Breve biografia di Grazia Di Lisioè nata a Cabras e vive tra Teramo e Pescara. Poetessa, scrittrice, si è dedicata all’insegnamento e all’approfondimento di linguaggi espressivi. Ha partecipato a varie rassegne di Teatro-Scuola, “Giostra di Orlando”, “Cavallo di Troia”, “Progetto Ilio”, creando l’elaborazione drammaturgica dei testi con la collaborazione di Enti teatrali, l’IRRE Abruzzo, Lazio e l’ETI di Udine. Oltre al premio Pirandello (Agrigento 2003-2004), conferito ai suoi alunni per le sezioni teatro e cortometraggio, ha ricevuto il Premio Didattica “Raffaele La Porta” (Pescara). Per la poesia, suo ultimo approdo, ha pubblicato le raccolte Voci e silenzi (2003 Sigraf), Le accese solitudini (Tracce 2005), Annoda fili acquei con traduzioni in francese (Gedit 2008), Compresenze con traduzioni in sardo (Tracce 2009) e Un asciugar di tempo (Noubs 2014). Tra i riconoscimenti per la poesia edita, il primo premio “Ida Baruzzi Bertozzi” 2011 (Chiavari) e il secondo premio “Astrolabio” 2014 (Pisa). Ha ricevuto, inoltre, il secondo premio per il saggio in lingua campidanese Sa terra sonadora (Noubs 2011), Quartu S. Elena 2012. È presente in Astrolabio, Logos, nella collana Sentire, su Arte e cataloghi d’arte, sul sito online di Lietocolle. Ha collaborato con A B C, Senza Titolo, Il Monitore, La Tenda.
Torna a abitarmi la paura
nell’isola che mai il vento doma.
Sono quel vento…
nuvola di turbamento.
Tra orme e ombre – segno degli dei –
la tela si sfilaccia a larghe trame
d’antiche lontananze…
S’illivida il pensiero come piuma
che si fa barca in mare. Vibra
in silenzio e lentamente spare.
Mi insegue ovunque la mia terra
e punge d’ingombro un sentimento
nei boschi e nei declivi di olivi
dai contorti fili. Come in un sacro
tempio sembra che all’acqua si leghi
il cielo. E di bellezza m’assale
uno sgomento.
(poesia inedita)
Il giorno resta vuoto come appeso
al fragile sentiero del pensiero.
Il mondo s’è fermato su una foglia
vaga di sogni stinta è la corolla.
Altro non chiedi del viaggio amaro
che rimembrare la melodia di ieri.
Non i sorrisi mancano ma gli anni
a spalancare impensabili segreti.
Nel dubbio che ogni cosa senza forma
sia guscio morto di bellezza.
(poesia inedita)
In un viavai di indugi e di pensieri
liane oscillano della memoria.
in ombra taciturne si passano
parola e filigrane intessono
a una canzone nuova.
Quale filo t’incatena nella valle
oscura? Eri farfalla d’oro.
Brucavi l’erbe in orizzonti estremi-.
Io non ricordo questo vuoto appeso
non ricordo turbamento e peso.
in angoli smarriti
la vita trema come rena sparsa.
Indecisione estrema come seme
d’erba in un cristallo di neve.
Da “Un asciugar di tempo” (Noubs 2014)
Più nessuna fronda fa garrula
corona alla stagione delle ombre.
La levità del tempo ci attraversa
la muta cognizione del dolore.
Mentre sentiamo scorrere le ore
lampi vediamo aprirsi di momenti
come se per miracolo la forma
intonasse di luce un ritornello.
E un mondo s’aprisse di bellezza.
(poesia inedita)
Incautamente sulla tua via
in lembi battuti dal vento
dove cactus non nudi del tempo
fioriscono nere scintille,
non lascerò che tu varchi la porta
per inseguire di Alentejo
la scia. Via me n’andrò
tra crocchi di lappole amare
dove l’alba promessa m’attende.
(poesia inedita)
Mi dici “bello il tuo costume
con la fascia colorata”
e io “solo quando soffia il vento”.
Due monadi silenti
– un grillo e una farfalla bianca –
l’una ferma sul lettino
l’altra in volo frettoloso verso l’oltre.
Felice di ritrovare il mare
dell’infanzia – un raggio d’aria
in piccola barca su lunghe onde
nella nebbia della fine.
(poesia inedita)
Nessun cielo di smalto sull’arida
sponda. La luna tremula sull’onda.
Sento frusciare anemoni di mare
nell’alveo verdeazzurro di memorie.
Vorrei snodare il grembiule
alle maree – scrutare l’abisso
dentro un bisso ma l’onda come il tempo
resta viandante perso sulla riva.
Care sembianze d’acque chiare
delle dolci primavere
Sognare rive labili di mondo
discendere dall’ugola del tempo
su varchi di cielo senza luce.
Babelico squilibrio di memorie.
Fuori dal tempo perdersi sognare
da finte ombre e da pensieri umani.
La luce li attraversa li fa vani
come dissolti nodi di esistenza.
Da “Un asciugar di tempo” (Noubs 2014)
L’alba nascente
s’è lasciata cullare
aprendo gli occhi
ai colori del mondo.
Arcobaleno raro.
*
Giochi di luce
sopra i tetti innevati,
arcobaleni.
Un pesante fardello
colorato di luce.
*
Pesa la terra –
ghirigoro di ghiaccio –
fascino arcano
d’armoniosa bellezza
di mutevoli forme.
*
Oh le violette
germogliate anzi tempo
sotto la neve.
Come luci nell’ombra
d’una muta stagione.
*
Osservo andare
sonnolenta la luna.
Fiore di luce
nel viaggio incantato
sotto lampi di neve.
Emilia Vetere nasce nel 1997 a Roma e qui trascorre la sua vita. Frequenta il liceo classico, ma sceglie in seguito di approfondire la propria passione per le arti visive diplomandosi come truccatrice e scoprendo così gli effetti speciali. Colline (Ensemble, 2018) è la sua prima pubblicazione.
Binomio
Ci attira sopra ogni cosa
la cosa che più reprimiamo
E, così, l’uomo
divora la donna,
E, così, il popolo
adora il tiranno.
Così vai cercando
l’accento straniero
di quel bel ragazzo
che ti terrorizza,
Ti forzi a far odio
del tuo desiderio;
Ti sembra che io
dica il giusto o il vero?
La tigre e il cervo
La tigre procede a testa alta
nel tropico che la vede padrona
di ogni foglia, di ogni sfumatura.
Non perdona, ma non compie passo falso
di abuso, di violenza verso gli altri,
Nessuna; si compiace, anzi
di essere la sola a poter aiutare.
Non prova amore:
Non ha vera forza
All’infuori del sentirsi superiore.
–
Oltre al confine del tropico
la tigre cercava una preda,
Presa dalla solitudine
di una vittoria ormai invisibile.
Lei desiderava amare,
davvero,
Una creatura migliore,
Senza mai aver imparato ad amare
sé stessa, ciò
che la rendeva uguale.
Ma nella foresta
di forme diverse,
Di diverse leggi,
diverse realtà,
Volere solo vincere
significava reggere
Un metro diverso
dal braccio di ferro.
Chi si misura solo con la forza
non sa mai cosa l’aspetta.
Chi non ha forza
se non nel confronto
Nasconde la più grande debolezza.
Disarmata, ascoltavo morire
anche il grido
Di una grinta spenta in eterno:
Erano le lacrime di una tigre
di fronte alla grazia del cervo.
Non sapro’ mai più
Non ho mai chiesto più
da certi sogni
che mi lasciassero stare.
Quando la guardia è bassa
e non so interpretarli,
le sale buie e accumuli
di oggetti più che inutili.
Non ho mai chiesto più
dalla mia mente
di non caderci ancora.
Se è più facile perdersi,
ben più che ritrovarsi,
Io non saprò mai più dove mi trovo.
Termini
Definisci i Termini
delle mie notti instabili
E di giornate sature,
svuotate in un flacone.
Non c’è altra direzione che
sappia dare ai miei passi,
Tu, strada, Termini nella stazione.
Ragazze, amici, occupazioni e amore
languono sul filo della spada
Che rende ognuno dei miei sogni inerme,
atrofizzato tra le vie di Termini.
Non amare la tigre
nessuno vuole stare
Con qualcuno di così eccezionale
ed egocentrico.
C’è stato un tempo
in cui morivo ogni giorno
di devozione;
Ora un silenzio
in cui ascoltare
cadere la cenere.
Non amare la tigre
la cui rabbia non ama,
Che non ammira e non ha mire
se non quella di
arrivare prima.
Sotto al suo morso muore
la sfida di ogni creatura;
Non amare la tigre
che o ti ama
o ti divora.
A colori
Però l’uomo ha sempre visto a colori,
e uguale è il grido di ognuno che muore.
A cosa, a chi sentirsi superiori?
A ere passate e culture presenti?
Cose superate, o semplicemente
Rotte sconosciute dei venti.
Invece di far luce
sappiamo nascondere
e, invece di conoscere,
soltanto giudicare.
Invece di esplorare
ogni strada in quanto nuova
sappiamo solo chiuderci
a ogni alternativa.
Emilia Vetere
Nei campi urbani
Le porte automatiche dell’Inverno
fuori dalla stazione; ciò che prima
ha condito la mia vita, vita mia
Non ne hai lasciato nulla.
Sarà più Primavera?
Nei campi urbani della Tiburtina
la gente loda il respiro dell’aria
“Finalmente verde”, e i palazzi
sghignazzano a braccetto, in lontananza.
La vittoria del freddo
incalza, noncurante,
E io che vago, senza più una meta,
Scrivo;
Il blu del buio
mi si addensa addosso.
Sfrigolano le logoranti
frustrazioni altrui
ingoiate dalla città, Roma mia,
che ne ridi.
Poesie tratte dalla raccolta Colline (Ensemble, 2018) di Emilia Vetere
Termini
Definisci i Termini delle mie notti instabili E di giornate sature, svuotate in un flacone. Non c’è altra direzione che sappia dare ai miei passi, Tu, strada, Termini nella stazione.
Ragazze, amici, occupazioni e amore languono sul filo della spada Che rende ognuno dei miei sogni inerme, atrofizzato tra le vie di Termini.
***
Alchimia del terrore
Dimmi
se devo morire
nel nome di una convinzione e
di mazzi di pezzi di carta,
Dimmi se non ti riguarda,
Se la paura negli occhi
non era la tua
e i pianti e i gridi
non chiamavano te.
Non è solo un luogo,
non è solo un giorno
in un punto del mondo.
Dimmi, ancora, quante bocche
stanno sputando sentenze
gelate, volendo ignorare
Che è qualcosa di più grande, un velo
che ci avvolge uno a uno,
sotto lo stesso cielo.
***
In un giorno felice
Non all’altezza di ciò che mi gira in testa: Questo.
Una dei tanti nessuno tra i miei schemi inerti.
Nulla che sia più piacevole, ormai. Non più lo speziato sentore di trasgressione nel divertimento, Non ancora un premio al mio (forse) talento.
Ma in un giorno felice non avrò mai detto questo.
Difficile, no, impossibile, volevo dire, Stabilire – o provarci soltanto l’altalenante andamento dell’alto e l’abisso.
Il fulcro della mia leva, l’ultimo, unico punto che ho fisso È il disequilibrio.
Fossi una fenice, avrei finito presto anche la cenere da cui rinascere;
Ma in un giorno felice, io non avrò mai detto questo.
Da Poesie ritrovata dalla Rivista L’Altrover-RENZO NANNI nasceva a Livorno il 4 marzo 1921-Già da bambino Nanni fu inoltrato verso l’amore per la scrittura e la poesia. Trasferitosi a Padova con la famiglia, terminò i suoi studi e iniziò ad interessarsi di politica militando nel Partito Comunista. Durante la Seconda guerra mondiale, fu impegnato sul fronte russo Per anni Renzo non riuscì a parlare di questa esperienza così traumatica. Solo quarant’anni dopo ne racconterà attraverso il poemetto Minuscolisu pagina bianca.
Dopo la guerra e la resistenza italiana, sposa Maria Germano e si laurea in lettere. È durante quegli anni che cresce il suo interesse verso la letteratura e l’arte, stringe amicizie importanti per la sua vita e la sua carriera e organizza eventi culturali
a favore della pace e della fratellanza fra i popoli. In particolare Nanni è l’animatore delle Olimpiadi culturali a Genova nel 1950, una grande kermesse a cui partecipano, oltre ai migliori artisti italiani, Picasso e Neruda, della cui conoscenza Nanni andrà sempre orgoglioso. Nel 1950 è 1° segnalato al Premio Chianciano, l’anno dopo è segnalato per l’Italia al Festival Mondiale della Gioventù a Berlino. Sono gli anni che lo vedono collaborare a Rinascita, L’Unità, Mondo operaio, Lavoro Nuovo. Nel 1952 esce il suo primo volumetto di poesie, L’avvenire non è la guerra, inserito nella rosa dei finalisti al Viareggio di quell’anno. Con questa opera, afferma Giuliano Manacorda, «viene in primo piano l’epos resistenziale, temperato dalla presenza di accenti civili o moralistico-descrittivi […]. Il tema resistenziale si riconnette senza fratture alle lotte per il lavoro: la “guerra nostra” ora si è spostata nelle campagne di Calabria e di Sicilia, dove i lavoratori cadono negli scontri con le forze dello Stato, alla Sardegna dei pastori, alle fabbriche in sciopero, ovunque è ancora tempo di “canti da gridare”».
Passano venticinque anni prima che Nanni pubblicasse il suo secondo libro di poesie. È del 1977 la raccolta Terra da amare. Intanto svolge il suo lavoro come professore in alcuni licei di Roma. Alla fine degli anni ’60 conobbe l’editore Signorelli che lo spinge a scrivere un manuale di letteratura italiana per le scuole secondarie: così nel ’73 esce Letteratura italiana: materiali per un programma, in quattro volumi.
Nel 1966 si trasferì con la famiglia a Velletri e qui si dedica alla terra e completamente alla scrittura poetica. A pochi anni di distanza l’uno dall’altro escono Braccialimitative e il mondo (1979), Minuscoli supagina bianca, poemetto nel quale riprende, a quarant’anni di distanza, il tema della ritirata di Russia (1982), Fasi di luna, nel quale annuncia agli «scolari diletti» la sua pensione affermando: «Lascio a voi […] / una parte vistosa di me» (1989), Fuoripista (1996), Una vita quasi un secolo (2003). A Velletri si inserisce nella vita culturale e sociale della città, collabora con il giornale locale “Il Cittadino” (sul quale cura dal giugno del 2001 al novembre del 2003 la rubrica di poesia Svegliati e canta) e, soprattutto, contribuisce alla nascita della associazione “La vigna dei poeti”, che diventa in poco tempo luogo di aggregazione e di elaborazione culturale delle migliori energie sul territorio. Si spense il 1º aprile 2004. Dopo la morte, Maria trovò, fra vecchie carte, le poesie giovanili di Renzo, scritte nel 1943: alcuni cari amici e l’editore Caramanica li pubblicano nel 2005 col titolo Questo mestesso. Nello stesso anno , a cura de “La vigna dei poeti”, il volume Omaggio a Renzo Nanni, che contiene, insieme a testi del poeta scomparso, ma anche i versi e le riflessioni di quelli che definiva i suoi «amici della poesia».
L’opera di Nanni è lontana dagli sperimentalismi di quegli anni, ma ciononostante è intensa e ricca. La sua poesia narra, con questo verseggiare classico e novecentesco, i tempi bui della guerra, del periodo post-bellico e della resistenza. È tutta una cronaca vissuta, grave, sprezzante, che ha come protagonista l’uomo. Sono memorie di un ragazzo che ha visto e sentito sulla propria pelle ogni orrore. Scriverne e attenzionare il pubblico verso tali realtà, ormai passate a sempre presenti, porta l’autore e il suo lettore a mai dimenticarsene.
Di seguito una selezione di poesie tratte da L’avvenire non è la guerra, edito da Il Canzoniere.
Presto ci desteremo
Presto ci desteremo coi morti sulle labbra divenuti canzoni, in un sole che spianerà le borgate di baracche e le memorie logore come vecchie tute operaie.
Coro dei compagni caduti
Nel giorno della resurrezione non saliremo le scale di vetro noi così carichi di dolore così poveri per le gemme del cielo così pieni di maledizione noi che morimmo per amore di terra di case diroccate sepolte ai margini della strada. Nel giorno della resurrezione busseremo alla vostra porta col mitra degli impiccati e secoli di pazienza operaia. Poi chiederemo conto a Dio: Mario di una ferita alla nuca Giulio della tisi del figlio consumata nella disoccupazione Agnese di quella sua malattia non voluta (costava troppo stare puliti costava troppo mantenere chi ha sempre fame) Luca della casa del padre sventrata con quattro bestie coi suoi vecchi col ramo di lillà rampicante nel sole noi di quel muro assolato del cortile dove cademmo senza bende senza preghiere. Poi torneremo per sempre sui monti il giorno della resurrezione…
Resistenza
Non fu solo una pagina di storia per dare nome a una strada. Furono lunghi anni di carcere spalancati alla libertà. Messaggio di morti dalla voce chiara, aria di monti e la villeggiatura dei poveri nelle ville dei signori. Di là, un’Italia avvilita, una classe disfatta, serva per denaro, obbediente per la paura a “leggi inique”, di qua, una società di eguali che morivano per i diritti dell’uomo. Resistenza fu la fabbrica salvata per il lavoro, furono i campi puliti dalle mine, le strade barricate, le case fatte trincee. E fu scritta sui muri anche se proibito diffusa sui giornali anche se proibito gridata per tutte le piazze anche se proibito. Uno scriveva e moriva uno fischiava in un cinema e moriva un altro cantava e moriva. Resistenza è ancora la stessa gente che si dà la mano e muore e vuole salvare le fabbriche per il lavoro, vuole la terra per il contadino, i campi puliti dalle mine una volta per sempre, le porte delle carceri spalancate alla libertà. E che non sia proibito leggere e che non sia proibito scrivere né cantare né lavorare in pace.
Liberate Nazim Hikmet
Compagni, liberate Nazim Hikmet il poeta cui vorrebbero tappare la bocca perché voi per sua bocca parlate ed essi temono le vostre parole temono un uomo perché temono milioni di uomini per questo essi vogliono tappare la bocca al poeta per questo lo lasciano consumare in carcere come una piccola fiamma non alimentata e non sanno che il fuoco cresce dentro di voi con le sue parole che ogni operaio oggi è anche poeta e sa morire piuttosto che tacere perché suo oggi è il canto e il mondo e la fiamma dell’avvenire.
L’avvenire non è la guerra
A Napoli ieri notte hanno sbarcato la guerra. L’hanno ancorata nel Golfo senza canzoni e la città della musica taceva come un gran pugno chiuso minaccioso. Nave nemica non arresterai l’avvenire nave che non risplendi alla luce del giorno, perché porti tenebre e ti muovi a lumi spenti sopra un mare vuoto. L’avvenire è il respiro del mondo fatto dall’alito di milioni di uomini uniti. Hanno sbarcato trecentonove tonnellate di guerra a Napoli fra case ancora diroccate dalla guerra. Ma l’avvenire non si misura a tonnellate è dentro il cuore gonfio delle madri è nella cronaca dello sciopero generale è sulle terre dei feudi dove si muore seminando il grano.
Fabrizio Bregoli è nato a Leno (Brescia) nel 1972, vive in Brianza e lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha pubblicato i libri di poesia: la plaquette Grandi poeti (Pulcinoelefante, 2012), le sillogi Baedeker. Libro di viaggi (Montedit, 2014), Cronache Provvisorie (VJ Edizioni, 2015), Il senso della neve (puntoacapo, 2016), Zero al quoto (puntoacapo, 2018), il poemetto ENIAC incluso in iPoet 2017 – Lunario in versi (Lietocolle, 2018), Onora il padre (Serégn de la memoria, 2019), Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019). È incluso in numerose antologie e presente con i suoi testi sui principali blog di poesia.
Storie di pianura Restano i nomi, pronunciati per abitudine
distrattamente, obliqui serbano gli echi dei luoghi,
i riverberi – tre cantoni, feniletto di sotto,
il mulino del conte, la vecchia filanda, la seriola –
o neppure restano per i cascinali rossi
diroccati, nell’alternarsi di muschio e gramigna.
Qualche racconto tramandano i vecchi
sottovoce; se verità o mito
più nessuno sa dirlo:
Zaira verde bendata, passo di riccio,
la più abile a domare le mosche con le mani
o Pietro, pelle tabacco arsa dal sole,
smorfie di sorriso come carezze di vanga
o Diletta immobile nella sua sedia di giunco
o Demetra la bigotta, Nando il pazzo, Vittorio
e lei – per chi sa – nata quella notte, vissuta
nello spazio fra i primi vagiti e il silenzio,
battesimo consumato su occhi di madre, soltanto.
Sono le ferite della terra, appena più profonde
nel reticolo fessurale, nel duro delle zolle.
Le diresti durare, per un’ora più lunga di sole,
le leviga poi un breve scroscio di pioggia.
Sono le storie catturate nei cerchi dei tigli
che le annodano ai tronchi, in riva ai fossi
per preservarle forse…
e mentre sfiorata dal plettro del tempo
più alta ne avvampa la voce
non ho che labbra di sabbia
mani di paglia.
Mazinga e l’Uomo Ragno Passare la domenica allo specchio,
estrarre la sequenza delle rughe
per farne perno, fingersi più vecchio,
rimpiangere il passato fra le fughe
delle piastrelle sorde ad ogni passo.
Così si sfoglia l’album di famiglia
convinti che ci possa dar la sveglia
con rapidi rintocchi di memoria,
rivedi poi la maschera di Zorro,
lo scudo di Mazinga, l’uomo ragno
gettare la sua tela in bianco e nero
sul volto imbalsamato di chi resta
e in controluce sai, si fa straniero.
È vita trattenuta sulle labbra,
riavvolta sulla spola il lunedì
nella promessa nuova del mattino,
resistere alle code in tangenziale,
fuggire il cannocchiale del vicino,
indovinare il titolo al giornale
espedienti tutti, e ali di fortuna,
sopravvivenza spiccia, da manuale.
Il cellulare piatto sotto petto,
la giacca abbottonata, la cravatta
fanno scordare l’azzurro del costume,
la chiazza di colore, dozzinale.
È tempo d’oggi, d’attizzare il lume
del quotidiano giogo al carnevale.
da IL SENSO DELLA NEVE
Fabrizio Bregoli
Il senso della neve L’inverno è l’indugiare del pensiero
il perdersi nel vuoto delle stanze
fuggendo l’aria succube nel gelo
raccogliere le gocce della brina
stillarne fiato a pelo delle labbra
e reggere al tranello del già detto
all’esile lusinga del cantabile:
donzelletta passero assiolo, questa
bella d’erbe famiglia e d’animali
nonna Speranza e ogni caro poetico
vecchiume di lune e favole belle
il pio bove, i cipressi del Carducci.
Altro il timbro degno del nostro tempo
col pollice alle nocche un Vanni Fucci
che uncina, che flagella, che dà strazio
Pluto, Minòs ch’avvinghia alla sua coda
Flegiàs, Semiramìs lussurïosa
e serve una parola rattrappita
potata come un pesco di febbraio
quando sferza le guance tramontana.
Serve un torsolo minimo di voce
senza ravvedimenti, mediazione
stanar l’arpeggio nello sciabordio
delle stoviglie, frugare le pieghe
remote della polvere, scoprire
la chiave del durare in ciò che è breve
lo spazio dove resta illeso il bianco
allo svanire certo della neve.
Elettroforesi M’imponi, necessità inalienabile
reverenziale rispetto del verso
come fosse un sacro crisma, un cristallo
da imballare con la dizione fragile,
t’aspetti assoluzione consolante
di rima ritmo luna amore stelle,
per lo meno l’aderenza al canone
in questa incontinenza dell’esistere.
Nella congerie osmotica del secolo
che vede l’uomo al bivio del suo nulla
non serve un trabocchetto, la fasulla
moneta dell’incanto ad ogni costo,
bisogna distillare il sentimento
disporlo in una curva intellegibile
e farne il diagramma degli stimoli
dargli la giusta coppia, potenziale
impulso e carica, elettroforesi.
Il verso va pressato all’essenziale
sforbiciato, sfrondato con tronchesi,
la nostra persistenza ormai è endemica
s’appoggia a pochi esatti gesti certi:
il cambio gomme, la curva glicemica
il piano di raccolta dei rifiuti
l’adeguamento ISTAT, la giusta diùresi
l’IMU e l’alvo regolari, l’afèresi
del poco che vale, dal tutto vile.
A rovescio Talvolta accade che un labbro ti sfiori
dal gelo siderale dell’infanzia
e capriola di respiro solletichi
quell’angolo più in ombra del tuo lobo,
ruzzoli sullo scivolo di vertebre
a dirotto nello scavo del cuore
e senti nostalgia del minuscolo
del farsi più piccino, quasi fumo
svanito al suo destino, a quel tempuscolo
minuta evanescente sulla pagina
e strizzi gli occhi come nel risveglio
dall’incantesimo di un nascondino
dove chi vince è chi
sa più disperdersi, rendersi minimo
rimpicciolire al gioco degli specchi
smagrire anni, retrogradare il passo
affusolarsi come in dissolvenza,
a fuoco sul rovescio d’un binocolo.
da ZERO AL QUOTO
Di certa pruderie che non sospetti La vita non si dice, non significa.
Ci s’avvicina come ad un asintoto
dimostra per assurdo la sua ipotesi.
È soluzione che condensa, satura
soggetta a sedimentazione rapida
per gravità vi bascula, precipita.
La vita non si còmpita, non indica.
Si recita ad accentazione sdrucciola
svicola se si sillaba, vi latita.
Ha persistenza solo per istanti
quel poco che vanifica l’antidoto
– consisterne finché si può, si deve –
e radica negli interstizi atipici
quegli attimi che addensa il temporale
per l’attrazione – nota – delle punte.
Frazione di millesimo che sgretola
residue parte e arte, come una zìqqurat
di sovrapposte, d’avventizie carte.
Fosse poesia Fosse poesia potrei indugiare
su qualche vezzo cromatico, un radere
di luce tra capelli e volto, indulgere
a un virtuosismo lirico, un pacato
trasgredire metrico, i trucchi buoni
che lusingano in una lana di fiato
stemperano la voce che s’aggruma.
Ma questa scena è minima, assoluta
non si concede appello, assoluzione.
Lui siede agli scalini, tra i piccioni
le gambe lacerate dalle piaghe
intruso tra quei cenci, qui recluso
in un rettangolo di cicche, di sputi
lo sguardo arrovesciato su detriti
di storie, ciò che ne resta tra le unghie
sudice, un bicchiere, stente monete.
Chiede nuda evidenza del suo esserci.
E non serve una poesia, un altro alibi.
*
E ripetevi non ancora, non
adesso – e intendevi una desinenza
nuova, tu che temevi i congiuntivi
quel loro vivere solo d’ipotesi,
e il futuro, buono come esercizio
scolastico, a rinviare sempre a un dopo.
I verbi e quel loro vizio: alterare
le radici, sovvertire grammatiche
quel poco che trattiene a terra certa.
Preferivi gli avverbi – non ancora
non adesso – Schietti. Immodificabili.
Ti sentirai a casa
dove il tempo non ha coniugazione.
da ENIAC
Fabrizio Bregoli
*
Si richiede zelo d’amanuense
nella perforazione delle schede
arbitrio fra materia e nulla. Fori
come suture, istmo fra due linguaggi:
l’uomo, la macchina.
Alfabeto di sottrazione.
Arte del togliere.
Parlo un idioma ruvido
dialetto dell’origine.
La punzonatrice scheda ed ordina
plasma la cera
d’una sapienza antica. Cuneiforme.
*
Elettroni come api operaie, abili
a permutare cifre
incasellare numeri.
Trarre ordine dal caos, assertivo
calcolo da precarie
equazioni d’onda, nubi stocastiche.
Noi intenti a celare
l’alone di sudore sul colletto
bianco, ma occhio vigile sullo schermo
mani tese a cogliere il dato esatto.
Iloti. Obbedienti cani di Pàvlov
a fiutare la scia d’uno sparo.
*
Calcoli balistici, traiettorie
missilistiche, l’ordigno ad idrogeno.
Ma anche previsioni meteorologiche
ricerca scientifica, censimenti.
Alibi d’impiego a scopo civile.
Non m’assolvono. Ammettono
il concorso di colpa.
(La stampante campiva tabulati
col suo ciglio di grandine…)
da NOTIZIE DA PATMOS
Geografia di confine Avevi la passione dei confini
tracciare fronti di demarcazione,
la loro geografia compiuta. Solida.
Per questo t’affidavi alle cartine
quella certezza di valichi e passi,
ciò che serve a dare ordine alle vite,
fosse anche un limbo nel deserto, un muro
una zona demilitarizzata.
A noi non è servito confinarci
ciascuno in un cordone sanitario
perché c’è sempre una metà che manca,
l’amore che rimane impronunciato.
C’è bastato credere
franca una terra di nessuno, noi
intatti territori d’oltremare,
colonie di un’uguale solitudine.
Istruzioni alchemiche per il compostaggio Raccogliere e impilare sfalci d’erba,
gusci di noci, fondi di caffè
filtri del tè, ossa, altre immondizie buone.
Rivoltare due o tre volte l’anno, piano
per riattivare il ciclo del silenzio.
Di quando in quando innaffiare, aggiungere
qualche altra scoria, emersa da uno specchio
dimenticato. Pressare a dovere
come a reprimere un singhiozzo buio,
un ricordo di frodo.
Poi maturare a fondo, concedere
varco al tempo, alla sua lama gentile.
Talvolta – dopo un terremoto d’anni –
vi affiora una poesia.
Comuni divergenze A unirci certi strani tarli, il debole
comune del piccolo artigianato,
altre stregonerie minime.
Tu amavi fabbricarti le cartucce
con antica perizia di speziale.
La polvere da sparo, il cartoncino
borre di feltro, pallini di piombo
il dischetto di sughero, orlare
infine il bossolo. Tutto dosato
negli accenti debiti, rudimenti
di metrica tascabile. Ricetta
per il bersaglio esatto.
Io invece preferisco la poesia,
la scienza bellicosa del disarmo.
Quel suo sparare a salve
per non fallire un colpo.
INGLESE
*
I wish it was snow this gap
a stainless white
and flowers skimming the evening.
I carry light suitcases, you said
I close the door slowly, I save
an unexpected glimmer out of it,
those soles of wind.
I speak the rifting blue, I watch over
the ring where the hands pray
the bleeding voice.
I stay here, hanging in this chrism
of silence. Steps that get lost
in a breath, the footprint that blakens the nails.
*
You remember them by disjointed
associations, heart drifts.
Like a flower bandana while
you set the table, or a snake
ring while you water
the garden or while dozing.
Or again, you remember a pedalo ride
you do not know when, and the sharp light. False.
Someone waving from the shore.
Deprived symbols, atoms
of dull stuff. Nothing noble
– perhaps we live on our losses –
nothing useful or just understandable.
However writing of it.
The art of forgetting. (Translated by Elena Cattaneo)
TEDESCO
*
Die Häuser nehmen uns nicht auf. Sie verleugnen
die Schritte, die sie verloren, die Hände,
die die Mauern gravierten, nach und nach
mit dem unbeherrschten Wachsen der Kinder
und den von einem minimalen leuchtenden Alphabet
gezähmten Gesichter an den Fenstern.
Sie behalten von uns den Abzug,
den zweideutige Stempel unserer Diaspora.
Sie behalten die Nacktheit der Nadel,
geschwärzten Siluetten von Bildern und Möbeln
Wracks von Spielzeugen. So
vergessen die Körper
Ihre Missachtung.
*
Du hast Recht, Piero, wir sind Bäume,
wir stechen das Frucht hervor, von Wurzeln
die uns nicht gehören oder, noch weniger,
aus saprophytischen Pflanzen, die wie Rindenspreißeln
in einem grünen Nadelöhr innen leben
und, wie du sagst, Dichtung ist dieses
Handgeben, dieses Vertrauen an das nächste Wachwechsel
und weiter rennen, der Staffel vorbei gehen
und schon wissen, dass das Ziel unerreichbar und
dass das Wort zerbrechlich sind, weil das einzige Ewige,
das immer bleibt, das Unmögliche ist.
Perfektes Sich-nicht-jemandem-hingeben.
Es bleiben abgekratzte Hände, zerbrochener Atem,
Rände der Dunkelheit, die unseres Gesicht
gepflügt hat.
(Übersetzungen von Enrica Santoni Rothfuß)
Fabrizio Bregoli
Biografia di Fabrizio Bregoliè nato a Leno (Brescia) nel 1972, vive in Brianza e lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha pubblicato i libri di poesia: la plaquette Grandi poeti (Pulcinoelefante, 2012), le sillogi Baedeker. Libro di viaggi (Montedit, 2014), Cronache Provvisorie (VJ Edizioni, 2015), Il senso della neve (puntoacapo, 2016), Zero al quoto (puntoacapo, 2018), il poemetto ENIAC incluso in iPoet 2017 – Lunario in versi (Lietocolle, 2018), Onora il padre (Serégn de la memoria, 2019), Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019). È incluso in numerose antologie e presente con i suoi testi sui principali blog di poesia.
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