Poesie di Marija Čudina –“E il poeta è pronto ad aspettare la volpe del deserto “–tradotte da Božidar Stanišić -Biblioteca DEA SABINA

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Poesie di Marija Čudina –“E il poeta è pronto ad aspettare la volpe del deserto “–tradotte da Božidar Stanišić –

Marija Čudina, poetessa e scrittrice croata e jugoslava. Ha studiato lingue jugoslave e lettere presso la Facoltà di Filosofia di Zagabria. Ha lavorato come giornalista nel quotidiano Slobodna Dalmacija. Nelle sue prime raccolte (Le ragazze surreali, 1959, e Fuliggine e doratura, 1963) la critica ha notato la sua tendenza verso un simbolismo trascendentale, particolari soluzioni sintattiche e una ferrea disciplina del linguaggio.

Marija Čudina, poetessa e scrittrice croata e jugoslava

Non importa perché piangeranno

 

Non importa perché piangeranno quando saremo morti,

non importa perché le donne rimarranno senza cavalli ed eroi,

poiché da ogni morte in una moltitudine di cose

appariranno ragazze nuove e più belle.

 

Non ci importa perché soffrendo come cani

raccolti in giardini siamo rimasti soli,

perché solo dopo di noi su barche a vela amare

arriveranno per nave ragazzi nuovi e più appassionati.

 

 

 

***

Ancora non ho mai avuto il mio bambino rubicondo,

e forse,  se le ragazze pure me lo avessero dato,

avrei  potuto presentire che vita è questa,

che a me arriva su un carro veloce e nero.

 

E non guarderei soltanto con gli occhi aperti

il mondo e il miracolo dei santi sporchi per le vie,

ma mi sarei difesa coraggiosamente con le spade,

se mi avessero torturato a lungo e con grande forza.

 

 

 

 

***

Il sole non è cosa perfetta, perché non può trasformarsi in un ragazzo,

né nel cucciolotto d’amore, che gioca nel cerchio dei cieli

e il fatto di non poter vivere senza di lui è solo un castigo delle lontananze

per l’altezza, per l’azzurro negli occhi, per il ponte sul fiume.

 

Andarsene e non tornare, è il più prezioso di tutti gli eventi

ma il sole neanche questo sa fare.  Forse gli manca la follia umana.

Non può più essere neppure riparato, ma se qualcuno riuscisse a farlo

allora ricorderemmo sicuramente che gli manca ancora la morte umana.

 

 

 

  

Mentre si parte, nessuno si chiede per dove 

 

Mentre si parte, nessuno si chiede per dove

ma poi si chiederanno, poi si chiederanno,

poi, poi,

quando le nostalgie saranno sbocciate dal senso inverso del fiore

che a nessuno permette di vederlo,

poi si chiederanno, sognando di ciò che è accaduto all’alba,

che cosa c’era nel crepuscolo, nell’anima che vive solitaria sulla finestra gialla,

sognando, dico, sognando così come io sogno

tra due sospiri malati e una insensatezza del mondo.

Sì, tutti quelli che se ne vanno, si chiederanno improvvisamente come me,

sì, dico, tutti, sognando lo splendore dell’ostia e dell’infanzia dalla fotografia,

e le piccole formiche che gridano dalla vetta di un grattacielo,

sognando i vulcani spenti, il chiaro di luna che inganna con la bramosia,

sognando dopo tutto il suo inganno che vaga tra le piogge,

dico, tutti, sognando una nave e una leggenda sul deserto,

tutti si chiederanno così come me,

non fidandosi più dei segreti del sorriso che si nasconde dietro l’altare,

non credendo più al dolore di una tomba scavata che a qualcuno torna,

non credendo, come non crediamo né io, né te,

sognando solo dolore,

che inizia il suicidio con simboli di tenerezza,

perché nessuno volle più cantare di lei,

ma è per questo che tutti dovranno chiedersi una volta,

chiedersi perché se ne sono andati, chiedersi come te, come me,

sognando su un marciapiede, un libro illustrato di una vecchia sera,

e la striscia verde di muffa sulle cosce e ancora non credendo,

come te, come me,

una volta tutti si chiederanno qualcosa di misterioso e per molto tempo.

 

 

 

La volpe del deserto

A Danilo Kiš

Un uomo dal temperamento speciale, magro, con la vita stretta,

i capelli arruffati come la vegetazione della foresta pluviale dicono che lo è

ha visto la volpe del deserto per le strade di Parigi. Dio,

ribatte il poeta, cosa fa quella creatura del deserto?

tra gente indegna della sua bellezza

e occhi ipnotizzanti che nascondono una malinconia che come

un coniglio in un cespuglio, come un serpente in una misteriosa cucciolata cadde e

piume di uccellini che vivono sul Sacro Monte,

tra i monaci consacrati. Lei, la volpe del deserto

anche nel sogno di quei santi non può essere felice.

Il poeta, follemente innamorato del suo sguardo fisso,

crede, ma anche questo è dubbio, che lo farà

nel Giardino del Bestiarium, invece, trova le tue ragioni

un’esistenza minacciata, un motivo per conservare la propria memoria

e la malinconia del deserto.

L’uomo vivente sa troppo poco di tale malinconia.

così è durato fino alla fine della sua vita

che non è altro che un’illusione, e lo farà anche la Volpe

in quel periodo, come tutti gli abitanti del Bestiarium,

solo vivere in un’illusione. Su questo, Dio è determinato

a estendere la loro vita al limite.

L’illusione è la loro eternità e la più permanente

durata della vita come sospettato da coloro che

stregati o preoccupati dalla crudeltà del tempo

sono impegnati nella preghiera, nella metafisica e nell’arte…

 

Nota e traduzione dal croato: Božidar Stanišić

Marija Čudina, poetessa e scrittrice croata e jugoslava

Biografia di Marija Čudina, poetessa e scrittrice croata e jugoslava (Lovinac, 21. XI. 1937 – Belgrado, 25. IX. 1986). Ha studiato lingue jugoslave e lettere presso la Facoltà di Filosofia di Zagabria. Ha lavorato come giornalista nel quotidiano Slobodna Dalmacija. Avendo sposato il pittore avanguardista  serbo Leonid Šejka  nel 1961, si è trasferita a Belgrado ed è diventata membro del gruppo artistico Mediala, di cui l’anima era proprio il suo marito. Nelle sue prime raccolte (Le ragazze surreali, 1959, e Fuliggine e doratura, 1963) la critica ha notato la sua tendenza verso un simbolismo trascendentale, particolari soluzioni sintattiche e una ferrea disciplina del linguaggio. Nel libro I vulcani paralleli  (1982), che comprende le precedenti raccolte di poesie Il deserto (1966) e La tigre (1971), è vicina alla natura onirica della pittura di Šejka. Nel romanzo breve Amsterdam (1975), e soprattutto nel saggio L’anima selvaggia (1986), presenta una visione della civiltà alienata. I suoi romanzi Il coltello della luna piena (1989) e Le sventure (2005), l’opera Leonid Šejka: libro per osservare (2005) e Poesie (2005) sono stati pubblicati postumi. In un saggio sulla poetessa, Danilo Kiš scrive: “Nessuno sarà in grado di compilare una biografia di Marija Čudina basata sulle sue poesie. In esse non riesci a seguire il destino privato del poeta; Čudina non ha un destino privato.” Comunque, nel suo scritto poetico-saggistico L’oggettivazione, la poetessa si è implicitamente autodefinita: ”Un uomo dall’anima selvaggia è un malinconico incline alle euforie improvvise e bollenti, alla follia immaginaria, alla predestinazione di destino, alla fantasticheria del suicidio, al vizio fantasmagorico, alla perfezione (solo nei sogni); ama la solitudine, i segni grafici, i caratteri gotici antichi, le iniziali e i geroglifici, gli specchi dalla lucentezza torbida, i pozzi, i vulcani paralleli ai mari-oceani tempestosi, il disco lunare, le frecce, le tigri. È bizzoso. Solitario…” Le sue poesie sinora sono tradotte in inglese, polacco, olandese, ungherese e romeno.

 

Božidar Stanišić, nato a Visoko (Bosnia, 1956), è laureato in letterature degli slavi meridionali a Sarajevo. Insegna fino al 1992, quando fugge dalla guerra civile rifiutandosi di indossare qualunque tipo di divisa. Arriva in Italia e, aiutato dal Centro Ernesto Balducci, trova la residenza a Zugliano (Udine), dove con la famiglia vive tuttora. Dal 1993, quando è pubblicata la sua opera I buchi neri di Sarajevo (MGS press), poi uscita per i tipi di Bottega Errante, pubblica con regolarità libri di racconti, raccolte di poesie e recentemente romanzi (La giraffa in sala d’attesa, Bottega Errante 2019 Il deserto inclinato di Marija Čudina

Poeta croata e belgradese, poco conosciuta perfino in patria ma tradotta all’estero, Marija Čudina è un’artista d’avanguardia dall’a- nima selvaggia. La sua poesia richiede uno sforzo – ma è uno sforzo piacevole.

Bozidar Stanišić

Solcando il mare del web facilmente scoprirete che il nome di Marija Čud- ina (Lovinac, 1937-Belgrado, 1986), poeta croata e belgradese, viene perlopiù associato al nome e all’opera del pittore Leonid Šejka (1932-1970). Čudina fu la prima moglie di questo artista serbo e jugoslavo, spirito e anima di Medijala, quel movimento d’avanguardia sui generis sorto nell’ex Jugoslavia nel secondo dopoguerra, che ancora oggi può insegnarci qualcosa sulla necessità di mante- nere vivo il legame tra il tradizionale e il moderno.

Sì, Čudina fu la moglie di Leonid Šejka, ma aveva la propria voce, le proprie poesie, una propria visione poetica. È vero che l’ombra di Šejka sovrasta l’opera poetica di Čudina, ed è un’ombra complessa – ma il pittore e la poeta seppero gestire questa complessità: lui era lui, lei era lei.

Non sforzatevi inutilmente durante il vostro viaggio nel mare virtuale: non vi troverete alcuna informazione sulla presenza delle poesie di Čudina negli elen- chi delle letture scolastiche. Questo perché la sua opera non è mai entrata nel canone scolastico né in Croazia né in Serbia, né tantomeno in altri paesi della regione. Probabilmente però vi imbatterete in informazioni riguardanti le tradu- zioni delle poesie di Čudina in inglese, polacco, olandese, ungherese, romeno, e pure in italiano.

Danilo Kiš dedicò un saggio a Čudina e alla sua poesia, sostenendo: “Nessuno mai riuscirà a scrivere una biografia di Marija Čudina sulla base delle sue poesie. In loro è impossibile scovare il destino personale della poeta; Čudina non ha un destino personale”.

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Alcuni stretti amici di Čudina nelle loro memorie affermano che spesso sem- brava che la poeta stesse fuggendo dalla propria biografia, cioè dai fatti della cosiddetta vita reale. Ma non aveva mai cercato di fuggire dalle parole, anzi, sembra che le parole cercassero lei.

È vero però che i cenni biografici di Čudina sono talmente pochi da riempire appena un quarto di pagina. Nasce nel 1937 nel villaggio di Lovinac, nella regio- ne della Lika, frequenta il ginnasio a Sisak, per poi trasferirsi a Zagabria per stu- diare lingue e letterature dei popoli slavi del sud. Non avendo mai completato gli studi, per un certo periodo lavora come giornalista per il quotidiano Slobodna Dalmacija. Nel 1961 sposa Leonid Šejka e la coppia si trasferisce a Belgrado, dove la poeta rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1986. Molto più lunga della sua biografia è la lista dei libri di poesie e prose di Čudina pubblicati a partire dal 1959, a cui si aggiunge anche un lungo elenco dei giornali su cui sono state pubblicate le sue opere.

Volendo scoprire qualcosa di più su Lovinac, villaggio natale di Čudina, ben presto ci si rende conto che su Wikipedia (sia quella croata sia quella serba, ma anche quella bosniaca) da nessuna parte viene menzionato il fatto che in quel luogo è nata una delle voci poetiche più originali della letteratura croata e jugo- slava. Chi ha scritto le voci dedicate a Lovinac su Wikipedia evidentemente non ritiene importante il fatto che vi è nata una poeta le cui opere sono state incluse in tutte le grandi antologie della poesia croata e tradotte in diverse lingue euro- pee. Se Marija Čudina, ovunque sia la sua anima, dovesse venire a conoscenza di questa trascuranza, credo sarebbe contenta: è rimasta viva nella sua unica vera patria, ossia nelle sue poesie.

Ma lasciamo stare i nobiluomini e l’aldilà, e torniamo alla nostra poeta. In occasione della pubblicazione postuma di un libro incompiuto di Čudina intito- lato Nož punog mjeseca [Il coltello della luna piena, Spalato, 1990] Tonči Petra- sov Marović descrisse così l’essenza dell’opus poetico di Čudina: “Marija era una persona coraggiosa, forte e pervicace. Viveva senza inganni. Così anche scriveva: senza ingannare né se stessa né gli altri. Senza cercare di stemperare quella duplicità che era il suo destino”.

In un breve documentario intitolato Ogledalo pesnika [Lo specchio del poeta], l’editore Slobodan Mašić ricorda un episodio accaduto nel 1966. Essendosi ri- bellata contro il regime comunista, Čudina fu arrestata insieme agli altri membri del gruppo Medijala. Mašić ricorda che, pur essendosi ritrovati nei corridoi oscu- ri e freddi del carcere di Belgrado, i membri di Medijala furono travolti da una sentimento solare e caldo, ossia dalla sensazione di sacrificarsi l’uno per l’altro e per la libertà di espressione e creazione. Parlando di Čudina, Slobodan Mašić

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afferma: “Ricordo il suo piccolo corpo, i vestiti che indossava. La guardavo negli occhi pensando: Dio mio, questa Čudina ha la forza di far sentire la sua voce per difendere la reputazione di tutti noi”. Questo documentario, che è stato presen- tato anche al Torino Film Festival, è riuscito a rimediare alla lunga marginalizza- zione della figura e del contributo di Čudina al gruppo Medijala.

Leggere la poesia di Čudina richiede uno sforzo, ma – come vedrete – è uno sforzo piacevole. La sua poesia lascia una traccia in ogni lettore, una traccia pro- fonda tanto quanto profondo può essere il desiderio di ritornare a quei versi che rivelano il dramma del divario tra l’io e il mondo, il desiderio della poeta di trasfor- mare la fauna del mondo in un bestiario simbolico da decifrare. In quel bestiario c’è anche lei, un’anima selvaggia, sempre pessimista nel percepire l’esistenza, un io complesso in costante metamorfosi. Il fauvismo poetico di Čudina è frutto di una virtuosa intemperanza dello spirito e della lingua, frutto di un io privo di qual- siasi illusione su se stesso, sugli altri, sulla terra e sul cielo, espressione appunto di un’anima selvaggia (come recita anche il titolo di una raccolta delle sue poesie).

Gli amici di Marija Čudina la descrivevano come una donna di minuscola statura con la forza di un animale poderoso, sostenendo che aveva un carat- tere selvaggio e che era sempre fedele a se stessa, ai suoi amici, e soprattutto a Leonid Šejka. Una fedeltà che non aveva nulla a che fare con la possessività. Čudina e Šejka rimasero vicini anche dopo il divorzio: ne è prova la prima bio- grafia di Šejka scritta propria da Čudina, un vero e proprio libro di poesie in prosa su un artista che ha portato uno spirito nuovo all’arte serba e jugoslava della seconda metà del Novecento. Ho letto alcune pagine in cui si afferma che Leonid e Marija vivevano, come individui e artisti, in un mondo che assomiglia- va ad uno di quegli enormi dipinti di Šejka, e che una delle finestre del loro appartamento, situato al nono piano di un vecchio palazzo a Belgrado, dava sulla pianura pannonica.

E lei, Marija Čudina? Scriveva di montagne, vulcani e rocce osservando la pianura. Riescono a farlo solo quelli che hanno un’anima selvaggia e irrequieta? Una sua amica ha ricordato un episodio interessante. “Mangiavamo le prime fra- gole su un balcone. Ad un certo punto lei disse: ‘Leonid e io eravamo due vulcani paralleli. La sua lava sputava creature provenienti da altre galassie, la mia invece varie tigri terrestri ed extraterrestri”.

L’anima selvaggia di Čudina? Ecco un frammento tratto da un suo saggio inti- tolato Opredmećenost [Oggettivazione]:

«L’uomo dall’anima selvaggia è un malinconico, incline ad un’euforia improvvisa e irruen- te, alla follia immaginata, alla fatale predestinazione, ai sogni sul suicidio, alla predizione

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fantasmagorica, alla perfezione (solo nei sogni); ama la solitudine, i segni grafici, i vecchi alfabeti gotici, gli iniziali-geroglifici, gli specchi che emanano un bagliore opaco, i pozzi, i vulcani disposti parallelamente ai mari-oceani burrascosi, il disco lunare, le frecce, le tigri. È bizzoso. Solitario».

Aggiungo solo una riflessione di Danilo Kiš sull’opera poetica di Čudina: “Tale poesia non riscuote successo, non può riscuotere successo, perché non è mos- sa dal desiderio di piacere né di raggiungere successo. Essa cerca, e trova, i fedeli, quelli che nella sua voce, nel suo silenzioso lamento e nella sua impreca- zione troveranno i propri pensieri nascosti, la propria voce”.

Marija Čudina, poetessa e scrittrice croata e jugoslava

Per concludere, propongo ai lettori una delle più belle lettere d’amore del Novecento della mia ex patria:

La prima lettera di Leonid Šejka a Marija Čudina

Cara Marija Čudina,

Finora non ho mai scritto a qualcuno che non conosco, ma per me lei non è una sco- nosciuta, l’ho conosciuta del tutto casualmente sfogliando ‘Mladost’. Ho visto una sua fotografia e un’intervista con lei. Ho menzionato prima la fotografia perché è stata essa a spingermi a leggere l’intervista. E, per farla breve – mi è piaciuta. Sia la foto sia l’intervista. E ora cosa mi aspetto? – nulla di particolare! Volevo dire solo questo. Prima di tutto, non conosco nemmeno il suo indirizzo, proprio così:

Per me lei è una creatura irreale, una specie di astrazione.

Qui davanti a me c’è solo una piccola impronta del suo volto e dei suoi pensieri, ma non è forse anche questa una forma di presenza? Eppure la mia voce va in una direzione in- definita, ed è poco probabile che si senta la sua eco; del resto, anche quando mandiamo lettere all’indirizzo giusto a volte non riceviamo alcuna risposta. Lei comprenderà se le dico che l’attesa di una lettera è un grande dolore, poi le dico anche che attualmente sto prestando servizio militare (mancano ancora tre mesi e mezzo), e lei forse già sa (forse anche no) che il servizio di leva è una buona occasione per essere dimenticati e per sen- tirsi soli. Lei conosce la solitudine, ha menzionato questa parola.

“Chi di noi non rimarrà per sempre estraneo e solo”.

Ma forse lei non è più sola, lo spero. Le dico apertamente cosa spero – spero di ricevere una sua lettera, una lettera qualsiasi. Lo ammetto, vorrei conoscerla meglio. Marija Čud- ina!

Sin da ieri, quando l’ho letto, mi piace pronunciare questo nome, lo pronuncio con la “d” morbida, perché somiglia ad un nome russo. Solo in un secondo momento ho notato la sua poesia, sì, in tutto questo c’è qualcosa che sento vicino.

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“Attraverso il binocolo dell’orrore si vede un deserto inclinato”.

“un deserto inclinato”… ogni arte che vale mi è vicina, ma non intendevo solo questo, c’è qualcos’altro, penso al suo volto… Se per qualche miracolo le giunge questa lettera, mi scriva qualcosa, se le va. Nel frattempo, la penserò. Forse per lei questo non ha alcuna importanza, ma di certo non è una cosa spiacevole. Due parole su di me: vivo a Belgrado, ho ventinove anni, faccio il pittore.

Infine mi presento e aggiungo il mio indirizzo Leonid Šejka
(V. P. 9775 Titovo Užice).

 

Pina Piccolo -traduttrice e scrittrice -
Pina Piccolo -traduttrice e scrittrice –

Riguardo il macchinista Pina Piccolo

Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista -madre con funzioni di coordinamento. Potete trovare il suo blog personale digitando http://www.pinapiccolosblog.com

Marija Cudina. Photo published in the book “Leonid Sheyka: A Book for Sightseeing” (Ex libris, 2005)