Roma-Concerto + Visita tra i mosaici dell’Apocalisse a San Paolo dentro le Mura-
Pochi sanno che nel cuore di Roma a via Nazionale esiste un tempio visionario ottocentesco ispirato all’Apocalisse.
Nella chiesa di San Paolo dentro le Mura a via Nazionale si conserva uno dei più grandi cicli di mosaici preraffaelliti mai realizzati in Europa, creati da Edward Burne-Jones, tra i massimi pittori visionari dell’arte inglese dei Preraffaeliti!
Qui non siamo in una semplice chiesa, ma in un vero santuario simbolico, dove angeli, cavalieri dell’Apocalisse e figure mistiche raccontano una storia senza tempo.
San Paolo dentro le Mura-
Il Dott. Marco Lo Muscio, direttore della Casa Museo Wunderkammer, vi guiderà in questo universo segreto spiegando il linguaggio simbolico dei mosaici dell’abside e delle vetrate colorate.
Dopo la visita, il Maestro Lo Muscio darà voce a questo tempio con un concerto d’organo dal vivo con il magnifico organo Mascioni a tre tastiere!
Un viaggio musicale che parte da Bach e arriva fino ai Genesis, in dialogo con le immagini che vi circondano.
Non è solo un concerto; Non è solo una visita…È un’esperienza immersiva tra arte, mito e musica.
Collaboratore italiano di Steve Hackett (Genesis), Il M° Lo Muscio si è esibito (più di 900 concerti) in alcuni dei luoghi più prestigiosi del mondo (Notre Dame a Parigi, Westminster Abbey a Londra, Cambridge, Oxford, Castello dei Windsor, New York, Filarmonica di San Pietroburgo, Duomo di
Milano, San Nicola a Lipsia, ecc..).
Il concerto è un viaggio musicale da Bach (Toccata in re minore) ai Genesis, tra antico e moderno.
Informazioni pratiche
Appuntamento: Via Nazionale 16/A (angolo via Napoli), davanti al cancello della chiesa
Orari:
• Lunedì–Sabato: 10.00–16.30 (ultima entrata 15.30)
• Domenica: 14.30–15.30 oppure 15.00-16.00
(Altri orari da eventualmente da concordare con la chiesa)
Durata: circa 60/70 minuti
Prezzi:
• Gruppi 2–3 persone: €20
• Da 4 persone in su: €15
Prenotazioni: 349 4030660 (anche WhatsApp)
Email: rivendel7@gmail.com
N.B. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA almeno 24 ore prima, per avvisare la chiesa in base agli impegni religiosi. https://www.wunderkammer-roma.com/st-pauls-in-rome/
Facilmente raggiungibile da Stazione Termini o Metro A /Repubblica (300 metri dalla chiesa)
Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
Libro Edito: Foto Copertina( formato Jpg) e Breve Sinossi-
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
Concorsi-Bandi completi
Gallerie d’Arte mostre -Inviare Comunicato Stampa e Locandina
A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
l’Istituto Cervantes di Palermo ricorda l’attrice Ava Gardner e il suo rapporto con la Spagna in questa conferenza del professor Jorge Martínez-Lucena.
Ava Gardner, Diva del Cinema
Ava Gardner nacque in una piccola città della Carolina del Nord. Lì iniziò a guardare film e a fuggire in un mondo molto più attraente di quello che la circondava. Da bambina visse l’amore dei suoi genitori e la celebrazione del contatto con la natura. Ma visse anche una vita contadina che la fece sentire morta, visse la povertà dei contadini come raccontato ne “L’uva dell’ira” di Steinbeck, visse la lenta morte del padre, che adorava, di tubercolosi, visse le difficoltà dell’individualismo newyorkese. Tuttavia, fu la sua bellezza a farla arrivare a Hollywood, mano nella mano con il suo primo manager, un fotografo che era il marito di sua sorella. Aveva sempre amato la notte, aveva sempre desiderato incontrare Clark Gable e vivere oltre la carestia e l’anonimato. E ci riuscì grazie al suo primo grande ruolo in “Gangsters” (1946), al fianco di Burt Lancaster, in cui esibì uno straordinario magnetismo davanti alla telecamera. I suoi corsi di dizione l’aiutavano a eliminare l’accento di provincia e con l’esperienza migliorava le capacità interpretative. Gira “Mogambo” (1953) con Clark Gable e diventa una delle dive preferite dal pubblico negli anni ’50 e ’60, anni durante i quali trascorre gran parte del suo tempo in Spagna (1955-1968). Nel nostro Paese e nelle sue serate di festa, diventa un’icona della modernità di fronte alla dittatura franchista, come ben documentato dalla stampa dell’epoca e testimoniato nella serie televisiva spagnola “Arde Madrid” (2018) o nel documentario “La notte che non finisce” (2010). Nonostante il fatto che Ava Gardner non vedeva i suoi film perché pensava che era qualcun altro. Questa conferenza cercherà di approfondire il rapporto tra quello che è stato soprannominato “l’animale più bello del mondo” e quell’altra persona che si è trasformata sullo schermo, come si può vedere in uno dei suoi massimi livelli interpretativi, “La contessa scalza” (1954), dove rappresenta María Vargas, un’attrice di Madrid che è diventata famosa a Hollywood e che, come lei da piccola, amava sentire la terra direttamente sotto i suoi piedi.
Ava Gardner, Diva del Cinema
Jorge Martínez-Lucena è professore di mass media presso l’Universitat Abat Oliba CEU (Barcellona). È stato critico cinematografico e televisivo per la rivista Screen 90 ed è autore di libri sulla settima arte come “Celuloide posmoderno” (Ed. Encuentro, 2010) o “Vampiros y zombis posmodernos. La revolución de los hijos de la muerte” (Ed. Gedisa, 2010). Attualmente dedica le sue ricerche alla mitologia presente nelle serie tv attuali, curando opere come “The Wire University” (2016), “Black Mirror: porvenir y tecnología” (2019), “Control Social e imaginarios en las teleseries actuales” (2019) e “Imaginarios de los trastornos mentales en las series” (2020). È stato visiting ricercatore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano), University of Hertfordshire (Hartford, UK) e Durham University (Durham, UK), nonché visiting professor presso l’Università degli Studi del Molise e presso l’Università Internazionale della Catalogna (Barcellona).
Ava Gardner, Diva del Cinema
Gardner, Ava (propr. Ava Lavinia)
Attrice cinematografica statunitense, nata a Grabtown (North Carolina) il 24 dicembre 1922 e morta a Londra il 25 gennaio 1990. Bruna, occhi verdi, portamento regale, voce roca, sensualità magnetica, tra le protagoniste dello star system e della storia del divismo hollywoodiano, è considerata una delle attrici più belle della storia del cinema. Erede più trasgressiva di Rita Hayworth nell’immaginario del pubblico, ha incarnato donne sensuali, selvagge e sessualmente disinibite, come la sua bellezza aggressiva ed esotica sembrava pretendere. Fu diretta da grandi registi come Joseph L. Mankiewicz, George Cukor, John Huston e Nicholas Ray, in alcuni dei loro film più riusciti, ma raramente le fu chiesto di recitare o di affinare il suo istintivo talento, quanto piuttosto di interpretare sé stessa.
Ultima di sette figli in una famiglia impoverita dalla crisi agraria, crebbe in una piantagione di tabacco nel Sud rurale degli Stati Uniti. Orfana di padre a 13 anni, studiò poco e male: nel 1945 dichiarò di aver letto solo due libri in vita sua, la Bibbia e il romanzo di M. Mitchell Gone with the wind. Si preparava a diventare segretaria quando, a 18 anni, una sua fotografia, scattata dal cognato e sistemata nella vetrina del suo studio di fotografo a New York, fu notata da un agente. Scritturata dalla Metro Goldwyn Mayer, partì quindi per Hollywood. Più che per le piccole parti nei 17 tra b-movies e film leggeri che interpretò fra il 1942 e il 1945 (fra cui si ricorda We were dancing, 1942, Maschere di lusso, di Robert Z. Leonard), si fece notare per il turbolento matrimonio con l’attore Mickey Rooney (1942-43). La buona occasione le venne offerta da Robert Siodmak, che le affidò in The killers (1946; I gangsters) la parte di femmina perversa e infantile, avida e conturbante. Con lievi variazioni e sfumature, la G. sarà chiamata a replicare il personaggio per tutta la sua carriera. Fu divina statua che prende vita in One touch of Venus (1948; Il bacio di Venere) di William A. Seiter, appassionata salvatrice dell’Olandese volante nel lussureggiante melodramma Pandora and the flying Dutchman (1951; Pandora) di Albert Lewin, perduto amore spagnolo dello scrittore avventuriero in The snows of Kilimanjaro (1952; Le nevi del Chilimangiaro) di Henry King, ballerina irlandese innamorata del cacciatore interpretato da Clark Gable nell’Africa da cartolina di Mogambo (1953) di John Ford, parte che le valse una nomination all’Oscar. Qualche allusione alla sua vita privata il pubblico la colse nella danzatrice gitana trasformata in star di Hollywood e rovinata dalle sue frustrazioni sessuali nel rutilante melodramma The barefoot contessa (1954; La contessa scalza) di Mankiewicz. Come audace innamorata anglo-indiana combattuta fra l’attrazione per un inglese e il sogno di un’India libera in Bhowani junction (1956; Sangue misto) di Cukor offrì una prova convincente per maturità e finezza. Poco aggiunsero al suo personaggio cinematografico l’insaziabile lady Ashley di The sun also rises (1957; Il sole sorgerà ancora) di King, la duchessa d’Alba di La Maja desnuda (1958) di Henry Koster e Mario Russo, la Moira sopravvissuta alla catastrofe nucleare di On the beach (1959; L’ultima spiaggia) di Stanley Kramer e l’aristocratica di 55 days at Peking (1963; 55 giorni a Pechino) di Ray, mentre la disperata e radiosa ninfomane di The night of the iguana (1964; La notte dell’iguana) di Huston costituì una delle sue prove migliori. Nel frattempo, la sua vita tempestosa, i clamorosi matrimoni, con Artie Shaw nel 1945 e Frank Sinatra nel 1951, e gli altrettanto clamorosi divorzi (rispettivamente nel 1945 e nel 1957), le notti brave, le passioni furibonde per playboy, matadores e attori (fra cui Walter Chiari), la mondanità, gli scontri con i paparazzi, il trasferimento in Spagna dopo le disillusioni statunitensi (1955), le sue crisi personali dovute a una cronica insicurezza sul proprio talento affascinavano il pubblico più dei suoi film. Apparve ancora in kolossal come The Bible… in the beginning (1966; La Bibbia) di Huston, dove impersonò Sara, e, malinconicamente sfiorita ma sempre bellissima, in The life and times of judge Roy Bean (1972; L’uomo dai sette capestri) ancora di Huston e in The blue bird (1976; Il giardino della felicità) di Cukor da una pièce di M. Monterlink. Negli ultimi anni l’attrice visse in una sorta di dorata reclusione a Londra.
Nel 1990 è stata pubblicata postuma l’autobiografia dal titolo, Ava: my story.
Bibliografia
Ch. Higham, Ava: a life story, New York 1974.
Domarchi, Pour Ava, beau monstre touché par la grâce, in “Cinéma aujourd’hui”, mai-juin 1976.
Nel 2008 John Askbery pubblica Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007, antologia curata da Damiano Abeni con Moira Egan.
Questa stanza
La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.
CARTE
Perdere tempo con questi rompicapo?
Perché su che cosa farei lezione allora?
Il maestro che viene dopo, dopo tutto,
li toglie di mezzo o li brucia.
Io dunque non sono molto forte?
Il mio arco sarà eretto, teso lungo la sabbia
fin dove si vedono gli ulivi? No,
io sono un pezzo di stoffa normale, ma mi colpisce
la sera nel plenilunio.
L’heureuse, la chiamavano.
Giorno dopo giorno guardava lo sguardo azzurro del globo
nel suo giardino soleggiato, senza dire niente.
Notando questo, neanche il vecchio ceppo diceva niente.
Finché è sbottato:
«Non puoi essere qualcosa? Hai le buone maniere che ci vogliono
e la tua veste è un movimento di verde pisello iniettato di spuma marina».
So che un giorno io mi rassegnerò
alle buone maniere e al commercio con gli altri.
Perciò lancio il mio cappello su questo attaccapanni.
Ecco siamo in due. Prendine due.
Continuando a girare nel cielo demente,
la macina dello zucchero versa poesie e più semplici mosse.
E come spiegare le rose nella nostra fornace?
Una scimmia molto materna ci porta
a un tavolo coperto di argenteria e di cristalli,
pentole sporche di cristallo che permettevano al vecchio
di vedere attraverso le lacrime:
lui avresti dovuto invitare.
Paradossi e ossimori
Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.
*
Il brivido di un’avventura d’amore
È diverso quando hai il singhiozzo.
Tutto è – cosí tante mani con secondi fini si contendono
la tua attenzione, una sciarpa, uno sbuffo di fuliggine,
o solo un boato di silenzio da una radio.
Cos’è? È una cosa che saprai
con sconcerto quando, alla fine di una lunga coda
al self-service, vassoio in mano, ti dicono che la porta ha chiuso
dopo la seconda guerra mondiale. Siracusa fu dichiarata capitale
di una nazione malconcia, ma il direttorato
aveva altri, reconditi scopi. Proclamare la logica
vittima della verità era uno di questi.
La solitudine di tutti (e la conseguente promiscuità)
profumava i vicoli di paesi che avevamo pensato civili.
Ti ho visto che aspettavi il tram e sono passato di fretta.
Ahimé eri solo un bimbo con l’armatura. Ora quando brindisi ribaldi
fanno vela attorno a un tavolo troppo bene imbandito, ecco le conseguenze
sono solo polvere, malattia e vecchiaia. I bei ricordi
sono solo ciò che sono. Cosí io convoglio qualsiasi cosa
nella mia eventualità, una vena di mercurio
che continua a disperdersi, piú su, piú puntuale
ogni volta. Dirndl maculati di fiori obsoleti,
indossati di nuovo in città, promuovono un dibattito aperto.
*
E lei si chiama Ut pictura poesis
Non puoi dirlo piú cosí.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di piú non sarebbe
da te, tu che hai cosí tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
per altri centri di comunicazione, cosí che la comprensione
possa avere inizio, e cosí facendo essere di sfatta.
John Ashbery
Nota biografica di John Ashbery è un poeta statunitense (Rochester, New York, 28 luglio 1927 – Hudson, 3 settembre 2017).Insieme con Kenneth Koch e Frank O’Hara è stato uno dei New York Poets, che perseguivano un rinnovamento della poesia analogo a quello dei Beats e dei Black Mountain Poets. Nella sua opera confluiscono le problematiche più avanzate delle arti contemporanee, la ripresa dell’eredità modernista e la fusione di poesia e arti visive. Tra le sue opere Some Trees (Alberi, 1956); The Tennis Court Oath (Il giuramento del campo da tennis, 1962); Self Portrait in a Convex Mirror ( 1975; Autoritratto in uno specchio convesso, Milano, 1983); April Galleon (Galleone d’aprile, 1987; Can You Hear, Bird: Poems (1995); Chinese Whispers: poems (2002). Nel 2008 per Luca Sossella esce Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007, antologia curata da Damiano Abeni con Moira Egan.
Roma, il Museo del Genio riapre al pubblico con due mostre dedicate a Vivian Maier e a Ugo Nespolo
Roma-Dal 31 ottobre 2025 al Museo del Genio per la prima volta dalla sua costruzione negli anni Trenta, l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio a Roma, un edificio di oltre quattromila metri quadrati, riaprirà al pubblico, grazie alla collaborazione tra il Ministero della Difesa, l’Esercito Italiano, Difesa Servizi e Arthemisia, con una nuova identità: quella di centro culturale.
Roma-Museo del Genio. Foto: Lucky’s Productions
Il percorso museale vuole invitare i visitatori a intraprendere un viaggio dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio. Tra modelli, strumenti e invenzioni, si scopre come l’intelligenza umana abbia saputo trasformare le sfide della costruzione, della comunicazione e del volo in occasioni di progresso. Oggetti testimoniano questo spirito visionario: l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi; una piccola teca custodisce inoltre uno dei primissimi telefoni, invenzione dovuta ad Antonio Meucci, affiancato dalle sue prime evoluzioni: dai telefoni da campo alle centraline militari.
In occasione dell’apertura, saranno allestite due mostre: Vivian Maier. The Exhibition, dedicata alla celebre fotografa americana di cui ricorre il centenario della nascita, e Pop Air di Ugo Nespolo, presentata in anteprima mondiale, con le sue monumentali sculture gonfiabili che reinterpretano in chiave ironica opere dell’arte internazionale.
Opera di Ugo Nespolo
Le mostre
Dal 31 ottobre 2025 al 15 febbraio 2026 il Museo del Genio accoglierà la mostra Pop Air, una selezione site specific delle opere di Ugo Nespolo, artista tra i più versatili e ironici del panorama italiano. L’esposizione, presentata in anteprima mondiale, inaugura ufficialmente gli spazi rinnovati del Museo, fondendo rigore storico e creatività contemporanea.
In contemporanea, la mostra Vivian Maier. The Exhibition condurrà i visitatori in un viaggio intimo nell’universo della tata-fotografa americana, divenuta una delle più significative artiste della street photography mondiale. Curata da Anne Morin, la mostra presenta oltre duecento fotografie che raccontano, con sguardo autentico, la vita quotidiana e l’anima delle città del Novecento. Il progetto, ideato da Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography, è prodotto e organizzato da Arthemisia.
Il progetto di riapertura del Museo del Genio nasce da un’iniziativa del Ministero della Difesa, Esercito Italiano e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa che valorizza gli asset del Dicastero, il progetto è prodotto e organizzato da Arthemisia. Il progetto è in partnership con Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e Poema e vede come sponsor Generali valore Cultura, mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale e media partner la Repubblica.
Sinossi-1911: la Triangle Waist Company di New York occupa i tre piani più alti dell’Asch Building di New York. La compagnia produce camicette e occupa circa 500 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate. Il 25 marzo scoppia un incendio. I proprietari si mettono in salvo e lasciano morire le donne e gli uomini intrappolati. L’incendio fa 146 vittime di cui 129 giovani donne italiane e ebree dell’Europa orientale. 62 di loro muoiono lanciandosi dalle finestre.
Il racconto del più grave incidente industriale della storia di New York, per voce di una di quelle camicette che, esposta in una vetrina davanti al grattacielo, vede tutto e tutto sa. Le sue parole illuminano sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici, ma anche sulle lotte per l’emancipazione delle donne.
L’incendio di New York in cui perirono 146 operai, fra cui 129 giovani e giovanissime donne immigrate dall’Italia, dalla Germania e dall’Europa orientaleraccontato da una prospettiva insolita
Lei le vide quelle giovani operaie gettarsi dall’ottavo, dal nono, dal decimo pia della Triangle Shirtwaist Factory, la fabbrica di New York andata a fuoco in quel 25 marzo del 1911.
Lei, la voce narrante, è una di quelle camicette esposte in una vetrina di un negozio davanti al palazzo della manifattura. Da lì vede tutto e tutto sa. Il suo racconto illumina sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici, ma anche sulle lotte sindacali e politiche che le donne in quegli anni stanno conducendo.
Per mille camicette al giorno ha sullo sfondo l’incendio di una fabbrica tessile di New York. Le operaie immigrate dall’Italia, dalla Germania e dall’Europa orientale muoiono arse vive, per asfissia, per i traumi riportati o per essersi gettate dall’ottavo, nono e decimo piano dell’Asch Building, sotto lo sguardo scioccato dei passanti.
Venduta e avvolta nella velina, alla fine lei attraversa l’oceano per approdare in Sicilia, quella terra che molte di quelle operaie avevano lasciato in cerca di una vita migliore.
Serena Ballista e Sonia Maria Luce Possentini scrivono un libro “per”: per riflettere sulle morti bianche, per ragionare sullo sfruttamento sul lavoro, per mettere a confronto passato e presente, per ricordarci di quando i migranti eravamo noi e infine per regalarlo insieme a una mimosa, da sempre simbolo di lotta politica delle donne.
Vivian Maier-i selfie della “Tata fotografa”-La “bambinaia fotografa” che è diventato un caso clamoroso emerso sulla scena dal nulla--Le strade di New York e Chicago come un palcoscenico, l’autoritratto come via per trovare il proprio posto nel mondo, i dettagli di vita ritracciabili in un volto: è questa la poetica dello scatto che è uscita allo scoperto solo nel 2007, grazie a John Maloof, un giovane statunitense che, cercando del materiale su cui effettuare una ricerca sulla città di Chicago, trovò dentro una scatola acquistata all’asta il grande repertorio di negativi e rullini ancora da sviluppare di Vivian Maier.
Chi era Vivian Maier? Anche il suo “casuale scopritore” non lo seppe, ma nel corso di una ricerca attenta, Maloof ricostruì tessera dopo tessera la vita della fotografa statunitense classe 1926. Di lei scoprì che lavorò tutta la vita come tata, solo nel tempo libero si dedicava alla sua passione: la fotografia, la street photography. C’è chi addirittura accosta la figura della fotografa a Emily Dickinson, la poetessa che relegò in un cassetto le sue riflessioni e le sue opere, senza ricorrere mai alla pubblicazione.
Vivian Maier
In una foto la sua immagine si riflette da uno specchio all’altro. Quasi all’infinito. Un super selfie ante litteram, verrebbe da dire: lei, la sua Rolleiflex, un orologio e dei pacchi. C’è la sintesi di una vita in questo scatto senza tempo. Una vita che avrebbe dovuto restare segreta. Vissuta e finita lì. Invece il caso si ci è messo di mezzo e ha voluto che venisse fuori. Perché Vivian Maier, nata a New York il primo febbraio del 1926 e morta a Chicago il 21 aprile del 2009, è per l’anagrafe una bambinaia. Una bambinaia mezza francese (la mamma era di un piccolo paese delle Alpi, il papà di origine austro-ungarica lasciò la casa di famiglia quando Vivian aveva 4 anni) per le famiglie benestanti di New York e Chicago. Strana, misteriosa, per certi versi eccentrica, ma fondamentalmente riservata, se non invisibile. E così lei voleva restare.
Invece Vivian Maier è oggi Una fotografa ritrovata, come sintetizza efficacemente il titolo del libro che la celebra da alcuni mesi in Italia (di John Maloof, Contrasto, pagine 285, euro 39,00) e che accompagna – dopo una esposizione al Man di Nuoro – la mostra che apre domani a Milano al Forma Meravigli (fino al 31 gennaio 2016, tutti i giorni dalle 11 alle 20, giovedì dalle 12 alle 23) a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, con 120 fotografie in bianco e nero. Vivian Maier conservava i suoi 150mila scatti, 3mila stampe e filmati super 8 e 16 millimetri all’interno di un box di Chicago, insieme a tantissime cianfrusaglie, oggetti da collezione, pezzi di vita. Un “tesoro nascosto” che dopo anni di affitto non pagati venne stato confiscato, messo all’asta in diversi lotti e quindi “rivelato”. Nel 2007, i ricordi custoditi dalla bambinaia s’incontrarono con l’ansia del racconto e della scoperta di John Ma-loof, un giovane agente immobiliare che stava raccogliendo materiale su Chicago per coltivare il suo vero talento, la scrittura.
Il 26enne acquistò per 38 dollari il contenuto di un baule con trentamila negativi e vari oggetti da collezione, diventando poi il principale curatore del “lascito” della Maier. La curiosità fu forte. Cosa contenevano quelle pellicole? Quali facce avrebbero svelato? Quali luoghi avrebbero mostrato? Maloof ordinò minuziosamente ogni cosa come mostra il film-documentario distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema – Alla ricerca di Vivian Maierdi Maloof con Charlie Siskel (sarà proiettato al Cinema Apollo a Milano, il 25 novembre alle 21.30) – e si metterà alla ricerca del misterioso autore. «Volevo sapere – racconta – chi si nascondeva dietro quel lavoro, ma avevo solo il nome di Vivian Maier: sarà una giornalista, una fotografa professionista? Così ho cercato su Google e ho trovato solo l’avviso della sua morte, pubblicato giusto qualche giorno prima. Ho recuperato un indirizzo tra le sue cose e dopo aver rintracciato il numero di telefono, ho chiamato e ho detto che ero in possesso dei negativi di Vivian Maier». La risposta fu sorprendente: «Era la mia bambinaia! ». «La sua bambinaia? E perché farebbe tutte queste fotografie? Ciò che quell’uomo mi ha detto di lei mi ha profondamente stupito: era una solitaria, non sapeva nulla della sua vita amorosa, della sua famiglia, dei suoi figli, ma era stata una madre per lui. Tutto questo ha stuzzicato la mia curiosità».
Il giallo si infittì, ma si aprì un mondo. Continuarono le ricerche, i pezzi del puzzle si composero lentamente uno dopo l’altro. E venne fuori la vita di Vivian Maier: una bambinaia, amorevole con i bimbi, con qualche mania, dei segreti, e una passione nascosta e solitaria per la fotografia. Talmente nascosta che mai ha pubblicato una foto e mai ha fatto vedere i suoi lavori a qualcuno. La tata nel suo giorno libero metteva la sua Rollei al collo e girava per le strade. Con uno sguardo curioso, a volte malinconico, altre ironico. Si soffermava sui piccoli dettagli, le scarpe buffe, la mise eccentrica, le imperfezioni; le persone, soprattutto bambini e anziani; i racconti di vita, quella che le scorreva davanti agli occhi per strada, la città e i suoi abitanti in un momento di cambiamento sociale e culturale. Ma c’era soprattutto lei, che spuntava da uno specchio, che si rifletteva su una vetrina, che s’intravedeva in un riflesso. Una donna in continua ricerca di identità, “giocando” con la sua Rolleiflex, una macchina che ha fatto la storia della fotografia mondia-le, con il caratteristico visore per l’inquadratura posto nella parte superiore. «Perfetta per chi vuole restare invisibile», fa notare il grande fotografato americano, Joel Meyerowitz, apprezzando i suoi lavori di street photography. È stata una vita non facile, quella della Maier.
Dopo che il padre lasciò casa, la madre, Maria Jaussaud, si rifugiò da un’amica francese, nel Bronx, una fotografa professionista che probabilmente accese la passione di Vivian sin da piccola. Maria fece poi ritorno in Francia, a Saint-Julien-en-Champsaur, portando con sé Vivian, fra il 1932 e 1938. Qui Vivian tornerà da sola, nel 1950, per reclamare l’eredità di una prozia: userà quel denaro per viaggiare e comprare la sua prima macchina fotografica. Eseguirà tante foto di paesaggi e ritratti degli abitanti della valle. E poi in giro per Cuba, Canada, California. Nel 1956 si trasferì definitivamente a Chicago dove lavorerà per la famiglia Gensburg per 17 anni. Nel bagno allestirà la camera oscura. Ma nei periodi di vacanza sarà sempre con la valigia verso l’Asia, nelle Filippine e India, in Medio Oriente e nell’Europa meridionale. Come se ci fossero due Vivian. La tata e la fotografa globetrotter. «Seppur scattate decenni or sono occhi – scrive lo scrittore e curatore Marvin Heifermann, nella prefazione al catalogo –, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi». La fotografia che ci ha regalato questa bellissima storia, destinata altrimenti a restare in un box di Chicago.Articolo di Giuseppe Matarazzo
Audre Lorde -5 poesie da “D’amore e di lotta”: Poesie scelte con saggio di Daniela Maurizi-Editore Le Lettere-
Dalla quarta di copertina del libro “D’amore e di lotta- Poesie scelte” di Audre Lorde, le Lettere, 2018: Per la prima volta in traduzione italiana, questa antologia dà spazio alle peosie di amore e di lotta di una poeta, Audre Lorde, che ha saputo intrecciare le storie del proprio vissuto personale con le voci collettive dei movimenti femminista, Lgbt e delle persone di colore. Con il suo potente linguaggio poetico, Lorde ci regala istantanee della realtà filtrate attraverso uno sguardo acuto e mai distaccato. nei suoi versi eroompe il racconto di una donna Nera, lesbica, madre, guerriera, poeta, il cui linguaggio è intriso di ognuna di queste parti e dell’intersezione di tutte. per questo il canto di Audre Lorde arriva a tutte e tutti noi, abbracciando la realtà da un punto di vista situato e proiettandosi oltre, fino a cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
Audre Lorde,
Le poesie seguenti sono tratte da D’amore e di lotta. Poesie scelte a cura di WiT, Women in Translation (Le Lettere, Firenze 2018)
da The Black Unicorn (1978)-
Litania per la sopravvivenza
Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;
Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.
E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura
Perciò è meglio parlare
ricordando
non era previsto che sopravvivessimo.
Audre Lorde,
A Litany for Survival
For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouth
so their dreams will not reflect
the death of ours;
For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mothers’ milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
this instant and this triumph
We were never meant to survive.
And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
in might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid.
So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive.
Audre Lorde
Terapia
Nel tentativo di vederti
i miei occhi si fanno più
confusi
non è il tuo viso
che cercano
con le dita fra i tuoi spazi
come creatura affamata
persino adesso
non voglio
fare una poesia
voglio farti
comporti e scomporti
da me stessa.
Audre Lorde
Therapy
Trying to see you
my eyes grow
confused
it is not your face
they are seeking
fingering through your spaces
like a hungry child
even now
I do not want
to make a poem
I want to make you more and less
a part
from myself.
Audre Lorde,
Sorella Outsider
Nascemmo in un’epoca di miseria
senza mai toccare
l’una la fame dell’altra mai
dividemmo le croste
per la paura
che il pane diventasse nemico.
Ora cresciamo i nostri figli
nel rispetto di se stessi
e degli altri.
Ora hai reso la solitudine
sacra e utile
e non più indispensabile
ora
la tua luce risplende luminosa
ma voglio che tu
conosca
la tua oscurità altrettanto
potente
ben oltre la paura.
Audre Lorde,
Sister Outsider
We were born in a poor time
never touching
each other’s hunger
never
sharing our crusts
in fear
the bread became enemy.
Now we raise our children
to respect themselves
as well as each other.
Now you have made loneliness
holy and useful
and no longer needed
now
your light shines very brightly
but I want you
to know
your darkness also
rich
and beyond fear.
Audre Lorde,
da Coal (1976)
Aria di famiglia
Mia sorella ha i miei capelli la mia bocca i miei occhi
e io la credo diffidente.
Quando era giovane, e aperta a ogni febbre
vestita d’oro come un velo di fortuna sul viso
aspettava in ogni pioggia un sogno di luce.
Ma il sole si alzò
bruciandoci gli occhi come cristallo
sbiancando il cielo di ogni promessa e
mia sorella rimase
Nera, senza fortuna né fede
tremante al primo freddo apparire d’amore.
Ho visto il suo oro diventare un arco
dove l’incubo andava a caccia
lungo i portici della notte insonne.
Ora attraverso echi di negazione
lei cammina sul lato sbiancato della ragione.
Segreta ora
mia sorella non aspetta più
né piange l’oro fuggito dal suo letto.
Mia sorella ha la mia lingua
e tutta la mia carne
senza risposta
e la credo diffidente
come una pietra.
A Family Resemblance
My sister has my hair my mouth my eyes
and I presume her trustless.
When she was young and open to any fever
wearing gold like a veil of fortune on her face
she waited through each rain a dream of light.
But the sun came up
burning our eyes like crystal
bleaching the sky of promise and
my sister stood
Black, unblessed and unbelieving
shivering in the first cold show of love.
I saw her gold become an arch
where nightmare hunted
down the porches of restless night.
Now through echoes of denial
she walks a bleached side of reason.
Secret now
my sister never waits
nor mourns the gold that wandered from her bed.
My sister has my tongue
and all my flesh
unanswered
and I presume her trustless
as a stone.
Audre Lorde,
da From a Land Where Other People Live (1973)
Chi ha detto che era facile
Ha così tante radici l’albero della rabbia
che a volte i rami si spezzano
prima di dare i frutti.
Sedute a Nedicks
Le donne si radunano prima della marcia
discutendo dei vari problemi causati dalle ragazze
che assumono per sentirsi libere.
Un barista quasi bianco ignora
un fratello che aspetta servendo prima loro
e le donne non notano e neanche rifiutano
i piaceri più sottili della propria schiavitù.
Ma io che sono incatenata al mio specchio
tanto quanto al mio letto
vedo le cause nel colore
tanto quanto nel sesso
e siedo qui chiedendomi
quale me sopravvivrà
a tutte queste liberazioni.
Who Said It Was Simple
There are so many roots to the tree of anger
that sometimes the branches shatter
before they bear.
Sitting in Nedicks
the women rally before they march
discussing the problematic girls
they hire to make them free.
An almost white counterman passes
a waiting brother to serve them first
and the ladies neither notice nor reject
the slighter pleasures of their slavery.
But I who am bound by my mirror
as well as my bed
see causes in colour
as well as sex
and sit here wondering
which me will survive
all these liberations.
di Audre Lorde, tradotte dal collettivo WiT (Women in Translation)
Per gentile concessione del collettivo WiT.
Audre Lorde,
Dalla quarta di copertina del libro “D’amore e di lotta- Poesie scelte” di Audre Lorde, le Lettere, 2018: Per la prima volta in traduzione italiana, questa antologia dà spazio alle peosie di amore e di lotta di una poeta, Audre Lorde, che ha saputo intrecciare le storie del proprio vissuto personale con le voci collettive dei movimenti femminista, Lgbt e delle persone di colore. Con il suo potente linguaggio poetico, Lorde ci regala istantanee della realtà filtrate attraverso uno sguardo acuto e mai distaccato. nei suoi versi eroompe il racconto di una donna Nera, lesbica, madre, guerriera, poeta, il cui linguaggio è intriso di ognuna di queste parti e dell’intersezione di tutte. per questo il canto di Audre Lorde arriva a tutte e tutti noi, abbracciando la realtà da un punto di vista situato e proiettandosi oltre, fino a cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
Audre Lorde,
Audre Lorde
Audre Lorde (1934 – 1992) nasce a Harlem, New York, ultima figlia di immigrati provenienti da Grenada, nei Caraibi.Comincia a scrivere poesia giovanissima (la prima viene pubblicata quando frequenta ancora il liceo) e negli anni intreccia lo studio, il lavoro (infermiera, operaia, segretaria, bibliotecaria, insegnate) alla produzione poetica, saggistica e in prosa. Nel 1990 è la prima persona nera ad essere nominata New York State Poet. Ha pubblicato dieci raccolte di poesia, un romanzo e numerosi saggi, Muore il 17 novembre 1992 a St. Croix, dopo una coraggiosa battaglia con il cancro.
Emma Lazarus was born in New York City to a wealthy family and educated by private tutors. She began writing and translating poetry as a teenager and was publishing translations of German poems by the 1860s. Her father privately printed her first work in 1866 and the next year, her first collection, Poems and Translations (1867), appeared from a commercial press. The book gained the attention of Ralph Waldo Emerson, among others. Over the next decade, Lazarus published a second volume of poetry, Admetus and Other Poems (1871); the novel Alide: An Episode in Goethe’s Life (1874); and a play in verse, The Spagnoletto (1876). Reading George Eliot’s novel Daniel Deronda, with its exploration of Jewish identity, stirred Lazarus to consider her own heritage. In the 1880s, she took up the cause—through both poetry and prose—against the persecution of Jews in Russia, publishing a polemical pamphlet The Century (1882) and Songs of a Semite: The Dance to Death and Other Poems (1882), one of the first literary works to explore the struggles of Jewish Americans.
Emma Lazarus poetessa statunitense-
Lazarus was one of the first successful and highly visible Jewish American authors. She advocated for Jewish refugees and argued for the creation of a Jewish homeland before the concept of Zionism was in wide circulation. After the publication of Songs of a Semite, she traveled to England and France and met and befriended poets and writers such as Robert Browning and William Morris. After her return to the United States, she was commissioned to write a poem to help raise funds for the pedestal of the Statue of Liberty. She initially declined and then wrote a sonnet commemorating the plight of immigrants. Lines from that 1883 sonnet, “The New Colossus,” were engraved on the pedestal of the Statue of Liberty in 1903.
After her death, the scope of Lazarus’s life and career was obscured by the fame of “The New Colossus.” There have been recent attempts to revitalize scholarship and interest in her work, including a volume of selected poems from the Library of America and a biography, Emma Lazarus (2006), by Esther Schor.
he New Colossus
Not like the brazen giant of Greek fame
With conquering limbs astride from land to land;
Here at our sea-washed, sunset gates shall stand
A mighty woman with a torch, whose flame
Is the imprisoned lightning, and her name
Mother of Exiles. From her beacon-hand
Glows world-wide welcome; her mild eyes command
The air-bridged harbor that twin cities frame,
“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she
With silent lips. “Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore,
Send these, the homeless, tempest-tossed to me,
I lift my lamp beside the golden door!”
di Emma Lazarus, New York, 1883
Traduzione
Il Nuovo Colosso
Non come il gigante di bronzo di greca fama,
che a cavalcioni da sponda a sponda stende i suoi arti conquistatori:
Qui, dove si infrangono le onde del nostro mare
Si ergerà una donna potente con la torcia in mano,
la cui fiamma è un fulmine imprigionato, e avrà come
nome Madre degli Esuli. Il faro
nella sua mano darà il benvenuto al mondo, i
suoi occhi miti scruteranno quel mare che giace fra due città.
Antiche terre, – ella dirà con labbra mute
– a voi la gran pompa! A me date
i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.
Emma Lazarus poetessa statunitense-Statua della Libertà
Questa poesia, dedicata alla Statua che troneggia al centro della baia di New York, venne scritta da Emma Lazarus, giovane poetessa ebrea.
Era il 1881 quando a New York iniziarono ad arrivare i primi profughi ebrei, cacciati dalla Russia dopo l’assassinio dello zar Alessandro II. Per Emma, che era figlia di un ricchissimo mercante di New York e che fino ad allora aveva vissuto una vita dorata, protetta fra il lusso e i privilegi della sua classe sociale, fu come un risveglio: si rese conto di come poteva essere terribile la vita della sua stessa gente. Assistette con dolore all’arrivo delle navi dei profughi, vide il terribile spettacolo di gente lacera, digiuna, malmenata e perseguitata. La sofferenza che lesse negli occhi di quelle persone mosse in lei la voglia di lottare contro l’ingiustizia e il desiderio di affermare gli ideali di libertà e fratellanza. Si può dunque immaginare come Emma accogliesse la notizia dell’arrivo di una statua della Libertà da collocare nella baia di New York, e con quale ardore rispondesse all’invito, da parte del presidente del Comitato per l accoglienza della più grande statua del mondo, di donare un suo manoscritto che, assieme a quelli di altri poeti, sarebbe stato messo in vendita ad un’asta pubblica, allo scopo di raccogliere i fondi necessari all’operazione.
Emma Lazarus poetessa statunitense-Servizio Parco Nazionale, Statua della Libertà NM Un libro contenente il poema “Il nuovo colosso”
Lo stesso Comitato aveva bandito un concorso per il miglior sonetto da incidere sul piedistallo della statua e fu proprio Emma a vincerlo. Lei che, forse più di altri, sentiva sulla propria pelle la tragedia di un popolo oppresso da pregiudizi secolari; lei che sentiva come proprio il terrore degli ebrei costretti ad emigrare in cerca di pane, di libertà, di sicurezza politica e di fratellanza.
Il sonetto venne composto nel 1883, quando Emma non aveva ancora veduto la statua e tre anni dopo, il 28
ottobre 1886, quando il Presidente degli Stati Uniti, Grover Cleveland, scoprì la “Liberta che illumina il mondo”, Emma era in Europa, alle prese col terribile male che l’avrebbe uccisa pochi mesi dopo, il 19 novembre 1887.
Fu soltanto grazie all’interessamento di Georgina Schuyler che il sonetto venne inciso su una lapide affissa al piedistallo (poi ricollocato, nel 1945, sopra l’ingresso principale della statua.)
Emma Lazarus poetessa statunitense-
Testi di Emma Lazarus
Un ritratto di Emma Lazarus.
Servizio Parco Nazionale, Statua della Libertà NM
Nata il 22 luglio 1849 a New York da una ricca famiglia di raffinazione dello zucchero di origine ebraica portoghese sefardita le cui radici si estendevano fino ai primissimi giorni di New York City come città coloniale britannica, Emma Lazarus era la poetessa che scrisse “The New Colossus”. Oltre a scrivere, Lazzaro è stato anche coinvolto in opere di beneficenza per i rifugiati. A Ward’s Island, lavorò come aiutante per gli immigrati ebrei che erano stati arrestati dai funzionari dell’immigrazione del Castle Garden. Era profondamente commossa dalla situazione degli ebrei russi che ha incontrato lì e queste esperienze hanno influenzato la sua scrittura.
Nel 1883, William Maxwell Evarts e l’autore Constance Cary Harrison chiesero a Lazzaro di comporre un sonetto per la “Esposizione del Fondo di Prestiti in Aiuti al Fondo per i piedisti di Bartholdi per la Statua della Libertà” – un’asta d’arte e letteraria per raccogliere fondi per il piedistallo della statua della statua della statua della statua. A sua volta, Lazzaro, ispirato dalla sua eredità ebraica sefardita, le sue esperienze di lavoro con i rifugiati sull’isola di Ward e la situazione dell’immigrato, scrisse “The New Colossus” il 2 novembre 1883. Dopo l’asta, il sonetto è apparso nel New York World di Joseph Pulitzer e nel New York Times. Morì a New York il 19 novembre 1887, molto probabilmente dal linfoma di Hodgkin e fu sepolta a New York nella congregazione del cimitero di Beth Olom di Shearith in Cypress Hills, nel Queens.
Servizio Parco Nazionale, Statua della Libertà NM
Un libro contenente il poema “Il nuovo colosso”
Il famoso sonetto di Lazzaro raffigura la Statua come la “Madre degli esiliati”: un simbolo di immigrazione e opportunità – simboli associati alla Statua della Libertà oggi. Dopo la sua popolarità iniziale, il sonetto svanì lentamente dalla memoria pubblica. Fu solo nel 1901, circa 14 anni dopo la morte di Lazzaro, che Georgina Schuyler, una sua amica, trovò un libro contenente il sonetto in una libreria e organizzò uno sforzo civico per far risorgere il lavoro perduto. I suoi sforzi furono ripagati e nel 1903, le parole del sonetto furono incise su una lapide e poste sul muro interno del piedistallo della Statua della Libertà. Oggi, la targa è esposta all’interno del piedistallo della statua e una targa replica può essere trovata all’interno del Museo della Statua della Libertà.
Faro di Posizione.Teresa Wilms Montt: la poetessa libera e reclusa-Non dormo ancora, è tardi ma inquietamente cerco versi quasi per placare la mia sete insaziabile di bellezza. Inciampo sul web sui suoi versi, ne resto rapita. Sì, è la dinamica dell’amore. Leggo voracemente la poesia in cui Teresa si presenta. Nome, cognome e biografia condensate in versi struggenti. Fanno male, sembrano arrivare allo stomaco come un pugno. Una poetessa cilena che muore suicida a soli 28 anni a Parigi con una dose eccessiva di droga. Guardo il suo volto. E’ di una bellezza commovente.
I suoi lineamenti sono così delicati. Occhi profondi e intensi, labbra carnose, corpo sinuoso. Bella e opulente nel suo amare senza misura. Ribelle e insofferente ai conformismi, alle castrazioni, alle oppressioni di chi la vuole donna obbediente, forse solo moglie, forse solo madre. Teresa lo è. Madre di due bellissime bambine che in una foto di archivio stringe tra le braccia, come il migliore frutto delle sue opere. Ha scritto molto nella sua breve vita. La scrittura l’ha divorata e salvata.
Come l’amore. Storia infelice e tragica quella della nostra poetessa di cui forse troppo poco si parla o si conosce. Eppure in una notte di ottobre i suoi versi sembrano arrivare dritti come un proiettile sparato dal passato verso il futuro. Narra da visionaria una storia che si ripete sempre uguale. Una donna che ha vissuto perfino la reclusione in un monastero, forzatamente, come punizione. Privata delle sue due figlie. Poetessa martoriata perché l’eccesso di gelosia del marito l’ha segnata a fuoco con la violenza atroce della separazione dalle figlie.
Per cinque anni Teresa non le vedrà più. Lì si insinua il primo tentativo di suicidio. Non muore, la vita la pretende ancora. Fugge dal monastero e da quella reclusione forzata, grazie ad un amico poeta. Diventerà il suo migliore amico. Che poi una parte della critica lo voglia amante di Teresa, poco importa. L’ha aiutata a salvarsi. La nostra poetessa viaggia in lungo e largo per il mondo. Salotti letterari, salotti di politici anarchici dove incontra e conosce tanti uomini del suo tempo, intellettuali, poeti, scrittori, filosofi.
Legge e scrive. Escono le prime raccolte e sono poesie segnate dal dolore, dall’amore profondo e carnale, dal disagio esistenziale, dalla mancanza struggente delle figlie, da un senso di inadeguatezza verso il mondo, di estenuante stanchezza e solitudine come Teresa avesse cento anni. Ne ha meno di trenta. La reclusione e quel terribile tradimento da parte del marito che l’ha voluta castrare e punire, quel marito che ha sposato a soli diciassette anni, contro il volere dei genitori, l’hanno marchiata in maniera incontrovertibile.
E’ rotta già segnata. Cova in segreto un male di vivere che la porterà a non reggere più un ulteriore atroce distacco dalle figlie che riabbraccerà a Parigi dopo cinque anni. Trova pace ma per poco. Quando le figlie con il nonno paterno vanno via da Parigi, Teresa sprofonda in uno stato depressivo senza via d’uscita. Tra droghe sempre più pesanti, alcol e sofferenza, si spegne nella notte di natale del 1821, sola per overdose. Vola leggera la sua anima resa pesante dalla condanna, dal giudizio, dalla colpa. Una donna e poetessa che avrebbe dovuto scegliere tra l’amore che incontrerà oltre il matrimonio, per un uomo che lei chiamerà Anuarì, suicida anche lui, poiché crederà di non essere corrisposto e la vita di una donna “per bene”. Sposata, devota e fedele, esclusivamente madre, senza alcuna velleità letteraria e poetica.
Senza amici, senza salotti, senza viaggi, senza lettere d’amore scritte per chi ama senza resa, senza versi che in maniera prolifica fa gemmare dal suo corpo che fragile non è, nonostante le violenze. Teresa resiste infatti a tutto. Alla non comprensione dei suoi genitori aristocratici, al non amore del marito, all’amore profondo segnato dalla morte per Anuarì, alla reclusione forzata. Teresa resiste a tutto ma non a quella amputazione di utero.
Non a quel rapimento brutale delle figlie. Non al tradimento più bieco, subdolo e sadicamente fonte di compiacimento per chi giurava di amarla. Resiste e sopporta tutto, fuorché essere defraudata delle sue figlie. L’hanno colpita non solo nella sua femminilità sacra e inviolabile, nella sua capacità di procreare e generare vita; l’hanno violentata nel peggiore dei modi. Le hanno impedito di essere madre perché una donna di pensiero, una donna intellettuale, una donna che amava e viveva di poesia.
D’impeto mi viene in mente la mia poetessa, Alda Merini. Anche a lei proprio il marito Ettore Carniti ha inflitto il manicomio e l’ha brutalmente sottratta all’amore delle sue quattro figlie. Dieci anni di orrore. Teresa cinque. Ma il dolore dell’anima non segue il corso cronologico. Dieci anni non fanno più male di cinque. E’ il gesto vile di sopraffazione e violenza che strazia prima le viscere, poi l’anima, poi il corpo. Sopravvivere è impresa per poche. Alda ce la fa. Teresa no.
Eppure entrambe si aggrappano all’amore e alla poesia. Entrambe cantano il dolore per sublimarlo, per renderlo materia magmatica ma sopportabile. Vi sono decenni importanti di distanza tra le due poetesse. Poco importa. Hanno vissuto traumi feroci simili. E hanno lasciato versi che non si scordano. Mi affiorano quelli di Alda Merini: “E va bene anche così, aggrappata al muro con te che prendi la mira con una pistola caricata a tradimenti. Forse mi vuoi sparita o forse non mi vuoi più, ma io sono quell’amore che ha reso immortale i tuoi occhi e solitudine infelice questi piccoli giorni della mia vita.”Adesso tornano ad eco i versi autobiografici di Teresa: “Sono Teresa Wilms Montt e anche se sono nata cento anni prima di te, la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna. E’ difficile essere donne in questo mondo. Tu lo sai meglio di tutti. Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita. Ho distillato una donna. Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me. Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia. Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia. Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita. Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà. Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato. Quando mi hanno picchiato, ho risposto. Sono stata crocefissa, morta e sepolta, dalla mia famiglia e la società. Sono nata cento anni prima di te comunque ti vedo uguale a me. Sono Teresa Wilms Montt e non sono adatta alle signorine.” Niente altro da aggiungere. Aveva ragione Teresa, alla luce di una violenza che dura e si perpetra immutabile sulle donne da secoli, senza alcun reale cambiamento. “Le leggi dello Stato, non sono quelle del cuore”, mi sovviene Antigone.
L’uomo non impara. Ripete lo stesso copione. Il percorso verso la parità di genere è tutto roba da scrivere per addetti ai lavori: psicologi, psicoterapeuti, criminologi, forze dell’ordine, magistrati, giudici, avvocati e sì, anche intellettuali, giornalisti, scrittori, poeti e docenti. Ma siamo nel 2023 e di donne uccise, violentate, calpestate, usate, ridotte a cose inerti, annullate, defraudate della loro dignità, femminilità, maternità, ce ne sono tante, troppe. Ogni giorno è la conta della vergogna disumana.
Resta un numero antiviolenza: 1522. Resta la voce straziante di un coro di poetesse e scrittrici che come Teresa hanno avuto il coraggio di dire no e di scriverlo senza reticenze. In quel “non sono adatta alle signorine” non crediate che faccia allusione alle donne ancora in giovane età. Io da donna e scrittrice vedo ahimè, una sferzata feroce contro quegli uomini che si illudono di essere padroni della vita delle donne in quanto “signorine”.
Fragili, vulnerabili, non idonee a scrivere la storia, non all’altezza di esprimere il proprio libero pensiero. Ma le signorine, signori uomini, siete voi, paradossalmente, quando vivendo in questa patologica illusione di dominare e possedere le donne, non fate altro che perpetrare la vostra fragilità emotiva, la vostra abissale insicurezza, la vostra ferocia narcisistica. Teresa muore nel 1821. Ne moriranno ancora chissà quante ma “l’armonia vince di millesecoli il silenzio”.
La Poesia resta e resiste. Un grazie al mio amato Foscolo va elargito. Anche se non hanno potuto cambiare il destino delle donne, mi auguro che qualche sussulto interiore lo provochino ancora oggi, Teresa Montt, Alda Merini, Maria Fuxa, Camille Claudel e tutte le altre. Spero che chi legga qualche domanda se la ponga. Qualche fremito lo provi, in nome di tutte le donne che pur subendo la lettera scarlatta della colpa mai commessa e l’onta ingiusta della punizione, il coraggio di sferzare il sistema e di dire no ce lo hanno avuto e continuano ad averlo.
Bia Cusumano
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes. Poetessa, Femminista ed anarchica(Viña del Mar, Cile, 8 settembre 1893 – Parigi, Francia, 24 dicembre 1921) è stata una scrittrice, poeta e anarchica cilena. È considerata un’antesignana del femminismo-anarchico.PARIGI 24 dicembre 1921-La notte di Natale del 1921, a Parigi, muore suicida, per overdose di Véronal, Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes.-Poetessa, femminista e anarchica cilena-Biblioteca DEA SABINA- Le figlie, che non vedeva da 5 anni, avevano appena lasciato la città. Aveva 28 anni, era una nobildonna, intellettuale cilena, che aveva lottato per il riconoscimento dei propri diritti, dopo che il marito (sposato per amore quando aveva 17 anni) l’aveva portata di fronte ad un tribunale con l’accusa di adulterio. I giudici l’avevano fatta rinchiudere in un convento, dal quale lei riuscì a fuggire, con l’aiuto del suo amante. Dovette adottare pseudonimi maschili per pubblicare.
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
Poetessa, femminista, anarchica, così è definita oggi. Lei, invece, scrisse questa “Autodefinizione”:
Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
E’ difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta alle signorine.
“Inquietudini sentimentali”
Con il capo reclino fra le braccia, in affannosa insonnia,
ripeto, come un bimbo, una prece: il tuo nome.
Sì, Anuarì, ho tanta voglia di dormire; provo lo stesso languido
sopore che turbò la tua anima prima che eternamente
si estinguesse il tuo sguardo adorato.
Come in un’orazione, le mie labbra van ripetendo, sillaba
per sillaba, il rosario sgranato del tuo nome, e le mie
mani giacciono protese al nido tiepido dei tuoi capelli
per cercare un rifugio ove morire. Anuarì! Anuarì!
Simili al brulicare di una fonte sgorgano dal mio seno
implorazioni e grida di dolore. Il caos le inghiotte tutte,
prima che possano arrivare a te. (…)
Senza di te la vita è qualcosa di tetro, un ignobile straccio che mi segue.
Da “Poesia”, n.229, luglio/agosto 2008, traduzione di Cristina Sparagana.
Tu, così forte e bello, col tuo viso sereno e la tua fronte
sempre fissa al cielo.
Anuarí, il dolore non uccide, il dolore non reca la pazzia;
ma sprofonda nell’anima come un corpo di piombo in
un sisma infinito. Turbata, ascolto nelle lunghe notti
l’eco della mia voce che ti cerca attendendo nel buio
una risposta. Poi, la nera realtà mi percuote furente.
Forse l’anima tua pure è svanita? No! Ma com’è possibile
che tanta forza, tanto ardore astrale, possa perire
nell’eterno gelo?
(Teresa Wilms Montt, in POESIA 278, gennaio 213, Vite di poeti)
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
Stefano Beccastrini:CHI E’ STATA TERESA WILMS MONTT
Nata nel 1893 a Vina del Mar (Cile), Teresa Wilms Montt è stata una delle più grandi scrittrici del Novecento latinoamericano. Fin dall’adolescenza fu innamorata della vita, dell’amore, della poesia e della musica (soprattutto del melodramma italiano: la sua eroina preferita fu la pucciniana Tosca). Ribelle, femminista, impegnata nel movimento anarchico e socialista, viaggiò il mondo (Buenos Aires, New York, Madrid, Londra, Parigi) dopo esser fuggita dal Cile, ove la famiglia di suo marito l’aveva fatta rinchiudere in un convento. Ovunque si recò, attirò su di sé passione e ammirazione, segnando con la sua elegante e fascinosa presenza gli ambienti culturali – sia sudamericani che europei – che andavano aprendosi all’avanguardia letteraria e politica. Le pesò molto la lontananza forzata dalle due amatissime figlie. Le reincontrò fugacemente, dopo molti anni di distacco, a Parigi nel 1920. Fu l’ultima volta: da allora la gran voglia di vivere, di amare, di scrivere di Teresa si spense. Ella si recluse volontariamente in una stanza dell’Hotel Montaigne, ove alfine decise di uccidersi, con una forte dose di Veronal. Morì dopo esser stata inutilmente ricoverata all’Ospedale Laennec: era la vigilia di Natale del 1921.
E’ sepolta nel cimitero parigino di Pére Lachaise. Se capitate a Parigi, andate a trovarla…
La tua canzone si leva con monotona cadenza, o vita,
ed essa esalta il mio desiderio di morte.
Il silenzio estende il suo cristallo opaco dentro l’anima,
ove giace una passione ormai spenta…
Teresa Wilms Montt
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
Siete poetas suicidas
Hay una primavera en cada vida – Antología de poetas-suicidas fue propuesta en la asignatura de «Tipologías de la Edición» del máster en Estudios Editoriales (Universidad de Aveiro, Portugal).
Esta no será más una antología de elección de poemas que condensen toda la obra poética de las siete poetas-suicidas presentadas, enseñando trazos psicológicos referentes a perturbaciones y recalcaduras que originarían su trágico final de vida. Por el contrario. La selección poética intentará señalar los temas alusivos a la esperanza, pasión, amor, alegría, felicidad, transformación, sensualidad, fuerza y arrojo. Como el verso de Florbela Espanca elegido para el título supone, se enfocará el lado luminoso, fuerte y fértil de las siete autoras. A pesar de que la expresión poetas-suicidas pueda no coadunarse con la intención basilar de esta antología, su utilización transmite el peso simbólico emanado de la relación umbilical entre la poesía, la muerte y la vida.
Por orden cronológico de nacimiento, las poetas escogidas son: Alfonsina Storni (Argentina), Teresa Wilms Montt (Chile), Florbela Espanca (Portugal), Anne Sexton y Sylvia Plath (Estados Unidos), Alejandra Pizarnik (Argentina) y Ana Cristina Cesar (Brasil).
Sandra Santos
AUTODEFINICIÓN
Soy Teresa Wilms Montt
y aunque nací cien años antes que tú,
mi vida no fue tan distinta a la tuya.
Yo también tuve el privilegio de ser mujer.
Es difícil ser mujer en este mundo.
Tú lo sabes mejor que nadie.
Viví intensamente cada respiro y cada instante de mi vida.
Destilé mujer.
Trataron de reprimirme, pero no pudieron conmigo.
Cuando me dieron la espalda, yo di la cara.
Cuando me dejaron sola, di compañía.
Cuando quisieron matarme, di vida.
Cuando quisieron encerrarme, busqué libertad.
Cuando me amaban sin amor, yo di más amor.
Cuando trataron de callarme, grité.
Cuando me golpearon, contesté.
Fui crucificada, muerta y sepultada,
por mi familia y la sociedad.
Nací cien años antes que tú
sin embargo te veo igual a mí.
Soy Teresa Wilms Montt,
y no soy apta para señoritas.
AUTO-DEFINIÇÃO
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
Sou Teresa Wilms Montt
e ainda que tenha nascido cem anos antes de ti,
a minha vida não foi assim tão diferente da tua.
Eu também tive o privilégio de ser mulher.
É difícil ser mulher neste mundo.
Tu sabe-lo melhor que ninguém.
Vivi intensamente cada intervalo e cada instante da minha vida.
Transpirei mulher.
Quiseram reprimir-me, mas não o conseguiram.
Quando me viraram as costas, eu dei a cara.
Quando me deixaram sozinha, fiz companhia.
Quando quiseram matar-me, dei vida.
Quando quiseram fechar-me, procurei liberdade.
Quando me amavam sem amor, eu dei mais amor.
Quando quiseram calar-me, gritei.
Quando me golpearam, contestei.
Fui crucificada, morta e sepultada,
pela minha família e pela sociedade.
Nasci cem anos antes de ti
no entanto sou igual a ti.
Sou Teresa Wilms Montt,
e não sou apta para madames.
ALTA MAR
De tanta angustia que me roe, guardo un silencio que se unifica a la entraña del océano.
En la noche cuando los hombres duermen, mis ojos haciendo tríptico con el farol del palo mayor, velan con el fervor de un lampadario ante la inmensidad del universo.
El austro sopla trayendo a los muertos cuyas sombras húmedas de sal acarician mi cabellera desordenada.
Agonizando vivo y el mar está a mis pies y el firmamento coronando mis sienes.
ALTO MAR
De tanta angustia que me rói, guardo um silêncio que se unifica às entranhas do oceano.
De noite quando os homens dormem, os meus olhos fazendo tríptico com a luz do cajado, velam com o fervor de um candelabro ante a imensidão do universo.
O austro sopra trazendo os mortos cujas sombras húmidas de sal acariciam os meus cabelos desordenados.
Agonizando vivo e o mar está a meus pés e o firmamento coroando as minhas têmporas.
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
BELZEBUTH
Mi alma, celeste columna de humo, se eleva hacia
la bóveda azul.
Levantados en imploración mis brazos, forman la puerta
de alabastro de un templo.
Mis ojos extáticos, fijos en el misterio, son dos lámparas
de zafiro en cuyo fondo arde el amor divino.
Una sombra pasa eclipsando mi oración, es una sombra
de oro empenachado de llamas alocadas.
Sombra hermosa que sonríe oblicua, acariciando los sedosos
bucles de larga cabellera luminosa.
Es una sombra que mira con un mirar de abismo,
en cuyo borde se abren flores rojas de pecado.
Se llama Belzebuth, me lo ha susurrado en la cavidad
de la oreja, produciéndome calor y frío.
Se han helado mis labios.
Mi corazón se ha vuelto rojo de rubí y un ardor de fragua
me quema el pecho.
Belzebuth. Ha pasado Belzebuth, desviando mi oración
azul hacia la negrura aterciopelada de su alma rebelde.
Los pilares de mis brazos se han vuelto humanos, pierden
su forma vertical, extendiéndose con temblores de pasión.
Las lámparas de mis ojos destellan fulgores verdes encendidos
de amor, culpables y queriendo ofrecerse a Dios; siguen
ansiosos la sombra de oro envuelta en el torbellino refulgente
de fuego eterno.
Belzebuth, arcángel del mal, por qué turbar el alma
que se torna a Dios, el alma que había olvidado las fantásticas
bellezas del pecado original.
Belzebuth, mi novio, mi perdición…
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
BELZEBUTH
A minha alma, celeste coluna de fumo, eleva-se até
à abóbada azul.
Levantados, implorando, os meus braços, formam a porta
de alabastro de um templo.
Os meus olhos extáticos, fixos no mistério, são duas lâmpadas
de safira em cujo fundo arde o amor divino.
Uma sombra passa eclipsando a minha oração, é uma sombra
de ouro ornado de chamas impetuosas.
Sombra formosa que sorri oblíqua, acariciando os sedosos
caracóis dos enormes cabelos luminosos.
É uma sombra que observa com um olhar de abismo,
em cuja margem se abrem as flores rubras de pecado.
Chama-se Belzebuth, sussurrou-mo na cavidade
da orelha, produzindo-me calor e frio.
Gelaram-me os lábios.
O meu coração converteu-se rubro de rubi e um ardor de frágua
me queima o peito.
Belzebuth. Passou Belzebuth, desviando a minha oração
azul até à negrura delicada da sua alma rebelde.
Os pilares de meus braços converteram-se humanos, perdem
a sua forma vertical, estendendo-se com tremores de paixão.
As lâmpadas de meus olhos reluzem fulgores verdes acesos
de amor, culpados e devotos a Deus; seguem
ansiosos a sombra de ouro envolta no torvelinho refulgente
de fogo eterno.
Belzebuth, arcanjo do mal, porquê turvar a alma
que se volta para Deus, a alma que havia esquecido as fantásticas
belezas do pecado original.
Belzebuth, o meu noivo, a minha perdição…
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
María Teresa de las Mercedes Wilms Montt, seconda di otto sorelle, era nata nel 1893 a Viña del Mar (Cile) in una famiglia benestante.
María Teresa iniziò preso a ribellarsi ai genitori e a mostrare una certa insofferenza verso la vita borghese.
Fece molto scalpore la scelta di sposarsi, contro la volontà dei suoi genitori, con un funzionario di stato con il quale ebbe due figlie, Elisa e Sylvia Luz. La famiglia visse nella capitale cilena prima e ad Iquique poi, nel nord del paese.
In questa città María Teresa si immerse nella scrittura ed entrò in contatto con influenti artisti dell’epoca che la introdussero agli ideali femministi e anarchici a cui restò fedele per tutta la sua vita. Sempre in questo periodo iniziò a pubblicare alcuni scritti sotto pseudonimo. A causa delle sue amicizie e della relazione con il cugino del marito, venne richiamata a Santiago e fu reclusa in un convento. Disperata per la separazione dalle figlie, cadde in una profonda depressione e tentò il suicidio nel marzo del 1916.
Fu un suo celebre amico, lo scrittore Vincente Huidobro, ad aiutarla a fuggire dal monastero. I due andarono a Buenos Aires, dove iniziò a frequentare i circoli intellettuali femministi e pubblicò degli scritti in cui trattava di temi a lei cari, dalla spiritualità all’erotismo. Dopo qualche mese prese la decisione di trasferirsi a New York per lavorare come infermiera della Croce Rossa, ma la fortuna l’abbandono ancora una volta: venne scambiata per una spia tedesca e le fu impedito di mettere piede sul suolo statunitense.
Sconsolata, venne deportata in Spagna. Anche a Madrid, María Teresa entrò rapidamente in contatto con scrittori e artisti dell’epoca e continuò a scrivere con lo pseudonimo di Teresa de la Cruz. Nel circolo di intellettuali che frequentava c’era Julio Romero de Torres, un pittore di Córdoba che ne fece la sua musa ispiratrice, usandola più volte come soggetto dei suoi lavori.
Dopo un breve incontro con le figlie nel 1920, Teresa continuò la sua ricerca intellettuale e viaggiò spesso a Londra e Parigi, ma non riuscì mai a superare il dolore della separazione. Morì la vigilia di Natale del 1921 in un hotel di Parigi per una overdose di barbiturici.
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes
Maria Teresa Wilms Montt de las Mercedes (Viña del Mar, Cile, 8 settembre 1893 – Parigi, Francia, 24 dicembre 1921) è stata una scrittrice, poeta e anarchica cilena. È considerata un’antesignana del femminismo-anarchico.
Femminista ed anarchica
Tra il 1912 e il 1915 risiede ad Iquique, una città allora in piena espansione. La gelosia del marito e il maschilismo imperante negli ambienti intellettuali la spingono verso una vita errabonda, ma comunque ricca e stimolante. Mantiene una stretta amicizia con artisti e intellettuali influenti, come il poeta Victor Domingo Silva. Pubblica i suoi primi testi con lo pseudonimo di Iquique Tebal o Tebal.
In questa fase incontra donne e sindacalisti del nascente movimento operaio e aderisce agli ideali femministi e anarchici, grazie all’influenza esercitata dalla spagnola femminista Zarraga Betlemme e del lavoro dell’attivista cileno Luis Emilio Recabarren. In questa fase è anche vicina agli ambienti della massoneria.
Tornata a Santiago, il marito scopre la sua relazione extraconiugale con Vicente Zañartu Balmaceda e spinge la sua famiglia per rinchiuderla in convento. Depressa per la situazione, Maria Teresa mette in atto il suo primo tentativo di suicidio il 29 marzo 1916.
Nel mese di giugno del 1916, Vicente Huidobro l’aiuta a fuggire dal convento e con lei ripara a Buenos Aires. Il suo soggiorno in questa città gli permette di incontrare un cosmopolita circolo intellettuale che avrà su di lei una grande influenza.
Nel 1917 pubblica Inquietudes Sentimentales e Los Tres Cantos. Emigrata a New York, vorrebbe lavorare per la Croce Rossa, ma le autorità statunitensi la bloccano ad Ellis Island perché sospettano possa essere una spia tedesca (la sua famiglia è di origine tedesca).
Attività intellettuali a Madrid e Parigi
Si trasferisce in seguito in Spagna, a Madrid, dove vive da bohèmien e incontra numerosi scrittori. Celandosi dietro lo pseudonimo di Teresa Cruz pubblica diverse sue opere: En la Quietud del Mármol e Mi destino es errar.
Nel 1920 si stabilisce a Parigi, dove in seguito viene raggiunta dalle sue figlie che non vedeva da cinque anni. Dopo la loro partenza per il Cile, Maria Teresa cade preda di una forte crisi depressiva.
La notte di Natale del 1921, muore suicida per overdose di Véronal. Aveva soli 28 anni.
Breve Biografia di Antonia Petrone è nata e vissuta a New York, ha due figli e ora vive in Italia. La natura, la bellezza dei campi e del cielo e l’istinto che riscalda il cuoreè la sua fonte di ispirazione poetica. Scrive poesie in inglese e in italiano, queste ultime pubblicate per la prima volta nella collana Tracce. Pubblica con “Poeti e Poesia” nel 2018 le sue prime opere in inglese fino ad ora conservate gelosamente. Viaggiare e fotografare le immagini che danno ispirazione alle sue opere è diventata una vera passione.
Crede nel profondo che la gioia nasce ed esiste da sempre dentro di noi e che la gioia di dare è più grande di quella che si riceve.
Antonia Petrone-
Una donna un fiore
Con piacere la guardi
luminosa e dai mille colori
una donna, un fiore.
Con gentilezza la sfiori
mai violento e con tenerezza
una donna, un fiore.
Con dolcezza le sussurri
pensieri, rispettando la sua essenza
una donna, un fiore.
Con attenzione l’ascolti
solo il suo sguardo racconta mille cose
una donna un fiore.
Con amore assapori
il suo modo di essere, la sua vitalità
un uomo che ama, una donna, un fiore.
Sole stella madre
Il cielo è azzurro e lui splende.
Le colline attorno sono verdi
e accolgono ogni suo raggio.
Accompagna il giorno lieto e festoso
lentamente poi si addormenta
e si nasconde dietro le colline
perché nessuno si accorga della sua assenza.
Mi fermo davanti a lui
e catturo la sua immagine
mentre scompare dietro la collina.
E’ bello anche quando si addormenta e
ci regala i suoi colori unici.
Ora riposa per poi lentamente
svegliarsi l’indomani e donarci ancora
la sua infinita bellezza.
Tu e il mare
Il mare, Grande e Generoso come Te
Il Mare pieno dei suoi frutti
e Tu pieno di valori e risorse,
Il Mare che crea le prime forme di vita
con amore senza tempo
e Tu che costruisci il focolare
per i tuoi cari con amore infinito,
Il sole tramonta sul Mare
che Tu amavi tanto
È solo un riposo momentaneo,
Il dolce risveglio è illuminato
da un sole raggiante
e finalmente i tuoi sforzi appagati
da tanto candore.
Sei Albero nel mio cuore
Ti portò il vento sul mio prato,
cadde una pioggia dolce e insistente
e tu lentamente crescesti.
Le tue radici invasero il mio terreno
senza che io potessi fermarti.
Ora ti guardo così alto, forte e vivo
e mi emoziona vederti così bello, così armonioso.
Sento volare le farfalle che fuori escono dal mio cuore
per posarsi sulle tue foglie verdi, tenere e accoglienti
a farti solletico per ricevere una tua carezza
e addormentarsi fra i tuoi rami dolcemente.
Un occhio sul mare a Varigotti
Splende attraverso l’occhio
l’azzurro, il riflesso, la purezza,
la sua meraviglia incanta.
D’un tratto una scintilla risveglia lo sguardo
e l’occhio si riempie di gioia.
Rimane lì a guardare per sempre il suo amato,
il mare, che con tanta semplicità ha saputo
riempire l’occhio di eterno amore.
Quando lei…
Quando lei con un solo gesto sa riempire il vuoto che hai dentro
Quando lei ti guarda negli occhi e ti dice che sei speciale
Quando lei si muove lentamente e ti tende la mano
Quando lei vola ad abbracciarti senza pensare
Quando lei sa capirti senza parlare
Quando lei ride con te
Quando lei ti ama
Quando e’
lei
il
tuo
calice
di cristallo prezioso e delicato,
sii frizzante e brinda sempre alla sua felicità.
The Painter
God like a painter draws our life from a blank piece of paper
they are all so different, one from the other.
Some of our pages may be gracefully lit with color,
Others are sketched with no clear outlines.
Some are completely white but never insignificant.
Colored ones can fade, sketched ones be dashed with color
and the white may never even turn to grey.
Why.. we ask ourselves… why may this painter
that is so creative leave a white page blank?
Pureness is white, simplicity is clear, love is blind.
And so are our eyes in front of a white page.
God, enlighten our eyes to see simply and clearly
your boundless and everlasting love
whatever your drawing of our life may be…
My love fly high….
Just about to fly thousands of feet high in the skies,
his thoughts so sweet for children’s tender eyes.
A loving heart that shelters hope, joy and kindness,
so afraid of his own heart, behind a shield of shyness.
May he open up to happiness and look up with no regret,
stand tall soon on the ground, mind and soul that don’t forget.
Let the bells of joy resound and ring far up in the sky so blue
So that once we meet again his heart opens to my love so true.
To my Daughter
She loves to travel the world
and discover new places
although on her own
she welcomes new faces
her life like a precious book
with colorful bright images
words and pictures full of love
fill all of her precious pages.
with all my love
Mom
Dark sky shine your light
Dark patches above in the sky
moving slowly over my head
a blink of lightning passing by
soft is the wind coming ahead.
No shower yet to feed the hungry field
no gusts of wind to wipe away our sorrow
only shy lightning to a promise sealed
sky shine your light through our tomorrow.
Gioia
Corrile incontro, forza corri
e abbracciala teneramente abbandonati.
Lei che ti accompagna quando senti la felicità che nasce,
lei che ti incoraggia quando la tristezza ti prende,
lei che si muove lenta e si maschera nella tua vita.
Donale fiducia, sorridi, afferrala,
scopri il suo valore, apprezzala.
Respira e vivi la sua essenza,
meravigliati ogni volta che la incontri
eccola che arriva, prendila, Gioia ti attende.
Una lacrima in viaggio
Quanto pensate possa durare il viaggio di una lacrima?
Pensate che duri poco?
Che la sua vita sia breve?
No affatto, in realtà è un viaggio lunghissimo
e percorre una strada morbida e lenta.
Si ferma a tratti per riempirsi sempre più di ricordi.
Poi prosegue fino a scendere e cadere in un mare sconosciuto
e perdersi nella sua immensità.
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La casa editrice romana PAGINE è stata fondata nel 1992 da Letizia Lucarini. Pagine mira a coprire diversi settori di un’attività tanto vasta come quella letterari, partendo da due filoni principali; uno riservato alla pubblicazione di riviste specializzate ad alto livello culturale e uno dedicato a testi universitari e scolastici. La casa editrice inoltre organizza e sostiene varie iniziative legate al mondo della poesia, dell’arte e della cultura in generale.
A questo proposito è nata la Rivista internazionale Poeti e Poesia, diretta da Elio Pecora; è stato istituito il Premio Pagine di Poesia e pubblicate, nell’elegante collana “Il Cigno”, voci importanti della poesia contemporanea come Corrado Calabrò, Vito Riviello, Dante Maffia.
Le altre riviste che la casa editrice pubblica sono: “Avanguardia”, quadrimestrale di letteratura contemporanea diretta dai professori Francesca Bernardini Napoletano e Aldo Mastropasqua dell’Università di Roma “La Sapienza”, affiancata dal fascicolo di Avanguardia Scuola, che propone esercizi didattici per la scuola superiore sia di I grado sia di II grado. “Scholia”, rivista dedicata allo studio delle lingue classiche, diretta dal prof. Alessandro Cesareo. La rivista di matematica “Progetto Alice”, d0.0iretta dal Prof. Mario Barra dell’Università “La Sapienza” di Roma. “Plaisance”, diretta dal prof. Gabriele-Aldo Bertozzi dell’Università “G. D’Annunzio” di Pescara. Fiori all’occhiello sono le nuove riviste “Lavori in corso”, diretta dalla Prof. Stefania Senni e composta da due fascicoli rivolti alla scuola primaria e a quella secondaria di primo grado, che propone un’ampia scelta di unità di apprendimento e di laboratori didattici da sottoporre agli studenti e “Teatro contemporaneo e cinema”, diretta dal Prof. Gianfranco Bartalotta (Cattedra di Storia del Teatro e dello Spettacolo, Facoltà di Scienze della Formazione Roma Tre) con la consulenza e la presidenza onoraria dell’insigne storico del cinema Mario Verdone e la collaborazione di numerosi studiosi delle più prestigiose Università italiane, di esperti del settore (attori, registi, scenografi, doppiatori, sceneggiatori, critici e giornalisti) e studiosi di didattica, formazione e mass media. La pubblicazione, a cadenza quadrimestrale, si propone di analizzare gli aspetti fondamentali delle correnti teatrali e cinematografiche del Novecento, il “secolo breve” che stravolge le certezze positivistiche e i valori tradizionali.
Dal 2009 riprende vita, infine, Voce Romana, bimestrale di 64 pagine diretto da Sandro Bari, che si occupa di cultura, poesia, dialetto, storia, arte e tradizioni popolari e che continua idealmente la rivista fondata dal Prof. Giorgio Carpaneto, e che darà ampio spazio alla voce della varie associazioni culturali romane in modo da diventare di fatto l’organo del Salotto Romano, la finalità del quale è la massima e pienamente libera diffusione della cultura romana in ogni suo aspetto, senza alcuna restrizione.
Di grande rilevanza per la casa editrice è il filone che segue i testi universitari e scolastici, tra cui segnaliamo le opere in sei volumi de La Critica Italiana Moderna e Contemporanea, La Poesia Moderna e Contemporanea, dirette dal prof. Carlo Muscetta, Il Teatro Contemporaneo, diretto dal prof. Mario Verdone, Le Novelle Italiane, a cura di Goffredo Bellonci e Mario Petrucciani, La Storia Contemporanea, diretta da Armando Saitta, La Letteratura Italiana Contemporanea, diretta da Mario Petrucciani, Scrittori di Grecia e di Roma, diretta dal prof. Giovanni D’Anna, La Letteratura Americana diretta da Elemire Zolla e La Storia del cinema del prof. Gian Piero Brunetta.
Ampio spazio è dedicato alle iniziative culturali: è stato realizzato, con il contributo della Provincia di Roma, il progetto di portare i Poeti e la poesia nelle scuole superiori di Roma e provincia; è stato pertanto bandito un concorso, con in palio tre borse di studio, rivolto agli studenti di tutte le scuole superiori.
La casa editrice, inoltre, ha organizzato degli incontri di poesia con grandi poeti nel carcere di Rebibbia e realizza ogni anno dei corsi di scrittura creativa per i detenuti e le detenute.
In collaborazione con la rivista di letteratura latina e greca “Scholia”, Pagine ha organizzato il Certamen Horatianum a Licenza, in provincia di Roma, dove si trova la villa del poeta latino Orazio.
Da diversi anni va in onda su Sky una trasmissione di Poesia.
La casa editrice Pagine sarà lieta di poter rispondere ad ogni suo quesito. Non esiti a contattarci: La casa editrice Pagine sarà lieta di poter rispondere ad ogni suo quesito.
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