Arco Cherubini-Foto di Franco Leggeri
Castelnuovo di Farfa (Rieti) La Piazza comunaleCastelnuovo di Farfa, via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) Bar Stella
Castelnuovo di Farfa (Rieti) Piccolo Bar della Signora AlmaCastelnuovo di Farfa (Rieti) La vecchia locanda “Da Riccardo”Castelnuovo di Farfa (Rieti)- La piazza comunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) Biblioteca Luigi CianniCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via RomaCastelnuovo di Farfa (Rieti) -La Piazza Comunale-Foto di Franco LeggeriCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via RomaCastelnuovo di Farfa (Rieti) La Porticina-Piazza Umberto I°Castelnuovo di Farfa (Rieti) Via Roma Est-Le Mura MedievaliCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via Roma Est-Castelnuovo di Farfa (Rieti) Via Roma Est-Castelnuovo di Farfa (Rieti) La Piazza comunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) La Piazzetta-La fontanellaCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) Via Coronari
Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Garibaldi-incrocio con CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Garibaldi-Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Coronari-incrocio con via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma OvestCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma OvestCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma Ovest-Mura MedievaliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma Ovest-Ingresso pedonale al Parcheggio pubblicoCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Piazza della chiesa-via Guglielmo MarconiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via PerelliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via PerelliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazzetta-La FontanellaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Il GhettoCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Cortile Palazzo Eredi Salustri-GalliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma EstCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma , la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Castello-La FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma-La FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Castello, Torre dell’OrologioCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Regina MargheritaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo MarconiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo MarconiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo Marconi-Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Monte Cavallo -La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Monte Cavallo -La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Monte Cavallo -La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Monte Cavallo -La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – chiesa Madonna degli AngeliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – chiesa Madonna degli AngeliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma OvestCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma Ovest-Bar StellaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) –Castelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) -la FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Municipio-Aula ConsiliareCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Il GonfaloneCastelnuovo di Farfa (Rieti) –Castelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza ComunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza ComunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza ComunaleCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma OvestCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La Piazza Comunale
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