Poesie di Valentina Marzulli “Anche su Marte crescono i fiori”
Eretica Edizioni -L’Altrove-
Recensione –“Anche su Marte crescono i fiori” di ValentinaMarzulli (Eretica Edizioni, 2024) percorre la trasformazione e la rigenerazione della sensibilità poetica lungo il tragitto carezzevole e persuasivo dell’anima. Valentina Marzulli trasferisce su carta i propri pensieri evocativi, trascina la scia suggestiva dei propri ricordi, traduce l’incantevole natura delle emozioni e i mutamenti della propria esistenza, nell’offuscata e impercettibile visione del tempo, nella intenzionalità autobiografica, compie un viaggio iniziatico, attraverso una maturazione spirituale che irradia il coraggio e la passione della propria crescita evolutiva.
Valentina Marzulli-Poetessa
Il percorso poetico di Valentina Marzulli opera una conversione interiore, attinge alla conoscenza dell’ispirazione letteraria per avvicinare e comprendere l’essere nel mondo, rivela l’accidentalità e la consistenza dell’esistenza, collegando la prospettiva di ogni tentativo vitale di riflessione e di rinascita alla realtà del vissuto. Risveglia l’entità preziosa dell’energia rigeneratrice, arricchisce il desiderio delle esperienze di rinnovamento attraverso il passaggio necessario e inesorabile del rifugio spirituale, inteso come espressione di allontanamento e raccoglimento volontario, pausa appartata dalla vita, estende la capacità di cogliere lo spazio sconfinato e disarmante di ogni ritrovamento d’intimità, delle proprie ragioni, la proiezione della cura, tra l’invisibile affermazione del cuore e i tangibili strumenti di interpretazione.
Valentina Marzulli
Valentina Marzulli nomina il pianeta Marte come metafora, così come l’anno marziano si protrae quasi per il doppio di un anno terrestre, così la poetessa affronta l’orbita delle proprie inquietudini, dichiarandosi aliena a se stessa e al mondo, nella sorprendente e sconcertante sensazione di estraneità, in cui il conflitto indistinto e confuso, tra ciò che è l’origine e il centro dei sentimenti e ciò che si riscontra fuori di noi, intimorisce i nostri confini relazionali, non riconosce l’appartenenza della nostra vita, percepisce un’istintiva e immediata esigenza di protezione. Ma la resistenza adottata da Valentina Marzulli spiega la profonda connessione tra la scrittura e la coscienza, insegue l’approvazione del suo cammino, lo spunto della ricognizione delle reazioni umane e la meraviglia di riuscire a trovare nuove stagioni di fioritura, la ricchezza simbolica dei fiori, come germogli originari nobili di bellezza, congiungere alla disgregazione emotiva del passato il ripristino del presente, nella sua differenza significativa. Il libro analizza l’accattivante allegoria delle opportunità, comunica il ritorno dell’accoglienza oltre la desolazione dell’immobilità. La previsione degli anni accumula le coincidenze della celerità e dell’indugio, scorre intorno alla superficie fondamentale della quotidianità e permette all’autrice di distinguere inequivocabilmente la partecipazione comportamentale ed empatica verso luoghi e situazioni in apparenza ostili, disagevoli e inadeguati ma che nascondono una vicinanza favorevole, incrociano l’orientamento rivelativo del benessere e della serenità.
Valentina Marzulli
Valentina Marzulli riceve il dono della consapevolezza, in cammino dal principio di ogni avventura, ne riscopre il valore e ritrova, nell’alleanza temporale la direzione della salvezza, accoglie la generosità di ogni alterità donata con il riconoscimento dell’attualità esistenziale e ricompone l’identità verso se stessa.
NOTTE STELLATA
Il cielo notturno come specchio dell’anima. Ogni stella che cade è un ago nel cuore. Ogni punto di luce un bacio che non ti ho dato.
IL TUO SILENZIO
Il tuo silenzio è stato un insegnante severo. Io la sua allieva migliore.
DARKNESS
Mi trovo su questo volo circondata da luci e stelle, eppure non vedo la luce.
HIGH CONTRAST
E mentre altrove stanotte esplodono bombe, intorno a me le stelle.
CORRISPONDENZE
Non per il tuo tedio né per il mio volto. Non per il tuo ego né per il mio corpo. Non per farmi male né per soffocarmi. Non per possedermi solo per amarmi.
LA PRIMA NEVE
Dolore liquido, abeti a strapiombo sull’anima. La neve incanta, il ghiaccio pietrifica. Solo un passo e tutto si infrange. Fa’ attenzione, il cuore si spezza in un istante.
INVERNO
Come fiocchi di neve danzanti nuove parole arrivano e scaldano l’anima.
A cura di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Valentina Marzulli-Poetessa
L’AUTRICE
Valentina Marzulli nasce a Taranto nel 1990. Ingegnere civile, vive attualmente in Germania, dove si è dedicata nell’ambito del dottorato di ricerca allo studio dei materiali lunari. Autrice della silloge poetica Divenire pubblicata a cura di Eretica Edizioni e creatrice del blog di poesia Lady Margot Stories, parallelamente alle sue attività scientifiche, si dedica allo studio della lingua e della letteratura tedesca e inglese, e coltiva la sua passione per la scrittura e per la traduzione letteraria.
Rivista L’Altrove
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Poesie inedite di Martina Maria Maria Mancassola pubblicate dal blog L’Altrove
Martina Maria Mancassola è una scrittrice, poetessa e operatrice certificata di scrittura terapeutica, oltre che insegnante di Yoga Nidra e facilitatrice di mindfulness. La sua scrittura esplora l’introspezione emotiva, la ricerca interiore e la bellezza nascosta nei dettagli quotidiani, utilizzando un linguaggio evocativo e metafore potenti. Ha pubblicato Diario delle Fragilità con New Book Edizioni (2024) e le sue poesie sono apparse su Bottega della poesia – La Repubblica di Bari, L’incendiario, e L’Altrove. Martina è anche la creatrice del podcast “A Cuore Aperto” su Spotify e gestisce il canale YouTube “Yoga con Martina”, dove condivide pratiche di Yoga Nidra e meditazione, aiutando le persone a trovare equilibrio e consapevolezza interiore.
Martina Maria Mancassola
Quando inizio a danzare
Sposto il mondo di un centimetro
In là
Tu vieni vicino
E mi tendi la mano
Ma io cerco – nelle mani di un uomo –
La verità
Una storia mai narrata a nessuno
Una virgola che cambia senso alla frase
Un verbo infinito entro cui stare
Senza dover sottostare a coniugazioni
Che trasformano i miei confini in limiti
E i tuoi occhi in diavoli
Voglio poter ballare nelle tue mani
Sopra il tuo corpo
Sentirmi cielo che non scompare
All’orizzonte
Essere pioggia che cade
Nella notte
E bagna chi incontra
Mescolarmi al passato della gente
Camminare sul profilo delle montagne
Entrare nei boschi a cercare gemme
O stelle
Addormentarmi nella rugiada dell’erba
E quando avrò fatto tutto questo
Ripartirò
Perché chi non vuole ricominciare
Perde tutte le vite che non ha.
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Se saprai abbracciarmi
Senza schiacciarmi
Sfiorarmi senza toccarmi
Le nostre anime riveleranno
L’una all’altra
Le forme di chi siamo stati
Prima di noi
Tu lo sai che chi incontriamo
Cambia il nostro dna
In una parte così infinitesimale
Che gli scienziati non se ne sono accorti
Ma io si
Perché quando ti ho toccato
Non ero più
Sono diventata il tempo che cambia
Che ha aspettato me.
________________________________________
Mi troverai dietro un’ombra che balla
O forse dietro una porta
Sempre occupata a nascondermi
Perché la vita non mi colpisca
Arriverai per amarmi
O per ferirmi?
Non sono un pezzo di pane
Che spezzi, mangi o butti via
Sono un bocciolo in fioritura
E ho bisogno di luce
Ancor di più di vento dell’est
Che mi porti al mare
Per trasformarmi in una barca
E imparare a nuotare
Mi tufferò per raccogliere perle
Da portare alla donna del mare
Che vive contando conchiglie
E costruendo nuovi mari sul fondale
Mi chiederà di restare
Tu puoi diventare amore e arrivare
E se non verrai
Sarò la fanciulla del regno
Senza qualcuno da amare.
Biografia-Sono Martina Maria Mancassola, ho 28 anni e vivo a Verona.
Sono laureata in giurisprudenza con 110/110 ed attualmente sono specializzanda presso la Scuola di Specializzazione Per Le Professioni Legali delle Università di Verona e Trento. Nel 2009 ho conseguito il diploma di quinto anno di pianoforte e triennale di solfeggio presso il Conservatorio Dall’Abaco di Verona.
Nel tempo libero curo i miei due blog letterari – su Instagram @jane_austen_92 e @stoleggendo.mancassolamartina – in cui diffondo le mie poesie del cuore, i passaggi di classici e contemporanei che hanno rappresentato per me occasione di riflessione e di crescita.
Ho un grandissimo difetto: non smetto mai di acquistare libri! Mi perdo nelle librerie della città e nei mercatini dell’usato, in cui trovo sempre una vecchia edizione da custodire ed abbracciare. Amo sognare e leggendo libri ho vissuto tantissime altre vite!
Sono follemente innamorata del Sud Italia ed appena posso mi reco da nonna a Catanzaro Lido per ritrovare la pace contemplando il mare ed ammirando il volo dei gabbiani.
Il mezzo attraverso cui esprimo pienamente me stessa è la scrittura. Ho pubblicato varie raccolte di poesia e brevi scritti in prosa. Amo le parole perché nulla chiedono e tutto donano!
Amo la musica, i miei cantautori del cuore sono De André e Guccini. Ammiro e ricerco l’arte in tutte le sue forme, che sia pittura, scultura o letteratura.
D’estate lavoro come corifea – comparsa donna – presso la Fondazione Arena di Verona; l’opera lirica è un’altra mia grande passione.
Organizzo gruppi di lettura mensili tramite il mio canale Telegram Gruppo di lettura con Jane, sono green friendly, amo viaggiare, camminare in mezzo alla natura e meditare… il resto lo scoprirete curiosando nei miei blog
Rivista L’Altrove
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Dalila e Daniela, le fondatrici.
Per informazioni: laltrovepoet@outlook.it
e il fuoco della poesia: una voce che non si spegne-L’Altrove-
C’è un momento, nella storia della letteratura italiana, in cui la poesia smette di essere un esercizio riservato ai salotti borghesi e diventa qualcosa di più urgente, più carnale, più necessario. Quel momento ha un nome: Ada Negri. Nata il 3 febbraio 1870 a Lodi, in una famiglia di povertà estrema, la Negri entra nella letteratura italiana come una forza elementare — un terremoto che scuote le fondamenta di un genere ancora dominato da voci maschili, da toni elitari, da una poetica troppo spesso ancorata al sublime astratto. La sua opera, che si estende per oltre mezzo secolo di produzione lirica, rappresenta uno dei più significativi, e ancora troppo trascurati, contributi alla poesia italiana del Novecento. Questo saggio si propone di indagare, con la serietà che il tema merita, chi è stata Ada Negri, cosa ha scritto, e — soprattutto — perché la sua voce merita di essere ritrovata, riletta, rivalutata.
ADA NEGRI
La vita: dalla povertà alla parola
Ada Negri cresce in condizioni di povertà profonda nel lodesano. La madre, Vittoria Cornalba, è una tessitrice; la famiglia vive nelle due stanzette della portineria del palazzo Cingia-Barni, dove la nonna Peppina Panni lavora come custode. È proprio questa radice popolare, questa intimità con la miseria quotidiana, che diventerà il terreno fertile dalla quale sprucia la voce poetica della Negri. Non si tratta di un rapporto astratto con il popolo — si tratta di carne, di sudore, di notti in cui la madre conta i soldi per il pane. Il giovane poeta studia, diventa insegnante di scuola elementare a Motta Visconti a partire dal 1888, e proprio in questa funzione — a contatto con i bambini poveri, con le famiglie di operai — raffina la sua capacità di osservazione e di empatia verso gli ultimi.
Nel 1892, ad appena ventidue anni, pubblica la sua prima raccolta di poesie: Fatalità. Il libro è un caso letterario immediato. La critica italiana — in un panorama dove la poesia colta aveva ancora il monopolio sul discorso estetico — si divide: alcuni la celebrano come una voce genuinamente nuova, altri la percepiscono come pericolosa proprio perché non si cede alle convenzioni. Ada Negri diventa, da un giorno all’altro, una figura pubblica. È una poeta, è giovane, è povera di origine, e scrive di rabbia, di fame, di lotta. Il successo della raccolta porta con sé un cambiamento nella vita del poeta: la sua fama la porta all’attenzione della cultura italiana, ma non la libera dalle tensioni della sua esistenza.
Nel 1896 sposa Giovanni Garlanda, un industriale tessile di Biella. Il matrimonio, inizialmente segnato da un certo agio economico, si rivela nel tempo tormentato e infelice. La coppia ha una figlia, Bianca, che diventerà una presenza fondamentale nella poesia della madre, e un’altra bambina, Vittoria, che sopravive solo un mese di vita — un dolore devastante che marcia profondamente la poetica della Negri. La dissoluzione del matrimonio, le crisi economiche, la complessità della vita familiare alimentano la sua produzione poetica in modo profondo e costante. Nel primo decennio del Novecento la Negri pubblica una serie di raccolte che mostrano una maturazione inesausta: Maternità (1904), Dal Profondo (1910). Ogni libro è un passo più profondo verso l’interno, un approfondimento della sua capacità di trasformare l’esperienza in versificazione precisa e potente.
La separazione da Garlanda avvenne nel 1913, anno in cui la Negri si trasferì a Zurigo, dove rimase fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale. È un esilio volontario e doloroso al stesso tempo — un allontanamento dal territorio italiano che la ha formata, ma anche un spazio in cui la sua poesia trova nuovi motivi e nuovi paesaggi interiori; è proprio a Zurigo che scrive Esilio. Il ritorno in Italia coincide con una nuova fase della sua produzione: più meditativa, più incline alla contemplazione della natura e del tempo che passa. Ada Negri muore il 11 gennaio 1945 in Milano, pochi mesi prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, lasciando alle spalle un corpus poetico di circa dodici raccolte liriche, oltre a varie prose e racconti — sebbene questo saggio si concentri esclusivamente sulla sua produzione poetica.
Ada Negri
Fatalità: l’esplosione iniziale
Fatalità (1892) è il libro che introduce Ada Negri nella scena letteraria italiana con una forza che raramente si vede in un esordio poetico. La raccolta è attraversata da una rabbia che non è mai gratuita, mai retorica: è la rabbia di chi ha visto, di chi ha toccato con mano, di chi sa cosa significa non avere abbastanza. La poesia Senza nome, tra le più emblematiche della raccolta, ne incarna perfettamente lo spirito: qui l’autrice si presenta come voce degli invisibili, della «plebe triste e dannata», ma con un’«indomita fiamma» che non si lascia spegnere. A leggerla è immediato cogliere la tensione tra autoconoscenza e sfida: il soggetto poerico non si nasconde nella sua origine, la proclama.
Io non ho nome. — Io son la rozza figlia dell’umida stamberga; plebe triste e dannata è mia famiglia, ma un’indomita fiamma in me s’alberga. Seguono i passi miei maligno un nano e un angelo pregante. Galloppa il mio pensier per monte e piano, come Mazeppa sul caval fumante. Un enigma son io d’odio e d’amore, di forza e di dolcezza; m’attira de l’abisso il tenebrore, mi commovo d’un bimbo a la carezza. Quando per l’uscio de la mia soffitta entra sfortuna, rido; rido se combattuta o derelitta, senza conforti e senza gioie, rido. Ma sui vecchi tremanti e affaticati, sui senza pane, piango; piango su i bimbi gracili e scarnati, su mille ignote sofferenze piango. E quando il pianto dal mio cor trabocca, nel canto ardito e strano che mi freme nel petto e sulla bocca, tutta l’anima getto a brano a brano. Chi l’ascolta non curo; e se codardo livor mi sferza o punge, provocando il destin passo e non guardo, e il venefico stral non mi raggiunge.
La struttura della poesia è esemplare della poetica della Negri in questa fase: le quartine alternate (ABAB) ne governano il ritmo, ma il contenuto esplode oltre ogni contenimento formale. Il primo verso — «Io non ho nome» — è una dichiarazione di appartenenza alla massa anonima, eppure il «nome» viene subito rivendicato attraverso il canto stesso. La dialettica tra riso e pianto che attraversa la poesia non è accademica: è il ritmo della sopravvivenza.
ADA NEGRI
La Negri evoca la moltitudine degli ultimi — i poveri, gli operai, i dimenticati — come un corpo collettivo che pulsa sotto la superficie della società civile. I versi prendono vita attraverso immagini concrete, quasi fisiche: la povertà non è un concetto ma un sapore, un rumore, un peso.
Ciò che colpisce subito, dal punto di vista tecnico, è la padronanza della Negri del verso: sceglie forme classiche — quartine, sestine — ma le riempie di un contenuto che le trasforma completamente. Non c’è mai estetismo per sé; ogni scelta metrica è subordinata alla necessità di dire, di comunicare, di testimoniare. È questa tensione tra forma tradizionale e contenuto sovversivo che rappresenta la sua originalità più profonda in questa fase. La raccolta stabilisce un paradigma che resterà costante per buona parte della sua produzione: la poesia come atto di testimonianza, non di decorazione. La critica la saluta come una voce genuinamente nuova, e il mito della «vergine rossa», la maestrina proletaria, nasce proprio qui.
Nella stessa raccolta, la poesia Madre operaia offre un primo sguardo sulla figura della madre lavoratrice — tema che la Negri tornerà a esplorare con sempre maggiore profondità nelle raccolte successive. Qui la madre è ancora un oggetto di osservazione empatica, vista dalla figlia con un misto di tenerezza e terrore per il suo destino:
Nel lanificio dove aspro clamore cupamente la volta ampia percote, e fra stridenti rote di mille donne sfruttasi il vigore, già da tre lustri ella affatica. — Lesta corre a la spola la sua man nervosa, né l’alta e fragorosa voce la scote de la gran tempesta che le scoppia dattorno. — Ell’è sì stanca qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!… Ma la fronte patita spiana e rialza, con fermezza franca; e par che dica: Avanti ancora!… […] Per aprirti la via morrà tua madre; all’intrepido suo corpo caduto getta un bacio e un saluto, e corri incontro a le nemiche squadre, e pugna colla voce e colla penna, d’alti orizzonti il folgorar sublime, nove ed eccelse cime addita al vecchio secol che tentenna: e incorrotto tu sia, saldo ed onesto… nel vigile clamor d’un lanificio tua madre il sacrificio de la sua vita consumò per questo.
La poesia è costruita interamente attorno a un’idea: il corpo della madre come offerta. Il lanificio diventa il luogo del sacrificio, e il figlio — la Negri stessa, implicita nel testo — è colui per cui quel sacrificio ha senso. È un motivo che la poeta non abbandonerà mai.
Ada Negri
Tempeste: la rabbia come forma poetica
Tre anni dopo l’esordio, nel 1895, Ada Negri pubblica Tempeste, una raccolta che radicalizza i temi già presenti in Fatalità e li porta verso una dimensione più universale. Il titolo stesso è rivelatore: non si tratta di tempeste meteorologiche, ma di tempeste interiori, sociali, storiche. La raccolta contiene alcune delle poesie più intense dell’intera produzione della Negri, poesie in cui la forma del verso si deforma sotto la pressione di un’emozione che non vuole essere contenuta.
La poesia Sgombero forzato è una delle più brucianti della raccolta: la scena dello sgombero — la roba gettata per strada, la pioggia che bagna i «cenci», i «mobili corrosi dal tarlo, denudati, vergognosi» — è notata con una precisione che ha la qualità della cronaca, ma trasformata dalla forma poetica in qualcosa di più universale. È qui che la Negri dimostra una capacità rara: trasformare un avvenimento di routine della miseria in un atto tragico.
Ancor più devastante è Fanciullo, poesia dedicata a Sofia Bisi, che racconta la vita e la morte di un bambino operaio nel lanificio. È un testo che non lascia via di scampo al lettore:
Irrequieto, scarno, adolescente: nato da un fabbro e da una tessitrice: fior di plebe cresciuto a la severa ombra d’una motrice: scalzo, in blusa stracciata e collo ignudo era bello nei fieri occhi selvaggi. Irrideva col fischio del monello ai lucidi ingranaggi: genio infantil perduto in un inferno, correa fra casse e sbarre audacemente, e ogni cinghia parea che l’afferrasse qual spira di serpente; ed ogni morsa lacerar parea volesse le sue carni a brano a brano, ed ogni uncino conficcar la punta in quell’esile mano. […] gli cantava!… del severo loco gli, alato ed indomito folletto, colle mani a la spola, un inno in bocca, e la tisi nel petto. […] In fondo alla corsia v’è un letto bianco: vi posa un volto dolce di pallore. Il folletto gentil de l’officina in quel lettuccio muore. Muore di tisi — gli dilania il petto tosse implacata, e il corpo è già spettrale. Crebbe nel chiuso orror d’un opificio: finisce a l’ospedale. […] Fanciullo, non temer — troppo hai sofferto, or finisti. — Riposa. —
La struttura della poesia è quella di una narrativa in versi: il bambino nasce, lavora, canta tra le macchine, si ammalà, muore. Ma la Negri non lascia che la morte sia l’ultimo parola: prima di congedarlo, chiede «sole», «libertà», «aria» — le cose che al bambino sono state negate dalla nascita. È un atto di accusa formale, formulato con la precisione di una sentenza. La forma del verso – spesso spezzata, irregolare, priva del decorativo — diventa essa stessa un mezzo per esprimere la frammentazione della vita sotto pressione.
La raccolta si chiude con La fiumana, una poesia che funziona come manifesto ideale di tutto il lavoro della Negri in questi anni:
… E sale, e sale. – Con sinistro rombo s’accavalla nel buio onda sovr’onda: qual torrente d’inchiostro urge a la sponda, e trema l’aria, pavida, al rimbombo. È la fiumana dei pezzenti. – E sale, — Son cenci e piaghe, son facce scarnate, braccia senza lavor, bocche affamate, cuori gonfi d’angoscia. — E sale, e sale, e con sé porta un greve tanfo umano, il tanfo dei tuguri umidi, infetti; e un grido erompe dai dolenti petti: «Dateci il nostro pane quotidiano.» Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco. — L’immota calma che precede i lampi del tonante uragan pesa su i campi, e il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco: i granitici, enormi argini atterra, lordo di sangue, livido di pianto: domani, in nome d’un diritto santo, mugghiando allagherà tutta la terra…
Ada Negri
«La fiumana» è l’immagine centrale della poetica di Negri in questa fase: la massa dei poveri come forza naturale inesorabile, che non può essere fermata, solo ignorata — fino a quando non allagherà tutto. Tempeste conferma che la Negri non è una poeta di un solo libro: è una voce che cresce, che si deforma, che cerca continuamente nuovi modi per dire ciò che siente e ciò che vede.
ADA NEGRI
Maternità: la madre come archetipo
Nella raccolta Maternità (1904), pubblicata dopo la nascita della figlia Bianca e dopo il dolore per la perdita della seconda figlia Vittoria, la Negri compie uno dei più profondi gesti poetici della sua carriera: trasforma la figura della madre — la sua madre Vittoria Cornalba, sì, ma anche la madre come archetipo universale — in un oggetto di indagine poetica totale. Non si tratta di una celebrazione sentimentale, né di un inno alla maternità nel senso retorico. Si tratta di un’analisi, profonda e spietata, di cosa significa essere madre in un mondo in cui la madre porta sulle spalle il peso invisibile di tutto.
La poesia titolare, Maternità, è uno dei testi più commoventi della letteratura italiana moderna. Scritta in distici di versi lunghi — almost whitmaniani nella loro capacità di contenere il mondo — la poesia mapa la gravidanza come un atto cosmico:
Io sento, dal profondo, un’esile voce chiamarmi: sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi? O vita, o vita nova!… le viscere mie palpitanti trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti: tu sei l’Ignoto. — Forse pel tuo disperato dolore ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core; pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza, io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza: t’amo e t’invoco, o figlio, in nome del bene e del male, poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale. […] È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l’amore: sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore. […] uomini de la terra, che pure affilate coltelli l’un contro l’altro, udite, udite!… noi siamo fratelli. In verità vi dico, poiché voi l’avete scordato: noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato. In verità vi dico, le supplici braccia tendendo: non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.
La poesia parte dall’esperienza sensoriale più intima — il movimento del feto nel ventre — e si espande fino a diventare un appello universale alla fraternanza umana. La struttura è quella di un rituale: la madre come sacerdotessa, il corpo come altare. Ma la Negri non lascia che il tema resti nella sfera del sublime: la nascita avviene spesso «su letto di tortura, talvolta su letto di morte», e la poesia non dimentica mai che la maternità dei poveri è anche una forma di martirio.
Accanto alla poesia titolare, L’estasi e Dialogo completano il trittico della maternità nascente. In Dialogo, la Negri compie un gesto poetico straordinario: dà voce al figlio non ancora nato, che parla dalla «penombra» del non-essere con una saggezza amara e disillusa:
È lui. — Dal mistero profondo dei sogni si desta, mi chiama, mi dice: «Nel pallido Ignoto vagavo, felice… perché tu mi vuoi nel tuo mondo?… È triste il tuo mondo. — Dai morti lo seppi, che ad esso non tornano più. O madre, io non chiesi di vivere. E tu perché nel tuo grembo mi porti?…» «O figlio, vi sono viole nei prati. Vi sono farfalle ne l’aria. È bello, da un ciglio di via solitaria, fissare lo sguardo nel sole.» «O madre, ho paura. Nel cozzo de l’ire terrene son troppi i caduti. Su l’erbe calpeste procombono, muti, con l’ultimo rantolo mozzo dal colpo di grazia.» «O figliuolo, temprando io ti vado la spada e la maglia: di atleti ha bisogno la santa battaglia: tu forse cadrai, ma non solo; ché al fosco tuo cor la mia voce dirà le parole d’un’unica fede; saprò, lacerando la veste ed il piede, portare con te la tua croce.» «O madre, nel sogno, fra queste penombre fiorite di strane corolle, per sempre abbandona colui che non volle venire a le vostre tempeste…» «O figlio, al solenne richiamo nessuno è ribelle. Se amore t’adduce, fiorisci al tuo sole, t’avventa a la luce, vivi, ardi, sorridimi, io t’amo.»
Ada Negri
Il dialogo è un capolavoro di equilibrio: il figlio parla della morte, della paura, dell’inutilità della vita; la madre risponde con la bellezza, con la lotta, con l’amore. Ma nessuno dei due ha torto. È una poesia in cui la Negri dimostra una capacità di contenere la contraddizione senza risolverla che la distingue nettamente dai suoi contemporanei.
Il tema della maternità nella povertà raggiunge un momento di acutezza straordinaria nella poesia Le dolorose, dove le voci delle madri povere si alzano come un coro antico:
«Noi concepimmo senza gioia il figlio che splende ai sogni come splende un giglio. Noi portammo nel sen la creatura con fatica, con fame e con paura. Ne le soffitte dove manca l’aria, ne le risaie infette di malaria, ne’ campi dove passa, orrida iddia, la pellagra con occhi di pazzia, ne’ luoghi di miseria e di servaggio, chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio…»
E nella poesia Mara — dedicata alla madre di un regicida — la Negri indaga il dolore più estremo che una madre può conoscere: quello di un figlio che ha ucciso. La poesia è costruita come un ritratto silenziose, di quasi nessun movimento, dove la donna «fila, presso il focolare», con «le mani stanche»: il gesto manuale diventa emblema di un dolore che non ha parole.
La raccolta rappresenta, nel panorama della poesia italiana dell’inizio del Novecento, un contributo assolutamente originale alla comprensione di cosa significa essere donna in una società che della donna riconosce poco più del suo ruolo di madre e moglie. Eppure Negri non celebra quel ruolo: lo interroga, lo spezza, lo trasforma in materia poetica che riguarda tutti.
Ada Negri
Dal Profondo e Esilio: verso la maturità
Con Dal Profondo (1910) e Esilio (scritta durante il soggiorno a Zurigo dopo il 1913), la poesia della Negri entra in una fase di maturazione profonda. La rabbia degli anni giovanili non scompare, ma si trasforma: diventa più meditativa, più incline a interrogare non solo la condizione sociale degli ultimi ma anche la condizione umana in senso più largo. Dal Profondo è una raccolta in cui l’autrice esprime con immediatezza e spontaneità i sentimenti di vita familiare intima, i temi del dolore, della perdita, della memoria. La forma del verso — più libera, più flessibile rispetto ai primi anni — diventa essa stessa un mezzo per esprimere la complessità dell’esperienza interiore.
Esilio, scritta a Zurigo durante il periodo di allontanamento dall’Italia, porta questo tema ancora più in profondità. Il titolo evoca un esilio che non è solo geografico: è un esilio interiore, una sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo, a nessun mondo. La raccolta è attraversata da una malinconia che non è mai passiva — è sempre una malinconia attiva, sempre una malinconia che cerca di capire, di articolare, di trasformare l’incomprensibile in parole. Da punto di vista formale, in questi anni la Negri raggiunge una maestria del verso che la distingue nettamente dai suoi contemporanei: i suoi versi hanno una musicalità che non è mai ornamentale, sempre organica al pensiero che esprimono.
Il libro di Mara: la poesia come confessione
Il libro di Mara (1919), pubblicata nell’anno in cui morì la madre Vittoria, rappresenta uno dei punti più intensi nella produzione poetica della Negri. La raccolta nasce da un’esperienza sentimentale profonda e, per la società cattolica e conservatrice dell’epoca, risulta inusuale nella sua onestà emotiva. È qui che la poesia della Negri diventa vera confessione: la scrittrice affronta direttamente le domande che la vita le ha posto — l’amore, la perdita, il dolore, la memoria della madre — senza mai nascondersi dietro maschere retoriche.
I versi sono prosciolti, diretti, senza ornamento: è una poesia che non ha paura di mostrarsi nuda. La raccolta segna anche un momento di profondo cambiamento nella poetica della Negri: dopo anni dedicati alla denuncia sociale e alla maternità, la poeta si guarda verso l’interno con una lucidità che è allo stesso tempo dolorosa e liberatoria. È in questa raccolta che la voce della Negri raggiunge una nuova autorità: non la voce di una poeta che cerca di convincere, ma di una che sa.
Ada Negri
Le raccolte della maturità: Finestre alte, Le strade, Sorelle
Tra il 1923 e il 1929 la Negri pubblica tre raccolte — Finestre alte (1923), Le strade (1929) e Sorelle — che rappresentano una fase di grande maturità nella sua produzione poetica. Queste raccolte sono dedicate a vite femminili: destini di donne osservati con una pietà che non è mai condescendente, sempre radicata nell’esperienza. La poeta guarda le donne intorno a sé — le sue vicine, le sue conoscenti, le donne della sua storia — e ne fa ritratti poetici di straordinaria intensità. È qui che la sua voce si trasforma ancora: diventa più meditativa, più incline alla contemplazione della natura e del tempo che passa.
Nel corso degli anni successivi la poesia della Negri si trasforma ancora. Entra nella sua produzione un nuovo elemento: la natura. Non la natura romantica del Settecento o dell’Ottocento — non è una natura decorativa o consolatoria. È una natura osservata con attenzione scrupolosa, una natura che diventa specchio della condizione interiore della scrittrice. La luce, il buio, le stagioni, il mare, i fiumi: tutti questi elementi vengono trasformati in oggetti di riflessione poetica profonda. È in questa fase che la Negri mostra la sua capacità di rinnovarsi continuamente, di non ripetere se stessa, di trovare sempre nuove forme per dire ciò che ha sempre avuto da dire. Nel 1926 e nel 1927 viene candidata al Premio Nobel per la Letteratura — un riconoscimento che, sebbene non si concretizzi, testimonia il peso che la sua opera aveva raggiunto nel panorama letterario internazionale.
Le ultime raccolte: verso il silenzio
Le ultime raccolte della Negri — tra cui I canti dell’isola, Vespertina, Il dono, e la postuma Fons amoris— rappresentano il punto di arrivo di una traiettoria poetica durata quasi mezzo secolo. È una poesia che guarda verso la fine, ma lo fa senza paura, senza sentimentalismo, senza cedere alla retorica della morte. Gli ultimi anni della vita della poeta sono segnati dalla sofferenza e dalla solitudine, ma la sua voce non si arresta: trova conforto nella religione e nella preghiera, e questa spiritualità infine entra nella sua poesia come un nuovo elemento, una nuova tonalità.
In Vespertina la poeta descrive la sera — un momento del giorno che ha sempre avuto un ruolo speciale nella sua poesia, dai primi anni fino alla maturità — con una delicatezza che non è mai debole. È una delicatezza conquistata, una delicatezza che viene dopo decenni di combattimento con la parola, con il dolore, con la vita stessa. Questa è la poesia di una poeta che sa di stare avvicinandosi alla fine e che ha scelto di accoglierla con gli occhi aperti, con la stessa onestà che ha sempre caratterizzato il suo rapporto con la parola. Fons amoris, uscita postuma nell’anno dopo la sua morte, rappresenta l’ultimo lascito di una voce che non ha mai smesso di parlare.
Prima di lasciare questa fase, vale la pena fermarsi su Ninna-nanna di Natale, che appartiene a Maternità ma rappresenta la cerniera tra la poetica sociale dei primi anni e quella spirituale degli ultimi. È una poesia in cui il rito della notte di Natale — la storia di Cristo narrata a un bambino povero — diventa un confronto tra la promessa evangelica e la realtà della miseria:
Ninna-nanna… — gelato è il focolare, fanciul: non ti svegliare. Per coprirti dal freddo, o mio bambino, cucio in un vecchio scialle un vestitino. Ma il lucignolo trema e l’occhio è stanco, bimbo dal viso bianco. […] «… Pace ed amor non avrem dunque mai?… O bimbo!… tu non sai. — La notte è santa. — Mulinando cade la neve bianca su le bianche strade; e domani, con l’alba, le campane diran: riposo e pane a gli uomini di buona volontà!… — Ma menzogna terribile sarà. Sarà menzogna sino a quando, o figlio, in ogni aspro giaciglio simile a questo, in ogni nuda stanza simile a questa, ove non è speranza, a l’alba di Natale ogni bambino che soffra il tuo destino e mangi pan con lacrime commisto, si sveglierà con l’anima di Cristo: […] e un giorno insorgeranno a milioni con fulmini e con tuoni questi profeti: e al loro impeto alato il vecchio mondo crollerà, stroncato: ed il Vangelo allor sarà sovrana legge a la vita umana: e — Pace —, allora, dire si potrà agli uomini di buona volontà!… Ne le viscere nostre oppresse e macre di popolane, sacre a la fatica ed al servaggio muto, il miracol di Dio sarà compiuto. Ed ora, o figlio, del tuo letto al piede, con inesausta fede questa leggenda di Natale io dico: — Cristo del sangue mio, ti benedico. —
«Menzogna terribile sarà» — questa è la Negri: non si accontenta della consolazione. La madre sa che la promessa di pace e pane è, per ora, una menzogna. Ma non per questo rinuncia a raccontarla al figlio. Il miracolo che la poesia descrive non è quello evangelico: è quello socialista — il giorno in cui «insorgeranno a milioni». È un testo in cui la spiritualità e la politica si fondono in modo che nessuna delle due possa essere separata dall’altra.
La forma e la tecnica: come Ada Negri scrive
Prima di parlare del perché la voce della Negri meriti di essere ritrovata, vale la pena soffermarsi sulla sua tecnica poetica, che è stata spesso trascurata dalla critica a favore dei contenuti. Ada Negri non è una poeta sperimentalista nel senso radicale — non rompe la forma del verso nel modo in cui lo faranno, decenni dopo, i poeti delle neoavantguardie. Ma questo non significa che sia una poeta conservativa. Al contrario: la sua innovazione è sempre funzionale, sempre al servizio della cosa che vuole dire. I suoi versi hanno un ritmo che è spesso legato al ritmo della vita quotidiana — il ritmo del lavoro, del camminare, del respirare — e questa capacità di trasformare il ritmo dell’esperienza in ritmo poetico è una delle sue conquiste più originali.
Dal punto di vista della tecnica, la Negri mostra una progressione chiara: dai versi più regolari dei primi anni a una forma sempre più libera, sempre più flessibile, degli anni della maturità. Non si tratta di una perdita di controllo — si tratta di un allentamento deliberato, un modo di lasciare che la forma si adatti alla pressione del contenuto. Le sue rime — quando le usa — non sono mai decorative: sono sempre necessarie, sempre sorprendenti, sempre capaci di creare un effetto di chiusura o di apertura che cambia il senso del verso. È questa combinazione di disciplina formale e libertà espressiva che rappresenta il suo contributo più originale alla poesia italiana.
Perché ritrovare la sua voce
La domanda di perché la voce di Ada Negri meriti di essere ritrovata — riletta, rivalutata, rimessa al centro del discorso sulla poesia italiana — non ha una risposta semplice. Non si tratta solo di una questione di giustizia storica, sebbene questa sia parte della risposta. Si tratta di qualcosa di più profondo: si tratta del fatto che la sua poesia risponde a domande che la poesia italiana del Novecento ha spesso evitato di porre direttamente.
La Negri ha scritto dalla posizione degli ultimi — dei poveri, delle donne, di chi la società ha sempre marginalizzato — senza mai cadere nella retorica della vittimità. La sua poesia è sempre stata una poesia di forza, non di debolezza. Ha trasformato il dolore in bellezza senza mai nasconderlo, senza mai renderlo consumabile. Ha mostrato che la poesia può essere allo stesso tempo popolare e raffinata, accessibile e profonda. Questa capacità di tenere insieme le tensioni — popolare e alto, personale e universale, semplice e complesso — è ciò che la rende ancora oggi essenziale. In un momento in cui la poesia italiana cerca di ritrovare il suo rapporto con il lettore, con il pubblico, con la vita reale, la voce della Negri offre un modello: non di come scrivere, ma di perché scrivere. La sua poesia è la prova che la parola poetica ha ancora la forza di cambiare il modo in cui vediamo il mondo.
ADA NEGRI
Un’eredità ancora viva
Ada Negri è stata per lungo tempo una figura marginale nel pantheon della poesia italiana del Novecento — citata nei manuali scolastici come esempio di poesia «sociale» o «proletaria», ma raramente analizzata con la profondità e la serietà che il suo lavoro merita. Questa marginalizzazione non è un caso: è il risultato di un sistema critico che ha a lungo privilegiato le voci maschili, le poesie più astratte e più distaccate dalla vita quotidiana, i temi più universali nel senso convenzionale. La Negri ha pagato il prezzo di essere troppo specifica, troppo radicata nell’esperienza, troppo onesta nel suo rapporto con il dolore e con la vita.
Eppure la sua poesia sopravive a questa marginalizzazione, proprio come sopravive a ogni tentativo di ridurla a un tipo, a una categoria, a un esempio. Ada Negri è stata un poeta che ha cambiato il modo in cui la poesia italiana pensa se stessa — non con un gesto brusco, non con una rivoluzione formale, ma con una pazienza infinita, una costanza inesausta, un rifiuto di smettere di scrivere ciò che vede e ciò che siente. La sua voce è ancora lì, nelle pagine dei suoi libri, aspettando di essere ascoltata di nuovo. E chi la ascolta scopre qualcosa che la poesia italiana, ancora oggi, ha bisogno di ricordare: che la parola più potente è quella che non ha paura di dire la verità.
Rivista L’Altrove
L’Altrove è una rivista digitale indipendente dedicata alla poesia contemporanea e alle sue molteplici declinazioni. Fondata e diretta da Daniela Leone, la rivista nasce con l’intento di offrire uno spazio critico, plurale e interdisciplinare, in cui la poesia dialoghi con il pensiero, l’arte, la memoria, il corpo e le trasformazioni del presente.
Accoglie testi poetici, interviste, recensioni e rubriche tematiche, con particolare attenzione alle scritture femminili, migranti e marginali. Crede in una poesia capace di interrogare la realtà, di attraversare i confini, di generare riflessione e consapevolezza.
L’Altrove promuove un lavoro di ricerca e di ascolto radicale, valorizzando voci emergenti e consolidate, pratiche di traduzione, contaminazioni formali e linguistiche. Attraverso gli articoli pubblicati il progetto si propone come laboratorio di lettura e di pensiero poetico aperto e accessibile.
Ogni numero è curato con attenzione, passione, nella convinzione che la poesia sia una forma di conoscenza e di presenza nel mondo.
Roma-Teatro degli Assaggi al TEATRO FURIO CAMILLO-
Roma-Inaugura al Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi”, rassegna di teatro multidisciplinare per tutte le età e tutti i generi teatrali. Una programmazione variegata che spazia dalla comicità, al racconto al circo contemporaneo, la musica. Ancora spettacoli, illustrazioni, racconti per bambini, presentazioni di libri, acrobatica aerea, racconto di storie di donne e uomini straordinari. Una rassegna per rinnamorarsi del teatro, un luogo magico dove ogni cosa ha un gusto unico, magico, tanto intimo quanto universale.
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
Il teatro degli assaggi è una rassegna tutta da scoprire, per tutti i gusti!
La rassegna si apre venerdì 13 febbraio (ore 17:00) con la mostra “Il Circo Sfigato” dell’artista Alessia Muntoni. Le sue opere raggruppate nella mostra “IL CIRCO SFIGATO sembrano chiedersi “Cosa accade alle relazioni quando le differenze invece di creare condivisione creano distanza e conflitto?” Le illustrazioni affrontano in chiave ironica il tema delle relazioni, amicizie, famiglia, lavoro, guerre, dispute, amori e punti di vista da vari sguardi sotto il fantastico tendone del Circo Sfigato. Per ogni illustrazione un racconto che dal conflitto e dal disagio si trasforma in armonia. Dalle differenze nasce qualcosa di più bello, che da soli non saremmo in grado di fare, questo il tema ricorrente di tutti i racconti per ritornare ad una comunità di condivisione, accettazione del diverso e la bellezza di ognuno di noi. La mostra resterà aperta fino al 23 febbraio
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
A seguire venerdì 13 febbraio (ore 18 e ore 21) va in scena lo spettacolo “Monsieur Momo – Varietà” di e con Timo Lesniewski. Con la sua personalità affascinante e accattivante e una visione sognante del mondo, Momo conquista il suo pubblico in men che non si dica in una physical comedy poetica e senza età. Narratore poetico e spiritoso, sorprende non solo gli spettatori, ma a volte persino se stesso! Sempre all’altezza del suo pubblico, Momo delizia con umorismo, magia e una fantasia sconfinata. Le sue espressioni facciali e i suoi gesti ricordano i grandi clown di un tempo, conferendo alle sue performance una comicità visiva unica. Che si tratti di affrontare i propri demoni interiori, di interagire giocosamente con un membro del pubblico o di aggiungere un tocco di magia, Momo incanta con il suo stile fresco e impertinente. Noto per il suo speciale legame con il pubblico, è sempre una garanzia di lacrime di risate indimenticabili.
Sabato 14 febbraio (17:00) appuntamento con le letture animate per bambini “Storie per incontrarci”. Un appuntamento dedicato ai più piccoli con letture animate di libri per bambini sul tema delle migrazioni e dei viaggi. Sarà un momento di racconto e condivisione, un momento per i bambini e le loro famiglie, da vivere assieme per lasciare ai più piccoli spunti di riflessione sulle migrazioni, sulla bellezza di conoscere ed accogliere, sull’incontro tra popoli e sul valore che si può costruire “incontrandosi”
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
Sempre nella stessa giornata alle ore 18 e alle ore 21 va in scena “IRISH PUBLIC HOUSE” – di e con Clover Danze Irlandesi. un viaggio nella danza irlandese e nelle sue evoluzioni, attraverso la storia dei suoi spazi tipici: le public houses, ovvero quei luoghi di incontro che siamo soliti chiamare pub. Lo spettacolo racconta con parole e suggestioni le varie specialità di danza irlandese fino ai suoi sviluppi dovuti alle migrazioni oltreoceano del popolo irlandese. Un’affascinante esperienza nella cultura dell’Isola Verde! Uno spettacolo energico adatto a tutte le età. Inoltre, sabato 14 febbraio alle ore 19:00 si terrrà la presentazione del numero 171 del periodico culturale Leggendaria, che ospita il tema “Le clown” diMaria Vittoria Vittoriin collaborazione con l’Associazione Giocolieri e Dintorni. Lo speciale, che indaga sulle ragioni e gli sviluppi di una realtà sempre più estesa e coinvolgente come quella delle clown, è costituito in massima parte dai loro racconti intorno alle proprie esperienze in campo sociale e artistico. Si viene così delineando un universo estremamente ricco e articolato, in cui le arti del circo-clownesche e acrobatiche-dimostrano tutta la loro efficacia terapeutica all’interno di contesti relazionali e sociali problematici; in cui le artiste fanno rete tra loro, aprendosi a nuove opportunità, e costruendo -come dimostra l’esperienza di Virginia Imaz- nuove aree di consapevolezza e pratica femministe. L’incontro è mediato da Adolfo Rossomando, direttore del periodico Jugglin Magazine, e presidente dell’Associazione Giocolieri e Dintorni, realtà attiva nel settore del circo contemporaneo con progetti nazionale e internazionali di formazione, divulgazione, networking, ricerca, edutainment, coinvolgimento del pubblico. La presentazione è tradotta in LIS
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
Si continua, domenica 15 febbraio (ore 11.00 – ore 12,30) con “Connessione Radio” della Compagnia I Musicullanti, uno spettacolo musicale per bambini, un concerto interattivo tra le frequenze di una radio dispettosa con l’Ensemble Musicullanti 2.0 della Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia. Una Radio che prima non si trova, poi non si accende, anzi che si accende soltanto con la partecipazione sonora e ritmica delle bambine e dei bambini.
Su che stazione si fermerà? Dove ci porterà? Quale musica racconterà? La narrazione di un viaggio che si trasforma e si sintonizza su stazioni diverse, musiche, giochi, generi che cambiano di volta in volta accompagnando le bambine e i bambini alla scoperta di contesti, sonorità e repertori sempre differenti in un’alternanza di musica pop, classica, jazz, colonne sonore e canzoni di benvenuto. Un viaggio musicale da fare insieme e da scoprire per offrire alle bambine e ai bambini tante esperienze diverse, sempre caratterizzate da qualità, coinvolgimento e spirito di comunità nella musica.
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
Alle ore 18 va in scena, invece, “Madri d’Europa” con Alessandra Evangelisti e Serena Sansoni.
Un reading teatrale che intreccia voce, memoria e musica per dare parola alle grandi donne che hanno costruito l’Europa e che fino ad oggi sono state troppo spesso dimenticate. “Madri d’Europa” è un viaggio emozionante attraverso le biografie di cinque figure femminili che, con coraggio e determinazione, hanno segnato il cammino verso un’Europa più giusta, libera e unita. Sophie Scholl, Ursula Hirschmann, Eliane Vogel-Polsky, Louise Weiss, Simone Veil: donne visionarie, ribelli, resistenti. Le loro storie si intrecciano in un racconto corale che restituisce profondità e anima alla narrazione storica del Novecento europeo. Ogni monologo rappresenta la voce di una di queste donne in un momento cruciale della propria vita. Raccontare le loro vita ci fa capire da dove nasce il loro impegno fondato sui valori della pace, della libertà, della giustizia e della solidarietà. La performance dà vita a questi personaggi complessi e straordinari, restituendo loro una dignità che va oltre la loro singola esistenza, elevandole a icone di una storia collettiva che ha segnato l’evoluzione dell’Europa. La scelta musicale, che spazia da Tracy Chapman a David Bowie, dai canti delle suffragette americane a suoni contemporanei, contribuisce a rendere la performance contemporanea, mantenendo un tono pop capace di coinvolgere un pubblico trasversale per età e sensibilità.
La rassegna riprende poi venerdì 20 febbraio alle ore 17:00 con la presentazione del libro “Zazel” di Francesca De Sanctis. Zazel, la prima donna-proiettile della Storia, ha ispirato l’amata canzone di Francesco De Gregori, ma anche poesie, racconti e, in generale, tutto un immaginario su chi potesse essere quella donna così coraggiosa e spericolata da farsi sparare in aria da un cannone per svariati metri, indossando abiti succinti, in epoca vittoriana! Era una donna che amava la libertà e che non si sarebbe fermata davanti a niente pur di inseguire il sogno di fare l’acrobata per il circo e di vivere a modo proprio. Quest’albo la racconta con una lingua semplice e vivida e con ricche tavole a matita e pennello, e senza trascurare George, quel bambino che la capiva e che lei avrebbe amato per tutta la vita. Questa è una storia stupefacente e avventurosa, quella di Rosa Maria Richter, in arte Zazel, la prima vera “donna cannone”. La presentazione del libro sarà un momento dedicato a famiglie con bambini con la possibilità di per genitori e bambini di trascorrere insieme un momento per ascoltare una storia straordinaria.
L’incontro sarà realizzato in collaborazione con la libreria per ragazzi L’ora di Libertà, una realtà storica romana che si occupa di formazione e sensibilizzazione dei giovanissimi alla lettura con attività stabili quali laboratori per bambini e famiglie ed incontri di sensibilizzazione alla lettura.
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
A seguire, alle ore 18 e ore 21, ci si immerge in “Storie di Viaggio”, spettacolo di circo contemporaneo della Compagnia Materiaviva con la regia di Alessandra Lanciotti. Acrobatica aerea, magia, contact juggling, contorsionismo e racconto, sono gli ingredienti di un viaggio surreale e magico. Attraverso un racconto delicato che ricorda i toni delle fiabe, e attraverso la metafora del viaggio, si affrontano i temi del senso di non appartenenza, della solitudine, della migrazione e della violenza sulle donne. Uno spettacolo adatto a tutte le età, una sequenza di storie che incantano e lasciano sognare e riflettere, senza mai appesantire, senza mai perdere la patina fiabesca e poetica. Ogni piccola storia racchiude un mondo, si apre e si chiude sfiorando il pubblico con poche parole tradotte in scena in LIS
Sabato 21 febbraio (ore 17:00) appuntamento con le letture animate per bambini “Storie per incontrarci”. Un appuntamento dedicato ai più piccoli con letture animate di libri per bambini sul tema delle migrazioni e dei viaggi. Sarà un momento di racconto e condivisione, un momento per i bambini e le loro famiglie, da vivere assieme per lasciare ai più piccoli spunti di riflessione sulle migrazioni, sulla bellezza di conoscere ed accogliere, sull’incontro tra popoli e sul valore che si può costruire “incontrandosi”. L’incontro ha la durata di un’ora ed è particolarmente adatto a bambini tra i 3 ed i 6 anni, assieme ai genitori. Alle ore 18:00 e 21:00 si prosegue con “Sarò io” di e con Collettivo Karabòa, uno spettacolo di circo teatro che intreccia la storia personale alla riflessione sul contemporaneo. Le artiste in scena si chiedono il senso dell’arte nel mondo del lavoro, si affacciano davanti al baratro del “voler essere” e portano nei loro corpi acrobatici il contrasto tra il sentire e il volere. Uno spettacolo che unisce acrobatica e parola, danza e sapiente uso della luce come parte di un racconto emotivo. Un racconto che intreccia via via la storia personale a quella di una generazione. Acrobatica aerea, contorsionismo, contact juggling e racconto, sono le tecniche con cui le cinque artiste raccontano un mondo interiore e magico
Infine, domenica 22 febbraio (ore 11:00 e 12:30) va in scena Sulle Orme del Serpente della Compagnia Circoenxame, spettacolo poetico e coinvolgente che segue il viaggio di un serpente curioso attraverso gli ecosistemi del brasile. In cerca di un luogo da chiamare casa, Safira attraversa paesaggi diversi, incontra amici sorprendenti e affronta sfide inaspettate, finché non si accorge che il mondo intorno a lei sta cambiando, e anche dentro di sé qualcosa si trasforma. Una narrazione per riflettere su appartenenza, cambiamenti climatici e responsabilità del vivere come parte della natura
Roma- Teatro Furio Camillo, dal 13 al 23 febbraio, “Teatro degli assaggi
Alle ore 18 è la volta dello spettacolo La banda del Gobbo di e con Emiliano Valente. Analizzando la vita di un personaggio leggendario della periferia romana, il Gobbo del Quarticciolo, ho ripercorso le vicende di una Roma sotto assedio, invasa dai Tedeschi, bombardata dagli Americani, abbandonata dagli uomini di potere. Dall’otto settembre del 1943, fino al 4 giugno 1944, Roma vive nove mesi di dominazione tedesca, nove mesi di repressione, disperazione, fame; nove mesi di stragi e massacri: 335 uomini trucidati alle Fosse Ardeatine, più di 900 deportati dal Quadraro. E’ nella Roma più povera e popolare delle borgate come il Quarticciolo, che uomini e donne, combattono contro l’ingiustizia e l’oppressione. E’ lì che nascono gli eroi involontari di questa storia: sora Cettina, Giggetto, zio Franchino, Er Pigna, Neganè, Er Carota……uomini e bambini di borgata, trasformati in combattenti dagli eventi tragici che li colpiscono. Una storia narrata in prima persona. Il linguaggio scelto è la lingua di borgata; chi le racconta, è un ragazzetto, uno strillone soprannominato Riccetto, un ragazzo ingenuo a cui tutto sembra un po’ accadere per caso. Riccetto viene arruolato nella banda del gobbo e racconta quello che lui, dodicenne, ha vissuto in quei mesi di terrore e di dominazione, fino all’arrivo degli Americani. Tra giochi da bambino e assalti da adulto, la vita del Riccetto è semplicemente la vita di un ragazzo di borgata durante una guerra.
Non mancheranno, inoltre, gli incontri-laboratori come – Ar-The – Assaggi d’arte condotto da Giorgia Ricciardello, lunedì 16 e 23 febbraio alle ore 18:00. Prendere un the insieme e parlare dell’arte negli allestimenti teatrali. Gli allestimenti e gli studi per la scenografia, sono di fatto delle opere che vengono studiate e create spesso da artisti che attraverso il loro contributo hanno nei secoli trasformato il nostro stesso modo di concepire lo spazio scenico. In collaborazione con gli studenti dell’Accademia delle belle arti si realizzeranno incontri dedicati ai giovanissimi per stimolare alla riflessione su un aspetto del lavoro teatrale in equilibrio tra maestranze ed arte, uno spaccato che darà impulso ad una nuova visione di un ambito professionale ancora troppo poco conosciuto.
L’incontro è dedicato in particolare ai giovani di scuole medie e superiori ma è aperto a chiunque voglia curiosare sul tema davvero affascinante. L’incontro verrà moderato da Giorgia Ricciardello, Illustratrice e grafica, lavora sulle tecniche del disegno, della pittura, scultoree e modellato
Programma:
venerdì 13 febbraio 2026 ore 17:00
inaugurazione mostra “Il Circo Sfigato” – opere dell’artista Alessia Muntoni
Ingresso libero – non è necessaria la prenotazione
venerdì 13 febbraio 2026 ore 18 e ore 21
SPETTACOLO “Monsieur Momo – Varietà” di e con Timo Lesniewski
Franco Leggeri-Fotoreportage -Roma Municipio XIII- MUSEO PALEONTOLOGICO:” La Polledrara di Cecanibbio”-
CASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICO
Franco Leggeri-Fotoreportage -Roma Municipio XIII- MUSEO PALEONTOLOGICO:” La Polledrara di Cecanibbio”-Articolo scritto dalla Dott.ssa Anna Paola Anzidei, Soprintendenza Archeologica di Roma–Il giacimento pleistocenico de Museo Paleontologico “la Polledrara di Cecanibbio” è ubicato a circa 20 km a Nord-Ovest di Roma tra la via Boccea e la via Aurelia , ad una quota di circa 83 metri s.l.m., nell’ambito dei rilievi periferici del Vulcano Sabatino. Il sito, venuto alla luce a seguito dell’erosione naturale di un pendio di collina, è stato parzialmente disturbato dall’aratura moderna. In base ai dati forniti dallo scavo archeologico, iniziato nel 1985 dalla Soprintendenza Archeologica di Roma e tuttora in corso e che ha rimesso alla luce un’area di oltre 700 mq, il giacimento è stato associato al paleo alveo ed ai margini di un piccolo corso d’acqua, presente in un paesaggio a lieve gradiente ,caratterizzato da canali fluviali a percorso instabile e da acque stagnanti . Il tratto dell’alveo conservato, inciso in un banco di tufite granulare compatta, raggiunge la larghezza massima di 40-50 m. Sulla paleo superficie erano irregolarmente distribuiti oltre 9000 (novemila) reperti faunistici fossili associati a circa 400 strumenti litici e a pochi strumenti su osso, attribuibili culturalmente al Paleolitico inferiore. L’associazione faunistica è costituita prevalentemente da Elefante antico e Bue primigenio; scarsa invece la presenza di altre specie quali il cervo, il cavallo, il lupo , il rinoceronte. Pochi i resti di microfauna e di uccelli acquatici. Le ossa erano accumulate in più livelli nel canale centrale , mentre nelle aree periferiche pianeggianti erano sparse su di un unico livello, con alcune concentrazioni in piccoli avvallamenti . Lo stato di conservazione è ottimo; le ossa presentano un buon grado di fossilizzazione ed un aspetto delle superfici vario, da quello molto fresco nei reperti che hanno subito poco o meno trasporto, a quello fortemente fluitato per quelli di minori dimensioni trascinati dalla corrente . I reperti erano stati successivamente seppelliti, in un tempo relativamente breve, da uno strato di tufite , derivata da prodotti vulcanici rimaneggiati. La distribuzione caotica del materiale, causata dai processi di trasporto e di deposizione che avvengono in un percorso d’acqua, è stata in parte determinata , soprattutto nelle aree marginali, dall’attività di animali da preda quali il lupo , e dall’intervento dell’uomo. Questi doveva avere frequentato le sponde del corso d’acqua , intensamente popolate da animali di varie specie, sia per procacciarsi il cibo , come è testimoniato dalla presenza di strumenti e dalle numerosissime ossa metapodiali di Bue primigenio fratturate per estrarne il midollo . Le ossa di Elefante sono in assoluto le più abbondanti, con la presenza di tutti gli elementi dello scheletro ; alcuni crani quasi completi sono di particolare interesse in quanto offrono una più ampia conoscenza sulla morfologia degli esemplari di Elefante antico nella penisola italiana. Numerose le zanne , le mandibole, i denti isolati e le ossa dello scheletro postcraniale , attribuibili ad almeno 25 individui prevalentemente adulti. Nel corso delle ultime campagne di scavo è stato parzialmente rimesso in luce un microambiente, di poco successivo all’episodio fluviale, caratterizzato da acqua a lentissimo scorrimento. In quest’area sono stati identificati i resti ossei di almeno due elefanti, in parziale connessione anatomica e con le superfici in perfetto stato di conservazione. Finora sono stati rimessi in luce un cranio ed alcune ossa dello scheletro postcraniale : una zampa anteriore, le ossa di una mano, le tibie e peroni, alcune vertebre e costole. Accanto alle vertebre di una degli esemplari vi erano i resti di un lupo , anch’essi parzialmente in connessione. Evidentemente le carcasse degli animali erano rimaste intrappolate nella melma e le ossa non avevano quindi subito spostamenti di rilievo. Sparsi tra i reperti faunistici sono stai raccolti 400(quattrocento) strumenti litici culturalmente riferibili al Paleolitico inferiore. La materia prima, costituita da piccoli ciottoli silicei e calcareo-silicei di colore variabile dal grigio al grigio scuro, non appartiene all’ambiente fluvio-palustre ricostruito, ed è stata evidentemente trasportata dall’uomo. Questi si procurava il materiale nei livelli a ghiaie attribuibili alla Formazione Galeria, i cui affioramenti sono attualmente individuabili alla quota di 40-45 metri s.l.m. lungo la parte terminale dei fossi Arrone e Galeria, ad una distanza minima di km 3 (tre) dal giacimento de La Polledrara. L’industria è caratterizzata dalla presenza di strumenti su ciottolo, in particolare choppers e raschiatoi , molti dei quali con il margine ottenuto con ritocco erto. Numerosi i denticolati , i grattatoi e gli strumenti con caratteri tipologici non ben definiti. Comunemente i manufatti presentano più margini ritoccati; tale sfruttamento intensivo dei ciottoli era probabilmente dovuto proprio alla difficoltà di reperimento della materia prima. Non sono presenti fino ad oggi strumenti bifacciali , comuni negli altri siti dell’area Nord-Ovest di Roma (Castel di Guido, Malagrotta, Torre in Pietra). Vario è la stato fisico dei manufatti; molti dei quali presentano le superfici alterate dal trasporto in acqua. Alcuni strumenti litici , rinvenuti associati alle ossa di elefante in connessione anatomica nell’ambiente di tipo palustre, presentano invece un aspetto fisico freschissimo e margini taglienti. L’analisi delle tracce d’uso ha permesso di riscontrare la presenza di tracce prodotte dal contatto di tessuti animali (ossa, carne e pelle) nel corso della macellazione delle carcasse. Pochi sono gli strumenti su osso, ricavati tutti da frammenti di diafisi di ossa lunghe di elefante , con estremità o margini laterali resi taglienti mediante il distacco di grosse schegge . In occasione del Giubileo dell’anno 2000 è stata attuata una struttura museale , dell’estensione di 900 (novecento) mq, per la fruizione , da parte del pubblico, della paleo superficie rimessa in luce e restaurata.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Anna Paola Anzidei, Soprintendenza Archeologica di Roma-
Dal Volume- CASTEL DI GUIDO dalla Preistoria all’Età moderna. Edizione PALOMBI- ed. 2001-
Foto originali di Franco Leggeri
Bibliografia
Anzidei, A.P., 2001. Tools from elephant bones at La Polledrara di Cecanibbio and Rebibbia-Casal de’ Pazzi . In: Cavarretta, G., Gioia, P., Mussi, M., Palombo M.R. (Eds), Proceedings of the 1st International Congress The World of Elephants, CNR, Roma, 415-418.
Anzidei, A.P., Arnoldus Arnoldus Huizendveld, A., 1992. The Lower Palaeolithic site of La Polledrara di Cecanibbio (Rome, Italy). Papers of the Fourth Conference of Italian Archaeology. In: Herring, Whitehouse, Wilkins, J. (Eds), 3, 141-153.
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Palombo, A.M., Anzidei, A.P., Arnoldus Huizendveld, A., 2003. La Polledrara di Cecanibbio : one of the richest Elephas (Palaeoloxodon) antiquus sites of the late Middle Pleistocene in Italy. Deinsea 9, 317-330.
Il giacimento è attualmente aperto al pubblico e può essere visitato dietro prenotazione da effettuare telefonando al numero +06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17), o collegandosi al sito www.archeorm.arti.beniculturali.it
MUSEO PALEONTOLOGICO
Un affascinante viaggio alla scoperta della paleontologia, vi accompagna in un affascinante viaggio alla scoperta della paleontologia, illustrata da pannelli didattici , reperti e fossili.Imparerete così che cosa sono i fossili, dove si rinvengono e come si scavano. Scoprirete che cosa ci raccontano le orme. Vedrete:uno scavo paleontologico e un angolo di museo per la conservazione dei reperti.
Proverete a immaginare l’aspetto in vita di un animale vissuto nel passato e saprete come Arte e Scienza collaborino per restituire ricostruzioni attendibili.Infine, sarete proiettati nel passato remotissimo del pianeta Terra attraverso il tempo geologico e gli esseri viventi primordiali.
CASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La Polledrara di Cecanibbio- MUSEO PALEONTOLOGICOCASTEL DI GUIDO-La 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Paolo GENOVESI- Fotoreportage “Il Borgo di CANTALICE “ (Rieti)
Fotoreportage di Paolo Genovesi-Borgo di Cantalice-Cenni storici-Il nome del borgo di Cantalice deriva da Cata Ilex e fa riferimento a un leccio che secondo la tradizione nacque nella fenditura di una roccia sul retro della Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Le prime notizie del paese risalgono all’anno 1081 e la sua importanza strategica fu confermata dal fatto che fu scelta come roccaforte da Rocca di Sotto, Rocca di Sopra e Rocchetta per difendersi dai nemici. Dopo essere stata donata al re Carlo d’Angiò nel XIII secolo dal papa, per proteggerlo meglio dal popolo germanico e dagli svevi, Cantalice attraversò un periodo di dure lotte contro le città di Rieti e l’Aquila, contro le quali trionfò grazie all’aiuto degli Aragonesi. Il periodo di massimo splendore lo raggiunse durante il dominio di Margherita d’Austria nel 1571. Seguì poi il decadimento del borgo a causa della presenza del brigantaggio e delle lotte intestine tra le signorie del borgo.
Nel cuore della Sabina, a due passi dal Monte Terminillo e alle falde dei Monti Reatini, nel piccolo borgo di Cantalice il tempo sembra essersi fermato. La sua bellezza è anche legata alla sua posizione geografica, abbarbicata come un presepe a un’altezza che sfiora i 660 mt. La vista che si gode dal borgo spazia su tutta la sottostante valle reatina, oggi occupata dalla Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile.
Fonte I borghi del Lazio
Il Borgo di CANTALICE (RI)
La nascita del paese si fa risalire all’epoca tardo romana quando, in seguito alle numerose invasioni saracene, le frazioni nelle prossimità di quella che è oggi Cantalice si unirono per costituire un centro inattaccabile, considerato l’impervio colle su cui sorge il paese. Il suo nome deriva da due lemmi latini: cata ed ilex (rispettivamente presso e leccio). Secondo la leggenda era nato un leccio che sporgeva da una fessura di roccia dietro la sacrestia della Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nel 1304 il comune di Cantalice stipulò alleanza con quello di Rieti, ma questa si dimostrerà poco solida nel tempo infatti nel 1457, per difendersi dai feudatari, Cantalice si allea con gli Aragonesi e con Cittaducale, dando vita successivamente a quella che fu una vera e propria guerra contro Rieti. La guerra scoppiò effettivamente nel marzo del 1486, dopo aver rafforzato, l’anno prima, l’alleanza con Cittaducale in contrasto agli Aquilani che si erano alleati col Papato. La contrapposizione al Papato nasceva dalla consapevolezza che sottomettersi allo Stato della Chiesa significava sottomettersi a Rieti. La pace fu raggiunta l’11 ottobre quando la città de L’Aquila innalzò la bandiera aragonese. Il Viceré inviò un robusto esercito di oltre 7.000 uomini, ma quando l’esercito giunse, l’assedio era stato già tolto e appresa la felice notizia della vittoria della guerra e della ritirata dei Reatini, in segno di onore per la fedeltà ricevuta dai Cantaliciani, li esentò per venticinque anni dai pagamenti fiscali. In memoria di quanto accaduto, ordinò che intorno all’arma fosse scritto il motto FORTIS CANTALICA FIDES e che fosse inserita un’aquila nello stemma. Fu sotto Margherita d’Austria nel 1571 che Cantalice ebbe un periodo di pace. Furono questi anche gli anni in cui a Roma visse e operò un figlio illustre di Cantalice, Felice Porri, che sarebbe diventato San Felice da Cantalice, il cui culto è ancora oggi molto diffuso non solo in paese e nella Capitale, ma anche in alcuni Stati dell’America Latina. Con il XVII secolo iniziò per Cantalice un periodo di decadenza che culminò nel 1655 con le lotte intestine delle famiglie cantaliciane. Lo scompiglio generale aumentò a causa delle continue incursioni di bande di briganti che infestavano il Paese. Per più di 600 anni parte integrante del giustizierato d’Abruzzo, Cantalice è dal 1927 un Comune della Provincia di Rieti.-Fonte RietiNature
Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)
L’origine di Cantalice risale all’epoca tarda romana, quando in seguito alle invasioni da parte dei saraceni, le frazioni vicine si unirono per costituire un centro inattaccabile.
Il paese, dominato dalla Torre del Cassero, appare isolato e inattaccabile e si sviluppa in altezza culminando nella caratteristica chiesa di San Felice.
Il paese, arroccato su una collina si affaccia sulla piana di Rieti e sui tre laghi che insistono sul suo territorio, si divide in due parti. Cantalice Superiore che comprende il centro medievale e Cantalice Inferiore che è la parte nuova del paese.
Per i più temerari è possibile raggiungere il borgo di Cantalice salendo 350 scalini che conducono nel cuore del paese, durante la salita si possono ammirare le particolari case in pietra, le scale, le fontane e le piccole chiesette che circondano la scalinata. Per chi invece ama la natura, Cantalice offre numerosi sentieri molto suggestivi che conducono fino a Leonessa, uno splendido centro adagiato a circa mille metri di quota e al monte Terminillo.
Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)Il Borgo di CANTALICE (RI)
Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
Roma, nel cuore del Parco Archeologico dell’Appia Antica, sono stati presentati al pubblico i risultati delle nuove indagini condotte nell’area delle cosiddette Terme dei Tritoni della Villa di Sette Bassi, uno dei complessi archeologici più affascinanti del suburbio sud-orientale della Capitale. L’appuntamento si è tenuto venerdì 5 dicembre davanti a un pubblico attento e numeroso, riunito per conoscere gli sviluppi di un progetto che unisce ricerca, tutela e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR Caput Mundi. All’evento erano presenti il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, il dirigente delegato Luana Toniolo, e, a seguire, il già direttore del Parco dell’Appia Antica e attuale Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Simone Quilici, insieme a Raffaella Giuliani, segretaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Una squadra di nomi di primo piano che testimonia l’importanza dell’intervento e l’interesse crescente verso questo straordinario sito archeologico. Nel corso della presentazione, Luana Toniolo ha sottolineato come questi scavi aprano “un nuovo racconto della storia del settore sud-orientale del suburbio romano”, offrendo elementi fondamentali per comprendere l’evoluzione della villa, dalle strutture di età imperiale alle trasformazioni tardo-antiche. Il progetto prevede ora il restauro dell’imponente mosaico con thiasos marino, uno dei più estesi e meglio conservati della zona, oltre alla realizzazione di nuove coperture per garantirne la conservazione.
Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
Anche il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, ha messo in evidenza la portata scientifica della scoperta: un complesso termale di età medio-imperiale trasformato, tra IV e V secolo, in un edificio cristiano dotato di un raffinato fonte battesimale. Una trasformazione che arricchisce significativamente la conoscenza della Campagna Romana tardoantica, dimostrando l’efficacia di una ricerca fondata su metodologie solide e competenze integrate.
Lo scavo è stato diretto da Stefano Roascio, archeologo responsabile della Villa di Sette Bassi, che con la sua équipe ha documentato in modo estensivo l’antico complesso termale risalente alla metà del II secolo d.C. Le terme conservano un articolato impianto musivo in tessere bianche e nere che si estende per circa 60 metri quadrati, raffigurando un corteo marino di sorprendente qualità artistica.
Il dato più rilevante riguarda però la nascita, tra IV e V secolo, di un vero e proprio edificio liturgico, dotato di un fonte battesimale con due fasi costruttive. La presenza di rivestimenti marmorei, di un probabile tiburio e di un avanzato sistema idraulico testimonia un livello costruttivo paragonabile alle fondazioni urbane coeve. Particolarmente significativo il ritrovamento di una fistula plumbea in pressione, indizio di un apparato tecnico complesso e non comune in contesti rurali.
Le indagini stanno inoltre approfondendo l’ipotesi che la chiesa battesimale potesse ospitare la sede di una diocesi suffraganea di Roma, denominata Subaugusta o Subaugustana, finora conosciuta soltanto tramite scarse fonti documentarie. Una prospettiva che apre nuovi scenari per lo studio della cristianizzazione della Campagna Romana.
Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
La Villa di Sette Bassi, la cui imponenza emerge tra l’antica via Latina, l’acquedotto e le strutture rurali sopravvissute, conferma così il proprio ruolo centrale nella ricostruzione della storia archeologica della Capitale. Gli scavi, uniti al progetto di valorizzazione, stanno restituendo un sito vivo, capace di raccontare intrecci di storia, fede e architettura con un fascino che conquista studiosi e visitatori.
Per visitare l’area è necessario prenotare attraverso il portale Musei Italiani o l’App dedicata, oppure utilizzare il biglietto cumulativo settimanale o la Mia Appia Card, con accesso contingentato secondo le fasce orarie disponibili.
Fonte- Redazione giornale Anagnina- direttore responsabile: dott. Ivan Quiselli.
Roma-Mostra personale di Verena D’Alessandro – Rȇverie-
Roma-Fondazione Marco Besso -Mercoledì 19 novembre (dalle ore 17,00 alle ore 19,30) verrà inaugurata la mostra personale di pittura Rȇverie. Viaggio tra memorie e immaginazione di Verena D’Alessandro nell’ambito di Studio Aperto-Arti visive alla Fondazione Marco Besso a Roma. In esposizione fino a venerdì 28 novembre una ventina di dipinti ad olio di formato medio-grande e piccolo, alcuni dei quali inediti, tutti incentrati sul tema del paesaggio.
Conosciuta per la sua peculiare pittura paesaggistica – genere a cui l’artista ha indirizzato la sua ricerca pittorica da più di vent’anni – Verena D’Alessandro realizza opere che evocano più che descrivere la realtà che ci circonda, andando ben oltre un racconto mimetico per immagini. La sua è una pittura dove si mescolano memorie personali di paesaggi incontrati nel corso di viaggi e riferimenti derivanti da pagine letterarie e da ambientazioni filmiche: un mix che conferisce al suo lavoro una forte originalità.
Verena D’Alessandro-Artista
Nella presente mostra Verena D’Alessandro espone una selezione di dipinti appartenenti a due cicli pittorici dove si possono scorgere tratti costanti che caratterizzano il suo lavoro e che la rendono ben riconoscibile nell’odierno panorama artistico: a cominciare dal segno sintetico ed essenziale eseguito per lo più a spatola, dalle atmosfere sospese e spesso enigmatiche dei suoi paesaggi, dal costante e avvolgente silenzio che li pervade e che lasciano allo spettatore spazio all’emergere dei propri ricordi ed emozioni. Come scrive Duccio Trombadori nella brochure che accompagna la mostra: “…sulla sostanziale differenza di qualità tra opera “dipinta” e quella semplicemente “tinta” si misura anche l’accento stilistico e l’espressione poetica di Verena che scommette sul valore puro della pittura e lo riscopre nell’atmosfera estatica e sognante dei suoi quadri migliori”.
Latina- Galleria Spazio Comel – “Sintonie” la mostra di Verena D’Alessandro
La mostra sarà visitabile fino al 28 novembre dal lunedì al venerdì dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle 14,30 alle 16,30.
Per partecipare all’inaugurazione o per accedere alla mostra i giorni successivi è necessario sul sito: www.fondazionemarcobesso.net/mostre
AGRICOLTURA-L’aratro pesante invenzione che cambiò il mondo dell’agricoltura medievale-
AGRICOLTURA-L’aratro pesante-La grande invenzione che cambiò radicalmente il mondo dell’agricoltura medievale fu quella dell’aratro pesante. In epoca antica e durante l’alto medioevo era ben noto il cosiddetto aratro semplice, uno strumento a vomere (la parte che taglia la terra) simmetrico e in legno che riusciva a malapena a scalfire superficialmente le zolle del terreno e quindi non rimescolava granché la terra, garantendo raccolti di scarsa rilevanza.
Inoltre erano strumenti molto fragili, che poco si adattavano al duro terreno del nord Europa, che in effetti neppure i romani avevano mai coltivato in maniera seria e continuativa (per non parlare dei barbari, che spesso non ci provavano neppure).
Londra, British Library-L’ARATURA
Dal nord della Francia al resto d’Europa
Attorno all’undicesimo secolo, però, nel nord della Francia fece la sua comparsa un nuovo tipo di aratro, chiamato presto aratro pesante, in cui il vomere era asimmetrico, mentre lo strumento in generale era dotato di ruote e, dato che non doveva più essere per forza spinto da un uomo e poteva essere quindi appesantito per farlo entrare più in profondità, necessitava di essere attaccato a buoi o cavalli.
Fu una rivoluzione: l’aratro pesante, come il nome lascia intendere, penetrava più profondamente nel terreno, rimestando completamente le zolle e garantendo una produttività maggiore dei campi. Questo favorì, nel giro di pochi decenni, un poderoso aumento demografico che solo la venuta della peste avrebbe interrotto; inoltre, buoi e cavalli trovarono ampio impiego, anche grazie alle successive invenzioni del giogo frontale per i primi e del collare da spalla per i secondi, portando anche a una sempre più netta distinzione tra contadini ricchi – che potevano permettersi il nuovo aratro, già di per sé costoso, e gli animali che servivano a metterlo in funzione – e contadini poveri.
Le innovazioni agricole nel basso Medioevo
Nel basso Medioevo, a partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola porta ad una crescita demografica che favorisce la nascita di nuovi borghi. I maggiori raccolti non solo soltanto favoriti da un miglioramento del clima ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature. I progressi più significativi sono almeno quattro: l’aratro pesante, il collare da spalla, il ferro da cavallo e il mulino.
L’aratro pesante
L’invenzione dell’aratro pesante aumenta la qualità dell’aratura.
Nei secoli prima del Mille, i contadini utilizzano l’aratro semplice con il vomere in legno temperato che finisce a punta di freccia e si limita a scalfire superficialmente la terra, non rovescia le zolle e richiede un massiccio lavoro manuale con la vanga per completare l’opera. Per il contadino, quindi, la fatica è maggiore.
Tra il XI e il XII secolo, invece, fu inventato un aratro a vomere asimmetrico e versoio di ferro, dotato di avantreno mobile e di ruote. Questo aratro pesante penetrava in profondità e. per mezzo del versoio, ribaltava la zolla.
Nel XII secolo, si iniziò anche ad arare quattro volte all’anno consentendo alla terra di ossigenarsi maggiormente aumentando così la sua fertilità.
Roma Municipio XIII- Castel di Guido-Evento “Sovescio” del 20 settembre 2025:
”Gli estranei alla storia di questa Campagna Romana”
Roma Municipio XIII-Castel di Guido- 05 settembre 2025- Molte persone credono che Castel di Guido sia una passerella per sfoggiare “abitini firmati”, altri solo un campo dove mietere voti . Sovescio , l’evento del 20 settembre 2025, a mio avviso, deve far emergere dalla terra arata i ricordi gelosamente custoditi nei cuori dei lavoratori . Se partecipi all’evento non credere di entrare in una “galleria d’Arte”, ma ti troverai immerso nei segni e tracce che si sono concretizzati e realizzati in una storia secolare , storia costruita con la tenacia del lavoro delle persone che hanno dato vita e anima a questa Campagna Romana. Se vieni a Castel di Guido , se hai la sensibilità, puoi percepire il tempo che scorre sotto la pelle delle persone :tempo fatto di stagioni, di silenzi e di “respiri” ,vissuti dagli abitanti nella quotidianità del Borgo, persone che si sono fatte pionieri in questo spazio enorme della Campagna Romana.
il Cardinale Eugenio Tisserant-foto dedica ai parrocchiani di Castel di Guido
A Castel di Guido non si può ignorare la chiesa dello Spirito Santo, parrocchia amata dal Cardinale Eugenio Tisserant, come si legge nella dedica con la sua foto :”Alla diletta parrocchia di Spirito Santo a Castel di Guido, nel 20°anniversario della mia azione alla Diocesi Suburbicaria di Porto-Santa Rufina, offro, con paterna benedizione ,pegno di favori divini sulla famiglia e su tutte le attività parrocchiali.
Roma, 18 febbraio 1966
Eugenio Card. Tisserant
N.B. La foto del Card. Tisserant , con dedica autografa, è incorniciata e appesa nella sacrestia della chiesa di Castel di Guido.
Ignorare la chiesa dello Spirito Santo significa ignorare la storia stessa di Castel di Guido dal 1600 sino ai nostri giorni–Ignorare la Parrocchia significa creare un confine con la Storia vera della Campagna Romana.
–Confine è una parola pericolosa, perché appartiene in primo luogo alla semantica della chiusura ma ,come tutte le parole, “sol che rifletta sulle loro vibrazioni e se ne interroghi la perenne ambiguità”, sa dire altro : esprime anche il senso opposto dell’apertura: è linea che garantisce la nostra identità, ma dal cui orizzonte , arricchiti dalla consapevolezza di ciò che siamo, si può guardare oltre . Questa piccola premessa è per introdurre l’importanza della parrocchia e dei vari Preti, Abati, Vescovi e Cardinali nella storia di Castel di Guido . Voglio ricordare l’Abate Sacchi che celebrava la messa nella chiesa di Sant’Antonio al Casale della Bottaccia il quale , nel 1600 ,era abitato da venti persone .Il Casale era di proprietà del Cardinal Montalto che lo cedette in proprietà ai principi Pamphilj , si legge nelle cronache :”Il Casal della Bottaccia con la chiesa di Sant’Antonio, eretta nuovamente, con vicino Ospedale, dalla generosa pietà del Principe GiovanBattista, per comodo dei poveri circonvicini si celebrava la Santa Messa ogni giorno festivo”. L’Abate Sacchi era deputato speciale del Pontefice per la Campagna Romana e controllava ” il giusto pagamento delle mercedi degli operai”.(Breve sunto da vari testi del 1600). Dell’importanza dell’Ospedale della Bottaccia ne parlerò in un articolo apposito relativo alla “Malaria nella Campagna Romana”.
Castel di Guido-Ex-Ospedale della-Bottaccia-chiesa di Sant’Antonio
Don Luca Riccelli “Il portavoce” e consigliere dei braccianti durante lo sciopero del 1832-Durante lo sciopero del maggio del 1832 fu , come si legge dal verbale della Direzione di Polizia:”la Polizia individua “Don Luca” in Don Luca Riccelli, un sacerdote impiegato presso la Segreteria dei Brevi (un ufficio della Curia Romana), che è interrogato il 19 maggio e riconosce che negli ultimi 5 anni era andato spesso nella Tenuta Pisciarello, l’ultima volta il 10 maggio, e che ha parlato con i lavoratori delle loro condizioni di lavoro e di vita. Conferma che alcuni lavoratori gli hanno chiesto consiglio su come fare per migliorare la loro “condizione” e lui li aveva consigliati di rivolgersi al Tribunale dell’Agricoltura”.
Chiudo questa brevissima nota ricordando che la cerimonia di assegnazione delle terre dell’ENTE MAREMMA del 1952 ebbe luogo davanti la chiesa dello Spirito Santo -Piazza di Castel di Guido ,come testimoniano le foto . Altre testimonianze della devozione degli abitanti di Castel di Guido si possono trovare nella croce di ferro sita all’incrocio di Via Neviani con Via Gismondi , croce eretta dai Padri Passionisti. Altra testimonianza è la piccolissima edicola dedicata alla Madonna incastonata su di un albero nella salitella prima del casale della “Carosara”e non possiamo dimenticare la Madonnina della piazza di Castel d Guido.
Nota di Franco Leggeri Direttore Editoriale di “Quaderni della Campagna Romana”
2)Castel di Guido. Esposizioni di trattori in occasione della cerimonia di assegnazione delle terre. Su un cartello appoggiato ad una macchina agricola si legge: “Ente Maremma. Azienda di sviluppo”
• data20.07.1952
3)Manifesto del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in cui si annuncia che la cerimonia di assegnazione dei poderi dell’Ente Maremma si terrà a Castel di Guido il 20 Luglio 1952: l’avviso è firmato da Giuseppe Medici, presidente dell’ente Maremma
• data20.07.1952
1)Assegnazione dei poderi a Castel di Guido. Su un cartello appoggiato alla macchina agricola si legge: “Ente Maremma. Azienda di riforma di Muratella”
• data20.07.1952
• stampa fotografica-b/n
Nota di Franco Leggeri Direttore Editoriale di “Quaderni della Campagna Romana”
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