Epifania-I Magi nella poesia: da Luzi a Caproni, il cammino che continua oltre la rivelazione-
“Questo vento di mutazione” è il senso profondo del passaggio dei Magi secondo uno dei grandi della poesia del Novecento, Mario Luzi, che li vede “muovere al passo dei cammelli verso la Cuna” in una sua lirica, “Epifania”, scritta nel 1955. E la C maiuscola della Cuna sottolinea come quella culla non sia semplicemente il povero giaciglio di un bambino, ma qualcosa di altro, che ricorda un altare, un luogo sacro anche per tre persone (secondo alcuni di più, quattro per Tournier) che non condividevano la stessa fede dell’evangelista Matteo, l’unico a parlare di loro.
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Luzi avverte qualcosa che loro hanno probabilmente sentito dentro: quel sottile vento di cambiamento che soffia da allora, “ancora oggi”.
Giovanni Pascoli a fine Ottocento pubblica una lirica che apparentemente non ha più al centro i Magi dell’Epifania, ma quella Befana che rappresenta la continuità popolare e arcaica con i miti di rinascita della natura. Un cedimento all’incredulità degli ultimi? No, semmai il contrario, l’ammissione di un uomo colto che quel mito originato dalle cerimonie di ringraziamento per aver avuto una buona raccolta nel prima e l’offerta affinchè vi fosse una rifioritura e una buona messe nel dopo aveva qualcosa di eterno, e alludeva anche all’attenzione per gli ultimi. Perché la grande vecchia (in Asia minore sono state scoperte maschere funebri sui corpi degli avi sepolti sotto il fuoco della capanna arcaica, e si credeva che una volta l’anno essi tornassero a recare doni attraverso il foro al centro del soffitto) nel suo volo vede belle case, ma anche misere abitazioni dove “la mamma veglia e fila/ sospirando e singhiozzando” su “bambini senza niente”.
Non sarà sfuggita quella associazione, da parte del laico Pascoli, tra lo sguardo sulla povertà dei lettini e quella apparsa ai tre ricchi signori che si trovano di fronte a una umile mangiatoia.
Epifania-I Magi nella poesia-Foto presepe di Rita Giuliani
Anche l’irlandese William Butler Yeats dedicò nel 1914 una poesia ai Magi, visti non come trionfanti signori soddisfatti di aver trovato ciò che cercavano, ma come persone “perennemente in cerca”, mai appagati e consapevoli che dietro l’epifania -vale a dire la rivelazione- si cela il Calvario di un Bimbo destinato a cambiare la storia del mondo.
E contro una interpretazione troppo retorica, legata ad una sapienza che però nascondeva la ricerca di senso vero dei Magi, scrive una poesia quell’Edmond Rostand reso celebre dal “Cyrano de Bergerac” nel 1897: “due sapienti di Caldea” si perdono in calcoli astronomici con il risultato della scomparsa della stella che doveva guidarli. Solo il terzo “povero re nero, disprezzato dagli altri”, si affaccenda nella prosaica, umile, ma necessaria azione di dar da bere agli animali. E a lui si rivela finalmente “la stella d’oro che danzava silente”, a conferma che non dei dotti e sapienti è la strada del cuore, ma di chi si piega verso la sofferenza e le necessità dell’altro. Come quel bue apocrifo che riscalda con il suo fiato il neonato che trema per il freddo nella poesia “La stella di Natale” del grande scrittore russo Boris Pasternak, prima dell’arrivo dei tre Magi.
Una poesia drammaticamente attuale, del Nobel 1959 per la letteratura, Salvatore Quasimodo, ci aiuta a riflettere nel suo “Natale” come l’omaggio dei Magi che “nelle lunghe vesti/ salutano il potente Re del mondo” non abbia allontanato, in pieno Novecento, le guerre di un “fratello che si scaglia sul fratello”.
Fino a quei Magi cantati da un altro grande poeta, Giorgio Caproni, in continua ricerca, tesi “sempre a tentare, a chiedere,/ dietro la stella che appare e dispare,/ lungo un cammino che è sempre imprevisto”: perché anche la ricerca dei Magi non può finire dopo l’incontro con il Bambino.
La loro e nostra missione continua soprattutto dopo la rivelazione del senso delle cose.
Breve biografia di Francesco Scarabicchi è nato nel 1951 ad Ancona, dove è scomparso nel 2021. Ha pubblicato le raccolte di poesia: La porta murata (prefazione di Franco Scataglini, Residenza, 1982), Il viale d’inverno (l’Obliquo, 1989), Il prato bianco (l’Obliquo, 1997), Il cancello 1980-1999 (peQuod, 2001), L’esperienza della neve (Donzelli, 2003), Il segreto (l’Obliquo, 2007), Frammenti dei dodici mesi (con foto di Giorgio Cutini, l’Obliquo, 2010), L’ora felice (Donzelli, 2010), Nevicata (con acqueforti di Nicola Montanari, Liberilibri, 2013), Con ogni mio saper e diligentia – Stanze per Lorenzo Lotto (Liberilibri, 2013), Il prato bianco (Einaudi, 2017) e traduzioni da Machado e García Lorca: Non domandarmi nulla (Marcos y Marcos, 2015).
Biglietto di settembre Questa pioggia che senti
giovane lungo i muri
picchia, se fai silenzio,
ai nostri vetri,
bagna inferriate e foglie,
crolla dalle grondaie,
allaga il buio,
cancella ponti e polvere
e scompare.
Prologo Sanguina a me di fianco l’ora bianca,
ospita un altro inverno, non capisce
come ancora si ostini, in tanta neve,
a rassegnarsi al mondo, al suo crudele
volgere in niente il niente, dileguando
oltre il vuoto dei giorni, in un addio
di bisbigli caduti nella luce.
2 Della perduta vita non so niente,
ché sempre se ne va per chissà dove,
resa o voltata a un angolo del giorno,
mesi che può la notte cancellare
sulla soglia gelata del mattino.
Non c’è altro che adesso e adesso ancora:
se appena lo pronunci si dissolve
in un adesso che non è più niente.
Siamo quest’oggi chiaro che si spegne,
luce che lascia gli occhi con dolcezza,
uomini che di spalle vanno piano,
seguito della storia, sogno, nube,
ombre che di ogni età fanno silenzio,
onde che si cancellano nel mare.
Luci distanti Il muschio è quell’odore che non muta
la sua antica infantile identità,
come se fosse sempre ovunque Ortona,
nel silenzio notturno che qui scende,
camera d’un albergo di provincia,
luci distanti che dai vetri vedo,
se appena un po’ m’accosto dopo cena.
Cadrà sempre la neve in ogni tempo,
sarà bianca com’era, fresca e intatta,
nasceranno bambini dai suoi fiocchi
come piccoli uomini che vanno
al paese incantato inesistente
che ciascuno conosce, se rammenta
l’albero dai bei doni illuminato.
Questa luce che tocca Questa luce che tocca
ottobre e il mondo
calma scomparirà
da sé in silenzio
nella sera del tempo
e questa nebbia
bianca sulla città
lascerà intatto
tutto il vuoto dell’epoca,
il ritratto di ogni cosa che, ferma,
a voce spenta,
niente saprà di noi
come l’odore
della notte di vento
e pioggia dura
che sui nomi e le case
cade invano.
*
Una lampada
Nelle giornate limpide
non vedi
i vetri delle case
dietro ai quali
brilla ancora
una lampada.
*
L’ombra degli oleandri
Dai vetri di un albergo,
verso sera,
torna soltanto adesso
-superstite d’allora-
l’ombra degli oleandri.
*
Nel fondo
Il poco più di notte
che si attarda
sul manto delle more
non tradisce
quel che di te non dici,
gli anni muti
scivolati nel fondo,
in lontananza.
*
Ci vorrà
Ci vorrà
tutto il tempo necessario
prima che possa anch’io
fare a meno di me
senza voltarmi,
andando,
per lasciare.
*
L’orma leggera
Chi, come te, cortese,
mi sovviene
lascia l’orma leggera
e si allontana,
come fanno le nuvole,
tacendo.
*
Dove cade la pioggia
Dove cade la pioggia,
c’è la luce di ottobre
che finisce.
*
Sesto preludio
Come discreta e intatta
alla quiete d’un mese
a sé m’attrasse
l’ora del pomeriggio
di pietre e vie infinite
e un vento d’aria
a sponda d’ancoraggio
dove il vento finisce,
nell’eterna stagione
d’alba ferma,
immobile sui rami
e sulle cose.
Francesco Scarabicchi
*
Settimo preludio
Tu sola sei venuta
a quel suo stanco
passo di notte bianco,
a quell’estrema luce
d’altra sponda
di chi piano allontana
sé dal nome
e anche se chiamato
non risponde.
*
Sui gradini del mondo
(Un’epigrafe)
Guarda la notte
che non si dirada
sui gradini del mondo,
tu che siedi
dove più forte è il vento
di ogni strada:
questo il presente
della storia, il lutto
reso ai dove del niente,
la contrada
dei passi che si perdono,
il delitto
nel silenzio dei nomi
quando avara
è la virtù del sogno
che condanna
gli uomini al loro nulla,
a una memoria
di volti senza voce,
a un’ombra bianca;
altro non chiedi,
nella luce che tocca
la morte che non vedi
e che ti affianca,
se la pietà, nel freddo,
non ti parla,
se vivere è soltanto
quel che devi.
Francesco Scarabicchi
Partita
2 Essere d’ogni tempo
alla sua soglia,
luce a marzo, d’inverno,
nel cammino
che cancella il pudore
delle impronte.
Non somigliarmi,
non avere, con me, niente in comune,
lascia che sia, ogni volta,
l’imprecisa dolcezza di un saluto
a condurre i tuoi passi
e quel tremore trepido che guarda
il niente per cui è dato consegnarsi.
*
Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.
*
Così dunque si muore
tra bisbigli
che non sai afferrare.
*
E dopo?
Dopo semplicemente,
la vana solitudine del sogno.
*
Viene
l’aria dell’anno
dal giardino:
cosa avrà in serbo
il giovane gennaio
col suo gelo?
Francesco Scarabicchi
Breve biografia di Francesco Scarabicchi è nato nel 1951 ad Ancona, dove è scomparso nel 2021. Ha pubblicato le raccolte di poesia: La porta murata (prefazione di Franco Scataglini, Residenza, 1982), Il viale d’inverno (l’Obliquo, 1989), Il prato bianco (l’Obliquo, 1997), Il cancello 1980-1999 (peQuod, 2001), L’esperienza della neve (Donzelli, 2003), Il segreto (l’Obliquo, 2007), Frammenti dei dodici mesi (con foto di Giorgio Cutini, l’Obliquo, 2010), L’ora felice (Donzelli, 2010), Nevicata (con acqueforti di Nicola Montanari, Liberilibri, 2013), Con ogni mio saper e diligentia – Stanze per Lorenzo Lotto (Liberilibri, 2013), Il prato bianco (Einaudi, 2017) e traduzioni da Machado e García Lorca: Non domandarmi nulla (Marcos y Marcos, 2015).
Fonte Poesie-Il sito www.italian-poetry.org funziona correntemente dal 2000. Era nato l’anno precedente, dopo una serie di incontri e di confronti con la Poetry Society americana, ai cui criteri di severa selezione si ispira, antologizzando la poesia italiana moderna e contemporanea dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri, a partire dai poeti nati nei primi anni del XX secolo e attivi nei decenni successivi.
Il comitato fondatore, con i rappresentanti del circuito internazionale della poesia, era composto da Alberto Bevilacqua, Tobias Burghardt, Ernesto Calzavara, Casimiro De Brito, Luciano Erba, Alfredo Giuliani, Giuliano Gramigna, Mario Luzi, Elio Pagliarani, Umberto Piersanti, Giovanni Raboni, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Mark Strand.
Il sito ha totalizzato più di 14 milioni di visualizzazioni nei primi quindici anni di vita ed è indicizzato quale primo risultato di Google per “poesia italiana”.
Il nuovo logo del sito, introdotto nel 2014, all’insegna di Montale, Quasimodo e Ungaretti, rimanda simbolicamente alla grande avventura della poesia italiana contemporanea dal principio del Novecento fino ad oggi.
Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea.
Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,
su acutissime lamine
in bianca maglia di ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…(in Passo d’addio, Scheiwiller – All’insegna del pesce d’oro, Milano 1956)
Cristina Campo
Biglietto di Natale a M.L.S.(*)
Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?
La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?
Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza sulle spade.
“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un àtomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.
Immagine: da “La tigre assenza”, a cura di Margherita Pieracci Harwell, 1ª ed., Milano, Adelphi, 1991. Dettaglio di copertina
Devota come un ramo
Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,
su acutissime lamine
in bianca maglia di ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…
(in Passo d’addio, Scheiwiller – All’insegna del pesce d’oro, Milano 1956)
Cristina Campo
Biglietto di Natale a M.L.S.(*)
Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?
La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?
Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza sulle spade.
“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un àtomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.
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(*) Maria Luisa Spaziani. Cristina Campo scrisse questa poesia a Firenze e vi appose la data “Ognissanti 1954″
(in La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, 1ª ed., Milano, Adelphi, 1991)
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,
lungo le notti piovose che io m’accendo
nel buio delle pupille,
tu, senza più fanciulla che disperda le voci…
Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia
di offrire, chiusa e nuda senza palpebre o labbra!
Poiché dove tu passi è Samarcanda,
e sciolgono i silenzi tappeti di respiri,
consumano i grani dell’ansiae attento:
fra pietra e pietra corre un filo di sangue,
là dove giunge il tuo piede.
(in La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, 1ª ed., Milano, Adelphi, 1991)
La tigre assenza pro patre et matre
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
(in La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, 1ª ed., Milano, Adelphi, 1991)
Il Maestro d’arco
a B.B.
Tu, Assente che bisogna amare …
termine che ci sfuggi e che ci insegui
come ombra d’uccello sul sentiero:
io non ti voglio più cercare.
Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,
se la corda del cuore non sia tesa:
il maestro d’arco zen così m’insegna
che da tremila anni Ti vede.
(Giardino Bonaccossi, ottobre ’54, a B.B.)
(in La tigre assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, 1ª ed., Milano, Adelphi, 1991)
Cristina Campo
Biografia di Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea.
Appassionata studiosa di Hofmannsthal, rivisitò il mondo misterioso delle fiabe svelandone le trascendenti simbologie. Fu traduttrice e critica di originale metodologia, enucleando dalle opere letterarie l’idea del destino e il dominio della legge di necessità sulle vicende umane che l’arte esprime in una aurea di bellezza. Appartenne al ristretto nucleo di intellettuali che avviarono l’introduzione di Simone Weil in Italia.
Negli anni cinquanta maturò la sua prima formazione nella Firenze dei grandi poeti del tempo ove conobbe Gianfranco Draghi che la indusse a pubblicare i suoi primi saggi su “ La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda e del Ticino”.Dal ’56 si trasferì per sempre a Roma.
Studiosa di spessore leopardiano, stabilì intensi sodalizi umani e spirituali e innumerevoli frequentazioni di grandissimo rilievo, basti menzionare: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. Tra i filosofi ricordiamo Elémire Zolla, Andrea Emo, Lanzo del Vasto, Maria Zambrano, Danilo Dolci che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di
Jung, di cui era stato allievo. Fu consulente editoriale, scrisse su importantissime riviste e studiò l’esicasmo, la mistica occidentale ed orientale, i grandi classici e i poeti di ogni tempo. La sua “metafisica della bellezza” la indusse a una controversa e profonda riflessione sulla liturgia, ritenendo la sacralità dei riti e la comprensione del valore della trascendenza efficaci difese dalla minaccia della despiritualizzazione del mondo incombente sulla modernità che secondo la Campo, in una certa misura, è disattenta alla bellezza ed esposta alla vanificazione delle intenzioni. L’architettura culturale e spirituale dell’universo campiano si desume anche dai tanti e ricchi epistolari. In particolare dalle “Lettere a Mita” (la scrittrice Margherita Pieracci Harwell), uno degli epistolari più affabulanti di tutta la letteratura italiana, è infatti possibile ricostruire la storia di un’anima che palpita per l’incanto e la tragedia della vita. Vita che per la Campo è teatro della sfida al destino condotta dalla poesia e dal sacro.
Bernardo De Luca-Il tempo diviso Poesia e guerra in Sereni, Fortini, Caproni, Luzi-Salerno Editrice-
Descrizione del libro di Bernardo De Luca-Il tempo diviso Poesia e guerra-All’indomani del secondo conflitto mondiale, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Giorgio Caproni e Mario Luzi provarono a restituire nei loro versi le conseguenze del trauma di massa per eccellenza, la guerra. Nati tra il 1912 e il 1917, questi quattro poeti trascorsero la “giovinezza” durante il Ventennio fascista; il passaggio alla maturità coincise, quindi, con lo choc bellico. Tre di loro furono direttamente coinvolti e chiamati alle armi: Sereni, Fortini e Caproni. Ma il ’43 rappresentò uno spartiacque per tutti: con l’arrivo degli Alleati, Sereni fu catturato in Sicilia e deportato nei campi di prigionia in Algeria e Marocco; Fortini fuggì in Svizzera e partecipò alla breve esperienza della resistenza con la Repubblica dell’Ossola; Caproni trascorse i diciannove mesi dell’Italia divisa partecipando alla resistenza in Val Trebbia. Luzi fu invece riformato per insufficienza toracica, ma durante i bombardamenti che colpirono Firenze la sua casa venne completamente distrutta e scontò anche lui direttamente i devastanti effetti del conflitto. I quattro giovani videro la propria biografia spezzata dalla guerra, un evento che non solo agì sull’esperienza vissuta ma determinò la loro fisionomia culturale, intellettuale e poetica: il tempo stesso appariva ormai diviso, rotto, “inceppato”, come dirà Sereni. Ecco perché nei libri di poesia che concepirono nel dopoguerra la frattura temporale causata dalla ferita bellica sembra raggiungere il passato, fino a torcerlo; ma mentre in Sereni, Caproni e Luzi, la possibilità del racconto viene del tutto a mancare, nella poesia di Fortini lo strappo traumatico si ricuce dentro una storia nuova. Non più da ricostruire, ma da cominciare a scrivere, in vista di un tempo “altro”. Il presente diventa attesa, proprio come il passato, che nella poesia impetra l’avvenire.
L’Autore
Bernardo De Luca insegna Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Napoli «Federico II». Si occupa prevalentemente di letteratura moderna e contemporanea. Ha curato l’edizione critica e commentata di Foglio di via di Franco Fortini (Macerata 2018) e Del concetto poetico di Camillo Pellegrino (Salerno Editrice, 2019). Ha pubblicato i libri di poesia Gli oggetti trapassati (Napoli 2014) e Misura (Pordenone 2018).
Salerno Editrice S.r.l.
Via Valadier 52, 00193 Roma
Tel. 06-3608.201 (r.a.) – Fax 06-3223.132
E-mail: info@salernoeditrice.it
Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise-Neri Pozza Editore
Sinossi del libro di Neri Pozza -Saranno idee d’arte e di poesia-Neri Pozza Editore-Il 4 aprile del 1956, in una lettera a Goffredo Parise in cui rimprovera allo scrittore vicentino di aver smarrito, nel suo ultimo racconto Il fidanzamento, l’esuberanza patetica e piena di forza della sua opera prima Il ragazzo morto e le comete, Neri Pozza scrive: «Non ti dolere di questo parere negativo, io sono un vecchio provinciale con idee estremamente chiare anche se sbagliate (per te). Saranno idee d’arte e di poesia, che fanno pochi soldi, ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. Il resto, per me, è buio e vanità». La fede ostinata nel carattere d’arte e di poesia del lavoro editoriale attraversa da cima a fondo questi carteggi, che qui pubblichiamo per la prima volta nella loro completezza, tra l’editore vicentino e gli scrittori con cui ebbe un rapporto privilegiato di amicizia e di collaborazione: Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale e Goffredo Parise. Dal 1946, quando Neri Pozza fondò la sua casa editrice, fino al 1988, l’anno della sua morte, l’editore intrattenne rapporti epistolari con le figure di spicco della cultura italiana del Novecento: da Giuseppe Prezzolini a Emilio Cecchi, da Massimo Bontempelli a Mario Luzi, da Camillo Sbarbaro a Corrado Govoni, da Carlo Diano a Concetto Marchesi, da Elémire Zolla a Amedeo Maiuri. È nelle lettere a Buzzati, Gadda, Montale e Parise, tuttavia, che emerge davvero la figura di Neri Pozza editore. Come ha scritto Fernando Bandini, Pozza «aveva già in mente per suo conto dei libri che pensava mancassero, e li proponeva agli autori che gli sembravano i più adatti a scriverli. Se avesse potuto li avrebbe scritti tutti lui di suo pugno». È Neri Pozza che, nel 1950, sedotto dall’idea di un’opera di Buzzati indica all’autore del Deserto dei Tartari la via per «un libro serio, vivo, necessario alla sua storia di scrittore». È Neri Pozza che, contro il parere dei critici che lo consideravano oscuro, pubblica Gadda e il suo Primo libro delle Favole, un titolo non compreso o addirittura sbeffeggiato quando apparve. È Neri Pozza che stampa coraggiosamente l’esordio in prosa di Montale, quella Farfalla di Dinard che esce nel 1956, con copertina rosso mattone, in un’edizione fuori commercio di 450 esemplari, con allegata un’incisione di Giorgio Morandi. È l’editore vicentino, infine, che non esita, in nome della chiarezza dell’arte e della poesia, a indicare «orrori» ed «errori» a Goffredo Parise, diventando, come ha scritto Silvio Perrella, oltre che il suo editore anche «il suo primo critico». A sessant’anni dalla nascita della casa editrice che reca il suo nome, con la pubblicazione di questi carteggi e della monografia Neri Pozza, la vita, le immagini, appare sempre più evidente il posto di rilievo che spetta all’editore vicentino nell’editoria e nella cultura del Novecento.
Cenni biografici di Neri Pozza
Neri Pozza-
Neri Pozza nacque a Vicenza il 5 agosto 1912. Iniziò la propria attività come scultore nel 1933 seguendo l’esempio del padre, Ugo Pozza. Nell’ampia produzione è forte il richiamo di Arturo Martini e di Marino Marini. Espose alla Biennale di Venezia nel 1952 e nel 1958, alla Quadriennale di Roma e ancora alla Biennale veneziana della grafica. Nell’attività letteraria Pozza si distinse con volumi quali Processo per eresia (1970), Premio selezione Campiello, Comedia familiare (1975), Tiziano (1976), Le storie veneziane (1977), Una città per la vita (1979), Vita di Antonio, il santo di Padova e alcuni scritti sulle memorie della Resistenza come Barricata nel Carcere. Morì a Vicenza il 6 novembre 1988. Tra le opere pubblicate dalla casa editrice che porta il suo nome figurano: Neri Pozza, la vita, le immagini (a cura di Pasquale di Palmo, Neri Pozza, 2005); Saranno idee d’arte e di poesia (Neri Pozza, 2006); Opere complete (Neri Pozza, 2011).
Il 28 Febbraio 2005, muore all’età di 91 anni Mario Luzi, considerato uno dei fondatori dell’ermetismo nonché uno dei maggiori poeti italiani contemporanei. I suoi esordi letterari risalgono agli anni prima della guerra con la raccolta “La barca”. Il periodo migliore, secondo alcuni critici, è quello che si apre con la raccolta “Primizie del deserto” dei primi anni Cinquanta. In essa trova spazio la costante ricerca di un ponte fra l’ essere e il divenire, tempo ed eternità, nell’incerta speranza che si possa lenire la penosa insensatezza del vivere. In occasione del suo novantesimo compleanno viene nominato senatore a vita.
Biografia da Enciclopedia online TRECCANI
Mario Luzi
Mario Luzi -Nacque il 20 ottobre 1914 a Castello, frazione di Sesto Fiorentino, secondogenito di Ciro (1882-1965), locale funzionario delle ferrovie, e di Margherita Papini (1882-1959); la sorella maggiore, Rina (1912-2002), fu sposa del medico Giacomo Olmo e madre di Carlo, storico dell’architettura.
L’infanzia e l’adolescenza, 1914-1932
La famiglia paterna era di origini marchigiane, di Montemaggiore al Metauro (Pesaro-Urbino), ma entrambi i genitori erano nati e vissuti in alta Maremma, a Samprugnano (oggi Semproniano, Grosseto), dove Luzi trascorse tutte le estati dall’infanzia fino al 1940: «Nell’infanzia io avevo come termine di paragone immediato il paese, Samprugnano, […] e il borgo fiorentino di Castello. Su questo fondo si staccava, senza avere nulla di conclamato, la figura di mia madre. […] Mi affascinava il suo trasportare tutte le cose in una interiorità, che forse la società modesta in cui si viveva allora non sentiva come bisogno primario. Il cristianesimo è stato prima di tutto un’ammirazione e una imitazione di mia madre. Io sono entrato per quella porta, che era una porta naturale, ma anche già selettiva. Altre figure di donne di chiesa o l’esperienza catechistica non mi dicevano nulla, anzi di queste ero piuttosto insofferente» (La porta del cielo: conversazioni sul Cristianesimo, a cura di S. Verdino, Casale Monferrato 1997, p. 10).
Frequentò le scuole elementari pubbliche (1920-24) nelle scuderie della villa Reale di Castello; meritevole, saltò la classe quinta e dall’autunno 1924 fu iscritto al ginnasio statale Galilei di Firenze. Nel 1926 il padre fu trasferito alla stazione ferroviaria di Rapolano Terme nel Senese; per evitare al ragazzo il pendolarismo fino a Siena, nell’ottobre 1926 fu affidato allo zio paterno Alberto Luzi (1891-1940), anch’egli funzionario ferroviario e residente a Milano, dove il giovane cominciò la terza ginnasio al liceo Parini.
Ma la lontananza dalla famiglia risultò ingrata e dopo pochi mesi, nel febbraio 1927, rientrò in casa a Rapolano, completando gli studi ginnasiali al Tolomei di Siena, con sistemazioni provvisorie in città da amici e parenti. «Dunque adolescente, scoprii l’arte, la lingua nella sua più pura, casta potenza, l’amicizia, l’amore, e quella tensione interna che per alcuni era il futuro, per altri a me carissimi era l’assoluto, invece. […] Tutto questo sotto il sole e sotto le nevi, ugualmente sfolgoranti, di Siena» (Toscana mater, a cura di C. Fini – L. Oliveto – S. Verdino, Novara 2004, p. 99).
A seguito di un nuovo trasferimento paterno (ora capostazione titolare, di nuovo a Castello), fece ritorno nel suo borgo natio e frequentò a Firenze (1929-32) il liceo classico Galilei, dove ebbe come insegnante Francesco Maggini, noto studioso di Dante, discepolo di Pio Rajna ed Ernesto Giacomo Parodi.
«La mia ambizione era la filosofia. Al liceo spesso marinavo la scuola per andare a leggermi in pace i miei filosofi, specialmente S. Agostino di cui il decimo libro delle Confessioni doveva poi diventare il mio breviario per tanti aspetti. Fu quello l’unico periodo nel quale frequentai le biblioteche. Lessi allora anche taluni scrittori moderni come Mann (Disordine e dolore precoce) e Proust. Soprattutto il Dedalus di Joyce mi colpì in pieno petto. Mi accorsi che i veri filosofi del nostro tempo erano alcuni grandi scrittori e la vocazione infantile per la poesia si confortò» (M. L., in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di E.F. Accrocca, Venezia 1960, p. 252).
Gli anni dell’università e l’esordio poetico, 1932-1940
Mario Luzi
Pubblicati i primi versi su Il Feroce (luglio e novembre 1931), rivistina mensile animata da Fosco Maraini, nel novembre 1932 cominciò a frequentare giurisprudenza all’Ateneo fiorentino, ma già a dicembre si trasferì a lettere: fu allievo di Attilio Momigliano e di Emilio Paolo Lamanna, però i suoi principali maestri furono Giorgio Pasquali e Luigi Foscolo Benedetto. Una prima prova da francesista fu Il viaggiatore Chateaubriand (in Rivista universitaria, I [1933], 2, aprile, pp. 104-112).
Tra i compagni di corso fece amicizia per primo con il coetaneo Piero Bigongiari, successivamente conobbe Oreste Macrí e i già laureati Carlo Bo e Leone Traverso, due fondamentali interlocutori per la sua formazione; luogo di ritrovo era il Caffè S. Marco, sulla piazza davanti l’università, mentre presso l’alloggio di Bo (in piazza d’Azeglio) aveva accesso alla ricca biblioteca francese dell’amico. In una delle riunioni del sabato del Frontespizio (su cui scrisse dal 1935), in via dei Pepi 5, conobbe nel 1933 Piero Bargellini e Carlo Betocchi, con il quale ebbe un intenso sodalizio umano. Collaborò assieme a Bigongiari, Macrí e Traverso a Il Ferruccio (1933-35), rivista pistoiese curata da Braccio Agnoletti, con note di critica letteraria, d’arte e di cinema (Nota sulla Garbo, 2 febbraio 1935) e vi pubblicò Due poesie (29 luglio 1933); altri versi uscirono poco dopo ne L’Italia letteraria (17 settembre 1933: la rubrica era intitolata «Il dittamondo» per esordienti) e nel bolognese L’Orto (ottobre 1933).
A fine 1933 conobbe la studentessa di lettere Elena Monaci (Ascoli Piceno 1913 – Firenze 2009), che più tardi divenne sua moglie; nel suo nome Due poesie (Serenata di piazza d’Azeglio, dove abitava, ed Elena) apparvero sempre in L’Italia letteraria (20 ottobre 1934). Altra importante amicizia si avviò nel 1934 con Romano Bilenchi, giovane giornalista alla Nazione, nel nome di una comune passione di lettura per François Mauriac, sul quale Luzi discusse con Benedetto nel 1936 la sua tesi di laurea, poi rielaborata in volumetto (L’opium chrétien, Parma 1938).
«Tra il ’34-’35 scrissi parecchie poesie abbastanza omogenee, poi sfrondate, forse anche troppo impietosamente. Ne pubblicai un gruppo ne La barca, il mio primo libretto» (M. Rak intervista M. L., in Mondoperaio, 1986, aprile, p. 106). Gli autografi delle 21 poesie di La barca e delle rimanenti poesie inedite, smarriti nel tempo dal poeta, furono segnalati nell’ottobre 2001 dal bibliofilo Beppe Manzitti presso un antiquario fiorentino, in seguito acquisiti dal Centro studi «La barca» di Pienza; i versi rimasti inediti, tranne uno espunto dall’autore, furono pubblicati (31 testi) con il titolo Poesie ritrovate (Milano 2003; cfr. anche La barca, con i facsimili degli autografi, a cura di A. Petreni, Montepulciano 2005).
La barca, stampato da Guanda a Modena nell’autunno 1935 in 300 esemplari, suscitò vari consensi (Bo, Betocchi, Vigorelli). La prima recensione (in Il Popolo di Sicilia, 29 novembre 1935) fu di uno sconosciuto giovane genovese, Giorgio Caproni: «Una musicalità piana e suadente […] è la prima virtù che avvince e convince alla lettura di questa poesia. […] C’è il tremore tutto cristiano di una giovinezza che, pur piangendo il suo perdersi, trova tuttavia conforto volgendosi, “con naturale forza”, verso “il sole più bello” di Dio. Sole che, si noti, per il Nostro non acceca, come avviene per altri poeti tormentosamente cattolici, la visione delle terrene bellezze; bensì, aggiungendovi amore, la illumina di nuova e più dolce luce».
Dal 1937 prese a frequentare a Firenze il gruppo attorno a Eugenio Montale presso Caffè delle Giubbe Rosse, con Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Tommaso Landolfi, Alessandro Bonsanti ed Elio Vittorini. Nuovi amici anche il coetaneo Alessandro Parronchi e il pittore Ottone Rosai, per cui scrisse nel Bargello il suo primo pezzo di critica d’arte; collaborò anche a Letteratura e, dal 1938, a Campo di Marte e alla milanese Corrente.
Avviata la carriera di insegnante con una supplenza a Massa (gennaio 1937), in quanto vincitore di concorso (nel 1938, per italiano e latino) insegnò latino e storia all’istituto magistrale di Parma (1938-40). A Parma frequentò Attilio Bertolucci e il pittore Carlo Mattioli; non rare le visite domenicali a Bologna, da Giorgio Morandi.
Negli anni di guerra, 1940-1945
Risparmiato dalla chiamata alle armi, in quanto a suo tempo riformato per insufficienza toracica, a gennaio 1941 – a seguito di un disguido ministeriale – fu trasferito all’istituto magistrale Carducci di San Miniato; dal dicembre di quell’anno, come risarcimento per il trasferimento (e grazie anche a un intervento di Bilenchi presso il ministro Giuseppe Bottai) fu distaccato a Roma presso Il libro italiano, rassegna bibliografica curata dai ministeri dell’Educazione nazionale e della Cultura popolare. A Roma risiedeva periodicamente, alla pensione Fabrello (dove viveva Alfredo Gargiulo).
Il 20 giugno 1942 si unì in matrimonio a Firenze con Elena Monaci, andando ad abitare in viale Milton 55.
A febbraio 1940 l’uscita di Avvento notturno da Vallecchi (Firenze) lo aveva accreditato tra i poeti nuovi più rilevanti dell’ermetismo, con una poesia di convulsione immaginativa e orfica, sulla scia di Dino Campana e Arthur Rimbaud.
Per Bo, secondo una nota apparsa in Letteratura (1940) e ripresa in Nuovi studi (Firenze 1946), il Luzi ermetico costituì una «immagine esemplare»: «Direttamente dal testo che ha in lui una netta parte di attesa la parola non viene a contatto con le esigenze della pagina. […] Da questo dipende la mancanza d’una frase conseguita come normale nei diversi componimenti: l’assenza del libro come pretesto umano assume il carattere di purezza e consegna l’inevitabilità della parola» (ibid., pp.136 s.).
Furono anni intensi e letterariamente fruttuosi: Un’illusione platonica e altri saggi (Firenze 1941), la curatela del Cortegiano di Baldassarre Castiglione (Milano 1941); l’edizione riveduta di La barca (Firenze 1942) e la prosa di Biografia a Ebe (ibid. 1942); la traduzione con prefazione di Vita e letteratura di Charles Du Bos (Padova 1943). Si incrementavano le sue collaborazioni con testi creativi e note critiche a importanti riviste: in Prospettive di Curzio Malaparte, cui collaborò con assiduità (1940-43) scrisse una nota, Ciels sèduits (gennaio 1940), di pieno apprezzamento verso il surrealismo francese; altre significative collaborazioni a La Ruota (1941-43) di Mario Alicata e, con poesie inedite, a Primato (1941-43). Fu il poeta più giovane a essere accolto nell’antologia Lirici nuovi (Milano 1943) di Luciano Anceschi.
Alla caduta del fascismo (25 luglio), con Bilenchi, Parronchi, Manlio Cancogni e Vasco Pratolini tentò di redigere per La Nazione un manifesto libertario, che fu poi bloccato dalla polizia badogliana (cfr. M. Cancogni, Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro, Reggio Emilia 2003, pp.183 s.). Riparò con la moglie in stato di avanzata gravidanza in Val d’Arno, a Moncioni sopra Montevarchi (presso uno zio della moglie), dove nacque il suo unico figlio Gianni, il 17 ottobre 1943 (per complicazioni Elena rimase circa due mesi in ospedale); nel giugno 1944, in bicicletta, con Parronchi (sfollato a Greve in Chianti) raggiunse faticosamente Firenze, per avere notizie dei genitori, che da poco abitavano in città. Rientrato con la famiglia a Firenze dopo la liberazione, abitò provvisoriamente presso i genitori (in via della Condotta 10), perché la sua casa era stata distrutta dai bombardamenti, ma nel 1946 con moglie e figlio affittò un appartamento in un villino, al n. 3 di via Galvani. Dal 25 ottobre 1945 insegnò per un ventennio nel liceo scientifico Leonardo da Vinci, dove ebbe come colleghi Eugenio Garin, Lanfranco Caretti e, in seguito, Giuseppe Zagarrio, uno dei suoi primi commentatori.
Tra ricerca poetica ed esperienze giornalistiche, 1946-1960
A marzo 1946 (ma con data 1944) a Firenze uscì Un brindisi, con i versi del tempo di guerra (1940-44), cui seguì, nel primo fascicolo di Inventario (primavera 1946) il canzoniere ‘stilnovista’ (cavalcantiano) di Quaderno gotico, composto tra inverno-primavera 1944-45, e poi ripreso in edizione numerata (Firenze 1947). Recensendo le due novità in Letteratura (maggio 1946) Parronchi rimarcò il superamento del precedente orfismo per un ripristino del «vivo dell’esistenza».
Collaborò (1945-46) a Il Mondo e a Società, in cui apparve (aprile-giugno 1946) il saggio L’inferno e il limbo, che considerava la dominante petrarchesca della poesia italiana come una imprigionante limitazione.
Furono anni di ricerca, come mostrano le varie Poesie sparse (1945-48), edite successivamente a varie riprese (nella silloge Il giusto della vita, Milano 1960; in Perse e brade, Roma 1990; quindi ampliate nel «Meridiano» L’opera poetica, per cura e con un saggio introd. di S. Verdino, Milano 1998) e un primo tentativo di teatro, Pietra oscura, composta nell’autunno 1947 e inviata al premio «Libera Stampa» di Lugano, ma edita solo nel 1994 per «I Quaderni del battello ebbro».
Anche per esigenze economiche si dedicò a collaborazioni a giornali: al Nuovo Corriere di Bilenchi (1946-49), al Mattino del popolo (nel 1948, grazie al giovane Giacinto Spagnoletti, che gli fu molto legato in quegli anni), a La Nazione (1951-52) come ‘vice’ di critica cinematografica (cfr. Sperdute nel buio: 77 critiche cinematografiche, a cura di A. Murdocca, Milano 1997) a Il Giornale del mattino (dal 1954 per alcuni anni) di Ettore Bernabei, con prose e note critiche, al settimanale Tempo (1955-65), titolare della rubrica «Il libro straniero» (ripresa in Le scintille del «Tempo»: dieci anni di critica luziana, a cura di E. Moretti, Firenze 2003). Scritti militanti e polemici verso il Neorealismo e l’ideologismo uscirono nel mensile fiorentino La Chimera (1954-55), edito e diretto da Enrico Vallecchi (che in seguito riprese i pezzi luziani nel volume Tutto in questione, Firenze 1965).
Pubblicò L’inferno e il limbo (ibid. 1949), raccolta dei suoi saggi critici, le traduzioni di Poesie e prose di Coleridge (Milano 1949), del Tempio di Cnido di Montesquieu in una silloge di Romanzi francesi (Milano 1951), dell’Andromaca di Racine per la RAI (1960); vari anche i volumi di francesistica, nel tentativo di una carriera universitaria (Anthologie de la poésie lyrique française, in collab. con T. Landolfi, Firenze 1950; Studio su Mallarmé, ibid. 1952; Aspetti della generazione napoleonica, Parma 1956; Lo stile di Constant, Milano 1962).
I versi di Primizie del deserto (Milano 1952) gli fruttarono il premio Carducci, primo importante riconoscimento e molta attenzione dalla critica, dall’anziano Giuseppe De Robertis a Vittorio Sereni, da Bo a Franco Fortini e Sergio Antonielli. «Un giudizio fondamentale sul corso del mio lavoro è orale e risale al 1950 o ’51. Lo dette il prete di Forte dei Marmi: “vedo che lei ora scrive al presente”, mi disse. Mi vennero in mente le mie letture agostiniane ed esultai dentro di me» (Ritratti su misura di scrittori italiani, cit., p. 253). Ancor più fortuna di critica (Corti, Giuliani, Caproni, Giudici, Bàrberi Squarotti, ecc.) ottenne Onore del vero (Venezia 1957), che vinse il premio Marzotto e costituisce un excursus in un mondo rurale (l’avita Samprugnano), con qualche eco pascoliana (a vari lettori d’epoca come Fortini e Pasolini apparve consentaneo al realismo stranito di Fellini), ma con i netti segni di un’inquietudine contemporanea: «nessuno come Luzi ha espresso il senso più profondo di questi anni di speranze deluse, sospinte sempre verso un fantomatico futuro, in un clima di ‘immutabilità del mutamento’ storico-politico» (A. Zanzotto, L’ultimo Luzi [1958], in Id., Aure e disincanti nel Novecento letterario, Milano 1994, p. 23).
Frattanto nel 1955 si era trasferito con la famiglia in via Nardi, 20 e – dal novembre di quell’anno – fu incaricato di lingua francese presso la facoltà di scienze politiche Cesare Alfieri di Firenze, continuando per anni a insegnare anche al liceo. Importanti furono le nuove amicizie con Cristina Campo (legata a Traverso) e la clavicembalista e scrittrice greca Margherita Dalmati, allora in Italia.
Con l’antologia L’idea simbolista (1959) inaugurò la collaborazione con Garzanti, che divenne suo principale editore di riferimento a partire da Il giusto della vita (Milano 1960) – ripresa di tutte le precedenti raccolte – dedicato alla memoria della madre (morta il 15 maggio 1959), la quale fu poi anche al centro delle liriche di Dal fondo delle campagne (Torino 1965).
Gli anni maturi: università, rinnovamento letterario, notorietà internazionale, 1962-1989
Dal 1962 fu invitato dal rettore Bo come docente ai corsi estivi di perfezionamento dell’Università di Urbino, dove conobbe Franca Bacchiega, giovane anglista e scrittrice, fonte d’ispirazione per le poesie di Nel magma (1963-66) e di Su fondamenti invisibili (1971). Sostituì per un semestre nel 1964 l’amico Fredi Chiappelli nell’insegnamento di letteratura italiana all’Università di Losanna, risiedendo a Ouchy. Nell’aprile 1965 nacque Andrea, figlio del figlio Gianni e della moglie Loretta Bellesi; poco dopo (a luglio) morì il padre Ciro. Dimessosi dall’insegnamento liceale (23 ottobre 1966), mantenne l’insegnamento universitario al Cesare Alfieri. Importanti furono i soggiorni estivi a Camaiore (dal 1965) e i viaggi in Russia (1966) e in India (Natale 1968). Fu attento recensore del boom della narrativa latinoamericana (poi in Cronache dell’altro mondo, Genova 1989) nel Corriere della sera (1967-74) e poi su Il Giornale dell’amico Indro Montanelli, cui collaborò fino ai primi anni Novanta.
Incaricato di letterature comparate al magistero dell’Università di Urbino (1972-81), vinse il concorso per l’ordinariato di letteratura francese e fu chiamato al magistero di Firenze (1981-82), poi al Cesare Alfieri (fino al pensionamento nel 1989), dove aveva sempre mantenuto l’incarico.
Dal 1972 visse da solo a Firenze nel piccolo appartamento di via Bellariva 20 e trascorse le estati in Val d’Orcia, in particolare a Pienza, dal 1978, ospite di don Fernaldo Flori, sacerdote di non comune spiritualità e suo essenziale interlocutore.
Le poesie narrative e teatrali di Nel magma (Milano 1963; ed. ampl., ibid. 1966: premio Etna-Taormina), costituirono una svolta: «Il modello del lirismo tradizionale non aveva più senso, mentre il convivere e contrastarsi di personaggi, di menti e di sensibilità che c’è in Dante mi era molto congeniale. Se quel mio scritto sull’inferno e il limbo ha avuto un seguito l’ha avuto qui. Non è un mondo di dannati, ma di gente sospesa e disorientata; il valore etico è purgatoriale, ma la realtà ha colori decisamente infernali» (A Bellariva. Colloqui con Mario, in L’opera poetica, 1998, p. 1256).
Successivamente l’attività creativa di Luzi procedette su due filoni distinti, tra poesia e teatro in versi (sulla scia di Thomas Stearns Eliot): la stagione dei poemi di Su fondamenti invisibili (Milano 1971, premio Fiuggi) e Al fuoco della controversia (ibid. 1978, premio Viareggio) intese dare, sulle suggestioni creazionistiche di Teilhard de Chardin, nuovo assetto al rapporto tra poeta e poema, tra l’«evento» della parola all’interno di una vita in continua metamorfosi e lo «scriba» che cerca di formalizzarla (vedi i saggi raccolti in Vicissitudine e forma, ibid. 1974, e Discorso naturale, ibid. 1984).
Il successo nel 1965 della traduzione in versi del Riccardo II di Shakespeare (Torino 1966) per Gianfranco De Bosio e Glauco Mauri (allo Stabile di Torino) lo avvicinò al mondo del teatro; così da un’ipotesi di libretto per musica si generò Ipazia, radiotrasmessa dalla Rai per il Natale del 1971 e poi più volte posta in scena, a partire dalla realizzazione di Orazio Costa per l’estate di San Miniato (1979), con Ilaria Occhini e Gianrico Tedeschi; nel 1983 lo Stabile di Genova mise in scena Rosales, singolare pastiche tra storia (l’uccisione di Trotzkij) e il mito di don Giovanni, con protagonista Giorgio Albertazzi, sempre per la regia di Costa.
Una vecchiaia di vigore creativo, 1990-2005
Luzi conobbe un’eccezionale vecchiaia, di straordinario vigore creativo: Per il battesimo dei nostri frammenti (Milano 1985), Frasi e incisi di un canto salutare (ibid. 1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (ibid. 1994) formano un ‘trittico’ poematico e frammentario, dall’impiego quanto mai mobile del verso e uno statuto particolare del testo, tra epifania e interrogazione: «La parola cerca di riprendere il suo potere di forza dinamica, di parola appunto come elemento di vita […]. Non c’è distanza, l’evento è nel testo che si scrive, è nella parola che viene impiegata, che cerca se stessa, che cerca le ragioni della sua presenza; questo porta all’interrogazione» (Colloquio. Un dialogo con Mario Specchio, Milano 1999, p. 238).
Raccolte le proprie prose in Trame (Milano 1982) e le traduzioni poetiche in La cordigliera delle Ande (Torino 1983), continuò a coltivare il teatro in versi con Histrio (Milano 1987); Io, Paola, la commediante (ibid. 1992, omaggio a Paola Borboni, che recitò in Histrio), Ceneri e ardori (ibid. 1997). Ebbe anche varie committenze teatrali da Pietro Carriglio per il teatro di Palermo (Corale della città di Palermo per S. Rosalia, 1989; Il fiore del dolore sull’omicidio di don Puglisi, nel 2003) e dalla compagnia di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi (la riduzione teatrale dantesca Il Purgatorio. La notte lava la mente, 1990; il dramma sul Pontormo Felicità turbate, 1995; la traduzione di scene da Amleto, nel 1998). Su invito di Giovanni Paolo II scrisse un testo per la Via Crucis del 1999, che fu recitato il venerdì santo (2 aprile) al Colosseo da Sandro Lombardi alla presenza del papa (poi Via crucis al Colosseo, Milano 1999). L’anno dopo per il Giubileo, nel Duomo di Firenze (22 dicembre 2000) rappresentò Opus florentinum (Firenze 2000; ripresa ampl. di Fiore nostro fiorisci ancora, ibid. 1999), protagonista Andrea Jonasson (voce di S. Maria del Fiore), regia di Giancarlo Cauteruccio.
Si moltiplicavano, per varie richieste editoriali, la raccolta o la ripresa di cronache e scritti saggistici, tra cui La luce (dal Paradiso di Dante), Forte dei Marmi 1994; Naturalezza del poeta (Milano 1995); Luzi critico d’arte (Firenze 1997); Prima semina. Articoli, saggi e studi (1933-1946), Milano 1999; Vero e verso (ibid. 2002), i versi sparsi di Parole pellegrine (Napoli 2001), i frammenti scenici di Parlate (Novara 2003) oltre ad antologie poetiche, vari libri-intervista ed edizioni d’arte.
Dagli anni Settanta venne frequentemente invitato all’estero: negli Stati Uniti (1974, 1984, 1988, 1993), in Svezia (1974, 1980), in Olanda (1975, 1978), in Irlanda (1977, 1985, 1990), in Francia (1978, 1985, 1987, 1991, 2002), a Praga (1980), in Cina (con Sereni, Luigi Malerba e Alberto Arbasino, 1980), in Germania (1989, 2000) a Varsavia (1994), a Gerusalemme (con Edoardo Sanguineti, 1995), in Turchia (1997), in Spagna (1998, 1999), in Grecia (2001), a Lisbona (2002), mentre si incrementavano le traduzioni delle sue poesie in varie lingue (francese, inglese, tedesco, spagnolo, rumeno, polacco, russo, turco).
Dal 1991 a partire dalla prima guerra del Golfo espresse il proprio dissenso verso il ritorno alla pratica armata da parte delle grandi potenze, avviando un esplicito impegno civile che si radicò sempre più fino nella sua estrema vecchiaia.
Si legga, per esempio, Rottami e maschere riempiono la scena (intervista a E. Manca), in l’Unità, 12 febbraio 1996: «Vedo con sgomento una sorta di desistenza civile, un ritrarsi anche da parte di coloro cui, di fronte al baillame, toccherebbe dire una parola. Il popolo italiano, la “gente” come usa dire oggi con sovrabbondanza di “g”, in passato è stato fazioso, partigiano, poco educato alle contese civili. Ebbene a me pare che abbia perduto, o stia perdendo, quei caratteri forse non ideali ma pur sempre costituenti il segno d’una partecipazione, di una passione per la cosa pubblica. […] E in questa sospensione d’autorità, nello sgretolarsi dello Stato, nel parapiglia generale, nel chiudersi dentro il proprio “particulare”, io vedo lo spazio per suggestioni autoritarie. Non mi riferisco tanto a uomini o forze in “agguato”, quanto a quella “internazionale del potere” fatta di mafie, di narcodollari, di crimine, di grandi e oscuri capitali, la quale tende a sovrastare e condizionare la stessa azione dei governi nazionali. Uno stato allo sbando è tanto più esposto al rischio di essere eterodiretto».
Schieratosi pubblicamente con l’Ulivo (1996), nel maggio 1999 fu estensore di un documento di protesta (Svegliati Europa umiliata, in Il Manifesto, 23 maggio 1999), contro la guerra della NATO in Serbia, sottoscritto da numerosi scrittori e intellettuali europei, da Harold Pinter a Rafael Alberti, da Bo a Fernanda Pivano. Frequente la sua presenza sulla stampa quotidiana: in particolare Il Corriere della sera (1994-2005) e l’Unità (1995-2005), anche con note e poesie d’occasione civile (tra cui Scelus, in Corriere della sera, 27 marzo 2003, contro la seconda guerra del Golfo).
Nonostante il moltiplicarsi di vari impegni non letterari e viaggi, non si depauperò la sua prodigiosa vena creativa con i versi di Sotto specie umana (Milano 1999) e Dottrina dell’estremo principiante (ibid. 2004). Gli fu vicina da metà degli anni Novanta Caterina Trombetti, che trascrisse anche gran parte delle ultime poesie, poi edite postume (Lasciami, non trattenermi, ibid. 2009), in cui si legge anche un commosso poemetto del 2003 rivolto all’anziana moglie nel suo declino senile.
«Si potrebbe dire che, come per Leopardi, anche per Luzi la poesia è fiore nel deserto. Il fiore è la terra, il senso della terra, la luce, il suono della natura, la voce delle creature, del loro domandare. Il deserto è il buio della mente, il tempo cancellato, ma popolato di figure e di parvenze, il limite. Si tratta di un deserto i cui miraggi, i cui silenzi, si trasformano in parole. Parole che cercano la luce che le fonda, il principio che le fa vibrare. […] La poesia cerca un varco: il punto dove la sabbia della clessidra trapassa, qui è il punto d’osservazione. Il punto del fuoco, dove si mostra il mutamento, la metamorfosi che la poesia racconta. […] Tutto nella poesia di Luzi sale verso la lingua, che è custodia del tempo interiore, e anche soglia che difende dal vuoto assoluto» (A. Prete, Su L., in Liberazione, 1° marzo 2005).
Ripetutamente candidato al Nobel dall’Accademia nazionale dei Lincei (dal 1991), insignito della Legion d’onore (1997), il 21 marzo 2003 venne eletto accademico della Crusca. Nel settembre di quell’anno a Pienza ebbe una crisi cardiaca e, prontamente soccorso, fu ricoverato per qualche tempo all’ospedale di Nottola.
Il 14 ottobre 2004 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo nominò senatore a vita, dando esito ai vari appelli in tal senso, con firme di migliaia di cittadini italiani. Il 9 novembre fece il suo ingresso a Palazzo Madama, ove tornò ancora il 15 dicembre e il 10 febbraio. Prese con molto impegno, a onta della tarda età, il suo nuovo ruolo senatorio, intervenendo nel gennaio 2005 sui rischi di manomissione costituzionale del paese, non senza polemiche, per il suo dichiarato antiberlusconismo, che non poco lo amareggiarono. L’ultimo intervento pubblico avvenne il 18 febbraio 2005 per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, rapita in Iraq.
Morì all’improvviso, nella sua casa a Firenze, il mattino del 28 febbraio 2005.
Dopo i solenni funerali officiati in Duomo (2 marzo), fu sepolto nel piccolo cimitero di Castello. Nella seduta del Senato dello stesso 2 marzo si pubblicò il saluto che aveva preparato e non ancora pronunciato: «l’Italia è un grande paese in fieri, come le sue cattedrali. Lo è secolarmente, non discende da una potestà di fatto come altre nazioni europee, viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità dell’Otto e del Novecento» (in Una voce dal bosco, a cura di R. Cassigoli, Roma 2005, p. 21).
Opere
L’opera poetica (1998, cit.) raccoglie (con auto commenti, apparati di varianti e bibliografia) tutte le precedenti raccolte (da La barca a Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini) e vari testi sparsi; il corpus poetico si completa con i citati tre ultimi libri di versi (Sotto specie umana; Dottrina dell’estremo principiante; Lasciami, non trattenermi), i versi recuperati di Poesie ritrovate e Parole pellegrine, varie poesie d’occasione edite sulla stampa periodica e in plaquette, non riprese, versi non licenziati dall’autore ed editi postumi, su varie stampe, per cui vedi le bibliografie in L’opera poetica, cit., pp. 1824-1882 e Verdino, 2006, pp. 223-282. Il Teatro (Milano 1993) raccoglie i drammi precedentemente editi, cui vanno aggiunti Felicità turbate (ibid. 1995), Ceneri e ardori, Opus florentinum e Il fiore del dolore (che ebbe tre diverse edizioni nel 2003: Firenze, Palermo e Milano) e i recuperi di Pietra oscura (Milano 2004) e dei frammenti di Parlate. Sulla parola di Dio, a cura di P.A. Mettel (s.l. 2010), che raccoglie i saggi sulle Scritture.
Mancano edizioni complessive dell’opera saggistica, delle prose e delle traduzioni, anche per la vastità degli scritti di Luzi, attivo per oltre settant’anni su più fronti, e l’assenza di una complessiva sua bibliografia.
Quattro autoantologie furono curate o ipotizzate da Luzi stesso: Poesie (Milano 1974), Il silenzio, la voce (Firenze 1984), 57 poesie (Milano 1997), Autoritratto, a cura di P.A. Mettel – S.Verdino (ibid. 2007).
Per le molte prefazioni e i vari libri intervista cfr. la bibliografia cit., e l’antologia Conversazione. Interviste 1953-1998, a cura di A. Murdocca, Fiesole 1999.
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Carte, autografi e corrispondenza, nonché l’ultima biblioteca di Luzi, sono al momento custoditi in varie casse presso la Regione Toscana; parte della biblioteca (da lui donata) si trova nella biblioteca del Comune di Pienza, che conserva anche parte di autografi e corrispondenza (cfr. Catalogo del fondo di poesia italiana del Centro studi M. L. La barca, a cura di M. Ceroti, Siena 2008; M. Mandorlo, Andrea Zanzotto, Lettere a M. L. (1958-1986), in Forum italicum, 2010, 1, pp. 156-169); altri fondi al Centro manoscritti di Pavia (cfr. Taccuino di viaggio in India e altri inediti, a cura di R. Cardini, Firenze 1998; G. Fontana, Il fuoco della creazione incessante: studi sulla poesia di M. L., Lecce 2002) e presso altri archivi pubblici e privati (Fondazione Bo di Urbino; Gabinetto Vieusseux di Firenze; Centro Mario Luzi di Mendrisio).
Sono stati finora stampati quattro carteggi: Una “purissima e antica amicizia” Lettere di M. L. a Leone Traverso 1936-1966, a cura di A. Panicali, Manziana 2003; G. Caproni – M. Luzi, Carissimo Giorgio, carissimo Mario. Lettere 1942-1989, a cura di S. Verdino, Milano 2004; M. Luzi – C. Betocchi, Lettere 1933-1984, a cura di A. Panicali, Firenze 2008; M. Luzi – G. Spagnoletti, “pensando a te nelle voluttuose spire, le sigarette della tua gentilezza”: lettere inedite (1941-1993), a cura di P. Benigni, Viterbo s.d. [ma 2011]; inoltre, si vedano: cinque lettere in Colori di diverse contrade. Lettere… a Romano Bilenchi, a cura di P. Mazzuchelli, Lecce 1993; M. Luzi, Casi e brani di adolescenza. Una prosa e una poesia rare con dieci lettere inedite a Piero Bigongiari, a cura di P.F. Iacuzzi, Pistoia 1995. Per l’edizione di altre lettere sparse: cfr. bibl. in Verdino, 2006.
Una bibliografia corrente di scritti di e su L. si trova nel Bollettino del Centro studi La barca di Pienza, edito annualmente per nove fascicoli (2000-08); altri aggiornamenti correnti sul sito marioluzimendrisio.com (per cura di P.A. Mettel).
Monografie: S. Salvi, Il metro di L., Bologna 1967; G. Zagarrio, L., Firenze 1968 (II ed. accr., ibid. 1973); A. Luzi, La vicissitudine sospesa. Saggio sulla poesia di M. L., Firenze 1968; C. Scarpati, M. L., Milano 1970; G. Quiriconi, Il fuoco e la metamorfosi. La scommessa totale di M. L., Bologna 1980; G. Mariani, Il lungo viaggio verso la luce: itinerario poetico di M. L., Padova 1982; S. Pautasso, M. L. Storia di una poesia, Milano 1982; A. Panicali, Saggio su M. L., Milano 1987; I.Saatçioğlu, L’unità e il molteplice. La poesia di M. L., Porretta Terme 1991; L. Rizzoli – G.C. Morelli, M. L.: la poesia, il teatro, la prosa, la saggistica, le traduzioni, Milano 1992; D.M. Pegorari, Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile di M. L., Fasano 1994; M. Landi, L. fidèle à la vie, Paris 1995; M. Marchi, M. L., Milano 1998; S. Bernasconi, Tra cielo e terra. La metamorfosi del sacro nella poesia e nel teatro di M. L., Firenze 2005.
Saggi: F. Fortini, La poesia di M.L. (1954), in Id., Saggi italiani I, Milano 1987, pp. 41-75; O. Macrí, Le origini di L. (1961), in Id., Realtà del simbolo, Firenze 1968, pp. 149-176; A. Jacomuzzi, La poesia di L. su ‘Fondamenti invisibili’, in Studi in onore di A. Chiari, Brescia 1972, pp. 675-696; S. Ramat, L. 1939-1940 (1981), in Id., I sogni di Costantino, Milano 1988, pp. 115-149; S. Agosti, L. e la lingua della «verità»: dal ‘Canto salutare’ ad ‘Avvento notturno’ (1991), in Id., Poesia italiana contemporanea, Milano 1995, pp. 11-42; G. Mazzanti, Dalla metamorfosi alla trasmutazione. Destino umano e fede cristiana nell’ultima poesia di M. L., Roma 1993; Ph. Renard, M. L. Frammenti e totalità: saggio su ‘Per il battesimo dei nostri frammenti’, Roma 1995; G. Manghetti, Sul primo L., Milano 2000; M.S. Titone, Cantiche del Novecento: Dante nell’opera di L. e Pasolini, Firenze 2001, L. Gattamorta, La memoria delle parole: L. tra Eliot e Dante, Bologna 2002; G. Nicoletti, Le risposte della poesia: da D’Annunzio a L., Fiesole 2003; C. Bo, Scritti su M. L., a cura di S. Verdino, Genova 2004; L. Toppan, Le chinois: L. critico e traduttore di Mallarmé, Pesaro 2006; S. Verdino, La poesia di M. L.: studi e materiali, 1981-2005, Padova 2006; F. Medici, L. oltre Leopardi: dalla forma alla conoscenza per ardore, Bari 2007; M. Menicacci, L.: il demone filosofico, Firenze 2007; R. Tordi, Dovuto a M. L., Roma 2007; A. Caiaffa, Anime lungo la cornice: Dante nell’opera di M. L., Bari 2008; C. Cucinotta, M. L.: le stagioni del giusto (1935-1960), Firenze 2010; G. Ladolfi, M. L.: oltre la postmodernità, Borgomanero 2010; E. Ventura, M. L.: la poesia in teatro, Roma 2010; M. Marchi, Per L., Firenze 2012.
Volumi collettivi e atti di convegni: M. L., Atti del convegno, Siena…1981, a cura di A. Serrao, Roma 1983; M. L. una vita per la cultura, a cura di L. Luisi, Roma 1983; M. L. prosatore, a cura di H. Hendrix, Utrecht 1983; Pensiero e poesia nell’opera di M. L., a cura di S. Mecatti, Firenze 1989; Per M. L., Atti della giornata di studio, Firenze… 1995, a cura di G. Nicoletti, Roma 1997; Gli intellettuali italiani e la poesia di M. L., a cura di R. Cardini – M. Regoliosi, Roma 2001; M. L.: da Ebe a Constant: studi e testi, a cura di D.M. Pegorari, Grottammare 2002; M. L. cantore della luce, a cura di S. Verdino, Assisi 2003; M. L. oggi: letture critiche a confronto, a cura di U. Motta, Novara 2008.
Pagine e fascicoli monografici di periodici: Corriere dell’Adda, 23 gennaio 1954; Galleria degli scrittori italiani: M. L., in La Fiera letteraria, 14 agosto 1955, pp. 3-5; Paragone, XXXVII (1986), 432, pp. 62-89; Studi italiani, XVI-XVII (2004-05), n. 32-33, pp. 5-33; Lettere italiane, LVII (2005), pp. 17-48; Nuova corrente, LIV (2007), f. 140.
Cataloghi e iconografia: M. L., L. Sampaoli. Il tempo tra poesia e musica, a cura di A. Buoninsegni – F. Balestra – G. De Santi, Milano 1997; L. critico d’arte, a cura di N. Micieli, Firenze 1997; M. Luzi, Vita fedele alla vita: autobiografia per immagini, a cura di F. Grimaldi, Firenze 2004. Omaggi: Per M. L., a cura di Giorgio Tabanelli, Venezia 1994; Non disertando la lotta: versi e prose civili di M. L.: con l’omaggio di 41 poeti, a cura di D.M. Pegorari, Bari 2006. Concordanze: A. Neiger, Il poeta e la parola. Concordanze de «La barca» di M. L., Perugia 1983; G. Sarcletti, Analisi computazionale della poesia italiana del Novecento: concordanze di tutte le poesie di M. L., tesi di laurea, Università degli Studi di Trento, a.a. 1990-91.
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