Hermann Hesse-Poesie-Premio Nobel per la letteratura nel 1946-
Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927).
IO TI CHIESI
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
“Tienimi per mano”
Tienimi per mano al tramonto,
quando la luce del giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle…
Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto…
Tienimi per mano…
portami dove il tempo non esiste…
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano…
nei giorni in cui mi sento disorientato…
cantami la canzone delle stelle dolce cantilena di voci respirate…
Tienimi la mano,
e stringila forte prima che l’insolente fato possa portarmi via da te…
Tienimi per mano e non lasciarmi andare…
mai…
Felicità: finché dietro a lei corri
non sei maturo per essere felice,
pur se quanto è più caro tuo si dice.
Finché tu piangi un tuo bene perduto,
e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,
tu non sai ancora che cos’è la pace.
Solo quando rinunci ad ogni cosa,
né più mete conosci né più brami,
né la felicità più a nome chiami,
allora al cuor non più l’onda affannosa
del tempo arriva, e l’anima tua posa.
CANZONE DI VIAGGIO
Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità.
Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.
Hermann Hesse
SCRITTO SULLA SABBIA
Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.
Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.
SULL’AMORE
Si chiama amore ogni superiorità,
ogni capacità di comprensione,
ogni capacità di sorridere nel dolore.
Amore per noi stessi e per il nostro destino,
affettuosa adesione ciò che l’Imperscrutabile
vuole fare di noi anche quando
non siamo ancora in grado di vederlo
e di comprenderlo –
questo è ciò a cui tendiamo.
Hermann Hesse
PERCHE’ TI AMO
Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l’anima tua son venuto a rubare.
Ora lei e’ mia – del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.
TI PREGO
Quando mi dai la tua piccola mano
Che tante cose mai dette esprime
Ti ho forse chiesto una sola volta
Se mi vuoi bene?
Non è il tuo amore che voglio
Voglio soltanto saperti vicina
E che muta e silenziosa
Di tanto in tanto, mi tenda la tua mano
IL PRINCIPE
Volevamo costruire assieme
una casa bella e tutta nostra
alta come un castello
per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti.
Tutto volevamo disimparare
ciò che era piccolo e brutto,
volevamo decorare con canti di gioia
vicinanze e lontananze,
le corone di felicità nei capelli.
Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura;
la mia nostalgia sta là e guarda
fin alla noia, ed il giorno si fa grigio
– principessa, dove sei rimasta?
Ora affido a tutti i venti
i miei canti arditi.
Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore.
Devono anche raccontarti
di una seducente infinita felicità,
devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno –
principessa, quando tornerai?
Hermann Hesse
VIENI CON ME
Vieni con me!
Devi affrettarti però –
sette lunghe miglia
io faccio ad ogni passo.
Dietro il bosco ed il colle
aspetta il mio cavallo rosso.
Vieni con me! Afferro le redini –
vieni con me nel mio castello rosso.
Lì crescono alberi blu
con mele d’oro,
là sogniamo sogni d’argento,
che nessun altro può sognare.
Là dormono rari piaceri,
che nessuno finora ha assaggiato,
sotto gli allori baci purpurei –
Vieni con me per boschi e colli!
tieniti forte! Afferro le redini,
e tremando il mio cavallo ti rapisce.
SONO UNA STELLA
Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
che mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell’orgoglio e dall’orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.
ANNIVERSARIO
Nel suo vecchio splendore ardente
ed in tutto lo sfarzo voluttuoso
oggi si alza davanti a te l’intero sogno
di quella notte calda d’estate.
E tremando di passioni trasognate,
premi disperandoti con feroce ardore
le piene, belle, spesso baciate
e rosse labbra sulla mia immagine.
Hermann Hesse
STANCO D’AMORE
Nei rami s’addormenta cullando
il vento stanco. La mia mano
lascia un fiore rosso sangue
morire lacerato sotto un sole rovente.
Ho già visto fiorire e morire
molti fiori;
vengono e vanno gioie e dolori,
e custodirli nessuno può.
Anch’io ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.
Hermann Hesse
ROSA PURPUREA
Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.
E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d’estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.
Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea.
COME PESANO
Come pesano queste giornate!
Non c’è fuoco che possa scaldare,
non c’è sole che rida per me,
solo il vuoto c’è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l’amore muore.
Hermann Hesse
Biografia di Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927). Figlio di un missionario protestante e della figlia di un missionario cultore di orientalistica, fu anch’egli avviato a studi teologici, che però non concluse. Dedito stabilmente alla letteratura a partire dal 1904, si trasferì in Svizzera, di lì intraprendendo viaggi fra cui particolarmente importante quello compiuto in India nel 1911. Durante la prima guerra mondiale, cui fu avverso quale pacifista e antinazionalista, si occupò di assistenza ai prigionieri. Divenne cittadino svizzero nel 1923. Fra i molti riconoscimenti che ottenne nella seconda parte della sua lunga vita figura anche il premio Nobel per la letteratura (1946). <em>Esordì con Romantische Lieder (1899), iniziando una maniera che ha fatto parlare di lui come dell'”ultimo paladino del Romanticismo”. Seguirono, sotto pseudonimo, Hinterlassene Schriften und Gedichte von Hermann Lauscher (1901), fogli di diario di un sognatore alla ricerca di una via per uscire dal proprio isolamento. Dopo le due biografie Franz von Assisi e Boccaccio (1904), prima autentica affermazione di H. fu il Peter Camenzind (1904). Autobiografico è il successivo romanzo Unterm Rad (1906). Melanconica ironia si nota nei racconti riuniti in Diesseits (1907), Nachbarn (1908), Umwege (1912) e Schön ist die Jugend (1916). Patetiche vicende di esseri umani infelici per naturale disposizione o per altrui incomprensione presentano i romanzi Gertrud (1910) e Rosshalde (1914), fra i quali cronologicamente si colloca il libro di memorie Aus Indien (1913). Al termine della guerra, pubblicava sotto pseudonimo (Emil Sinclair) il romanzo Demian (1919), contro il mondo fatiscente della borghesia. Sulla medesima traccia, ma con toni ancora più spietati specie in ordine alla critica sociale, si pone qualche anno dopo il romanzo Der Steppenwolf (1927), opera fondamentale nel suo genere, biografia di un individuo scisso in una doppia personalità, personaggio emblematico di una civiltà, come quella borghese postbellica, traversata da flussi di follia. Su un’altra linea è invece Siddhartha (1922), che segue la via che il figlio di un bramino percorre verso la purificazione, cui tenne dietro, sospeso fra sogno e realtà, il romanzo di ambiente medievale Narziss und Goldmund (1930). Il racconto surrealistico Die Morgenlandfahrt (1932) preannuncia il romanzo simbolistico Das Glasperlenspiel (1943), opera dal piano assai ambizioso, con un messaggio per la civiltà del futuro che risulta però di difficile decifrabilità. Ha lasciato inoltre altre numerose opere di saggistica, memorialistica, oltre a una vasta produzione lirica cui attese durante tutto il corso della vita (raccolta pressoché definitivamente nei due volumi di Gedichte del 1942 e 1947).
-Grazia DELEDDA -“Il Paese del Vento “-Editore TREVES
-Recensione di Pietro NARDI -Copia Anastatica della Rivista PEGASO N°12 del 1931
Breve Biografia di Grazia Deledda è stata una delle più importanti e influenti scrittrici italiane del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, e nel dicembre 1927 vinse il premio Nobel per la letteratura, la prima donna italiana a farlo. Deledda fu esponente, anche se a modo suo, del verismo e del decadentismo, e scrisse sempre molte storie di contadini e paesani della sua terra, la Sardegna.
Grazia Deledda-Premio Nobel
Grazia Deledda nacque a Nuoro, in Sardegna, nel settembre del 1871. Apparteneva a una famiglia benestante ed era la quinta di sette fratelli e sorelle. Ebbe un’istruzione intermittente – un po’ a scuola e un po’ con un insegnante privato – e iniziò a scrivere molto giovane, per conto suo. Le sue prime pubblicazioni arrivarono quando non aveva ancora 20 anni e il suo primo libro di qualche successo fu Anime oneste, del 1895. Pochi anni dopo, nel 1899, Deledda conobbe il mantovano Palmiro Madesani, che sposò pochi mesi più tardi trasferendosi con lui a Roma.
A Roma Deledda continuò a scrivere e pubblicare romanzi. Elias Portolu, uscito nel 1903, ottenne subito un buon successo e Deledda poté dedicarsi con grande intensità alla scrittura. In pochi anni pubblicò moltissimi libri e opere teatrali, tra cui: Dopo il divorzio, Cenere, L’edera e Canne al vento. Il suo successo fu tale che il marito si licenziò dal lavoro come funzionario al ministero delle Finanze per diventarne l’agente di sua moglie. In tutto Deledda pubblicò 56 opere in circa 40 anni di carriera e fu apprezzata e tradotta anche all’estero.
Nel 1927, Deledda fu insignita del premio Nobel per la Letteratura “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Il Nobel di Deledda fu tecnicamente quello del 1926, che la commissione del premio aveva deciso di trattenere per un anno non avendo trovato un candidato adatto a riceverlo. Deledda fu la prima donna italiana a vincere un Nobel e la seconda italiana a vincerlo per la Letteratura, dopo Giosué Carducci nel 1906. Deledda morì per un tumore al seno, il 15 agosto 1936. Cosima, quasi Grazia un racconto autobiografico rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo con il titolo Cosima.Inizio modulo
Grazia DELEDDA il Romanzo “Il Paese del Vento “-Editore TREVESGrazia DELEDDA il Romanzo “Il Paese del Vento “-Editore TREVESGrazia DELEDDA il Romanzo “Il Paese del Vento “-Editore TREVESGrazia DELEDDA il Romanzo “Il Paese del Vento “-Editore TREVESGrazia DELEDDAGrazia DELEDDA
Breve Biografia di Grazia Deleddaè stata una delle più importanti e influenti scrittrici italiane del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, e nel dicembre 1927 vinse il premio Nobel per la letteratura, la prima donna italiana a farlo. Deledda fu esponente, anche se a modo suo, del verismo e del decadentismo, e scrisse sempre molte storie di contadini e paesani della sua terra, la Sardegna.
Grazia Deledda nacque a Nuoro, in Sardegna, nel settembre del 1871. Apparteneva a una famiglia benestante ed era la quinta di sette fratelli e sorelle. Ebbe un’istruzione intermittente – un po’ a scuola e un po’ con un insegnante privato – e iniziò a scrivere molto giovane, per conto suo. Le sue prime pubblicazioni arrivarono quando non aveva ancora 20 anni e il suo primo libro di qualche successo fu Anime oneste, del 1895. Pochi anni dopo, nel 1899, Deledda conobbe il mantovano Palmiro Madesani, che sposò pochi mesi più tardi trasferendosi con lui a Roma.
A Roma Deledda continuò a scrivere e pubblicare romanzi. Elias Portolu, uscito nel 1903, ottenne subito un buon successo e Deledda poté dedicarsi con grande intensità alla scrittura. In pochi anni pubblicò moltissimi libri e opere teatrali, tra cui: Dopo il divorzio, Cenere, L’edera e Canne al vento. Il suo successo fu tale che il marito si licenziò dal lavoro come funzionario al ministero delle Finanze per diventarne l’agente di sua moglie. In tutto Deledda pubblicò 56 opere in circa 40 anni di carriera e fu apprezzata e tradotta anche all’estero.
Grazia DELEDDA
Nel 1927, Deledda fu insignita del premio Nobel per la Letteratura “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Il Nobel di Deledda fu tecnicamente quello del 1926, che la commissione del premio aveva deciso di trattenere per un anno non avendo trovato un candidato adatto a riceverlo. Deledda fu la prima donna italiana a vincere un Nobel e la seconda italiana a vincerlo per la Letteratura, dopo Giosué Carducci nel 1906. Deledda morì per un tumore al seno, il 15 agosto 1936. Cosima, quasi Grazia un racconto autobiografico rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo con il titolo Cosima.
Fonte Il Post- direttore Luca Sofri
Grazia DELEDDAGrazia DELEDDARivista PEGASO diretta da Ugo OjettiN°12 del 1931
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il Premio Nobel: Hertha Ayrton -Articolo di Rinaldo Cervellati.
I primi di gennaio del 1902 il Segretario della Royal Society ricevette una breve lettera dal membro John Perry[1], contenente in allegato la proposta di nomina a membro di Mrs. Hertha Marks Ayrton.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Era la prima volta che veniva richiesta l’elezione di una donna alla Royal Society. Nonostante il supporto di nove membri, la nomina venne rifiutata dopo un lungo iter che è stato poi definito “un episodio imbarazzante nella storia della Royal Society” [1].
Ma, chi è stata e cosa ha fatto Hertha Marks Ayrton ?
Nasce Phoebe Sarah Marks il 28 aprile 1854 a Portsea (contea di Hampshire, Inghilterra) terza figlia di Levi Marks, immigrato giudaico polacco di professione orologiaio e di Alice Teresa Moss, sarta, figlia di un commerciante di vetro. Nel 1861 la madre divenne vedova con sette figli e un ottavo in arrivo, due anni dopo la piccola Phoebe Sarah fu invitata dagli zii, Marion e Alphonse Hartog, a andare a vivere con loro e i suoi cugini a Londra. La famiglia Hartog, che gestiva una scuola nel nord-ovest di Londra, le assicurò una ampia educazione comprendente lingue antiche e moderne e musica. I cugini la introdussero alla matematica e alle scienze. Alla scuola degli Hartogs, Sarah si fece conoscere sia come eccellente negli studi, sia come combattente per la causa dei diritti civili alle donne. Furono questi principi che in seguito portarono al suo coinvolgimento nel movimento delle “suffragette”.
A 16 anni iniziò a lavorare come istitutrice, potendo così aiutare anche economicamente madre e fratelli. E’ probabilmente in questo periodo che l’amica Ottilie Blind Hancock[2], cominciò a chiamarla Hertha (dal nome della protagonista di un poema di Swinburne[3] sulla dea scandinava della Terra, Erda), forse a causa della sua vitalità. Fatto è che Phoebe Sarah Marks mantenne questo nome per tutto il resto della vita. Cominciò anche a studiare per l’esame per donne dell’università di Cambridge, aspirando a frequentare il College femminile fondato da Emily Davies, trasferitosi nel 1873 a Girton (Cambridge) come Girton College. In questo fu aiutata da Barbara Bodichon[4], co-fondatrice del Girton College che divenne sua amica e benefattrice. Attraverso Bodichon conobbe George Eliot[5] che in quel momento era impegnata a scrivere il suo ultimo romanzo Daniel Deronda. I biografi sono concordi nell’affermare che molte caratteristiche di Mirah, personaggio principale del romanzo, siano comuni a quelle di Hertha. Superato l’esame con onori, Hertha fu ammessa al College nel 1877 e sostenne l’esame del Progetto Scientifico Tripos nel 1880, ma l’Università di Cambridge non le rilasciò un diploma accademico perchè all’epoca concedeva alle donne solo certificati. Durante il college Hertha ideò e costruì un apparecchio per misurare la pressione del sangue (sfigmomanometro) e uno strumento per disegno tecnico in grado di dividere una linea in un numero qualsiasi di parti uguali e per ingrandire o ridurre le figure, quest’ultimo fu molto utilizzato da ingegneri, architetti e artisti. I due strumenti ottennero il brevetto nel 1884. I suoi biografi sostengono che Hertha ereditò queste capacità manuali dal padre, costruttore di orologi.
Al Girton, Hertha formò, insieme alla compagna Charlotte Scott un club matematico per “trovare problemi da risolvere e discutere eventuali questioni matematiche che possono sorgere”. Formò anche la Girton Fire Brigade, un gruppo di ragazze addestrate come vigili del fuoco e fu tra le leader del locale Coro.
Indispettita dall’atteggiamento antifemminista dell’Università di Cambridge, superò con successo un esame esterno ottenendo il B.Sc. dall’Università di Londra nel 1881.
A Londra Hertha lavorò come insegnante privata di matematica e altre materie fino al 1883. Fu anche attiva nel progettare e risolvere problemi matematici, molti dei quali furono pubblicati nella rubrica “Mathematical Questions” e “Their Solutions” dell’ Educational Times. J. Tattersall e S. McMurran [2] scrivono: Le sue numerose soluzioni indicano indubbiamente che possedeva una notevole intuizione geometrica ed era un’eccellente studentessa di matematica.
Continuò a studiare scienze, nel 1884 seguì il corso serale sull’elettricità al Finsbury Technical College[6], avendo come docente il professor William (Bill) Ayrton[7]. L’anno successivo sposò il professore diventando così Hertha Ayrton. Per qualche tempo dopo il matrimonio, le responsabilità domestiche assorbirono gran parte delle energie di Hertha, tuttavia mantenne vivo l’interesse per le scienze e nel 1888 tenne una serie di conferenze per donne sull’elettricità.
Il testamento di Barbara Bodichon, morta nel 1891, contemplava un generoso lascito a Hertha, ciò che le permise di assumere una governante e dedicare la sua attenzione in modo più completo alla ricerca scientifica. Tuttavia un altro episodio fu determinante a convincere Hertha a approfondire le indagini sperimentali sull’arco elettrico. Infatti Bill Ayrton che si occupava di questo tipo di ricerca non collaborava con la moglie, consapevole del fatto che lavori in collaborazione sarebbero comunque stati attribuiti solo a lui dalla comunità scientifica. Ma nel 1893 il testo in copia unica di una sua conferenza tenuta a Chicago sulla dipendenza della differenza di potenziale dell’arco elettrico da diversi fattori andò accidentalmente distrutto, da quel momento Bill Ayrton decise di occuparsi di altri problemi. Quindi Hertha potè proseguire le indagini sull’arco elettrico con sue proprie ricerche.
Verso la fine del diciannovesimo secolo, l’arco elettrico era ampiamente utilizzato per l’illuminazione pubblica. La tendenza degli archi elettrici a tremolare e sibilare era però un grosso problema. Nel 1895, Hertha Ayrton scrisse una serie di articoli per la rivista The Electrician, stabilendo che questi fenomeni erano il risultato dell’ossigeno che veniva a contatto con le barre di carbonio usate per l’arco. Nel 1899 fu la prima donna a esporre il proprio lavoro all’Institute of Electrical Engineers (IEE, attualmente IET, Institute of Engineering and Technology).
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Il suo articolo, intitolato “The Hissing of Electric Arc” [3] fu determinante per il miglioramento della tecnologia degli archi. Poco dopo, Ayrton fu eletta membro dell’IEE, prima donna a ottenere quel riconoscimento. Come detto all’inizio non andò così con la Royal Society a causa del suo sesso[8] e la sua comunicazione “The Mechanism of the Electric Arc” [4] fu letta in sua vece da John Perry nel 1901.
Alla fine del XIX secolo, il lavoro di Hertha Ayrton nel campo dell’ingegneria elettrica fu ampiamente riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Al Congresso internazionale delle donne tenutosi a Londra nel 1899, presiedette la sezione di scienze fisiche. Ayrton intervenne anche all’International Electrical Congress tenutosi a Parigi nel 1900 con un comunicazione dal titolo: L’intensité lumineuse de l’arc à courant continu. Il suo successo ha portato l’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza a consentire alle donne di far parte a comitati generali e settoriali.
Nel 1902, Ayrton pubblicò il volume The Electric Arc [5], una sintesi delle sue ricerche e lavori sull’arco elettrico, comprendente le origini dei suoi primi articoli pubblicati su The Electrician tra il 1895 e il 1896. Con questo volume, il suo contributo nello sviluppo dell’ingegneria elettrica fu definitivamente riconosciuto. Scrivono Tattersall e McMurran [2] in proposito:
The text included descriptions and many illustrations of her experiments, succinct chapter reviews, a comprehensive index, an extensive bibliography, and a chapter devoted to tracing the history of the electric arc. Her historical account provided detailed explanations of previous experiments and results involving the arc and concluded with the most recent research of the author and her colleagues…The book was widely accepted as tour de force on the electrical arc and received favorable reviews on the continent where a German journal enthusiastically praised if for its clear exposition and relevant conclusions.
Dopo l’uscita e il successo del libro sull’arco elettrico, Hertha Ayrton rivolse la sua attenzione all’origine, alla forma e al movimento delle increspature nella sabbia e nell’acqua esposte al vento, compresa la formazione di vortici. Nel 1904 fu la prima donna a esporre una comunicazione alla Royal Society. In questo lavoro presentava evidenze sperimentali e interpretazioni teoriche per la forma di due differenti strutture per le increspature sabbiose, la pubblicazione del lavoro nei Proceedings Transactions fu posposta al 1910 su richiesta dell’autrice [6].
Nel 1906, fu insignita della prestigiosa Medaglia Hughes della Royal Society “per le sue indagini sperimentali sull’arco elettrico e anche sulle increspature di sabbia”. Fu la quinta persona (prima donna) a vincere questo premio, assegnato annualmente dal 1902 in riconoscimento di un scoperta originale nelle scienze fisiche, in particolare elettricità e magnetismo o loro applicazioni, per la seconda (Michele Dougherty) sono dovuti passare 102 anni. Dopo la morte del marito nel 1908, Ayrton proseguì le ricerche sulle increspature utilizzando apparecchiature costruite appositamente in proprio [7]. Una serie di esperimenti convalidò la teoria matematica dei vortici di Lord Rayleigh. Inventò anche un particolare ventilatore che avrebbe potuto creare vortici a spirale in grado di respingere gli attacchi coi gas [8]. Diventarono noti come ventilatori di Ayrton; secondo J. Mason [9] ne furono impiegati circa 100000 sul fronte occidentale, un altro biografo sostiene però che non furono praticamente impiegati [10].
Partecipò a tutte le principali marce per l’emancipazione femminile negli anni 1910, 1911 e 1912, fu malmenata e rischiò il carcere. Successivamente Ayrton contribuì a fondare l’International Federation of University Woman (1919) e la National Union of Scientific Workers (1920).
Muore per avvelenamento del sangue, causato da una puntura d’insetto, il 26 agosto 1923 a New Cottage, North Lancing, Sussex.
[6]Mrs. H. Ayrton, The Origin and Growth of Ripple Marks, Proceedings of the Royal Society of London. Series A, 1910, 84, 285-310.
[7]Mrs. H. Ayrton, Local Differences of Pressure Near an Obstacle in Oscillating Water., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1915, 91, 405-410.
[8] Mrs. H. Ayrton, On a New Method of Driving off Poisonous Gases., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1919, 96, 249-256.
[9] J. Mason, Hertha Ayrton (1854-1923) and the Admission of Woman to the Royal Society of Chemistry, Notes. Rec. R. Soc. Lond., 1991, 45, 201-220.
[1] John Perry (1850-1920) ingegnere e matematico irlandese, allievo di Lord Kelvin, poi professore di ingegneria meccanica al Finsbury Technical College di Londra, è noto per la disputa con il suo vecchio maestro sulla valutazione dell’età della Terra. Fu Presidente dell’Institution of Electrical Engineers e della Physical Society of London.
[2] Ottilie Blind, poi sposata Hancock, figlia di Karl Blind (1826-1907) rivoluzionario tedesco dopo i moti del 1848 e un periodo di prigione rifugiatosi con la famiglia in Inghilterra nel 1852, divenne attivista del movimento femminista inglese. Il padre mantenne costanti rapporti di amicizia con Mazzini, Garibaldi e Louis Blanc.
[3] Algernon Charles Swinburne (1837-1909) poeta britannico di epoca vittoriana, rivoluzionario fustigatore dei costumi e dell’ipocrisia dei suoi tempi, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura fra il 1906 e il 1909.
[4] Barbara Leigh Smith Bodichon (1827-1891) britannica, leader del movimento per i diritti civili alle donne co-fondò finanziandolo, il primo College femminile, insieme alla altrettanto famosa leader Emily Davies (1830-1921).
[5] Pseudonimo di Mary Anne (Marian) Evans (1819-1880), una delle principali scrittrici dell’epoca vittoriana. Come molte altre scelse uno pseudonimo maschile sia per “essere presa sul serio”, sia per la sua situazione di compagna di un uomo sposato (cosa scandalosa all’epoca). Mantenne lo pseudonimo anche dopo aver rivendicato di essere l’autrice dei romanzi.
[6] Nel 1926 il Finsbury Technical College è incorporato nell’Imperial College London (The Imperial College of Science, Technology and Medicine).
[7] William Edward Ayrton (1847-1908) fisico e ingegnere inglese, oltre ai suoi studi pionieristici sull’arco elettrico, ha inventato, insieme a John Perry diversi strumenti per misure elettriche fra i quali un amperometro e un wattmetro. Hanno contribuito all’elettrificazione della linea ferroviaria.
[8] In sintesi la motivazione fu: Married women could not be made eligible by Statutes (Una donna sposata non può essere eleggibile per Statuto) [1].
Hertha Ayrton
C’era una notte… Hertha Ayrton
LE INTERVISTE IMMAGINARIE ALLE DONNE DI SCIENZA A CURA DI FRANCESCA FRASSINO
L’ingegnera vestita di bianco
È una prima notte di primavera perfetta, si respira un’aria tiepida che profuma di fiori.
Esco in terrazzo, appoggio il bicchiere di rum sul muretto e mi fermo ad osservare la Luna piena, grande e rosata di fronte a me; il vento è leggero, si fa sentire ma non infastidisce. Non vedo luci nelle case colorate, sembra quasi non esserci respiro; nel frattempo, i cani randagi si stanno appropriando delle strade che noi umani, in queste notti, non stiamo vivendo.
Così, tra lo zampettìo rapido degli animali e il leggero fruscìo delle foglie dei pochi alberi nel cuore della città, Hertha Ayrton si sistema sul muretto affianco a me e mi trasporta in un’Inghilterra di fine ‘800.
Comincia nel raccontarmi della sua infanzia nell’Hampshire, della morte prematura di suo padre e della responsabilità di doversi occupare dei suoi altri sei fratelli prima di trasferirsi a nord di Londra per studiare in una scuola gestita da una zia materna.
Lì si appassiona alla matematica e – dopo aver lavorato come governante per mantenere economicamente la madre invalida – andò a studiarla al Girton College, esclusivamente riservato alle donne dell’Università di Cambridge.
Mi racconta dell’amicizia con George Elliot e Barbara Bodichon – fondatrice del College, femminista, artista e scrittrice che incontrò per la prima volta ad un incontro del movimento delle suffragette e che le lasciò in eredità le sue battaglie femministe ma anche del denaro per poter realizzare le sue invenzioni e diventare una delle più geniali ingegnere del suo tempo; mi parla anche dell’amicizia con Marie Curie e delle lezioni di matematica che impartiva alla figlia – poi premio Nobel – Irène. Un circolo di amicizie fatto di donne determinate e intelligenti. Le immagino e non posso non pensare alla bellezza dei loro pensieri, alla passione che le guidava nel dimostrare di poter fare grandi cose, combattendo contro l’ostilità di una società pensata dal maschio per il maschio. Le dico che oggi si pensa che la sua persona abbia ispirato sia la protagonista Mirah del romanzo “Daniel Deronda” di Elliot sia, probabilmente, la scienziata protagonista del romanzo “The Call”, scritto dalla figliastra dopo la sua morte.
Sistemandosi i capelli ricci e neri passando una mano tra le ciocche scomposte, mi disse che la sua verve da inventrice si manifestò già dai tempi del college, quando realizzò lo sfigmomanometro – lo strumento per la misurazione della pressione arteriosa, precisa prima che io abbia il tempo di interromperla. E inventò anche il “divisore di linea” cioè uno strumento che divideva una linea in parti uguali e che artisti, architetti e ingegneri utilizzavano per ingrandire e rimpicciolire le figure – invenzione che venne poi esposta al Exhibition of Women’s Industries. E mi dice anche che in quegl’anni l’Università di Cambridge non rilasciava titoli alle donne ma solo attestati di partecipazione quindi, nonostante avesse superato il corso di matematica del Girton, per ottenere una laurea dovette superare un esame esterno all’Università di Londra.
Dopo la laurea insegnò matematica e frequentò corsi serali di fisica al Finsbury Technical College. Mi parla di quei corsi tenuti da William Ayrton, un importante ingegnere elettronico e membro della Royal Society che divenne suo marito nel 1885. Con lui ebbe una figlia che in età matura, seguendo l’esempio della madre e delle altre suffragette, partecipò attivamente alle proteste e divenne una delle fondatrici di United Suffragists – movimento aperto a donne e uomini che chiedevano e lottavano per il suffragio universale. Il sorriso sul viso di Hertha mi fa intendere la soddisfazione per i risultati di quelle proteste ma anche la fatica e le vessazioni subite per portarle avanti. Battaglie e storie che adesso si considerano risapute ma di cui, forse, si conosce ben poco. Non lasceremo che ci si dimentichi del loro coraggio, le dico.
Sorride e, un po’ divertita, mi racconta di quando gli scritti del marito sull’arco elettrico andarono distrutti e lei decise di aiutarlo a replicare i suoi esperimenti. Mi spiega che l’arco elettrico – una scarica elettrica seguita da un’emissione luminosa dovuta all’applicazione di una differenza di potenziale tra due elettrodi di carbonio aventi carica opposta – era un sistema utilizzato nell’illuminazione pubblica dell’epoca.
Con quegli esperimenti, il suo nome divenne noto nei circoli scientifici inglesi perché lei riuscì a capire che il sibilìo emesso dall’arco elettrico prima della stabilizzazione della luce emessa era dovuto alla presenza di aria a contatto con l’elettrodo di carbonio, causandone l’ossidazione. Sembra molto orgogliosa di quei risultati e continua parlando del suo libro “The Electric arc” in cui aveva racchiuso tutti i suoi lavori.
Lei riprende fiato sistemandosi l’abito un po’ sgualcito mentre io vado a prendere il computer per farglielo vedere, quel suo libro; il file digitale della versione originale. Scorriamo le pagine giallognole di quel grosso lavoro e mi dice che con quella sua ricerca divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico all’Istituto di Ingegneria Elettronica diventandone, ovviamente, anche la prima membra. Ancora oggi si parla fin troppo spesso di prime donne a fare cose, ad assumere una carica o a trovarsi in una posizione di estremo rilievo per la società; aspettiamo con trepidazione il momento in cui si smetterà di sentirlo, le dico mentre sposto il computer per farmi spazio sul muretto. Siamo nel cuore della notte ma ci pensa la Luna a renderla meno buia.
Mi racconta di essere stata, naturalmente, anche la prima donna ad essere candidata come membro della Royal Society per le sue ricerche sulle origini delle increspature della sabbia e gli studi di idrodinamica correlati. Però, continua, a quanto pare “la Royal Society non poteva accettare una donna sposata”. Sembra quasi divertita dalla mia espressione incredula mentre cerco di capire se il problema fosse lo stato civile o il genere d’appartenenza; forse l’uno e l’altro, risponde mentre ride prima di ricordarmi che, qualche anno più tardi, divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico anche alla stessa Royal Society che le consegnò la “Medaglia Hughes” per il suo importante contributo alla fisica dell’epoca con gli studi sull’arco elettrico e sull’origine delle increspature della sabbia. Una piccola rivincita, conveniamo.
La notte comincia a schiarirsi; le luci dell’alba che cominciano a farsi spazio dietro alle montagne mi ricordano che è tempo di tornare alla realtà prima che le case, i vicoli e i colori del giorno riprendano prepotentemente vita. Hertha Ayrton e le sue amiche geniali hanno dimostrato che risolutezza e ostinazione sono le armi vincenti per farsi spazio all’interno della società e per pretendere la considerazione che ci si merita, in quanto donne e in quanto scienziate. Dall’ingegnera suffragetta originale e perseverante, di cui avevo letto, ho ancora tanto da imparare e chiudo la porta alle mie spalle.
Laureata in chimica, considero la scienza l’espressione massima del genere umano e mi piace raccontarla. Appassionata di biografie per la sensazione che resta quando si concludono: aver vissuto in ogni epoca e in ogni strada ed aver creato un legame con il personaggio di turno. Per questo scrivo storie in prima persona.
L’espressione che maggiormente mi rappresenta è: “Sono io Paperino!”
Hertha Marks Ayrton
British physicist
Hertha Marks Ayrton (born April 28, 1854, Portsea, Eng.—died Aug. 26, 1923, North Lancing, Sussex) was a British physicist who was the first woman nominated to become a fellow of the Royal Society. In 1861 Marks’s father died, and two years later she went to live with her aunt, author Marion Moss Hartog, who ran a school in London. When she was a teenager, Marks changed her first name to Hertha, after the German earth goddess of Algernon Swinburne’s poem “Hertha” (1869), and renouncedJudaism to become an agnostic.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
In 1876 Marks entered Girton College at the University of Cambridge, where she studied mathematics. There she became a friend of Barbara Bodichon, who had cofounded Girton College, and the writer George Eliot, who based the character of Mirah Cohen in her novel Daniel Deronda (1876) on Marks. Cambridge did not offer degrees to women, but Marks did complete her education by taking Cambridge’s mathematics examinations, the tripos, in 1881. She then became a teacher of mathematics at high schools in London. In 1884 she invented a type of line divider for use in drafting.
Marks in 1884 attended classes in electricity at Finsbury Technical College that were taught by electrical engineer William Ayrton. They married in 1885. Aside from a series of lectures on electricity to women in 1888, she did not return to science until 1891. In 1893 William was attending a meeting on electricity in Chicago, and in his absence she continued her husband’s experiments with the electric arc, which was then used as a lighting source in arc lamps. Electric arcs had a tendency to hiss and sputter before settling down and delivering a consistent light. Ayrton discovered the origin of the hissing in the oxidation of the positive carbon electrode and proposed changes in the shape of the carbon electrodes that greatly reduced the period of hissing.
In 1899 Ayrton read her paper on the hissing of the electric arc to the Institution of Electrical Engineers (IEE). She was the first woman to do so and also became the first woman member of the IEE. That same year she demonstrated her arc experiments at the Conversazione, a public event sponsored by the Royal Society. In 1901, when William was recovering from exhaustion at the seaside town of Margate, Ayrton became interested in the patterns formed by ripples in the sand. She conducted experiments in hydrodynamics to explain the formation of sand ripples. She was nominated to become a fellow of the Royal Society in 1902; however, lawyers advised the Royal Society that its charter would not allow the admission of married women members. Ayrton became the first woman to read a scientific paper (“The Origin and Growth of Ripple-mark”) before the Royal Society in 1904. In 1906 the Royal Society awarded her the Hughes Medal, which is awarded for distinguished work in the physical sciences, for her arc and sand-ripple experiments.
Ayrton became active in the woman suffrage movement, and she joined the Women’s Social and Political Union (WSPU) in 1907. She became one of the WSPU’s largest contributors; in some years she donated more than £1,000. Suffragettes, such as Emmeline Pankhurst, who had gone on hunger strikes often recuperated at her home. In 1912 Ayrton received £7,000 from the WSPU to forestall government seizure of the WSPU’s account. That same year her friend Polish-born French physicist Marie Curie stayed with her as Curie recovered from a kidney operation.
During World War I Ayrton’s interest in hydrodynamics led her to invent a cotton fan that would disperse poison gas from trenches. About 100,000 of the “Ayrton fans” were produced, but they proved ineffective in actual combat conditions. After the war she worked on modified versions of the fan for use by workers in mines and sewers.
Hertha Ayrton
In un’epoca in cui la voce di una donna era a malapena udibile oltre le mura domestiche, Hertha Ayrton fece sì che il mondo ascoltasse con la forza della sua mente. Nata Phoebe Sarah Marks nel 1854 e rimasta orfana in tenera età, crebbe in condizioni modeste, ma la sua ambizione era tutt’altro. Contro ogni previsione, si guadagnò un posto al Girton College di Cambridge, dove studiò matematica in un’epoca in cui a poche donne era permesso entrare in classe. Non solo eccelleva, ma inventava. Il suo divisore di linea, uno strumento di precisione per artisti e ingegneri, segnò l’inizio di un viaggio straordinario.
La sua vera svolta arrivò quando affrontò uno dei problemi più enigmatici dell’ingegneria elettrica: l’arco elettrico. Sibilava, scoppiettava e sfidava ogni facile spiegazione, finché Ayrton non intervenne. Identificò la causa del suono imprevedibile dell’arco e sviluppò un’equazione per spiegarne il comportamento. Le sue scoperte cambiarono il campo e le portarono riconoscimenti, ma anche questo aveva dei limiti. Nel 1902 fu candidata a far parte della Royal Society. Il suo lavoro era impeccabile, la sua mente brillante. Eppure, la sua domanda fu respinta, non per motivi scientifici, ma perché era sposata.
Hertha non si fermò. Andò avanti. Nel 1906, divenne la prima donna a ricevere la Medaglia Hughes per il suo lavoro rivoluzionario. E quando il mondo entrò in guerra, mise il suo intelletto al servizio dei soldati. Inventò il ventilatore Ayrton, un dispositivo per eliminare i gas tossici dalle trincee, salvando vite non con le armi, ma con la conoscenza.
Fuori dal campo di battaglia, era altrettanto feroce. Amica leale di Marie Curie e suffragetta appassionata, Hertha Ayrton aprì la sua casa alle donne in sciopero della fame in fase di recupero e lottò per i diritti delle donne con la stessa determinazione che metteva in ogni invenzione.
Non era solo una donna nella scienza. Era una forza che si rifiutava di essere messa a tacere. Hertha Ayrton non aspettò di sedersi al tavolo delle trattative: costruì invece un futuro più luminoso.
-Articolo di Giuseppe De Robertis -Rivista PEGASO n°8 dell’Agosto 1931-
Breve biografia di Eugenio Montale – nato a Genova nel 1896. Dopo aver seguito studi tecnici, si è dedicato per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi, ha preso parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ha avuto rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove ha frequentato il caffè delle Giubbe Rosse vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 è stato direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, rimosso nel 1938 perché non iscritto al partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce). Ha svolto un’attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942; le traduzioni sono in Quaderno di traduzioni, 1948, ed. accr. 1975, con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc.). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, ha collaborato con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si è trasferito a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria e di quella musicale sul Corriere d’informazione. Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975). Ha pubblicato: Ossi di seppia (1925; ed. defin. 1931), Occasioni (1939, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932); La bufera e altro (1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), Satura (1971, in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia del 1966, scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi); Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977); Altri versi (1981); le due parti di Diario postumo (1991 e 1996). Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono i libri: i bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969), le prose di viaggio Fuori di casa (1969), le prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972), quelle riunite in Sulla poesia (1976), il volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983). Come critico musicale ha pubblicato Prime alla Scala (1981). È morto a Milano nel 1981.
Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Giuseppe Carabba Editore –LANCIANO (CH)-1931Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Rivista PEGASO n°8 dell’Agosto 1931-Eugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEUGENIO MONTALE Ossi di Seppia- Edizione del 1941
Albert Camus-(1913-1960) nacque in Algeria, dove studiò e cominciò a lavorare come attore e giornalista. Affermatosi nel 1942 con il romanzo Lo straniero e con il saggio Il mito di Sisifo, raggiunse un vasto riconoscimento di pubblico con La peste (1947). Nel 1957 ricevette il premio Nobel per la letteratura per aver saputo esprimere come scrittore “i problemi che oggi si impongono alla coscienza umana”. Di questo autore, oltre ai titoli già citati, Bompiani ha pubblicato L’uomo in rivolta, L’esilio e il regno, La caduta, Il diritto e il rovescio, Taccuini 1935-1959, Caligola, Tutto il teatro, Il primo uomo, L’estate e altri saggi solari, Riflessioni sulla pena di morte, I demoni, Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947, Conferenze e discorsi (1937-1958), Saremo leggeri. Corrispondenza (1944-1959). Nei Classici Bompiani è disponibile il volume Opere. Romanzi, racconti, saggi.
Quelli che si amano,
gli amici, gli amanti,
sanno che l’amore
non è solo una folgorazione
ma anche una lunga e dolorosa
lotta nelle tenebre
per la riconoscenza
e la riconciliazione definitiva.
Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.
“La Solitudine nell’Anima: Profondità e Riflessioni di Albert Camus”. Recensione a cura di Alessandria today
Il titolo stesso, semplice e diretto, introduce il tema centrale del testo, la solitudine, ma subito si pone in discussione. L’autore sostiene che non siamo mai davvero soli, portando con noi il peso del passato e del futuro, un carico composto dalle persone che abbiamo amato e da quelle che abbiamo ferito.
Camus dipinge un ritratto vivido della solitudine come un peso costante, una presenza inquietante di fantasmi e rimpianti che ci tormentano incessantemente. L’autore espone un contrasto significativo tra la solitudine desiderata, caratterizzata da un silenzio sereno e la solitudine reale, abitata dai fantasmi del passato.
La poesia è intrisa di emozioni forti e contrastanti: il rimpianto, il desiderio, il disincanto e la dolcezza, il tutto racchiuso in una solitudine inquieta e affollata da fantasmi. L’immagine della solitudine desiderata, fatta di silenzio e tremori d’alberi, rappresenta un desiderio di pace interiore, una sorta di ricerca di comprensione e tranquillità nel cuore dell’essere.
L’uso delle immagini e delle metafore, come il chiasso, i lamenti perduti e il flusso del cuore, contribuisce a creare un’atmosfera di malinconia e riflessione profonda. La poesia invita il lettore a contemplare la complessità dell’anima umana, affrontando le contraddizioni e i tormenti della solitudine.
In conclusione, “La solitudine” di Albert Camus è una poesia che offre un’immersione profonda nell’animo umano, attraverso un’esplorazione intensa e ricca di emozioni contrastanti. Camus offre uno sguardo penetrante sulla solitudine, dipingendola come un carico emotivo costante, una presenza travolgente e inquietante che pervade l’essenza umana.
La solitudine – Albert Camus
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che comunque ci portiamo addosso il peso del nostro passato
anche quello del nostro futuro.
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto, il desiderio
il disincanto e la dolcezza
le donne di strada, la banda degli dei.
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti.
Se soltanto potessi godere la vera solitudine
non questa mia infestata di fantasmi
ma quella vera
fatta di silenzio e tremori d’alberi:
sentire tutta l’ebbrezza del flusso del mio cuore.
Il velo strappato. Tormenti di una monaca napoletana
di Brunella Schisa -HarperCollins Italia-
Descrizione- Il velo strappato- HarperCollins Italia.- È il 1840, Enrichetta ha diciannove anni e ha da poco perso il padre, Don Fabio Caracciolo, maresciallo del Regno delle Due Sicilie a Reggio Calabria, ultimo figlio del Principe di Forino. Lei è giovane, nobile, innamorata di Domenico. Ma la famiglia di lui non approva l’unione. Sì, Enrichetta vanta ascendenze illustri, ma è priva di solidità economica e il matrimonio non s’ha da fare. Così sua madre, stanca del carattere ribelle della figlia e della sua propensione a scegliere uomini sbagliati, prende una decisione risolutiva: Enrichetta entrerà nel convento di San Gregorio Armeno, a Napoli, e vi resterà fino a quando la situazione finanziaria della famiglia non sarà risolta. A nulla servono le proteste della giovane: i mesi lì dentro diventano anni ed è costretta a prendere i voti. La costrizione la fa ammalare, Enrichetta vuole sfidare le leggi della Chiesa e tornare libera, ma persino le suppliche indirizzate a papa Pio IX vengono respinte. Eppure niente riesce a spegnere la passione che muove il suo animo. Una passione che si fa presto politica e la porta a sposare la causa della rivoluzione contro i Borbone, del sogno di una nuova patria: l’Italia. Brunella Schisa torna a raccontare la sua città natale, Napoli, attraverso una straordinaria eroina, Enrichetta Caracciolo di Forino, monaca, femminista ante litteram, patriota risorgimentale, autrice del bestseller ottocentesco Misteri del chiostro napoletano, da cui Schisa prende le mosse per il suo romanzo. Il velo strappato trascina ed emoziona il lettore, che, attraverso i moti del cuore di una donna eccezionale, rivive un’esistenza indimenticabile e partecipa a una grande lotta per la libertà. Ancora una volta, Brunella Schisa si conferma una delle più grandi autrici italiane di romanzi storici.
Il velo strappato. Tormenti di una monaca napoletana di Brunella Schisa –
Brunella Schisa torna a raccontare la sua città natale, Napoli, attraverso una straordinaria eroina, Enrichetta Caracciolo di Forino, monaca, femminista ante litteram, patriota risorgimentale, autrice del bestseller ottocentesco Misteri del chiostro napoletano, da cui Schisa prende le mosse per il suo romanzo.
Il velo strappato trascina ed emoziona il lettore, che, attraverso i moti del cuore di una donna eccezionale, rivive un’esistenza indimenticabile e partecipa a una grande lotta per la libertà. Ancora una volta, Brunella Schisa si conferma una delle più grandi autrici italiane di romanzi storici
Brunella Schisa
Autrice-
Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero(Garzanti), che ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Letterario Frignano-Opera Prima, il Premio Letterario Città di Bari e il Premio Rapallo. Giornalista di «Repubblica», ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013) e La nemica (Neri Pozza 2017).
HarperCollins Italia
Nata come Harlequin Mondadori S.p.A., joint venture tra Harlequin Enterprises e Mondadori Libri e affermatasi come leader nella women’s ficiton, dopo 34 anni di successi è dal 1 ottobre 2015 proprietà del Gruppo Editoriale HarperCollins.
Attualmente è presente sul mercato con tre brand: Harmony, hm ed eLit.
Il portfolio HarperCollins spazia tra dozzine di generi narrativi e annovera tra i propri autori vincitori di prestigiosi riconoscimenti tra i quali Premio Nobel, Premio Pulitzer, National Book Award, le medaglie Newbery e Caldecott e il Man Booker Prize.
Albert Camus, Maria Casarès Albert Camus e Maria Casarès
Albert Camus, Maria Casarès:Saremo leggeri
Albert Camus e Maria Casarès si incontrano il 19 marzo 1944 a casa di Michel e Zette Leiris, in occasione di una rappresentazione del Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso. Lei, galiziana, figlia dell’ultimo primo ministro della Spagna repubblicana fuggito a Parigi nel 1936, ha ventun anni e ha iniziato la sua carriera di attrice nel 1942 al Théâtre des Mathurins, proprio quando Albert Camus pubblicava Lo straniero e Il mito di Sisifo. Camus, che di anni ne ha trenta e vive da solo a Parigi, lontano dalla moglie Francine rimasta in Algeria, resta incantato da Maria. Quel primo incontro è il preludio di una storia d’amore travolgente: i due si amano, poi si lasciano, poi si ritrovano, e nel frattempo si scrivono centinaia di lettere. Quelle di lei rivelano la vita di una grande attrice, le giornate frenetiche, le registrazioni, le prove, le rappresentazioni, le riprese, ma anche il coraggio, la vitalità sconcertante, le fragilità. Da quelle di lui emergono lo stesso amore per la vita, la passione per il teatro, e poi i temi che gli stanno a cuore, il mestiere di scrittore, i dubbi, il lavoro della scrittura nonostante la tubercolosi. Ma soprattutto le lettere raccontano un amore tenace, lucido, consapevole, stretto “dai vincoli della terra, dell’intelligenza, del cuore e della carne”.
“Un’opera a due cuori e quattro mani, un’opera simbiotica.” Le Monde des livres
Albert Camus-(1913-1960) nacque in Algeria, dove studiò e cominciò a lavorare come attore e giornalista. Affermatosi nel 1942 con il romanzo Lo straniero e con il saggio Il mito di Sisifo, raggiunse un vasto riconoscimento di pubblico con La peste (1947). Nel 1957 ricevette il premio Nobel per la letteratura per aver saputo esprimere come scrittore “i problemi che oggi si impongono alla coscienza umana”. Di questo autore, oltre ai titoli già citati, Bompiani ha pubblicato L’uomo in rivolta, L’esilio e il regno, La caduta, Il diritto e il rovescio, Taccuini 1935-1959, Caligola, Tutto il teatro, Il primo uomo, L’estate e altri saggi solari, Riflessioni sulla pena di morte, I demoni, Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947, Conferenze e discorsi (1937-1958), Saremo leggeri. Corrispondenza (1944-1959). Nei Classici Bompiani è disponibile il volume Opere. Romanzi, racconti, saggi.
Maria Casarès (1922-1996) nacque a La Coruña e si trasferì a Parigi nel 1936, quando suo padre, primo ministro spagnolo, abbandonò la Spagna allo scoppio della guerra civile. Esordì a teatro nel 1942. Per il cinema recitò in capolavori come Amanti perduti di Marcel Carné, La Certosa di Parma di Christian-Jaque e Orfeo di Jean Cocteau.
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