Amalia Guglielminetti Poetessa italiana

Dieci poesie di Amalia Guglielminetti-

(a cura di Donatella Pezzino )

Una voce

Una voce nell’ombra ha qualche volta

la morbidezza calda d’una cosa

tangibile. Non s’ode e non s’ascolta,

ma sul cuor che l’accoglie quasi posa

le sue parole ad una ad una come,

quando langue, le sue foglie una rosa.

Se invoca piano, in ansia, un caro nome

par che vi tremi il mal represso ardore

d’un bacio non osato fra le chiome.

E di soverchia intensità essa muore

soffocata ed il pianto che l’assale

sembra il principio dolce dell’amore

ed è l’inizio acerbo del suo male.

*

Le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce

e comprende ogni grazia di parola

vive di tutto ciò che la seduce.

Io vado attenta, perchè vado sola,

e il mio sogno che sa goder di tutto,

se sono un poco triste mi consola.

In succo io ho spremuto ogni buon frutto,

ma non mi volli sazïare e ancora

nessun mio desiderio andò distrutto.

Perciò, pronta al fervor, l’anima adora

per la sua gioia, senza attender doni,

e come un razzo in ciel notturno ogni ora

mi sboccia un riso di seduzïoni.

*

Vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio

d’occhi tenace. Io so che in quel momento

il cuore ti tremò del tremor mio.

Eravamo seduti con il mento

nella mano, in un’ombra di veranda,

in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.

Rammento che giungeva a ondate, blanda,

una lontana musica e che spesso

ripeteva un motivo di domanda.

A un tratto ci trovammo così presso

da provarne vertigini, e smarriti

impallidimmo del pallore stesso

come su un buio vortice che inviti.

*

Pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai

che un poco sempre io son pallida. È strano

come il mio volto non s’accenda mai.

Solo la bocca un fior di melagrano

sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,

– oh così forte! – sotto la tua mano.

Ma goda o soffra l’anima convulsa,

il marmo della fronte non confessa

gioia di amore o strazio di ripulsa.

Quanto più sfatta io piego su me stessa,

più s’impietra la maschera del volto.

Ma quando cedo dall’angoscia oppressa,

piango non vista il mio pianto raccolto.

*

L’etèra

Io t’ho seguita, sotto i primi lumi

rossastri d’una sera cittadina,

pallida etèra grave di profumi.

E parvi la falena che s’ostina

intorno ad una lampada notturna,

sempre più attratta e sempre più vicina.

Curiosità di male, taciturna,

mi trascinò nell’orbita di quella

ch’era del male più goduto l’urna.

Colei che attira asseta arde e flagella,

l’ombre accendeva di sua rossa chioma,

e molle andando, alla falena snella

vampava della sua carne l’aroma.

*

Asprezze

Aspra son io come quel vento vivo

di marzo, il quale par crudo di geli

ma discioglie la neve su pel clivo.

Vento di marzo che agita gli steli

pigri, scopre vïole in mezzo all’erba,

scompiglia erranti nuvole pei cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.

Mordere più che accarezzar mi piace

ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.

Godo sferzare ogni anima sopita,

e trarne l’ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

*

La solitudine

Siamo soli nel mondo: ciascun vive in mezzo a un deserto.

Nulla per noi è certo fuorchè questo vuoto profondo.

E i contigüi casi degli uomini, e i sogni e le cose

son come ombre fumose vanenti su torbidi occasi.

Talvolta amor mezzano avvicina due solitari,

li illude un’ora e ignari e ignoti li avventa lontano.

Ciascun ch’ami il suo orgoglio la sua verità o il suo errore

è un mesto viaggiatore superstite sopra uno scoglio.

S’illude egli alle prime carezze dell’onde e del vento,

ma tosto lo sgomento dello spazio enorme l’opprime.

Né v’ha cosa più triste della non colmabil lacuna,

dell’ombra che s’aduna fosca fra chi esiste e chi esiste.

*

Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera,

sola col vento che m’abbraccia, folle

più d’ogni amor, la strada erta del colle

fra un presagio lontan di primavera.

Dolce, s’io pur di un’ironia leggiera

mi punga, come chi desto da un molle

sogno, se quasi già doler si volle,

ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.

Fatta serena, del destino il gioco

senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga

e curiosa, per gioir fra poco

d’altra menzogna bella di lusinga.

*

La malinconia

Dentro le vene la malinconia

s’insinua, ed è un morbo sonnolento

cui giova non trovar medicamento,

uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,

smemora del più intenso sentimento,

quasi vapori un greve incantamento

d’oppio, in cui goda più chi più s’oblìa.

Essa è come un giaciglio, ove un’inerte

stanchezza ci abbandoni svigorite,

con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d’alcune notti estive,

in cui ci s’addormenta indolenzite

dallo spasimo oscuro d’esser vive.

*

L’antico pianto

Quindi prosegua per cammini ombrosi,

a fior di labbro modulando un canto

che per me l’altra notte mi composi.

Poichè talor non piango io il mio pianto,

lo canto, e qualche mia triste canzone

fu come il sangue del mio cuore infranto.

Tempo fu che le mie forze più buone

stremai in canti a’ piedi d’un Signore

che m’arse di ben vana passïone.

Io piangevo così note d’amore,

come la cieca in sul quadrivio, volta

al sole, canta il suo buio dolore

e non s’avvede che nessun l’ascolta.

*

Amalia Guglielminetti,Poetessa italiana
Amalia Guglielminetti,Poetessa italiana

Breve biografia di Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice. (Torino, 4 aprile 1881 – Torino, 4 dicembre 1941) -Appartenente alla piccola borghesia industriale, ricevette un’educazione rigidamente cattolica per volere del nonno, uomo dai costumi molto austeri e acceso clericale.

La prima collaborazione letteraria di Amalia risale al 1901, quando iniziò a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della “Gazzetta del popolo”. Erano versi scolastici e di maniera, nei quali l’autrice non aveva ancora maturato moduli espressivi propri e originali; in tal senso bisognerà attendere il 1907, anno della pubblicazione di “Le vergini folli”. La silloge fu molto ben accolta dal pubblico e soprattutto dalla critica: Arturo Graf ne lodò l’impronta innovativa e il felice connubio di spontaneità e qualità; Dino Mantovani paragonò Amalia a Saffo e a Gaspara Stampa. Più sottile fu il giudizio di Guido Gozzano (con cui la poetessa ebbe una intensa relazione amorosa), che ravvisò nell’opera una sensibile dipendenza dai canoni dannunziani e l’espressione di un’anima “un poco amara, un poco inferma”.

Nella poesia di Amalia, infatti, c’è una malinconia soffusa, come un alone di nebbia che ammanta ogni cosa. Perfino guardando la bellezza di un fiore, i suoi occhi la vedono già appassita; quasi come se l’anima, ormai ammalata di disinganno, non sapesse fare a meno di strappare il velo e guardare oltre, per cogliere tutto il male che si cela dietro gli incanti e le dolcezze.

Con gli anni, la sua scrittura si svincolò progressivamente dalle influenze dannunziane, acquistando in forza e profondità; i versi si fecero più concisi, lo stile più essenziale, l’uso degli aggettivi sempre più limitato. Negli anni Trenta, Amalia fu per qualche tempo a Roma, dove tentò la via del giornalismo ma senza il successo sperato.

Nel 1937 tornò nella sua città natale, dove visse in solitudine gli ultimi anni della sua vita. Nel 1941, durante un bombardamento, cadde dalle scale mentre correva al rifugio antiaereo, procurandosi una brutta ferita che causò la sua morte per setticemia. E’ sepolta al Cimitero Monumentale di Torino.

Ha lasciato diverse opere degne di interesse fra raccolte poetiche, fiabe, romanzi e lavori teatrali. Di recente, la casa editrice Bietti ha ripubblicato le sue poesie e gli scambi epistolari con Guido Gozzano, di cui sono state successivamente realizzate anche versioni digitali.

a cura di Donatella Pezzino

Fonti:

– Amalia Guglielminetti, Le vergini folli, Torino-Roma, Società Tip. Ed. Nazionale, 1907

– Amalia Guglielminetti, Le seduzioni, Torino, S. Lattes e C., 1909

– Amalia Guglielminetti, I serpenti di Medusa, Milano, La Prora, 1934

Immagine da: Wikipedia (Di sconosciuto – Marcello Vannucci, Il mondo era in città: mezzo secolo in posa, Milano, Longanesi, 1977, p. 139, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71305893)