Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo- Neri Pozza Editore-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo- Neri Pozza Editore-
Wanda Marasco vince la 63ª edizione del Premio Campiello 2025.Sinossi del libro di Wanda Marasco-Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.

Il pendolo è muto. Ferdinando e io studiamo le grandezze del tempo sprofondate in un orologio fermo. C’è una gioia selvatica in questa stanza. Facciamo gli amanti in ginocchio, uno di fronte all’altra, con l’impulso a prenderci. Ma ci siamo intimiditi nella morte. Io gli dico che sento intorno a me una luce cieca. È uguale a quella delle primavere russe.
«In questo romanzo fatto di luci e ombre, in cui la storia individuale è sapientemente innestata in quella collettiva, Wanda Marasco raggiunge il culmine assoluto di un affondo nell’umano che da Il genio dell’abbandono non smette di abbagliare e di sorprendere. Ogni frase, ogni parola è sapienza e cura. E la cura – come scrive l’autrice – è quasi tutto». Elisa Ruotolo
«In Wanda Marasco colgo almeno due tratti decisivi: la raffinatezza della scrittura, che occupa tutte le gradazioni dei registri linguistici, e lo slancio drammatico portato entro la narrazione, che dà ai personaggi uno stacco e un dinamismo straordinari».
Cesare Segre

Breve Biografia di Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.
Quattro chiacchiere con Wanda Marasco
Amore, follia, storia: Wanda Marasco, in libreria con Di spalle a questo mondo, ci racconta il dramma dell’imperfezione di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov.

Il tuo romanzo Di spalle a questo mondo si basa sulla storia di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov. Perché li hai scelto come protagonisti di questa storia?
È stato davvero naturale e necessario scegliere come protagonisti del mio romanzo Ferdinando Palasciano e Olga De Vavilov. Sono nata in una casa situata di fronte alla torre, la cui immagine fiabesca, in contrasto con le modeste abitazione del luogo, mi ha fatto da quinta dell’anima. Quando ho cominciato a indagare nella storia di Ferdinando e di sua moglie Olga, che qui hanno vissuto fino alla morte, ho sentito che dovevo assumerne la maschera per ricrearne le verità interiori. Il grande medico Palasciano, perseguitato dai mali del mondo, e sua moglie, una creatura bella e spezzata da un vecchio trauma, mi sono parsi personaggi che chiedevano di riesistere. Durante la pandemia, nella Storia del presente sconvolta da guerre e profondi mutamenti politici, l’attualità di queste due figure in rivolta, segnata dal dramma dell’imperfezione e dalla utopica ricerca di una felicità in terra, mi è parsa evidente. In più, la torre è nominata in ogni mio romanzo: aspettava da tempo che ne svelassi spettralità e segreti.
«La follia è la chiave che permette di scavare più a fondo nella creatura umana». Possiamo dire che la salute mentale sia la trama sotterranea dell’intero romanzo?
La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che meglio consente di vedere uomini e vicende dal loro interno, nell’impasto grottesco e tragico che sono. Nutre la trama ma non la esaurisce in sé. È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. È un metodo di svelamento.
Quello tra Ferdinando e Olga è un grandissimo amore. Li unisce un sentimento più forte della malattia che è quasi più una comunione di anime e di intenti, e anche l’impossibilità condivisa di accettare l’imperfezione. Quanto ha pesato il loro rapporto nella vita di entrambi e nella scrittura del tuo romanzo?
L’amore tra Ferdinando e Olga è immenso. Per renderne la potenza mi sono ispirata agli archetipi dell’amore in Letteratura e in Teatro: Piramo e Tisbe, Eros e Psiche, Abelardo ed Eloisa, Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta… I due nutrono gli stessi ideali, sono animati dalle stesse utopie. Accetteranno il dramma della loro imperfezione soltanto alla fine, quando avranno la consapevolezza di essersi tramutati in poesia.
Chi è Ferdinando Palasciano, il protagonista del romanzo di Wanda Marasco Di spalle a questo mondo?

Ferdinando Palasciano è stato un celebre chirurgo partenopeo d’epoca risorgimentale. Laureato in Filosofia, Medicina e Veterinaria, è un uomo di scienza illuminato che si dedica all’ortopedia, all’anatomia patologica, alla diagnostica ed è precursore in molti ambiti, soprattutto nelle battaglie per i diritti alla neutralità dei feriti di guerra (rischia la fucilazione sul campo per insubordinazione), che gettano le fondamenta prima per la Convenzione di Ginevra, poi della Croce Rossa, e in quelle relative alle innovative profilassi igienico-sanitarie fino alla creazione dei reparti ospedalieri, con conseguente separazione dei malati infettivi.
Tutta la sua vasta ed eclettica attività di medico può riassumersi in due assunti: il rifiuto della violenza in ogni sua forma e l’ossessione per la cura, da perseguire sempre e con qualunque forma di malattia.
L’esigenza di portare a un livello più alto le convinzioni etiche e le riflessioni mediche lo convince a intraprendere la carriera politica e, dal 1876, è prima deputato e poi senatore del neonato Regno d’Italia, dividendosi tra Napoli e Roma. Il suo rapporto con il potere è sempre controverso: molti e prestigiosi sono gli incarichi che guadagna sul campo, le onorificenze nazionali e internazionali che gli vengono conferite, ma altrettanti sono i nemici e le sconfitte, come lo smantellamento della sua sala operatoria all’avanguardia e l’allontanamento dall’università, che forse segnano fatalmente il suo animo sensibile. A settantadue anni, nel 1887, viene internato in manicomio in seguito a un drammatico attacco psicotico. Dopo un anno di ricovero, torna a casa, alla Torre che aveva costruito a Capua insieme alla moglie Olga e che porta il suo nome, dove si rinchiude autoimponendosi un esilio dalla vita, fino alla morte. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali. E non si può tralasciare il gruppo di intellettuali, di amici cari, che continua a frequentare la Torre nonostante la malattia di Palasciano. Tra questi ricordiamo il pittore Eduardo Dalbono, il patriota e ministro Giovanni Nicotera e Antonio Ranieri, il letterato legato a Giacomo Leopardi. Anche con Giuseppe Garibaldi, a cui tenta, inascoltato, di curare una profonda ferita subita in battaglia, stringe un legame profondo e un lungo rapporto epistolare.
Alla sua morte, nel 1891, viene sepolto nel Quadrato degli uomini illustri, nel Cimitero monumentale di Napoli. La sua fine drammatica ricorda da vicino quella di un altro medico straordinariamente visionario, l’ungherese Ignác Semmelweis, eternato da un racconto di Céline.
La casa editrice
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