Descrizione del libro di Ilse Aichinger- La speranza più grande-Sullo sfondo di una città in guerra Ellen, una ragazzina per metà ebrea, fa amicizia con un gruppo di coetanei «con i nonni sbagliati». Tra giochi, paure, sogni, desiderio di fuga e addii, Ellen e i suoi compagni fanno esperienza della crudele realtà della persecuzione razziale e della minaccia costante della deportazione e della morte, affrontando un mondo assurdo e incomprensibile. La speranza iniziale di una fuga possibile, al di là dell’oceano, sembra destinata a svanire entro gli angusti e invalicabili confini della città assediata, ma si trasforma in una speranza più grande – forse meno terrena della prima, ma non per questo meno tangibile – che dischiude la possibilità di raggiungere la terra promessa, «dove tutto diventa azzurro». Un viaggio in dieci stazioni nelle pieghe profonde dell’esistenza e di una Vienna ferita, raccontato dalla voce corale dei perseguitati, sul crinale di una quotidianità che sconfina nella dimensione del sogno. Il romanzo di Ilse Aichinger è un coraggioso atto di resistenza al nulla esistenziale, un gesto di interrogazione del mondo e della lingua volto a restituire alla realtà devastata dalla guerra un senso nuovo, e a indicare, come fa la stella di David con Ellen, una strada da seguire.
Ilse Aichinger
L’autore-Ilse Aichinger
Ilse Aichinger è nata a Vienna il 1° novembre 1921 da un’insegnante austriaca e da un medico di origine ebraica. Trascorre gli anni della Seconda guerra mondiale a Vienna insieme alla madre, mentre la sorella gemella, la pittrice Helga Michie (1921-2018), riesce a emigrare in Inghilterra. Nel 1942 gran parte della famiglia materna viene deportata e uccisa nel campo di sterminio di Malyj Trostenec. Uscito nel 1948, La speranza più grande è il primo e unico romanzo di Ilse Aichinger. Autrice di numerosi racconti, radiodrammi, poesie, aforismi e diari, Aichinger partecipa agli incontri del Gruppo 47, vincendo il premio nel 1952 con il racconto Spiegelgeschichte (Storia allo specchio). Nel 1953 sposa il poeta e drammaturgo tedesco Günter Eich. Insignita di molti e prestigiosi premi, nel 1995 riceve il Großer Österreichischer Staatspreis, premio di Stato austriaco per la letteratura. Muore a Vienna l’11 novembre 2016
Ilse Aichinger-La speranza più grande
Traduzione di Ervino Pocar A cura di Matteo Iacovella
Descrizione del libro di Pier Giorgio Zunino –Gadda e Montale sono stati certamente due dei maggiori scrittori e poeti del Novecento italiano. Ma quale fu il loro atteggiamento nei confronti del fascismo? Come attraversarono il Ventennio? Quali compromessi furono costretti ad accettare? Da un lato, Gadda aveva coraggiosamente combattuto su tutti i fronti della Grande guerra, spinto da una forte passione nazionalpatriottica, e si era riconosciuto nel movimento fascista, provvidenziale difesa ai rischi della rivoluzione bolscevica. Dall’altro, Montale seguì un percorso meno lineare, dapprima condividendo i miti del combattentismo e le lusinghe del fascismo, ma allontanandosene già nel 1923, come testimoniano alcuni scambi epistolari. Con l’addentrarsi negli anni Venti entrambi vennero esprimendo un orientamento convergente, oscillante tra una sostanziale indifferenza per il fascismo e l’antifascismo. Ma gli anni Trenta, con la guerra d’Etiopia e il terribile biennio 1938-1939, li posero di fronte a scoscesi aut aut che portarono entrambi ai duri giudizi sul regime e gli italiani. Da qui le parole di fuoco di Gadda e di Montale contro un regime guidato da un ‘eredo-alcoolico’ e una società nella quale ‘più nessuno è incolpevole’. Un libro che affascinerà il lettore per le sorprendenti scoperte, frutto di un lungo lavoro d’archivio e dello studio di una imponente bibliografia.
L’autore
Pier Giorgio Zunino ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni, per il Mulino: La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1945) (2 volumi, 1975 e 1977); L’ideologia del fascismo (1985); La Repubblica e il suo passato (2003); Caporetto 1917. A un passo dalla “finis Italiae”? (a cura di, 2020). Ha inoltre scritto saggi per riviste italiane e straniere e volumi collettanei e ha curato gli Scritti politici di Alcide De Gasperi (Feltrinelli 1979) e le Lettere (1919-1942) di Piero Martinetti (Olschki 2011). Per Laterza è autore di Interpretazione e memoria del fascismo. Gli anni del regime (1991).
A padre Francesco Guerello s.J.
Indimenticabile professore di liceo
e maestro di moralità civile
(Portofino, 1929-Gallarate, 2021)
Questo lavoro non sarebbe mai giunto a compimento senza l’aiuto di mia moglie Jela, non solo lettrice attenta e correttrice accanita delle infinite redazioni; ringrazio del pari i miei tre figli, Paolo, Valeria e Claudia, pazienti ascoltatori delle mie consuete «lezioncine».
«[…] un senso nascosto e superiore, che fa riferimento in un modo o in un altro a qualche carattere dell’identità umana […] una sorta di vocazione alla resistenza morale e virile: non un’ideologia, per carità, né tanto meno un credo politico. Ma la forza potenzialmente invincibile del proprio essere se stessi, diversamente dagli altri, se necessario, contro tutto […] stare dentro un sistema di regole, accettato e vissuto fino in fondo, – una “fede”, appunto – che ci salva, o almeno ci protegge, dalle disillusioni, dall’avvilimento individuale»
Alberto Asor Rosa, L’eroe virile. Saggio su Joseph Conrad
Introduzione
I Gadda e i Montale
Nel maggio del 1915, quando l’Italia si gettò nella prima guerra mondiale a fianco della Gran Bretagna, della Francia e della Russia, Gadda e Montale avevano 22 e 19 anni. Il breve scarto di età non era allora poca cosa. Mentre Eugenio si aggirava ancora, senza farsi soverchio onore, tra i banchi degli ultimi gradi della scuola secondaria, Gadda già si stava allontanando da quella stagione della vita che si definisce prima giovinezza, e che conradianamente solo una indefinibile linea d’ombra separa dalla maturità. Dopo avere brillantemente completato i suoi studi liceali a Milano, frequentava dal 1912 le lezioni di preparazione ai corsi politecnici, che, finita la guerra, con solo sua parziale intima adesione lo avrebbero consegnato al rango di ingegnere in elettrotecnica. Era questa una qualificazione professionale che possiamo immaginare quanto fosse rara nell’Italia del tempo e che di fatto già lo destinava agli strati più elevati della società. Montale, invece, una volta districatosi dalle barriere scolastiche non avrebbe fruito di alcuna formazione universitaria (di quattro fratelli solo uno era destinato a laurearsi, il maggiore). Il futuro di Eugenio, che solo astrattamente era tutto nelle sue mani, era quello di entrare in affari tramite l’azienda di famiglia.
Tra il lombardo e il genovese correvano alcune altre sensibili asimmetrie sociali. Mentre i Montale godevano di una certa larga agiatezza di origine relativamente recente, al contrario, la famiglia di Carlo Emilio aveva radici ben più antiche ed illustri, e tuttavia il padre Francesco Ippolito, che in seconde nozze aveva sposato una insegnante di origini ungheresi, Adele Lehr, in affari ebbe scarsa fortuna. A causa di poco felici intraprese tentate nel campo del commercio della seta, un settore colpito da numerose crisi internazionali, le sostanze di quel ramo dei Gadda andarono progressivamente assottigliandosi. Di fatto, il padre lasciò agli eredi un patrimonio in progressiva riduzione, che alla sua precoce morte avvenuta nel 1909 sarebbe stato gravato più da debiti da onorare che di redditi di cui godere. Sostanze che si erano fatte ancora più esigue a causa della bizzarra decisione paterna di costruire una pretenziosa villa in Brianza, del cui molteplice intrico di debiti, tasse, complessa gestione dei fittavoli, ipoteche, quote ereditarie non si sarebbe liberato prima del 1936, allorché vendette quella proprietà all’indomani della morte della madre. Tuttavia il suo status sociale, e i correlativi tratti mentali, o se vogliamo ideologici, non ne erano stati immediatamente intaccati. Gadda si sentì e agì a lungo come colui il cui cognome, verso il passato, riportava a un nonno celebre avvocato milanese e, soprattutto, a uno zio prefetto e senatore del regno, ragguardevole attore dell’epoca risorgimentale. Quel Giuseppe Gadda, infatti, dopo una attiva partecipazione alle cinque giornate era stato membro del governo Lanza-Sella che il 20 settembre aveva portato il tricolore a sventolare su Roma e nel dicembre successivo aveva goduto della prestigiosa distinzione di accompagnatore ufficiale nella presa di possesso del Quirinale da parte di Vittorio Emanuele II. Verso il presente, e non privo di durature proiezioni nel futuro, si era aggiunto il riverbero della parentela acquisita tramite il matrimonio di un altro zio con Tilde Conti, detta comunemente «zia Tilde», sorella del magnate dell’industria elettrica Ettore Conti, presto assurto a essere uno dei protagonisti della scena economica italiana.
Le pur sofferte esperienze lavorative sperimentate da Gadda a far tempo dai primi anni Venti lasciano intravedere l’ombra protettiva del fondatore, tra l’altro, della Edison e ispiratore di varie altre importanti attività imprenditoriali che lo fecero ascendere a posizioni di grande rilievo nell’establishment fascista, trascorsi che, tuttavia, avrebbero originato un suo curioso infortunio scrittorio. Nei confronti di quella ingombrante parentela Carlo Emilio avrebbe sempre mostrato alterni sentimenti, punteggiati qua e là di qualche acida notazione all’indirizzo dei «pescecani», come venivano denominati coloro che sulla guerra avevano creato estese fortune e che un vignettista di genio, il socialista Scalarini, per anni additò al ludibrio collettivo dalla prima pagina dell’«Avanti!». I rapporti personali di Carlo Emilio con «l’ultra pescecane» Ettore Conti, se così possiamo esprimerci, dovettero comunque essere piuttosto cordiali. La attività letteraria di Carlo Emilio, come del resto quella di Montale, a Conti non fu sconosciuta, e pure dovette sapere degli ottimi rapporti che intercorrevano tra i due letterati e il cugino Piero Gadda, suo nipote, a cui il grande industriale avrebbe trasmesso nel 1939, insieme al cognome arricchito di un titolo nobiliare, non piccola parte delle sue immense fortune. Gadda, per parte sua, nel 1934 dedicò Il castello di Udine a Tilde Conti,venendone autoironicamente ricambiato nel 1946 dal di lei fratello Ettore che gli avrebbe dedicato una copia del suo presunto diario di cui abbiamo detto con queste autoironiche parole «A Carlo Emilio Gadda, apprezzatissimo collega, un giovane autore! Ettore Conti».
I Montale appartenevano invece a una media borghesia che, anch’essa, si sarebbe apprestata a godere dei benefici di quello straordinario impulso economico che accompagnò la partecipazione italiana alla Grande guerra. Il padre del futuro poeta, Domenico, detto Domingo, con la moglie Giuseppina Ricci, sorella poco acculturata di un avvocato che sarebbe stata sempre assai sensibile ai travagli dell’ultimogenito, avevano dato vita a una famiglia che contava cinque figli, di cui Eugenio era il più prossimo di età all’unica sorella, che lo sopravanzava di due anni. I vari nuclei dei Montale godevano della agiatezza derivante dalla attività della «G.G. Montale e C. – prodotti chimici e generi di tinta», una delle tante piccole imprese in progressiva crescita che avevano fatto da corona al take off italiano che, pur tardivamente, si era manifestato a cavallo tra i due secoli. Fondata, sembrerebbe nel 1885, dal prozio di Eugenio, Giovanni Giuseppe, era condotta dal figlio di questi, Domenico detto Nonnin, insieme ad altri parenti, tra i quali vi era il già citato padre del futuro poeta. Ma sull’avvenire di Eugenio, della sorella e dei tre fratelli, che costituivano la quarta generazione la cui sicurezza di vita derivava dai redditi prodotti dalla medesima impresa, non mancava di profilarsi qualche ombra. In particolare il fatto che attorno allo stesso cespite economico e sulle proprietà che gli facevano da corona si affollasse un numero imprecisato di zii e di cugini. Per intanto, con la guerra quella impresa la cui ragione sociale era il commercio di sostanze chimiche, e cioè prodotti in vario modo essenziali all’economia bellica, avrebbe visto crescere di non poco il suo giro d’affari. I Montale, allo scoppio del conflitto, erano dunque espressione di una borghesia commerciale in rapida evoluzione, il cui orizzonte ideale non poteva che essere quello offerto dallo stato liberale e dalla sottostante società e che, nell’immediato, avrebbe legato le proprie fortune di ceto alla partecipazione italiana alla guerra europea scoppiata nell’estate del 1914.
Rispetto a Carlo Emilio Gadda, alla sorella Clara e al fratello Enrico, a cui si sarebbe aggiunta la sorellastra Emilia, nata dal primo matrimonio del padre, i Montale erano frutto di più fresche energie, meno gravate dal peso del passato o di un ingombrante presente. Ma la più vistosa differenza tra gli anni giovanili vissuti da Carlo Emilio e quelli di Eugenio fu la importante presenza nella vita del genovese di una sorella che un nutrito carteggio con una amica si rivela ai nostri occhi una donna provvista di un forte carattere e di non comuni doti intellettuali. Qualità che ebbero un ruolo importante nel dare forma all’atteggiarsi di Eugenio di fronte alla vita, risultando la sua influenza particolarmente rilevante durante la prima guerra mondiale. Fratello e sorella, stretti da un legame affettivo assai intenso, avrebbero costituito una sorta di famiglia nella famiglia, segnata da forti interessi culturali e da continui scambi di riflessioni stimolate dai numerosi libri di diverse provenienze che passarono per le loro mani.
Tutto ciò detto, per vie misteriose le vite di Gadda e di Montale ebbero modo di incrociarsi mostrando di avere in comune più di qualche tratto che andremo via via discoprendo. Ma qui se ne additerà per intanto uno decisivo, e cioè la diuturna lotta per tentare di preservare spazi di autonomia a favore della loro vocazione letteraria rispetto alle necessità di vita che li costrinsero di frequente ad accettare lavori che nulla avevano a che fare con ciò che chiamavano lo «studio», cioè la tradizione culturale che essi consideravano la premessa essenziale della loro attività letteraria. Allo stesso tempo, sia l’uno sia l’altro non poterono non venire a patti con il contesto politico-sociale che aveva steso sull’Italia una ferrea trama dittatoriale. Per Gadda, solitamente, ciò non presentò in molti momenti della sua vita sotto il fascismo assoluti impedimenti ideali, viste le sue endogene inclinazioni patriottiche e la conseguente iniziale franca adesione al movimento delle camicie nere. Ma addentrandosi nel Ventennio anche la tonalità del suo filofascismo subì modifiche di tono e variazioni di intensità venendo a rasentare, verso la fine degli anni Venti, un vago dissenso, sia pure espresso solo in interiore. Così, sotto diversi riguardi il confronto con il fascismo fu il comune basso continuo che animò due vite che cercarono, quale più quale meno, di affrancarsene, ciò che poteva riuscire solo in minima misura. Questi motivi dànno materia a un filo rosso che percorre l’intero svolgimento della nostra narrazione biografica, che non può che testimoniare la singolare condizione dei due grandi letterati che venivano da orizzonti familiari all’origine segnati dalla luce del privilegio, e che invece, nel farsi del tempo, sfiorarono condizioni di vita che rasentarono l’indigenza. Alla quale, paradossalmente, fu esposto più Gadda che Montale. Paradossalmente perché l’ingegnere possedeva titoli e competenze assai ricercate e che sotto molti punti di vista, al di là delle sue lamentazioni, esercitarono su di lui un mai dismesso fascino. Ma quei lavori che sarebbero stati una agevole fonte di sicuri compensi erano tuttavia impieghi così impegnativi e totalizzanti che esigevano una dedizione completa che era del tutto incompatibile con una seria attività intellettuale, quale lui la intendeva. La situazione di Montale, ancorché gli fosse sconosciuto ogni minimo interesse per il lavoro bancario, la naturale destinazione dei suoi studi, si presentava, alla resa dei conti, poco diversa. In un certo senso si potrebbe dire che il loro ventennio fascista li espose a una duplice dittatura, quella politico-sociale, ma anche quella delle lettere come irresistibile vocazione e quale obbligante scelta etica.
Il 24 maggio 1915
Allo scoppio della guerra europea, e più ancora un anno più tardi, all’entrata nel conflitto da parte dell’Italia, il profilo politico-civile di Gadda si manifestava come già nettamente orientato nella direzione di spiccatissime suggestioni nazionalpatriottiche. Non molto diverse, nella sostanza, le opzioni che avrebbero avuto corso in casa Montale, ma è certo che le fortissime connotazioni interventistiche che segnarono Carlo Emilio che si iscrisse nelle liste dei volontari sin dal marzo del 1915 sarebbero state a lungo sconosciute al più giovane genovese. Più in generale, in quel fremente studente del Politecnico, che in quel momento più che la meccanica sognava eroici combattimenti contro il nemico austroungarico, si avverte una forte volontà di partecipazione alle vicende collettive. Una sensibilità che in Eugenio, quando pur affiorerà, costituirà un evento assai meno intenso e tendenzialmente segnato da un certo carattere di parentetica provvisorietà. L’intervento nel conflitto e la guerra stessa fornirono dunque la prima importante cornice biografica ai due letterati. Per Carlo Emilio ed Eugenio intorno ai vent’anni la Grande guerra venne così ad essere il loro incontro con la storia, ossia con la vita.
La neutralità dell’Italia, che era stata dapprima una condizione ovvia per un paese non sfiorato dalle ostilità, venne ad essere presto, con i più vari motivi, oggetto di forti contestazioni che nella primavera del ’15 nel Centro-nord assunsero il carattere di moti di piazza. Da ultimo, nulla poté arginare la marea montante interventista che, dopo mesi di accaniti contrasti tra neutralisti e no travolse ogni barriera nel corso del cosiddetto «radioso maggio» del quale furono teatro, insieme con Roma, le due città dove erano nati e allora abitavano Montale e Gadda, ossia Genova e Milano.
Al capoluogo ligure toccò di fare da palcoscenico di chi fu il Giovanni Battista dell’intervento italiano nel conflitto, il poeta e romanziere Gabriele D’Annunzio. Il quale sin dal marzo del ’15 aveva messo in cantiere una orazione da pronunciare al discoprimento di un monumento eretto presso lo scoglio di Quarto, da dove nell’estate del 1860 erano salpati i Mille di Garibaldi. Con esplicito consenso del re, del presidente del consiglio, e di molti altri, il 5 di maggio era venuto il momento della attesa celebrazione. Una folla eccitata si assiepava intorno allo scoglio volgendo le spalle allo sfondo cupo del Mediterraneo. La parola trascinante di D’Annunzio, vistosamente accompagnato come non di rado gli accadeva da due eleganti signore, la cui costosa trasferta dovette poi essere pagata assai di contraggenio dai parsimoniosi cittadini genovesi, aveva, come di consueto, sollevato il suo uditorio in un’altra dimensione. Quella dove immagini di oscuro significato, sentimenti sfrenati dei quali nessuno avrebbe saputo definire l’origine, il tutto tenuto assieme dai brividi di una incontenibile emozione, avevano trascinato l’uditorio oltre sé stesso elevandolo ai più alti gradi di una passione collettiva che anelava, disse l’oratore, a «una vita di là, una vita oltre». Come da questo impasto di umori e di indefinibili sensazioni dovesse uscire «una Italia più grande» e si potesse giurare «qui si fa l’Italia o si muore», nessuno lo avrebbe capito, ma in certi stati di tensione frenica comprendere è una mera eventualità. La posta in gioco, tuttavia, era altissima. Decretare della vita e della morte di centinaia di migliaia di italiani e il fatto che nessuno sapesse cosa sarebbe realmente accaduto era componente essenziale del patto che stringeva l’oratore al suo uditorio. Lo studioso britannico A.J.P. Taylor ha affermato che, da Cavour a Bismarck, la ragione che spiega i grandi moti della storia risiede nel fatto secondo cui va lontano solo chi non sa dove sta andando.
Il passo successivo verso la guerra non poteva non condurre a Roma. Qui il 9 di maggio, Giovanni Giolitti, il candidato a capo del governo dei neutralisti, il cui ritorno alla presidenza del Consiglio avrebbe automaticamente stroncato ogni velleità guerresca, si era portato per seguire da vicino l’andamento della difficile congiuntura politica. Quattro giorni più tardi, D’Annunzio si metteva sulle orme di quel suo nemico giurato e anche lui arrivava nella capitale, dove la sera del 13 avrebbe improvvisato un discorso ancora più fremente di quello pronunciato a Genova. Sporgendosi da una finestra dell’Hotel Regina, questa volta il poeta non lasciò proprio nulla di non detto, non esitando a invocare atti di pura violenza: «contro il nemico interno», osò proclamare «il sangue corra» e «tal sangue sia benedetto». E si spinse sino a citare nominalmente quella che avrebbe dovuto essere la prima vittima, «quel vecchio boia labbrone le cui calcagna sanno la via di Berlino» – il divino oratore si riferiva a una fantasticata connivenza di Giolitti con i tedeschi per tenere l’Italia fuori dalla guerra, e si vedrà come questa infamante accusa penetrasse con forza anche in casa Montale. Quel giorno si affacciò sulla storia d’Italia la violenza come strumento per regolare le contese politiche: «Formatevi in drappelli, formatevi in pattuglie civiche; e fate la ronda; alla posta per pigliarli, per catturarli», e in questa incitazione all’assassinio D’Annunzio non aveva temuto di alludere esplicitamente a una incursione armata contro l’ex presidente del consiglio indicandolo come colui che «abita qui presso». Ma fortunatamente ci fu chi capì e accorse a proteggerlo.
Sventata la candidatura a capo del governo dell’uomo di Dronero, sebbene egli godesse di ampi sostegni in parlamento e negli apparati dello stato, rimaneva da sbrogliare l’intricata questione sorta allorché il 20 aprile si era stipulato un patto segreto con Gran Bretagna, Francia e Russia. In quel documento – di cui erano ufficialmente a conoscenza solo le tre più alte cariche dello stato che lo avevano concertato – si era decretato l’intervento in guerra dell’Italia entro poche settimane. A quel punto discese in campo la terza grande città protagonista di quel sommovimento che condusse all’entrata in guerra, Milano. Qui ebbero luogo due grandi manifestazioni nelle cui prime file vi erano folte schiere di studenti, quelli che Croce, convintissimo sostenitore della neutralità, chiamava «i giovinotti nazionalisti» ai quali sarebbe stato difficile «quadrare la testa». Le foltissime manifestazioni degli interventisti milanesi diedero l’ultima spallata all’ormai vacillante neutralismo.
Gadda e la guerra
Interventista della primissima ora
Confuso tra la folla milanese vi era anche lo studente Carlo Emilio Gadda. Rudi imprecazioni, prima fra tutte «Giolitti bojaccio», non mancarono di fiorire sulle sue labbra. Ancora più sfrenato sarebbe stato il suo linguaggio quando nel gennaio del 1916 il peggiorativo «bojaccio» avrebbe dato la stura a una scarica di infamanti epiteti: «Quel bojaccio, quello schifo, quel pederasta», e non si sarebbe fermato qui; questo florilegio sarà da ricordare quando alla fine degli anni Venti il ruvido piemontese sarebbe divenuto per Gadda oggetto di ben altri giudizi, ma che allora egli avrebbe tenuto per sé. Dichiarata la guerra all’Austria Ungheria, che dal 1882 era una alleata, sebbene ben poco affidabile, il 24 maggio i soldati italiani avevano dato battaglia varcando le frontiere con l’impero asburgico che allora correvano a pochi chilometri da Venezia tagliando la pianura padana.
Carlo Emilio Gadda era stato in prima fila nella manifestazione milanese del 17 maggio che aveva trasformato le vie della città in una sorta di campo di battaglia verbale, e non è escluso che il 5 di maggio avesse fatto parte di quella rappresentanza di 60 studenti del Politecnico che, sotto la guida del noto professor Motta, che presto egli avrebbe conosciuto personalmente, erano accorsi ad ascoltare le vibranti parole pronunciate da D’Annunzio presso lo scoglio di Quarto. Ma da dove era venuta in Gadda la sua scelta per l’intervento che lo aveva portato a manifestare sulle piazze milanesi dove aveva gettato manifestini con scritto «Morte a Giolitti»?
È certamente fondata l’affermazione di Gian Carlo Roscioni, uno dei più acuti interpreti dello scrittore milanese, secondo cui la sua determinazione per la guerra fosse per lui «nell’ordine delle cose», nel senso che un giovane di quella estrazione sociale e, specificamente, di quella provenienza familiare non avrebbe potuto non essere interventista. Ma come e quando maturò quella sua scelta? Nelle carte che ci ha lasciato, una singolare ma rivelatrice traccia è costituita dagli appunti che egli era solito prendere alle lezioni dei corsi di preparazione alla frequentazione del Politecnico che aveva iniziato a seguire dal 1912. Di tempo in tempo, frammiste alle note tecniche suggerite dal professore di turno, a Gadda non riuscì di trattenersi dal consegnare a quei taccuini anche l’emozione provocata dagli straordinari avvenimenti di quei giorni che lo portò a più di una «tirata nazionalista» frammista a ciò che chi ha studiato quei testi, molto eufemizzando, ha definito «maliziosi estri di linguaggio». In verità, per chiamare le cose con il loro nome, quei quaderni ridondano di pure «oscenità e trivialità». Così, in una pagina di appunti di scienza delle costruzioni redatta intorno alla metà di gennaio del 1915, l’estro gaddiano si esprimeva con questi rusticissimi vocaboli: «La porca Italia, cumulo escrementizio, è impegolata nella sua bavosa e fagottosa neutralità. Il padre eterno la terremota e Bülow la compera. I socialisti, i preti, il papa e i professori neutralisti fanno delle chiacchiere. A differenza delle solite che non concludono mai un cribio, queste sono interessate. Se ne incontro uno in riva d’un torrente solitario, lo caccio dentro a macchina». Una glossa di tre mesi più tardi, dopo che l’infelice «parecchio» giolittiano aveva avuto già modo di manifestarsi in tutta la sua vera ma grigia consistenza, un’altra torrentizia invettiva si insinuava tra i suoi fogli: «L’Italia è uno sconcio paese di merda, indegno di vivere. Le puttane sono avvilite di dover convivere con gli italiani, e lo sterco cavallino ha orrore del loro contatto» (per la cronaca l’ex presidente del consiglio, che certe sue note ci mostrano in preda a una autentica angoscia al vedere l’Europa gettarsi in un pozzo senza fondo, e in mancanza di una cogente ragione, aveva scritto a un deputato che l’Italia, standosene fuori dal carnaio, avrebbe guadagnato «parecchio», ma quella coloritura così grettamente mercantile non aveva certo giovato al neutralismo).
Nel giudicare quelle impuntature da postribolo non si potrà non considerare che quegli appunti ovviamente pagavano un certo tributo agli usi linguistici degli studenti, e tuttavia il greve esprimersi nel confermarne la loro natura vitalistica ne attestava anche la consistenza. E un graffito anteriore alla guerra, inciso sul frontespizio di un testo di geometria analitica oggetto di studio nel 1913, dimostra come la febbre nazionalista che sarebbe diventata acceso interventismo covasse in Gadda già ben prima della guerra. Nel contesto di quelle che sono state giudicate delle «professioni di orgoglioso superomismo», Gadda se ne era uscito in un «e abbasso l’Austria […] il popolo italiano avrà gloria in sempiterno». Ma la più ambiziosa formulazione del suo credo interventista Gadda la affidò a un testo scritto nel febbraio del 1915 che assunse la forma di una lambiccata e acerba poesia, nella quale peraltro si trova fissato l’abc del suo interventismo, i cui antagonisti erano un aggregato che andava dagli eredi dei principî dell’89 ai «moderni democratici», nei quali ricomprendeva i socialisti, i «preti» e naturalmente i giolittiani. Tutti costoro, gli «psicopompi», ossia gli autopatentati conduttori di anime, erano i protagonisti, a parere di Gadda, della quotidiana fiera delle «perorazioni inutili», quelle che eternamente si consumano su ciò «che ci vorrebbe» ma «che nessuno vuole, su quello che bisognerebbe fare e nessuno fa», su «quello che vorrebbero dare e che nessuno dà». A tutto ciò si sarebbe dovuto opporre la sola «necessità santa», ossia «la volontà del sacrifizio comune, del sacrifizio immediato e pronto, che giunge a tempo e reca di poi vantaggio». La necessità della guerra, in estrema sintesi, sarebbe stata riassunta in un solo termine, «sacrificio», parola che vibra tra le righe di ogni pagina del suo Giornale di guerra e di prigionia, il diario che inaugura il 24 agosto del 1917 in val Camonica e che chiuderà il 31 dicembre del 1919, a Milano, quando tutte le illusioni del suo interventismo sarebbero state ridotte a cenere. Una scrittura, è doveroso ricordarlo, che è di fondamentale valore storico, oltre che letterario, perché ne è attestata, cosa assai rara nei diari, la sua assoluta autenticità, ossia la fedeltà alla prima redazione che non di rado prese forma sui margini dei campi di battaglia. È dunque da prendere alla lettera l’avvertenza che l’autore premette all’avvio del suo diario: «Le note che prendo a redigere sono stese addirittura in buona copia, come vien viene, con quei mezzi lessicografici e grammaticali e stilistici che mi avanzeranno dopo la sveglia antelucana, le istruzioni, le marce, i pasti copiosi, il vino e il caffè». Una dichiarazione che itera nelle ultime pagine ove avrebbe affermato: «scritto tutto di prima mano, anche nei luoghi di bello stile, o quasi». La filologia e gli strumenti di indagine tecnica l’hanno pienamente confermato.
Un ulteriore noto passaggio del Gadda focoso sostenitore della discesa in campo concorre a perfezionarne il profilo. A guerra ancora non dichiarata, insieme a due suoi compagni del Politecnico, presa carta e penna, osarono scrivere a D’Annunzio e a Mussolini, ossia a due tra i massimi simboli della corrente interventista, richiedendo che fosse senza indugio chiesto agli studenti di partecipare alla guerra in corso senza accordare loro ritardi per motivi di studio, unendosi così ai «fratelli d’armi, che, per accorrere alla difesa suprema della patria, lasciano i campi, le officine, le occupazioni di ogni genere» mentre «noi ci sentiamo bruciare indosso questi abiti borghesi, che ormai sono per dei giovani sani e robusti causa di insopportabile vergogna».
Quegli impetuosi studenti del Politecnico furono accontentati. I primi combattimenti non spostarono di un metro la linea di confine, se non là dove gli austroungarici giudiziosamente arretrarono di quel poco che avrebbe loro consentito di attestarsi su posizioni più agevolmente difendibili. Tuttavia, sbollite le frenesie interventistiche, nelle tradotte, dicono molte testimonianze, l’atmosfera si fece subito cupa tra la truppa destinata al fronte, ma Gadda mostrò immediatamente di non essere fatto della stessa pasta dei suoi commilitoni. Destinato a Parma per un primo addestramento, nella lettera che inaugura il carteggio con la madre, il 14 giugno, esplode in un sonoro «io sto benone». Ciò che lo angustia è la sua lontananza dal fronte e dai luoghi dove si lotta per l’Italia armi alla mano. Là dove si combatteva si sarebbe avvicinato nel novembre del 1915 quando avrebbe assaporato l’atmosfera della zona di guerra, aspirazione coronata poco più tardi, il 6 gennaio del 1916, dal tanto desiderato battesimo del fuoco. E molte energie avrebbe impiegato per conseguire «la sospirata nomina che gli avrebbe permesso di combattere fra gli alpini». A questo fine, autentico imboscato alla rovescia, non avrebbe esitato a ricorrere alla raccomandazione del deputato popolare Nava.
Ma sotto la scorza del generico interventismo che cosa animava nel profondo quel suo «guerrismo»?
Patriottismo come spirito di sacrificio
Lo spasimo bellicista da cui non fu risparmiato il ventiduenne Carlo Emilio non lo faceva probabilmente essere pienamente consapevole di tutti gli elementi della realtà e di che cosa nutrisse la sua istintiva incontenibile voglia di combattere. Così dal suo denso mosto guerresco egli trasse una duplice formula che azzerava la complessità del reale: la guerra «necessaria» per ragioni attinenti all’interesse nazionale era anche «santa», cioè provvidenziale, se si intendeva rinnovare la fibra morale del paese. Come tanti altri interventisti sostenevano, dalla guerra sarebbe scaturita una rigenerazione del paese, ossia una sorta di rinascita che avrebbe rifondato l’Italia radicandola in quegli alti valori nazionali di matrice risorgimentale che, ritenevano, tutti i giorni il grigiore giolittiano aveva mortificato.
In questa prospettiva la disponibilità a sacrificare sé stessi veniva da Gadda assunta come l’elemento costitutivo dell’idea di patria che l’Italia in guerra doveva suscitare. Data per scontata la coloritura risorgimentale acquisita per via familiare fin dall’infanzia, il nucleo pulsante del suo atteggiamento verso il conflitto risiedeva nella convinzione che la comunità nazionale potesse esistere solo in presenza di una dedizione assoluta dei suoi consociati. Senza quel convergere di volontà che rivelava una identità in atto, nutrita di fatti e non di declamazioni o di mere intenzioni, la patria nell’orizzonte di Gadda era destinata a dissolversi sotto l’inevitabile prevalere degli interessi dei singoli e dei loro egoismi. Così, puramente di circostanza, se pure comparivano, erano i riferimenti che invece costituivano l’asse portante del nazionalismo italiano dei Rocco e dei Corradini che aveva saturato molta parte dei discorsi degli interventisti quando reclamavano territori, possessi, sfere d’influenza, titoli storici, egemonie navali, tutto ciò, insomma, che dava sostanza al grande obiettivo di fare dell’Adriatico, come si era soliti dire allora, «un lago italiano», affermazione che fu il punto di riferimento della strategia diplomatica perseguita dall’Italia sin dalla vigilia di guerra. Ma di quel progetto sostanzialmente imperiale, che dal patto di Londra sarebbe rimbalzato, addirittura accresciuto, alla conferenza della pace del 1919, e che insistentemente ricorreva nella letteratura nazionalista, nulla, in concreto, risuonava negli scritti gaddiani della prima guerra mondiale. Né qualche tirata eccessivamente bellicosa (noi vogliamo una Italia «sempre più potente») snaturava quell’idea di nazione tipicamente spiritualista.
Al loro posto Gadda invocava invece «la volontà del sacrifizio» comune che avrebbe dovuto dissipare «l’egoismo personale», che era l’«unica legge di molti», espressioni, la cui eco sarebbe risuonata spesso durante il fascismo. Per Gadda, in effetti, il sacrificio non era una astratta invocazione di princìpi o una mera declamazione, doveva anche rappresentare la concreta traduzione pratica di una autentica conoscenza dell’ordine delle «cose», quella di chi intendeva dare una forma alla realtà, mettendo «in ordine il mondo», ciò che avrebbe potuto realizzarsi solo se la volontà fosse stata anche «sorretta da un fine morale». Possiamo davvero dire che la sostanza prima del patriottismo gaddiano si individuasse in un non consueto congiungersi di elementi di natura etica, concretamente storica, e quindi non ciecamente espansionista. Un terreno in cui gettava le sue radici anche la ragione di ciò che potrebbe diversamente apparire come non altro che una mera ossessione personale, ossia la sua quotidiana battaglia contro il disordine e l’approssimazione che nella massa dei soldati diventava il menefreghismo neghittoso di chi non levava gli occhi oltre la soglia di sé. Ben più grave era però l’effetto del dilagante disordine mentale sulle gerarchie che avevano l’onere del comando. Da questo punto di vista quel principio negativo, che già iniziò a chiamarsi il «pasticcio» prese ad apparire nel Giornale di guerra all’indomani dei grandi massacri provocati dalla Strafexpedition. Qui troviamo per la prima volta la parola chiave gaddiana quando annota: «Il disordine e il pasticcio mi annientano, io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine»; il dovere di risolvere le «questioni che nascono dal pasticcio, dal disordine, dalla trascuranza» era in lui una invincibile sollecitazione a misurare l’agire di sé e degli altri. In chi comandava il disordine si manifestava soprattutto come incompetenza e superficialità, ossia come l’imperdonabile disconoscimento delle regole che presiedono all’ordine delle cose che aveva provocato gli immensi inutili massacri di cui si era resa responsabile la incosciente gerarchia militare italiana. Nelle falangi di soldati mandati all’annichilimento non si inverava alcun puro spirito di sacrificio. Quello era un mero sciupio di vite, l’esito di una criminale incuranza e ignoranza che irrimediabilmente segnava i «generaloni» che presto sarebbero stati chiamati anche «generalazzi».
Al fronte
La sua concreta esperienza di guerra combattuta iniziò con l’Adamello, quel fantastico ma anche repulsivo scenario di scontri che a prima vista sarebbero sembrati impossibili in mezzo a quelle sterminate distese di ghiaccio scintillante il cui fulgore annientava sé stessi non meno che il nemico, così come le valanghe che seppellivano decine di migliaia di soldati non badavano al colore della divisa. Lassù si avverò il tanto atteso battesimo del fuoco, era il 6 gennaio del 1916.
Anche se non proprio eroica, assai pericolosa fu la avventura che lo colse sulla Lobbia Alta ai primi di maggio. Rientrando da una duplice massacrante corvée protrattasi per oltre venti ore, quando già le ombre della sera si allungavano, «mezzo morto di fatica», in coda al reparto perde il contatto con gli alpini di cui avrebbe dovuto essere la guida (ma loro, quasi tutti contadini, a certe disumane fatiche erano abituati). Presto cede alla «sublime idea» di ritemprarsi facendo «un sonnellino nella ‘vedretta’». Viene risvegliato di soprassalto da una provvidenziale scarica di shrapnel che gli danno «la levata» traendolo dal sonno che in una notte di primavera sarebbe divenuto fatale in quella solitudine a oltre 3000 metri di altezza. Ma rientrando nelle linee italiane ormai a notte, non essere scambiato per un soldato nemico fu un vero azzardo.
Quel 1916 lo avrebbe ripagato abbondantemente dei mesi trascorsi da involontario imboscato in cui riteneva si fosse avvilito il suo spirito combattivo. Ai primi di giugno la spedizione punitiva contro la fedifraga alleata già porta l’esercito italiano sull’orlo del precipizio. Nell’accorrere per irrobustire le difese, sotto i suoi occhi scorre un panorama di tregenda. Così scrive con sgomento di uno «spaventoso bombardamento allo scoperto». Nel diario riporta la cifra mostruosa di mille feriti ogni giorno nel settore della sua divisione. Gadda ha «coscienza del pericolo a cui andiamo incontro», e persino lui è costretto a dichiarare di avere «l’animo affaticato» e di essere calmo, ma solo «in apparenza».
Superato il momento di estremo pericolo quando quei reparti vengono a costituire l’ultimo sottile diaframma difensivo sul margine meridionale dell’Altipiano, caduto il quale tutto sarebbe stato perduto, viene il momento in cui, il 27 giugno, i nemici allentano la pressione e ai soldati italiani giunge l’ordine di avanzare per riguadagnare il terreno perduto. Ma la loro cauta marcia è contristata «dallo spettacolo delle orrende lacerazioni del monte e della foresta, dalla vista di numerosi cadaveri in putrefazione, verdi, cerei, neri, paonazzi». Il rischio mortale corso dagli italiani sotto l’assalto degli austroungarici ma anche la disperata resistenza «che salvò la pianura dall’invasione» sarà occasione per una delle sue mirabili pagine di guerra. È una ispirata immagine composta per La meccanica nel 1928 in cui si descrive la giusta punizione che per il tramite dei moschetti dei carabinieri inesorabilmente raggiunge il vigliacco che fugge, ma solo per andare «verso il nulla».
Terza e penultima stazione di questo viaggio attraverso la morte, nel maggio del ’17 riuscì a scampare, cosa che non accadde a molti, agli inenarrabili massacri provocati dall’inutile tentativo di sfondare le linee nemiche sull’Hermada, l’imprendibile riarsa collinetta battuta dal sole e dalla bora carsica che con i suoi modesti 323 metri sbarra la via verso Trieste diventando così «il simbolo della resistenza della vecchia Austria». Dalle lettere che la sorella invia al fratello Enrico emerge tutta l’«ansia senza nome» in cui vivono i familiari che sanno cosa sta accadendo sul Carso dove i fratelli Gadda sono impegnati in quella che Clara chiama l’«immane offensiva nostra». L’angoscia per loro, afferma, è un supplizio «superiore alle nostre forze» anche se non li aveva abbandonati la speranza che «l’ora sacra e fatidica suoni per gli Italiani». Quel momento non venne, e i reparti votati alla morte, in meno di un mese, ebbero 36.000 caduti.
La «porca Italia»
Sino ad allora la vista degli italiani in armi non era certo stata confortata da ammirate accensioni verso quanto essi avevano mostrato di sé. D’altra parte, il vero «carattere» dei suoi compatrioti, conosciuto da vicino, e la direzione della macchina bellica non avevano suscitato in lui neppure contraccolpi e risentimenti radicali. Nel corpo del paese c’era di tutto, egoistico menefreghismo e abnegazione, eroismo sublime e ripugnante vigliaccheria. Nell’agire dei soldati scarsa era l’intelligenza delle cose e minore ancora era la previdenza, ma non potevano non suscitare qualche partecipe compassione e talvolta ammirazione per le immani fatiche cui si sottoponevano quegli umili fanti contadini, che se resistevano era perché venivano dalle campagne dove di norma si lavorava dall’alba al tramonto e i rapporti sociali erano improntati a una assoluta brutalità dai più che retrivi proprietari terrieri.
Il limite della sua benevolenza veniva rasentato quando affermava che i soldati, in definitiva, erano dei bambini, poco consapevoli di sé, ma in fondo innocenti, anche se per metterli in riga occorreva usare la frusta. Del resto, più volte affermava la scarsissima considerazione per Cavaciocchi, il comandante del IV corpo d’armata a cui apparteneva la sua compagnia di mitraglieri. Stranamente però era solito dare un giudizio sorprendentemente benevolo di Cadorna, ben inteso prima di Caporetto, del quale aveva ammirato in particolare la manovra tattica che aveva salvato l’esercito italiano arrestando la Strafexpedition. Desta stupore, invece, per un uomo d’ordine come lui, l’epiteto con cui si registra nel diario l’unica citazione del monarca, «scemo balbuziente», ma non si deve dimenticare che alcune frange interventiste avevano male interpretato il suo silenzio nei giorni più accesi del radioso maggio – già poco prima, del resto, in un appunto Politecnico lo aveva definito «un bambino che à paura del babàu». Ma non si può non ricordare che Gadda una volta soltanto proruppe di fronte alla truppa in una imprecazione contro le gerarchie militari e immediatamente se ne rammaricò.
I fallimentari esiti delle offensive del ’16 e della primavera-estate del ’17 già avevano insinuato in Gadda un dubbio radicale circa la possibilità di una vittoria italiana. Molta parte in quel mutamento aveva avuto l’immagine sempre più negativa del «carattere degli italiani», una fragile categoria che ricomprendeva in primo luogo la truppa, ma che non escludeva i colleghi ufficiali e i superiori. Già prima d’allora la trascuratezza dei «soldati maiali» non era passata sotto silenzio, ma la ferita immedicabile circa l’Italia e gli italiani era sopraggiunta con il brivido della sconfitta sul campo che si era provato tra il 4 giugno 1916 e la grande battaglia di resistenza sul margine meridionale dell’altopiano dei sette comuni. È proprio allora che il Giornale di Campagna subisce l’onda d’urto che darà la tonalità complessiva alla sua esperienza di guerra, resa irrimediabilmente negativa un anno più tardi dalla rotta di Caporetto. Quel fortunato, ma quanto arrischiato esito difensivo del giugno 1916 fu come la rivelazione di quello che sino ad allora era stato solo un sospetto. L’Italia quella guerra, lasciava ora intendere Gadda, come avrebbe mai potuto vincerla? Troppo grande era lo scarto tra le armate nemiche e l’esercito italiano che, in definitiva, sino ad allora aveva conquistato solo qualche irrilevante quota per le quali aveva però pagato un prezzo terribile in termini di morti e feriti. Sull’Altopiano gli austriaci erano stati fermati, ma quale altro irraggiungibile livello era quanto aveva messo in mostra un apparato militare che era giunto in vista della pianura veneta, ossia del cuore del nemico italiano, mentre doveva anche tenere a bada il possente esercito russo. L’Italia che si era gettata in guerra «per una ragione ideale», inseguendo la «divina speranza di una vita nazionale più alta» mostrava di non essere all’altezza di quel compito. Tra l’Italia sognata e quella reale si era frapposta in Gadda una separazione che stava diventando invalicabile.
Venuto meno quell’impulso ideale cosa mai potesse spingere i soldati ad obbedire e ad andare incontro a una morte quasi certa se lo era chiesto in quel torno di tempo una diversissima figura, in un certo senso un uomo ispirato da ideali che erano agli antipodi di quelli gaddiani. Era stato l’ex medico Agostino Gemelli, che, abituato a misurare i comportamenti umani sulle dure tavole della psicologia sperimentale o soffocandoli nei labirinti di una religione che avrebbe trovato nella società fascistizzata l’inveramento civile di ideali religiosi abietti, aveva dato una risposta non infondata. Nell’anno di Caporetto il francescano pubblicava un volume di saggi intorno alla psicologia dei soldati in guerra, che Gadda non mostrò di conoscere ma che sappiamo invece entrò in casa Montale. Il cinico frate aveva sgombrato il campo da ogni illusione. Nessun ben intonato spirito nazionale, nessun morbido e ammaliante patriottismo avrebbe mai potuto vincere l’istinto di conservazione delle truppe che avrebbero sempre cercato di sottrarsi a un altissimo rischio di morire. Lo scetticismo del futuro rettore dell’Università Cattolica, occorre dire, in quel contesto storico faceva vedere lontano più che non consentissero le astratte purezze del patriottismo gaddiano. Gemelli infatti sosteneva che il fattore decisivo che muoveva quelle masse amorfe era non altro che lo spietato rigore. Solo uomini spossessati della loro individualità e divenuti la «parte di un tutto» ridotta a meccanica incapacità di volere potevano essere spinti all’attacco nella mortale terra di nessuno. Nulla dunque poteva un astratto amor di patria.
Certo è che sull’orizzonte del «terribile» frate, come più d’uno era solito chiamarlo, non brillava alcuna «divina speranza di una vita nazionale più alta», né compariva alcun «fine morale» come lo intendeva il lombardo seguendo la lezione dell’altro lombardo. In luogo di quelle aspirazioni, come avrebbe ben messo in mostra negli anni del fascismo, il francescano anelava ad una società irreggimentata attraverso la censura del suo prediletto Sant’Ufficio e la coercizione esercitata da un governo che talvolta gli capitò di rimproverare di non essere abbastanza fascista e cioè spietato. Insomma, al centro del suo mondo ideale vi era quel duro dressage degli uomini che già aveva permesso che la guerra durasse così a lungo.
Così, l’idealista Gadda dovette arrendersi alla dura realtà di un paese per il quale un messaggio fatto di purezza e di intelligenza risultava irricevibile perché la materia umana da cui era composto era assolutamente sorda a ogni «ragione ideale». Da ciò veniva il proclamare la sua radicale estraneità a quella «razza di maiali, porci, capaci soltanto di imbruttire il mondo con il disordine». Brucianti e aspre invettive cospargono perciò il suo Giornale spingendolo ancora una volta a imprecazioni estreme contro la «porca Italia» e i suoi degeneri figli: «Adesso, o italiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che avete fatto della patria un inferno per i vostri litigi personali […] per i veleni, le bizze, le invidie dall’epoca dei Comuni a questa parte: adesso ditemi: appartengo io alla vostra patria?».
C’è un episodio apparentemente minore accaduto nell’autunno del 1916 e che esprime tutto il senso di amara solitudine che confinò Gadda ai margini di quell’Italia in guerra. Il suo reparto è esausto, di fatto si trova in prima linea dall’inizio di giugno, tutti anelano ad «andare a “riposo”», invece giunge l’ordine di prepararsi per una nuova azione in Valsugana. Il giorno della partenza, ordinata ogni cosa, si apprestano ad affrontare «lo spettro della marcia notturna di dieci o dodici ore», quand’ecco che la motocicletta di un portaordini «piovuta forse dalla quarta dimensione dello spazio, si ferma davanti a noi. Una speranza di gioia balena sul volto di molti presenti: io pure capisco subito di che si tratta, con dolore, con un vero dolore, con un senso di delusione». Alle parole del motociclista «non partono più» si scatena una gioia incontenibile. Sono urla, risa, scomposti abbracci da parte degli «alpini fessi». Il portaordini, trascinato nell’impazzimento collettivo, è portato in trionfo, mentre su di lui si riversano fiumi di vino, e la sera è ancora «gran gioia per tutti». Glaciale il commento di Gadda: «Sono veramente costernato di non essere partito: il grido di gioia degli alpini fu per me l’inizio di un periodo di amarezza e d’attesa: spero ancora di partecipare a qualche operazione, di poter fare qualche cosa di utile, di serio», «qualche cosa per questa porca patria».
Dopo la rasentata catastrofe della Strafexpedition e la sorpresa di essere uscito vivo dall’Hermada, venne la quarta e ultima stazione di quel pericoloso viaggio attraverso la morte dal quale uscì miracolosamente incolume, ma inguaribilmente ferito nello spirito, la rotta di Caporetto.
L’11 settembre 1917 si ricongiungeva alla «cara 470a» compagnia di mitraglieri, momentaneamente abbandonata per accorrere in prima linea. In quei pochi giorni di pausa trascorsi a una dozzina di chilometri a sud-est di un villaggio chiamato Caporetto, come sempre sentì la terra delle retrovie bruciargli sotto i piedi, ma presto sarebbe iniziato l’ultimo e più sconvolgente capitolo della sua partecipazione alla prima guerra mondiale, quello che sino agli ultimi giorni della vita sarebbe tornato nella sua mente come una bruciante ferita mai rimarginata.
La guerra vista da casa Montale
L’intervento: la vittoria del paese sul parlamento
Del grave perturbamento politico che aveva colpito l’Italia nella tarda primavera del ’15 che cosa era filtrato nello sguardo del diciannovenne Eugenio Montale? Forse l’età ancora troppo giovane, forse un precoce distacco poetico dalla realtà, forse, più probabilmente, queste e varie altre indistinte cause, sta di fatto che nessuno si è mai veramente chiesto che cosa il poco più che adolescente Eugenio avesse colto di quel turbine che aveva investito le vie e le piazze di molte grandi città, la sua per prima. Salvo apoditticamente affermare che di tutto quell’agitarsi di sentimenti nulla fosse penetrato nel profondo del futuro poeta il cui spirito era dominato da una totale «indifferenza» verso l’arroventato clima che lo circondava, una lontananza che lo rinchiuse a «vivere in una specie di limbo» mentre le città dell’Italia settentrionale erano diventate teatro di manifestazioni mai viste prima inscenate da coloro che invocavano un immediato intervento nella guerra che da dieci mesi opponeva le forze dell’Intesa ai cosiddetti Imperi centrali. A cristallizzare questa lettura dell’atteggiamento del giovane Montale in un canone quasi mai contraddetto concorrevano vari elementi.
Anzitutto il fatto che sulla sua partecipazione al conflitto Montale stesso avesse poi fatto calare un silenzio solo eccezionalmente e tardivamente interrotto: un raro comportamento tanto più significativo se si tiene conto delle migliaia di prose dal contenuto più disparato ma non di rado con forti riferimenti autobiografici che il poeta avrebbe dato alle stampe nei quasi sessantatré anni che gli avrebbe concesso la sua lunga vita dopo la conclusione della Grande guerra. Solo nel decennio Sessanta-Settanta sarebbe iniziato ad affiorare nei suoi scritti qualche brandello dei ricordi di guerra. Ma la folta messe di ricerche che si andò rapidamente componendo su di lui a partire da quegli anni fu giustamente attratta dai contenuti della sua opera più che dai dati concreti della sua biografia. E in questa direzione il segno critico espresso dagli studi non poteva inizialmente non privilegiare una immagine del suo itinerario intellettuale dominato da un «male di vivere» che escludeva a priori quell’impulso di vita pur sempre necessario per riconoscersi in ideali guerreschi. Quando le parole chiave della sua poetica venivano ravvisate nella «atonia» e nell’«indifferenza», lo scatto vitale, se pure fosse sopravvenuto, era riposto nell’angolo più remoto del sentire montaliano. Così, la sua esperienza di guerra venne naturalmente scolorita sino quasi a essere rimossa, sebbene nella grande ecatombe anche Montale fosse venuto ad essere coinvolto indossando la divisa per oltre quindici mesi e lui pure combattendo in prima linea nell’estate-autunno del 1918. Né può dirsi che i precedenti due anni in cui aveva vissuto la precaria condizione di chi godeva di un temporaneo rinvio del servizio militare lo dovessero aver reso del tutto estraneo a quanto stava accadendo intorno a lui. È pur vero, d’altro canto, che, anche su ciò differenziandosi dall’atteggiamento della maggior parte degli intellettuali coinvolti nel conflitto, pochi furono i suoi ricordi di guerra che emersero negli anni a venire, e pressoché nessuno prima che ne fosse occasione il cinquantenario dell’evento del ’15-18. Nel complesso non affiorarono neppure suoi diari di guerra, pochissime furono le lettere di quel tempo che ci vennero restituite e rari si confermarono essere i testi poetici ispirati dal conflitto. Ma se questo è stato un vuoto oggettivo, è pure vero che lo si andò prevalentemente colmando con la presunzione che quella di cui si nutrì Montale negli anni della Grande guerra non potesse che essere una ideologia antibellicista, in generale, e, in particolare, assolutamente estranea a una qualunque connotazione nazionalpatriottica, il fattore che tanta incidenza aveva avuto nel determinare la vittoria dell’interventismo sui sostenitori della neutralità. Le pagine che seguono intendono rettificare questi giudizi narrando il rapido superamento della crisi da cui fu colto quando venne inghiottito dalla enorme macchina bellica distruttiva di ogni individualità. A una iniziale ribellione seguì infatti un progressivo adattarsi ai doveri di soldato che alquanto rapidamente si convertì in una adesione al contesto militare in cui venne a vivere indimenticabili momenti di esaltazione comunitaria e addirittura di appassionamento patriottico. Sono questi, riteniamo, passaggi della biografia di Montale che non si possono trascurare.
Eugenio e Marianna
Arrestandoci sulla soglia della incorporazione di Montale nella armata attraverso cui passarono oltre 6 milioni di italiani, più di un decimo dei quali erano destinati a non tornare a casa, volgiamo intanto la nostra attenzione ai non trascurabili elementi di giudizio che emergono da una ricognizione sull’ambiente che fu più prossimo al giovane Eugenio in quel tempo. Di quale atmosfera si respirasse e quali ideali, interessi, passioni civili e inclinazioni religiose si agitassero in quella famiglia appartenente a una borghesia in ascesa non sapremmo quasi nulla se in anni non lontani, nel 2006, non fosse stata pubblicata una corposa raccolta di lettere scritte e ricevute dalla sorella Marianna. Si tratta di un foltissimo libro costituito da scritture composte a partire dal 1908, ricco di documenti che forniscono preziose informazioni sulla vita di quella media borghesia genovese particolarmente per quanto riguarda gli anni 1910-20, e che si chiude il giorno della sua morte, sopraggiunta improvvisamente nel 1938. È questo l’insostituibile testo di riferimento per intercettare qualche attendibile raggio di luce sulla vita di Eugenio durante la Grande guerra. Va osservato che le conoscenze che traiamo da questa fonte sono giunte a noi quando la critica montaliana impetuosamente cresciuta dalla fine degli anni Settanta e ulteriormente incrementata dopo il Nobel, aveva ormai definito, per non dire irrigidito, il profilo intellettuale e umano del poeta prescindendo pressoché completamente dal tempo della sua prima formazione. Fu quella, al contrario, una assai importante stagione della sua biografia su cui una notevole incidenza ebbero le idee e i valori che impregnarono la vita di quella famiglia sino al momento in cui Eugenio la dovette lasciare allorché venne chiamato alle armi nell’estate del 1917. E dobbiamo ricordare che i Montale nel conflitto avrebbero dato con convinzione i quattro giovani maschi al Regio esercito e tanto avrebbero trepidato prima di vederli uscire indenni dal gran massacro.
Come per molti chiamati a vestire la divisa anche l’origine familiare di Montale ebbe una notevole influenza nel determinare il suo atteggiamento nei confronti dello straordinario evento che segnò la giovinezza di milioni di europei. Tuttavia, all’inizio la sua esperienza di guerra non presentò il coinvolgimento ideale profondo che suscitò in altri intellettuali, di cui esemplare fu il caso di Carlo Emilio Gadda. Il genovese non accorse a iscriversi nelle liste dei volontari, non scese in piazza a urlare i suoi crucifige né il suo «Giolitti boia». A indossare la divisa si rassegnò quando fu inevitabile e, anche allora, dapprima ebbe una reazione assolutamente negativa alle costrizioni della caserma. Un netto rifiuto che tuttavia, dopo essersi stemperato, si tramutò in una forte adesione al dovere di combattere. Una sorta di conversione ideale, tanto radicale quanto improvvisa, come sono tutte le evoluzioni subitanee.
Le Lettere da casa Montale scrutano con penetrante sguardo i sentimenti e i pensieri, ma talvolta anche le illusioni e le delusioni che non risparmiano le due persone che tra i sette membri di quella famiglia più furono legate da una profonda intimità intellettuale. Quando l’Italia era entrata in guerra Marianna, l’unica donna della nuova generazione, aveva 21 anni, e dai folti carteggi che ci sono stati tramandati si può trarre la non ingannevole sensazione che già allora stesse assumendo un ruolo dominante nella vita di Giuseppina, Domingo e della loro discendenza, una posizione simile a quella di un secondo capofamiglia. Era una preminenza che si radicava in una estrema sensibilità affettiva, corroborata da singolari doti intellettuali e umane. Di lei colpisce in particolare la quasi misteriosa capacità di tradurre in parola scritta i pensieri e i sentimenti dei quali la sua mente era larga dispensatrice. La sua epistolografia attesta anche le grandi e in certi momenti insormontabili difficoltà che questa giovane donna così provvista di non comuni qualità dovette incontrare nel tentativo di attuare ciò che le sue capacità avrebbero dovuto assicurarle. E invece la sua intenzione di iscriversi all’università fu iteratamente contrastata, soprattutto dalla madre che giudicava la frequentazione di un tale ordine di studi poco confacente a una donna appartenente a un distinto rango borghese. La giovane Montale, che confessava suo massimo sogno il «seppellirsi in biblioteca», riuscì ad approdare agli agognati banchi universitari non prima dell’autunno del 1916 nella facoltà di Lettere. Né quel tardivo esito fu l’avvio a studi che conducessero a una significativa attività professionale, cosicché Marianna finì per disperdere le sue eccezionali qualità entro gli angusti confini familiari, assumendo spesso sulle sue spalle l’onere di sostenere e guidare sia i genitori sia i fratelli. Ma proprio la sua acutissima sensibilità ne fa il testimone più importante degli anni di formazione del poeta. Il rilievo della relazione tra Eugenio e Marianna è secondo solo, e neppure sempre, a quello del rapporto da lui stretto con la leggendaria Irma-Clizia che mise il suo sigillo sugli anni Trenta drammaticamente vissuti dal poeta.
Dalla ferita, che si rimarginerà a stento e assai tardi, provocata dall’interdetto di frequentare l’università, si sprigionerà comunque un velo di anticonformismo che, in quanto tale, non avrebbe lasciato insensibile il fratello Eugenio. Che la donna, come scriveva in una lettera del gennaio 1916, «abbia gli stessi diritti dell’uomo» e che si debbano combattere i diffusi «pregiudizi» che la rinserrano in una «vita passiva» sono pensieri rari nell’Italia del tempo. Ancora più inusuale è incontrare una persona appartenente a un ambiente borghese, e per di più percorsa da un autentico spirito cattolico, che rivendichi, ancorché in via puramente teorica, essere «il libero amore uguale e anche superiore a certo amore coniugale». In questo senso, risulta piuttosto singolare che discorrendo con una sua amica di «infedeltà coniugale» concordasse in gran parte sul fatto che «se si potesse essere infedeli senza fare male a nessuno e senza conseguenze, che cosa ci sarebbe di male?».
Tra modernismo e nazionalismo, l’influenza dei barnabiti
Dato per scontato che quel mondo si caratterizzasse idealmente per un orientamento nel complesso liberalnazionale, dai carteggi emerge una significativa presenza di alcuni sacerdoti appartenenti all’ordine dei barnabiti. Sullo sfondo si registra qualche passaggio per casa Montale di un certo padre Testi e non manca di affacciarsi spesso il profilo dell’assai noto padre Semeria. Ma la figura che sotto tutti i riguardi, religiosi e non meno civili, appare preminente è un’altra, quella di padre Giovanni Trinchero, un barnabita di origini piemontesi che svolge un ruolo assai prossimo a quello di un vero e proprio padre spirituale dei Montale, e di Marianna ed Eugenio in particolare.
Gli orientamenti religiosi e schiettamente politici di quei membri di un ordine prevalentemente rivolto alla educazione di giovani appartenenti alla media borghesia ce li rivelano assai sensibili alla predicazione modernista, che a sua volta fu non di rado portatrice di marcate inclinazioni nazionalisteggianti, connotazioni che sarebbero vistosamente emerse negli anni della guerra. Queste varie tendenze, già non ignote in casa Montale perché non estranee al loro orizzonte sociale, sarebbero state rinvigorite dall’essere divenute parte di un messaggio religioso. Così, l’irrigidimento che la gerarchia mostrò nei confronti delle troppo spregiudicate prese di posizione dei barnabiti che frequentavano via Piaggio venne seguito da Marianna con malcelata contrarietà, che più di una volta giunse anche a registrare con insofferenza le restrizioni disciplinari alle quali per quel motivo a più riprese andò incontro padre Trinchero. Dalle sue lettere emerge che i due più giovani figli di Domingo avevano espresso una forte sensibilità nei confronti delle idee sul piano religioso assai anticonformiste che comunicava loro quel barnabita. In ossequio al rigoroso stile intellettuale che li induceva ad approfondire l’oggetto delle loro riflessioni, su consiglio di Trinchero erano passati per le loro mani i Souvenirs de ma jeunesse di Tyrrell, l’autobiografia del gesuita inglese, uscita in Italia nel 1908, un testo di riferimento per chi si affacciava sul campo ampio e oltremodo sfaccettato del modernismo. Libro che suscitò un lungo ammirato commento di Marianna affidato a una lettera alla amica Ida, in cui, tra l’altro, sottolineava l’epigrafe che il gesuita aveva voluto fosse incisa sulla sua tomba: «Prete cattolico». Formula alquanto vaga ma che comunque segnava il limite entro cui lei racchiudeva l’esito del suo affermato radicalismo religioso.
Le fonti di conoscenza del modernismo non erano in Marianna ed Eugenio tutte di primissima mano. In casa loro sorprendiamo i giovani Montale intenti a leggere anche i libri del controverso padre Semeria, direttore dell’istituto Vittorino da Feltre frequentato da Eugenio. Non rare furono comunque le espressioni di sintonia con lo spirito antigerarchico e con il vago riformismo religioso che si agitavano in quelle menti. Emblematica fu la reazione a un discorso con cui il pontefice, il moderato Benedetto XV, nel marzo del 1915 aveva proclamato la volontà di imboccare la via di un deciso rinnovamento spirituale. Agli occhi di Marianna quelle proposizioni apparivano manifestazione di mera retorica, espressioni rituali e convenzionali, enfatici pronunciamenti già uditi infinite volte. Confidando le sue disillusioni alla madre, ne aveva ricevuto una replica improntata al più elusivo praticismo: «Figliola cara, è meglio essere più semplici e ignoranti, si vive più contenti, senza rodersi per tante cose» (e questa, verrebbe da sottolineare con una certa ironia, era la madre di Eugenio Montale). Tali parole, intrise di un poco edificante utilitarismo di cortissimo respiro, che sarebbero state assai bene sulle labbra della Agnese manzoniana, suggeriscono come la buona signora ben poco percepisse quale davvero fosse il paesaggio mentale di Eugenio e Marianna e quanto estranea lei fosse all’impegno etico e intellettuale di quei due figli. Come è comprensibile nulla degli accorati consigli veniva recepito dalla figlia posto che all’amica Ida non risparmiava il più acido commento sul «tanto vuoto e tanto freddo» che suscitavano in lei certe prediche, affette ai suoi occhi da una «miseria spirituale desolante».
Eugenio, tuttavia, sentendo Marianna invocare ingenuamente l’avvento di un papa che attuando l’unione di tutte le fedi e di tutte le chiese abbracciasse l’umanità intera, si spazientiva, e montando a sua volta in cattedra, secondo quanto narrava Marianna stessa, le rimproverava quel vaneggiare intorno a una poco convincente universalità del credo cattolico: fai bene a criticare, le diceva, ma se è così «si fa come me, si manda a spasso tutto», «Tu invece pencoli…», «…vuoi tenere il piede in due scarpe… non ti sai decidere… hai paura di venire a una conclusione logica…». E ancora: «No, no, non vi capisco; se siete cattolici dovete accettare tutto senza criticare». E tre anni più tardi, in occasione di un analogo confronto con Eugenio, la sorella riferiva un giudizio su di lei che, sia pure pronunciato con il sorriso sulle labbra, è probabile che definisse il perimetro di una insuperabile linea di demarcazione tra lui e Marianna che distingueva due universi mentali destinati a evolvere in direzioni diverse. Scriveva infatti che Eugenio le rimproverava di andare «avanti senza scosse, senza crisi… Vai sulla teleferica tu! Vivi pattinando! Sei troppo liscia! Niente abissi, niente gorghi».
Le inquietudini religiose che si intravedono in quella famiglia non erano una mera parvenza e non lasciavano Eugenio indifferente, ma rappresentavano un motivo in più che favoriva il nascere di una singolare complicità tra fratello e sorella, al di là del progressivo allontanarsi di lui dalle sponde del cattolicesimo. Sebbene non sempre risulti chiaro il confine tra ciò che Eugenio veramente pensava e ciò che una sorella lievemente invasiva gli attribuiva, dall’insieme di quelle testimonianze scritte sembrerebbe di poter trarre la conclusione che intorno alla metà degli anni Dieci si stabilisse una certa linea di separazione sul tema del loro rapporto con la religione cattolica destinata a perdurare e ad allargarsi, diventando in futuro un punto fermo nella visione del mondo da parte del poeta. Così, nel marzo del 1916, Marianna scriveva in termini difficilmente riformabili che Eugenio, come ripeteva, la «chiesa l’ha mandata a spasso, io no». Da due anni, aggiungeva, il fratello non frequentava le funzioni religiose, e neppure osservava il precetto pasquale. E in un passaggio di un’altra lettera a Ida si chiariva ulteriormente lo scarto che su quei temi si era andato insinuando: «Io sono infedele (dissidente, eretica come dice Eugenio)», purtuttavia dichiarava anche di sentirsi «cattolica e di poterlo rimanere».
Non sono dunque marginali le acquisizioni che quei carteggi ci consentono, fissando, magari per luce riflessa, l’evolvere dei moti mentali di Eugenio nei suoi anni giovanili. Ma addirittura decisive sono le conclusioni a cui le lettere di casa Montale conducono allorché ci si addentri nel tema chiave del suo atteggiamento verso il grande evento collettivo in cui venne coinvolto tra i 19 e i 22 anni. Periodo nel quale le vite del fratello e della sorella sono costrette a misurarsi sul duro terreno della storia, ossia del qui e ora, dove la vaghezza di un certo astratto compiacimento intellettuale era destinata a lasciare il posto a scelte ineludibili e a giudizi dai concreti risvolti immediati. Così, l’Eugenio che va con animo profondamente turbato verso la guerra venendone poi totalmente coinvolto e che si riflette nello specchio delle lettere di Marianna acquista un profilo umano incisivo, e le luci e le ombre che da esso emanano sono le luci e le ombre della disumana realtà che gli tocca vivere.
Anche sotto questa angolatura, è impossibile non registrare la forte influenza dei barnabiti che frequentarono casa Montale. Quel loro vago riformismo religioso sul terreno politico e della realtà attuale si convertiva indefettibilmente in una inclinazione nazionalpatriottica dai colori assai accesi. Basterà dire che Semeria, così intrinseco alla famiglia Montale, andò a svolgere il suo ministero presso il comando supremo diventando intimo dello stesso Cadorna e dei suoi familiari, posizione che certo non lasciava margini di dissenso rispetto agli orientamenti più oltranzisti della dirigenza politica e, soprattutto, militare italiane. Del resto, questo intenso nazionalismo, tutt’altro che raro nelle file dei modernisti, aveva una sua precisa ragion d’essere, perché uno spigoloso sentimento antichiesastico e antivaticano si accompagnava bene, per contrasto, a un atteggiamento di lealtà verso lo stato nazionale che era l’erede del 20 settembre. Di qui fu inevitabile che molti modernisti approdassero all’interventismo, primo passo di un itinerario che si sarebbe trasformato in una fatale vocazione fascista. Si trattò di una non rara parabola, si pensi a Romolo Murri, a Semeria stesso, a don Brizio Casciola e a molti altri. Un percorso che non mancò di trovare un inevitabile riscontro anche in padre Trinchero. Ed è del pari vistosa l’influenza che da questo punto di vista il barnabita, che aveva un rapporto molto intenso con Eugenio, esercitò sui due più giovani rappresentanti della nuova generazione dei Montale.
Quando, durante la guerra l’acre spirito nazionalista del Trinchero prese a impregnare la sua predicazione, una così ostentata scelta di campo da parte di un sacerdote parve ai suoi superiori del tutto impropria e tale da dover essere sanzionata con un provvedimento disciplinare che gli impose la proibizione di predicare. Tale interdetto suscitò una risentita contrarietà in Marianna che dichiarava di essere «avvilita e spiacente» che fosse stata fatta tacere «la sua voce infiammata di patriottismo», un sentimento che dunque era coltivato con fervore sia dal fratello, sia dalla sorella. Non meno significativo nel considerare la grande influenza che questo barnabita esercitò nell’orientare e confermare l’inclinazione schiettamente nazionalista dei Montale è il fatto che a lui si debba la lettura da parte di Eugenio e di Marianna del testo capitale del risveglio nazionalistico italiano di inizio secolo, La rivolta ideale. Opera di Alfredo Oriani, lo scrittore che sarebbe ufficialmente assurto al rango di ineguagliato precursore del fascismo (tra l’altro, l’edizione nazionale delle opere del prolifico autore sarebbe stata pubblicata con la presentazione di Benito Mussolini e avrebbe goduto anche della collaborazione di un personaggio che sarebbe stato centrale nel dare forma al patriottismo montaliano, Francesco Meriano, di lui ci occuperemo tra breve). Quel libro era stato edito otto anni innanzi e sarebbe venuto a costituire una vera summa degli umori e dello stile intellettuale di cui si volle fare portatore il regime nato nel dopoguerra. Marianna, dopo averlo avidamente letto lo avrebbe trasmesso all’amica Ida nel novembre del 1916 corredandone l’invio con queste parole: «Che tono, ha sempre l’Oriani! Qualcosa di profetico, di malinconico e di appassionato insieme! Fu allievo dei barnabiti; poi negò la religione, anima inquieta e vulcanica, ma all’ultimo sembra rientrare in sé con una pensosità nuova, e morendo volle i sacramenti». Non sfuggirà l’ultimo passaggio di quella annotazione, nel quale, come già era accaduto parlando di Tyrrell, Marianna misura con precisione la limitata estensione di un pensiero religioso critico che fu suo e di molti modernisti. Era questo un anticonformismo che si tendeva sino all’estremo limite di una possibile eresia ma che si negava assolutamente a varcare soglie che potessero preludere a un conflitto jusqu’au bout con la gerarchia ecclesiastica. Quanto all’influenza in senso decisamente nazionalista del Trinchero si deve aggiungere che egli fu anche all’origine di un’altra lettura di Eugenio per molti versi non disgiunta dalle contingenze del momento, i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte.
Come non accadde solo a Marianna, in lei la passione nazionale era già andata erompendo alla vista dei soldati partenti per la Libia, vicenda che fu, sotto diversi profili, il preambolo del maggio ’15 (in proposito, non del tutto superfluo è il ricordo del celebre scritto di Renato Serra ispirato a una identica situazione). In una lettera a Ida del dicembre 1911 inevitabile era stata la contrapposizione assai di maniera tra i «valorosi, gentili nostri soldati» e i «feroci» turchi e arabi che «martirizzano i poveri soldati italiani». Ma la descrizione del tripudio popolare che si stringe come una calorosa morsa intorno alle truppe che si recano alla stazione ha l’aspro sapore della verità: «Tutti volevano abbracciare quei bravi ragazzi che partivano». Pochi anni più tardi Marianna avrebbe potuto cogliere sentimenti non diversi in occasione delle varie partenze per il fronte da parte dei fratelli.
Pensieri sulla guerra
Di fronte alla guerra mondiale vi è un primo tempo in cui un certo retroterra umanitario e vagamente tolstojano non manca di farsi sentire, sia in Eugenio sia in Marianna. Da quegli strati profondi viene una originale attenzione alle ragioni degli altri, ossia del nemico. Anche i giovani austriaci che muoiono a migliaia sono, in fin dei conti, poveri esseri umani trascinati dal turbine della storia, e Marianna avverte nell’aria «un odio che non mi va» e dal quale dice che ci si deve guardare: i soldati austriaci non sono «belve», «ma no; sono tutti poveri figlioli che fanno il loro dovere!». Il dovere, ribadisce, non l’odio è ciò che deve muovere i nostri combattenti. Quell’impulso umanitario è frutto di un alquanto astratto ottimismo che giunge a far scrivere in una sua lettera: passato il furore dell’attacco, «coi compagni e coi nemici feriti» i nostri soldati «son capaci di star digiuni e dare il loro cibo. E spesso odiano i nemici solo per amore dei compagni caduti. La maggioranza capisce che sono poveri soldati come loro».
Tuttavia, questa imperturbata equanimità che attinge a lontani valori assoluti ha intatto vigore quando si tratta di mere speculazioni intellettuali, ma si fa instabile allorché le vicende belliche diventano particolarmente aspre, toccando da vicino il destino di amici e di parenti. Di fronte ai due schieramenti che si combattono fino all’ultimo sangue, anche in Marianna quel sublime e distaccato equilibrio dà percepibili segni di un indebolimento perché, presto o tardi, tutti sono costretti a scegliere, o di qui o di là, o spietatamente accettare l’obbligo di uccidere sempre e comunque o rifiutare la guerra ab imis. Così, ecco che nei suoi discorsi fatalmente si insinua il germe di una differenziazione tra i due campi in lotta che porta a esprimere senza troppo pudore la certezza che solo nella guerra italiana sia possibile cogliere il vero «sentimento della giustizia e della nobiltà di una causa», che, immancabilmente, diviene «la nostra causa». Mentre, per definizione la giustizia non è un valore che si possa negoziare, l’oggettivo prevalere «dei propri diritti» appare a Marianna fuori discussione.
A conti fatti, per trovare una rigorosa legittimazione della propria discesa in campo, sembra che occorra introdurre un fattore ulteriore, un principio che prescinda dal giusto e dall’ingiusto, dal torto e dalla ragione. Questo qualcosa non può che consistere nell’individuare nella guerra un valore, un valore in sé. Ecco dunque che si scopre che «la guerra porta le anime a un contatto colle realtà della vita che giova sempre, che apre orizzonti impreveduti di verità spirituali ad anime prima addormentate. L’anima è messa dinanzi a sé stessa e alla morte. Tante piccinerie spariscono, tutti i sentimenti più sani rinvigoriscono, tutte le scorie sono spazzate via da un fuoco purificatore, la parte migliore della natura umana si scopre». Il punto d’approdo ultimo è però non poco insidioso. Perché per dare fondamento a quei valori rivelati dalla guerra appare necessaria una giustificazione che non può che derivare da dio: «Se Dio permette tanti strazi certo ci deve essere un perché; anzi sento che c’è, sebbene non lo possa afferrare. E qualche perché ce lo vedo anch’io, vedo che tutto non è brutto nella guerra… Morire dobbiamo tutti: il problema è nel modo di morire, bene o male. E quale morte più bella di chi cade per fedeltà al proprio dovere? Dio benedica i nostri soldati!». Non sfuggirà dove conducesse quel distinguere tra il morire «bene» e il morire «male»: il primo era quello della propria parte, il secondo, ovviamente, quello dei nemici. Ma non si potrà comunque non dire che su quel dio tanto implicato in quei massacri si stendesse un’ombra che Marianna non avrebbe potuto non avvertire, ma che se fosse stata percepita, tuttavia, non avrebbe lasciato indenne quella fede. D’altra parte, per chi credeva in dio come sarebbe stato possibile non invocarlo proprio in quelle condizioni estreme, anche se era un dio in verità assai poco rassicurante quello che reputava che l’umanità, secondo quanto scriveva, avesse «bisogno ogni tanto di passare attraverso questo crogiuolo doloroso», nel quale si pretendeva che «nulla» andasse «perduto di questo slancio dello spirito, di quanta energia morale la guerra ravviva».
Quando scendeva da queste vertiginose altezze Marianna dimostrava di essere ben dentro la realtà del come e del perché l’Italia era entrata in guerra. Il suo, tuttavia, non è dubbio che fosse il perché chiaro e inequivocabile dell’interventismo. Erano le ragioni di chi tacciava Giolitti di essere stato «pagato dai tedeschi», e che con quei soldi, si aggiungeva, era venuto a Roma «col suo neutralismo» per mettere «i bastoni nelle ruote» al sacrosanto interventismo. Nei giorni del radioso maggio aveva scritto a Ida: «Tu sapessi che eccitazione, che fermento negli animi! Se la guerra non si facesse fanno la pelle a Giolitti certamente. A Roma c’è un fermento indescrivibile. Qui, anche, ieri una dimostrazione enorme ha avuto luogo. Abbiamo la guerra civile se non impegniamo l’altra. Guarda, sono frenetica persino io!». Allo sguardo di Marianna, non poco insidiato dal calore estremo di una sovraeccitazione nazionalpatriottica, il paese sembra unito in un unico abbraccio: «Non è stato il Governo – dice – a decidere, e la nazione a seguirlo per un senso forzato del dovere; no è il paese stesso che ha fatto conoscere la sua volontà». E non sono parole dettate solo da una momentanea ebbrezza. Due anni più tardi, di fronte al crollo dello zarismo, che presto la avrebbe delusa, Marianna, in quel momento in cui neppure lontanamente immagina cosa uscirà dalla rivoluzione russa, scrive: «Mi vengono in mente le nostre giornate di maggio, quando anche il nostro popolo si è fatto sentire al di sopra di ogni combriccola parlamentare». E dunque non uno degli elementi del paradigma interventista mancava nel dire di Marianna, che riteniamo sintetizzi efficacemente e con fedeltà gli umori di casa Montale, e di Eugenio stesso.
Così, in quella famiglia dove si legge Tyrrell ma non manca l’attenzione per Oriani, che non poteva certo essere depurato da tutto l’intrinseco suo «disprezzo per l’uomo medio» e il «gregge», l’individuo «umanitario e filisteo», non c’è dunque contrasto tra una adesione a uno schietto riformismo religioso e, insieme, una attenzione alle fonti di quella «rivoluzione ideale» di cui il fascismo pretenderà di essere l’inveramento. La guerra suscita in casa Montale sentimenti che potrebbero essere contrastanti, a causa del dolore autentico che fa provare l’immensità delle sofferenze che colpiscono i soldati di entrambi gli schieramenti, ma al dunque il richiamo alle esigenze di uno sforzo collettivo degli italiani che porti alla vittoria è l’elemento che fa tacere ogni altro e diverso pensiero. E non si trascuri di rilevare come in quelle esortazioni si insinuassero parole e pensieri che già colpivano a morte il parlamento quale strumento veramente capace di affrontare le sfide del tempo presente. Era un atteggiamento che ben sappiamo quanto fosse essenziale al nazionalismo italiano e che tal quale si sarebbe ritrovato nel fascismo. Così, in occasione della Strafexpeditiondell’estate del 1916, che già faceva correre all’esercito italiano pericoli mortali, in una lettera che avrà certo avuto una eco familiare perché Marianna non la avrà tenuta per sé, vi sono espressioni che si trovavano solo nelle più intense dichiarazioni del nazionalismo antidemocratico: «Hai sentito delle dimissioni di Salandra? [che come è noto fu l’artefice dell’entrata in guerra dell’Italia]. Spero che il re lo riconfermerà. È che il nostro parlamento non è niente l’espressione della voce del paese, del popolo! Mentre i nostri soldati muoiono! Si è mostrato ben superiore, il Paese, a tutte le combriccole ‘parlamentari’». Sono tipicamente parole che avrebbero potuto essere tolte di peso dal «Popolo d’Italia» di Benito Mussolini.
III.
Gadda a Caporetto
L’illusione della pace
È più che probabile che Gadda nei primi mesi del 1917 fosse venuto a conoscenza di vaghe notizie circa una possibile fine della guerra, magari con una resa concordata tra le parti, ossia, di fatto, senza vincitori né vinti. Proprio nella pagina inaugurale del quaderno che sarebbe divenuto il Taccuino di Caporetto si ha la prova che anche in Gadda si stesse facendo strada un insopprimibile senso di smarrimento di fronte allo stallo della guerra di posizione e a tutto ciò che aveva dovuto vedere nei due anni che già aveva vissuto al fronte. Non poco sorprendente è la pagina di esordio che egli compose il 5 ottobre 1917 nella quale ci imbattiamo in una annotazione che di fatto sancisce l’avvio di una profonda revisione circa il suo giudizio sul conflitto in corso. Scriveva infatti: «La fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata. Tuttavia la ragione considera come mio bene la fine delle ostilità per molti e molti motivi che non è qui il caso di riassumere».
Non stupisce che Gadda fosse stato raggiunto dalle voci di una pace di compromesso che sin dalla fine del 1916 avevano preso a circolare nei diversi fronti rimbalzando tra le varie articolazioni di quella che si sarebbe poi chiamata «radio naja». Ma una simile prospettiva, che pure per la stragrande maggioranza dei soldati era una ardente speranza, era al contempo una bruciante negazione delle ragioni dell’interventismo a cui Gadda si era votato anima e corpo da quando D’Annunzio aveva acceso il grande incendio che avrebbe travolto i neutralisti. In verità, se mai si fosse giunti a una pace che non fosse il frutto di una schiacciante vittoria italiana, l’effetto non sarebbe stato per tutti il medesimo. Il contraccolpo sarebbe stato esiziale proprio per quel vario nazionalismo che aveva di fatto imposto la guerra alla maggioranza. Chiuso in quel momento il conflitto, le centinaia di migliaia di inutili morti e feriti e le immense distruzioni materiali già avvenute avrebbero probabilmente stroncato una volta per tutte le velleità dei nazionalisti, e con esse è più che probabile che si sarebbe spezzato quel filo rosso che congiunse la guerra alla nascita del fascismo.
Dobbiamo del resto osservare che dubbi, sia pur vaghi, circa l’esito della guerra si erano da tempo già insinuati in lui. Non era dunque la prima volta che l’ipotesi di una pace che non fosse frutto di una debellatio si era affacciata nel diario. Ma quando ciò era accaduto, si era nei giorni drammatici della Strafexpedition, aveva ammesso che se mai avesse invocato la cessazione della guerra, lo avrebbe fatto «per debolezza, per stanchezza». C’è poi un passaggio di una sua lettera scritta nell’agosto successivo, allorché i tremori e le angosce provocati dal recente attacco non apparivano del tutto svaniti, che può offrire uno straordinario lampo di luce sui pensieri che si agitavano in lui e che non dovettero mancare di apparire inquietanti anche a chi li formulava. Cogliendo ciò che una comprensibile reticenza gli impediva di manifestare troppo apertamente Gadda mostrava che cosa fosse ormai venuto a pensare dell’enorme azzardo che si era rivelato il coinvolgimento italiano nella guerra quando aveva combattuto aggrappato al ciglio dell’Altipiano venendo a provare la ferale sensazione di un imminente crollo del fronte italiano. Così, al «divino» Gobbi, compagno di studi e di trascorsi interventistici scriveva: «La presa di Gorizia mi riempì di gioia, anche pel gusto di averle fregate a quegli assassini che mi scagliano pallottole esplosive e che fanno 1000 carognate. Tuttavia non mi fo illusioni sulla durata del conflitto: io sono felice di compiere il mio dovere, ma auguro a chi più soffre, di vederne la fine nel 1917». Un filo diretto correva dunque tra quelle due attestazioni testuali dell’estate 1916 e il brano di diario del 5 ottobre dell’anno successivo. Tutto quanto era andato scorrendo sotto i suoi occhi, si può dire sin dalla primo giorno di guerra, e anzitutto la debolezza morale che appariva aver intaccato in profondità il corpo del paese, in alto come in basso, avevano fatto affiorare in Gadda se non un ravvedimento circa l’entrata in guerra dell’Italia, certo un estendersi dei dubbi. Si trattava di un revirement di fatto che non poteva condurre a troppo esplicite affermazioni, che avrebbero comportato anche una dissonanza cognitivamente destabilizzante in chi ancora combatteva in ossequio a un perdurante senso del dovere e dell’onore militare. Del resto, non sembra che egli si rendesse pienamente conto degli effetti politici e sociali che una pace di compromesso avrebbe avuto sull’Italia e la sua classe politica che bon gré mal gré erano state condotte a quelle inutili stragi.
Nella nota che redigeva a ridosso di Caporetto si avverte come il disinganno della guerra avesse fatto ulteriori passi avanti, ma Gadda, per intanto, attenuava questi pensieri, che in sé erano quasi indicibili, e l’invocazione della pace, per quanto nettamente espressa, rimaneva avvolta da un velo di reticenza.
Il 4 ottobre, il giorno prima che Gadda componesse quella pagina di diario in cui con tono tutto sommato non scandalizzato si riferiva a una possibile prossima pace, un autorevole membro del comando supremo registrava nel suo diario questa tranquillizzante constatazione: «La partita per quest’anno pare che debba essere finita». E però, nel frattempo, ai primi di settembre un alto ufficiale tedesco aveva effettuato una accurata ispezione del fronte sull’alto Isonzo e di ritorno al suo quartiere generale aveva scandito tre parole: «Si può fare». Quel giorno, da quel moto di assenso scaturiva la scintilla che avrebbe provocato la rotta di Caporetto, della quale le note scritte di Gadda sono la registrazione di quanto egli consegnò a vari testi scritti tra l’immediata vigilia dell’attacco e la fine di dicembre 1917.
Una ritirata, non una fuga
L’atmosfera rilassata nella quale il reparto di Gadda trascorre nella tarda estate del 1917 i suoi meritati giorni di riposo a una ventina di chilometri a sud-ovest di Tolmino muta improvvisamente il 17 ottobre alle ore 11 quando giunge l’ordine di trasferimento nei pressi del Monte Nero perché «nei passati giorni si temette e tuttora si teme una offensiva austro-tedesca contro il nostro settore». Dopo una marcia di brutale durezza, a tarda sera la compagnia di Gadda mette piede in un villaggio chiamato Caporetto sulla riva destra del medio Isonzo, fiume a carattere torrentizio che attraversano su di un ponte che diverrà una settimana più tardi l’epicentro della rotta. Con ulteriori balzi raggiungono nei giorni successivi la cima del Krasji, un poderoso monte che con i suoi 1768 metri incombe su quel modesto villaggio. Con costernazione scoprono che quella cima è «nuda affatto, senza alcun lavoro guerresco: non strada, non trincee, non ricoveri, non gallerie». E tuttavia, si installano alla bell’e meglio su quella inospitale elevazione espostissima alle intemperie, e non meno alle artiglierie nemiche: «Così finì il 22 ottobre». Il tono epigrafico con cui Gadda scolpisce quella data sottolinea come quel giorno e quelle ore segnino uno spartiacque nella sua vita. Le successive pagine del Taccuino scritte quando è ormai prigioniero, con un accrescersi di tensione ci portano nel cuore del funesto destino che attende quel reparto.
Dopo un falso allarme, il vero attacco inizia alle 2 di notte del 24 ottobre con un poderoso bombardamento. Mentre il tiro nemico si fa «aggiustatissimo», qualcosa di singolare attira l’attenzione del tenente in seconda: le ore passano ma nessun «fuoco di fucileria» si ode venire dalle prime linee che corrono di fronte a loro, qualche centinaio di metri più in basso. Quel silenzio era inesplicabile. È a questo punto che giunge il primo sinistro segnale che indica come qualcosa di grave stia accadendo. Per spezzare il loro «assoluto isolamento tattico» che li faceva sentire «pericolosamente soli», si inviano due portaordini in cerca di notizie, i quali tornano con un biglietto su cui si legge: «Sul fondo valle l’azione non volge bene per noi». Sono parole ferali, annunciatrici di imminenti eventi disastrosi, che lasciano tutti «addolorati e stupiti». Tra dubbi e speranze, Gadda e i suoi mitraglieri sul finire di quel 24 ottobre si apprestano a passare la notte scrutando nell’oscurità che chiude lo sguardo di fronte a loro, in vigile attesa di un «attacco a fondo» da parte del nemico.
Mentre Gadda tenta di discernere nel buio e nella nebbia le ombre di un assalitore che da lì non sarebbe mai venuto, finalmente giunge l’ordine della ritirata emanato dal comando di divisione dodici ore innanzi. L’imperiosa ingiunzione, scrive, «mi fulminò, mi stordì» e non mancò di suscitare un aspro e disperato commento: «“Lasciare il Monte Nero!”; Questa mitica rupe, costata tanto. […] Lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue. Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò». Nel buio, nell’agitazione, nel caos incombente, mentre echeggiano concitate grida di far presto, «con la mente fulminata dall’orribile pensiero della ritirata», il reparto inizia la discesa verso Caporetto non sapendo che il ponte sull’Isonzo già da ore era stato fatto brillare dagli italiani stessi non si sa per ordine di chi. Si era verso le quattro del mattino del secondo giorno dell’attacco, il 25 ottobre 1917.
Lungo il tormentato sentiero di discesa a loro si mescola via via il flusso scomposto di molta parte di quanto resta della loro divisione. Coinvolto in quella fiumana di sbandati il tenente non cessava di «sacramentare contro i fuggiaschi che si frammischiavano» ai suoi soldati. Davanti e dietro, a fianco e in mezzo a loro c’è un po’ di tutto: reparti di ogni arma che mantengono ancora, ma per poco, una certa apparenza di ordine militare, ma soprattutto fiotti di disperati, i più senza armi, che si buttano lungo la china da soli o casualmente aggregati ad altri. Gli uomini di Gadda no, loro affrettano il passo scendendo «ordinatissimi», ma in verità anche la sua compagnia inizia presto a sfaldarsi. Giunti sul greto dell’Isonzo, stupefatti vedono il ponte crollato e ancora più increduli scorgono sull’altra sponda una «lunga fila di soldati neri», «il cuore mi s’allargò pensando fossero nostri rincalzi». È un lampo di speranza che dura un istante. Quelli «sono tedeschi», immediatamente fanno coro gli altri.
E siamo all’esito estremo. La realtà si impone anche a Gadda che, schiantato da quella che gli appare essere una immane «sciagura nazionale e personale», ormai esausto si getta sull’erba. Il seguito viene da sé. Carico di «dolore» e di «umiliazione»: fa uscire dai ranghi un soldato sventolante un fazzoletto bianco, è la resa. Gettate le armi, uno ad uno, strisciando su alcune malferme assi che permettono a stento di valicare il fiume in piena si consegnano a una sentinella tedesca che li tiene sotto tiro. Ma l’immagine dei suoi uomini ormai prigionieri che ridotti a un «branco» dissimulano «la tranquillità per lo scampato pericolo» provoca in lui un moto di incontenibile rivolta.
Mentre è assorto in una intensa contemplazione delle rovine del ponte, lo sguardo di Gadda, allargandosi, deve penosamente registrare visioni da sabba: «Un soldato nostro ubriaco» che spilla «vino da una botte aperta e il cui contenuto era in parte uscito ad arrossare il polverone della strada». E attorno altri «soldati nostri si chiamavano al festino». Per ogni dove lo sguardo incontra chi è intento a gozzovigliare, chi a tracannare vino, vuoi tedeschi, vuoi italiani: con una differenza: «i primi armati, gli altri no», ovvero i primi vincitori, i secondi ignominiosamente sconfitti. La narrazione di Caporetto si concludeva con parole incise nel bronzo: «Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli, le speranze più generose dell’adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume». Erano parole scritte nel suo diario il 10 dicembre 1917.
Un’ombra tragica
Gadda, poco prima di darsi prigioniero, aveva tentato di ingaggiare un combattimento ravvicinato con gli slesiani, «la nera fila dei nemici» divenuti ormai padroni della sponda destra dell’Isonzo quella che avrebbe dovuto addurre all’Italia. Si era anche esposto in un atto di sfida, ma ne era stato bruscamente distolto dal comandante della compagnia e da tutti i soldati che temevano, ben a ragione, che «ci sparassero: ma purtroppo non spararono, si curavano poco di noi». Il tenente in seconda, però, non può non dire che «alcuni, più paurosi, temevano per la vita e avrebbero voluto darsi subito prigionieri». E qui egli citava nominativamente i reprobi a futura vendicativa memoria: «Ricordo fra gli altri paurosi…». Non dissimile sprezzo del pericolo aveva messo in mostra il giorno precedente allorché sotto il violentissimo bombardamento, obbedendo al principio che «l’ufficiale deve esporsi per animare e tranquillare i soldati», era andato a ispezionare le postazioni delle mitragliatrici amabilmente chiacchierando con i serventi sotto una pioggia di granate.
Ma la vergogna di Caporetto, provocata dall’essere caduto prigioniero senza aver neppure sparato un colpo, non sarebbe trascorso un sol giorno senza che fosse da lui rievocata sino alla sua più tarda età. Occorrerà aggiungere che non si trattava, in questo caso, solo di una patologica ipersensibilità soggettiva. Su coloro che si erano resi prigionieri, da sempre, e certo ancor più dopo Caporetto, le gerarchie militari e politiche avevano fatto gravare il sospetto che spesso si fosse trattato di una occulta diserzione. D’Annunzio, già qualche mese prima della rotta aveva addirittura affermato che i prigionieri di guerra italiani erano «imboscati d’Oltralpe», e ci sono pochi dubbi che Gadda non condividesse in gran parte quel giudizio. Era un’opinione che approssimandosi la fine del conflitto portò il governo ad apprestare particolareggiate inquisizioni per potere, se del caso, comminare le dovute severe punizioni. Fu così che anche Gadda, rimpatriato il 13 gennaio del 1919, poche ore dopo il suo ritorno a Milano si vide recapitare l’ordine di presentarsi a tambur battente davanti a una commissione presieduta da un generale che teneva le audizioni a Livorno, presso la quale egli lasciò anche una relazione scritta. Venne scagionato da ogni sospetto. Bastarono poche settimane, del resto, perché i gravi problemi del dopoguerra seppellissero le velleità vendicative coltivate dal governo e dall’apparato militare. Ma ciò non significò che Gadda stesso non avesse finito per essere contaminato da quella accusa ritenendo di non aver fatto abbastanza per combattere il nemico nella sua travolgente avanzata.
Molte pagine del diario in cui Gadda registra le note che prende durante la prigionia ruotano intorno a un tema fondamentale: il senso di colpa che lo attanaglia per aver tradito l’impegno che egli aveva preso con sé stesso, di difendere la patria se necessario sino alla morte. Certo la descrizione di come era caduto prigioniero che aveva redatto lui stesso nel memoriale terminato alla fine di dicembre del 1917 non lasciava alcuna ombra di dubbio sul fatto che la sua compagnia, giunta a contatto del nemico in piena efficienza militare, nulla avesse fatto per usare quelle armi individuali e collettive che erano state faticosamente portate solo per essere pacificamente consegnate al tedesco che aveva accolto la loro resa. E che il comportamento di molta parte dei suoi uomini, non diversamente da quello di migliaia di altri fuggiaschi, gli apparisse ignobile e gravemente censurabile è dimostrato anche dal fatto che il contenuto della relazione che consegnò alla commissione di Livorno il 20 gennaio del 1919 fu molto diverso rispetto a quello del memoriale da lui redatto 12 mesi innanzi. Contrariamente a quanto è stato giudicato, le molte omissioni e variazioni introdotte in questo secondo documento non ne facevano assolutamente una semplice copia del primo. E le varianti avevano una ben precisa ragione: celare la troppo accondiscendente resa della compagnia di cui Gadda era vicecomandante.
Le note del diario di prigionia, soprattutto quelle composte nella prima metà del 1918, illustrano la «vergogna» incancellabile e quindi «irredimibile» che gli avvenimenti di quei giorni di ottobre del ’17 avrebbero proiettato sulla sua vita, «per sempre». Vittima di circostanze o colpevole, sentiva di non poter evitare di essere collocato «tra gli infamati». Del resto, avrebbe aggiunto, «con quali parole potrò mai smentire la taccia di vile che mi sarà fatta in eterno? […] Così tornerò, se tornerò, a capo chino, tra migliaia di traditori e di cani, di puttanieri da café-chantant, di istruttori di reclute a base di bordello e di fiaschi in batteria». «Io mi sento finito: sento di non aver fatto a bastanza per la Patria».
Una pagina di ricordi scritta con grande forza introspettiva da Giulio Cattaneo, che gli fu confidente quando lavoravano alla Rai nei primi anni Cinquanta, cattura in una preziosa sintesi l’origine di una ferita che lungo i decenni lo scrittore non avrebbe saputo medicare: «Gadda aveva sperato di distinguersi al fronte ma non fu ferito e invece preso prigioniero […]. Era stato accerchiato col suo reparto e vedendosi i tedeschi addosso, dopo l’impulso a sparare e a farsi uccidere, si era arreso. Per tutta la vita avrebbe provato rimorso e vergogna […] Sentiva dopo mezzo secolo la vergogna di essere caduto prigioniero a Caporetto e a volte cercava di difendersi: “Non sono stato il solo; ero con trecentomila […]. Sono cinquant’anni che me lo rimproverano”». In verità nessuno lo aveva mai rimproverato se non lui stesso.
Montale dall’apatia alla fede nazionale
Eugenio soldato
Montale provò che cosa davvero fosse una guerra di trincea, quella guerra di trincea, solo nell’ultima fase del grande conflitto, tra l’estate del 1917 e la resa degli Imperi centrali avvenuta nei primi giorni del novembre 1918. Quando nell’agosto dell’anno precedente era stato invitato a presentarsi davanti agli ufficiali medici che con indulgenza lo avevano sino ad allora giudicato «rivedibile» – magica parola che nella più che secolare storia dell’esercito di massa italiano faceva sempre sbocciare nel cuore dei candidati al richiamo la speranza di non dover assaporare il piacere di servire la patria – è più che probabile che avesse ormai capito che le possibilità di farla franca si stessero rapidamente consumando.
I terribili vuoti che la 10a e la 11a offensiva sull’Isonzo avevano aperto, soprattutto nei ranghi degli ufficiali inferiori, coloro che avevano il compito di guidare gli attacchi, esigevano di essere al più presto colmati. Ciò che gli accadde venne registrato in quello che è il primo testo in cui si imbatte chi studia Montale, il cosiddetto Quaderno genovese, dal quale conviene prendere le mosse. Si tratta di una densa serie di note prevalentemente letterarie o genericamente culturali, irregolarmente prese tra il febbraio e l’agosto del 1917, dove rarissimi sono i riferimenti alla guerra in corso. Tra questi, i più espliciti risalgono ai mesi in cui sembra incombere l’arrivo della cartolina di precetto, dopo che già era più volte stato risparmiato grazie a un fisico non proprio adatto alle ardue prove della guerra.
Siamo all’inizio del 1917, un appunto assai contratto recita: «Lunedì, visita militare!»; e due giorni più tardi: «Ancora Rivedibile!», parole che potrebbero voler dire tutto e il contrario. Ma è probabile che fossero pronunciate con un certo sospiro di sollievo. Difficile comunque correlare il perpetuarsi della attesa con qualche definito moto dell’animo. Quel che trapela dalle annotazioni del Quaderno già rivela, tuttavia, i segni eloquenti di una incompiutezza esistenziale che diverrà il nucleo pulsante della sua vita, un mal di vivere che lo induceva a osservare: «Questo diario bisogna dire che non lo curo gran che; ma in fin dei conti ho poco o nulla da dire. Solito scagno, solita vita: il pomeriggio lo passo in biblioteca, dove mi annoio. Leggo stentatamente e vorrei… vorrei fare qualcosa di mio, ma… sono desideri; mi manca ogni volontà. La mia impotenza è prodigiosa. Passano i mesi ed io mi guardo vivere; e ne stupisco; tutto rimetto al domani. Arriverò così fino a sessanta anni, rimettendo tutto al domani?». È questa una nota vergata domenica 17 giugno 1917. In uno degli ultimi appunti che compaiono in quel testo, datato 2 agosto, tre parole sintetizzano lo stato d’animo di Eugenio a pochi giorni dal momento in cui per la prima volta avrebbe, riteniamo con un certo sbigottimento, preso in mano un fucile: «Apatia, indolenza, impotenza». Si trattava di un grigiore di sentimenti che nasceva anche dal rovello, che non dovette essere dei minori, suscitato dal dover seguire le orme commerciali del padre senza provarne trasporto alcuno, ma che soprattutto si radicava in quel suo «maladjustment», un raro vocabolo inglese con cui più volte a decenni di distanza avrebbe definito la sua «totale disarmonia con la realtà», e quindi avrebbe anche inteso esprimere la sua estraneità alle vicende politiche e civili dell’Italia tra le due guerre. Ma lunedì 13 agosto, chiamato ancora una volta, è la quarta, alla visita di leva, la sua «debole costituzione» precedentemente dichiarata viene convertita dai medici militari nel funesto «abile e arruolato» che lo condurrà ai primi di settembre a essere incorporato in un distaccamento accasermato a Oleggio. In verità, quell’esito era ormai nell’aria, se è vero che in una lettera di Marianna del 9 agosto si legge: «Eugenio deve ripresentarsi alla visita, e mammà è triste ma rassegnata», ciò che accadeva anche perché era piuttosto ingrassato e i 76 centimetri di torace non lo mettevano più al riparo dal richiamo.
La partenza di Eugenio per il centro dove si tiene il corso per allievi ufficiali è seguita con estrema trepidazione da Marianna che ne teme la gracilità fisica e la ipersensibilità psichica, due caratteri, nota, che male si combinano con la vita in una istituzione come è quella di un esercito in guerra, dove l’individuo è destinato ad annegare. Nella tarda estate del 1917 i quattro fratelli Montale sono quindi tutti sotto le armi. Ugo era partito ancor prima che iniziassero le ostilità e tutta la famiglia era accorsa a vederlo «ritto davanti al finestrino, così bello, fiero, marziale e caro!». Nel novembre del primo anno di guerra era toccato ad Alberto, che in famiglia aveva fama di nazionalista, «come quasi tutti gli universitari» aveva precisato Marianna. Infine, nel luglio del 1916, era andato al fronte anche Salvatore.
A completare lo schierarsi dei miei «ragazzoni», dei miei «guerrieri», come era solita dire la madre, non mancava dunque che Eugenio. Sin dall’inizio del conflitto, tuttavia, la sua immagine di soldato aveva suscitato uno stupore incredulo: «Così sveglio e spregiudicato è di mente! Ma così bamboccio ancora nell’anima». Quel «piccolo bimbo smarrito», «pensa se lo pigliassero mai soldato come si troverebbe in caserma!», aveva scritto Marianna a più riprese. Ora che l’impensabile è accaduto, la sorella si lascia prendere dalla singolare idea di seguirlo nella prima destinazione, un centro di addestramento presso Novara, come se un uomo con l’anima «malinconica e inquieta, insoddisfatta», così lo aveva definito nel marzo precedente, rischiasse di perdersi nel vasto mare di un esercito in armi. Certo è che se il fiducioso ottimismo di Marianna le aveva dettato espressioni di sconfinata ammirazione per quell’«entusiasmo sincero che si era acceso» nei giovani italiani richiamati («Come vanno alla guerra i nostri soldati!», aveva annotato con un eccesso di fiducioso trasporto), la partenza di Eugenio avveniva sotto tutt’altra luce. Ma era Marianna che dimostrava di essere mille miglia lontana dalla realtà della guerra se nei giorni in cui si compiva quell’enorme macello che sulla Bainsizza e sul Carso portò tanti soldati a morire persino di sete, invitava l’amica Ida a pregare insieme a lei perché i fratelli al fronte potessero «sentire la luce di Dio».
Mentre la sorella dopo circa una settimana se ne torna a Genova, inizia per Eugenio il grande viaggio attraverso la guerra, che non sorprende se in un primo tratto è segnato da una profonda ribellione interiore. I segni di disadattamento che manda alla famiglia sono accolti con animo diviso. Per un verso suscitano una sincera commiserazione per l’ultimo e più fragile dei giovani Montale: «Quanto dovrà soffrire […]. Non più leggere e scrivere, non più libertà di cogliere o afferrare al volo l’ispirazione!». Ma per un altro verso è ancora vivo l’esempio dei fratelli che avevano fatto di tutto per dimostrarsi all’altezza della situazione e per non far impensierire la madre con racconti troppo crudi. E Ugo dal fronte aveva fatto giungere un tonante «Viva l’Italia! Vi abbraccio», ed era un monito il ricordare, come fa Marianna, l’esempio dei fratelli che quando andavano via «entusiasti e convinti, è niente il soffrire. Ma così!», con Eugenio intende, visibilmente intristito nell’animo, la partenza risulta intollerabile. Loro non sembravano aver subito un grande trauma andando «verso il dovere» e ora scrivono alla madre lettere serene «per consolarla di Eugenio». L’«individualismo sdegnoso» che Marianna intravede nel fratello e quel suo vivere «una vita più complessa degli altri, dotata di una sensibilità «malinconica», in breve quel vivere «assai più degli altri» costituisce un ostacolo pressoché invalicabile che impediva una normalizzazione del suo servizio militare. Tanto più che superando alla fine del mese di agosto la visita per l’ammissione al corso allievi ufficiali il futuro di Eugenio si fa via via ancora più oscuro. Marianna e la madre avevano confidato in un esito negativo, perché, non lo vogliono confessare neanche a sé medesime, un soldato semplice avrebbe avuto qualche probabilità di non andare in prima linea, ma gli ufficiali inferiori erano destinati a comandare gli assalti e, tutti lo sapevano, le probabilità di non tornare vivi erano assai alte.
Era in quelle strette che si era fatta strada l’ipotesi di escogitare un provvedimento che lo congedasse per inabilità o che quanto meno lo assegnasse a reparti non combattenti (una circostanza che sarebbe poi stata negata con orgoglio nel 1970 quando, evidentemente, quella debolezza doveva bruciagli ancora). Molto forte la crisi che, nel contrasto tra dovere ideale e necessità pratica, coglie in questo frangente Marianna che ha un moto di ripulsa di fronte a quelle vie oblique, che al tempo della guerra erano state all’origine di un frequentatissimo vocabolo, «imboscato», la cui universale occorrenza a chi scrive accadde di constatare ancora negli anni Settanta. «Ma io – confessa a sé stessa – una parola di più», per farlo esonerare dal portare lo zaino intendeva, «non ho potuto dirla». In un’altalena di pensieri contrastanti, le settimane trascorrono mentre Eugenio fa giungere la sua grande preoccupazione a proposito di una nuova visita: «Se inabile resto soldato qui, ma impazzisco, se abile ho mille probabilità su mille di lasciarci la pelle. Credo di soffrire più che altro di una disperazione filosofica senza fine… Possibile che il 99/100 degli uomini siano animali peggio che un cavallo o un mulo, senz’anima, senza cuore e senza pensieri? Gente che si direbbe possa morire a mucchi senza lasciar traccia né pesare un grammo sulla bilancia dell’Umanità! E l’uomo allora? Quest’uomo è immortale? Possibile? Se appare ai nostri occhi meno importante di un moscerino! E se quell’uomo non vale nulla, posso lusingarmi di valer qualcosa io? E dire che a volte credo di essere un mondo! È che lo credo ancora di più se lo nego!». Così scrive Eugenio in un incontenibile sfogo con Marianna che lei trascrive per Ida il 30 ottobre del 1917.
E quanto ai dubbi circa il poco onorevole escamotage di sottrarsi al dovere ricorrendo a qualche sotterfugio, a Eugenio che le chiede consiglio il 4 ottobre Marianna li rigetta tutti: «Ma sì, si dia malato, cerchi di arrangiarsi!». Un paio di settimane più tardi, il 21 ottobre, Montale è trasferito a Parma dove seguirà il corso allievi ufficiali. Ma vi è appena giunto e all’estremità orientale del fronte si verifica quel devastante attacco che provocherà il disastro di Caporetto.
Il principio della fine?
A Genova come in tutta Italia si diffonde una sensazione di smarrimento. Il 26 ottobre, due giorni dopo l’avvio dell’attacco, Marianna scrive a Ida: «Hai visto il bollettino di stasera?». Ugo, che era a Genova in licenza, «era così avvilito»: «io non ci torno più se si lasciano prendere quello che ci è costato tanto!», diceva. «Ma io ho fiducia nell’insieme», replica lei. E così, il fratello il 30 riparte per il fronte «contento di tornare su anche lui, in questo momento». Caporetto nella famiglia Montale è l’occasione per dimostrare tutto il suo patriottismo reale, non fatto di sole parole. A casa non resta nessuno: «Tutto quello che potevamo dare abbiamo dato. Si ha diritto di sperare, di parlare, di pensare alla guerra». È un lealismo che sfida il senso comune quando osservando che i tre fratelli sono lontani dall’Isonzo, si allude a una «fortuna quasi vergognosa» ma che si può accettare, perché non «è voluta». Marianna spera in uno scacco solo «momentaneo» e testimonia che Genova era tutta imbandierata con il simbolo dell’unità del paese. Ma ancora il 2 novembre il tono è lugubre: «Mia cara Ida, che debbo dirti? […] ho ancora fiducia, questo sì…Certo non si può pensare senza un brivido a ciò che potrà essere…ma è la guerra! E potrà essere il principio della fine». Cambiando completamente registro Marianna pensa, e non è la sola, che quel grande disastro possa paradossalmente dare qualche frutto, fare del bene, essere «una sferzata che sprona». Ma non tutto il fronte interno ha quel volto di severo rigore morale, i cinema e i teatri, si osserva, sono «pieni», segno tangibile della «tanta indifferenza» (e molti altri, tra questi Gramsci e Gadda, si esprimevano con analoga indignazione).
Sei giorni più tardi, mentre si hanno i primi segni di un affievolirsi dell’impeto nemico, Eugenio scrive una densa lettera alla «carissima sorellina», che è una delle poche sue degli anni di guerra, e l’unica di quello speciale momento. Questo scritto, che è tutto una lode dell’altruismo a cui è improntata la vita di Marianna, dice molto del loro intenso rapporto, mentre non dice nulla di ciò che è appena successo e ancora sta accadendo – forse anche, ma non solo, a causa della censura militare esercitata sulla corrispondenza: «Come a Oleggio, non faccio che pensare a te, tu sei diventata il centro dei miei pensieri. Come chi dicesse la mia ragione di vivere. Dico eresie? […] Sai che io non esisto se non quando ricevo vostre nuove e tue lettere; so bene che non ti chiedo poco; immagino anch’io quello che devi passare anche tu nella tua posizione, che pensi a tutto, provvedi a tutto e lavori forse senza soddisfazione, senza compenso; e forse senza consenso, senza controllo, né paragone, né misura; e forse senza amicizie vicine od autentiche o inoffuscate. A volte mi pare di capirlo anch’io quel che deve passare nel tuo cuore e nella tua testa; o forse m’inganno. Ma a me – lo credi? – come pare bella e feconda ed energetica la tua vita! Io sono un amico dell’invisibile e non faccio conto che di ciò che si fa sentire e non si mostra; e non credo e non posso credere a tutto quello che si tocca e che si vede. Son dunque proprio un antimilitare. Anche quando scrivo non sembra che parli a mezza voce per lasciare intendere, tra le sillabe, un po’ di quello che non so dire neanche a me stesso? Siamo intesi, dunque, che se tu mi sei vicina, io ti sono vicinissimo […]. So bene che sei sempre (o sembri) limpida e sans nuages. Ma che vuoi? A volte chissà che il filtro della malinconia non tenti il suo potere contro di te?».
Mentre Marianna confessa di vivere «a ondate, di dolore e di amore, di angoscia e di fede insieme, di sdegno anche», le lettere che si scambiano i familiari tra Genova e il fronte ridondano di fiducia e di reciproco incitamento a sperare. Salvatore esclama: «Aspettiamo con fede la nostra Marna». E Ugo rassicura i familiari: «Morale elevatissimo». Ma la madre non si trattiene un rimprovero all’indirizzo di Eugenio, al quale se fosse lì direbbe un po’ bruscamente: «Va’, fa’ qualche cosa anche tu!». In verità un così rude incoraggiamento sarebbe stato superfluo. A Parma infatti gli allievi ufficiali, «tutti», avrebbe precisato Sergio Solmi in una sua testimonianza, volendo accorrere al più presto al fronte chiesero di essere mandati come soldati semplici ad arginare l’invasione. Simili iniziative collettive, tuttavia, non erano contemplate nei regolamenti militari se non per essere duramente sanzionate come una forma di sedizione, ma considerato il generoso impulso da cui era scaturita la proposta, gli autori di quel gesto vennero più che blandamente puniti con una settimana di consegna. Non solo questo episodio, anche il clima che si respira negli ambienti genovesi che circondano i Montale quale ci viene restituito dalle carte appare giorno dopo giorno sempre più improntato a una fattiva reazione. E tuttavia, almeno in quel ceto si diffonde la terribile sensazione di essere giunti sull’orlo di un baratro che da un momento all’altro potrebbe inghiottire l’intero paese. Ma proprio l’incombere di esiti catastrofici, tali che nessuno è in grado di prevederne le conseguenze, si rivela il fattore decisivo di una ripresa per molti versi impensabile che ancora oggi non può non sorprendere. Così, non sono pochi nella cerchia di quella famiglia coloro che chiedono di andare al fronte volontari ed è inevitabile che chi ha fede come Marianna invochi «una Giustizia Superiore», che scaturisce dalla «certezza che il sacrificio cosciente di tante anime non possa essere vano». Il dio che si piega alle ragioni degli uni o degli altri non manca di affacciarsi in tutta la sua scandalosa provocazione negli animi di questi poi non tanto piccoli uomini ai quali si deve riconoscere che, al punto in cui erano stati trascinati dagli eventi, in qualcosa dovevano pur riporre le loro speranze. Certo, il ricordo di quella lettera che Eugenio aveva scritto nel settembre in cui descriveva il tedio della vita di caserma, una vita forse vuota, ma al riparo dagli enormi pericoli che incombono sui soldati che ora combattono, se combattono, non doveva indurre a soverchia indulgenza i parenti che erano a Genova. Tanto più ora la posizione relativamente tranquilla di Eugenio non può suscitare compassione nella sorella che non pare disposta a giustificare la richiesta da parte sua di un ulteriore «consiglio» su quei certi maneggi. Si trattava degli eventuali passi da intraprendere per farlo dispensare dal servizio. Il suo commento, tanto più dopo Caporetto, è tagliente.
Franceska Mann Auschwitz: La Storia Vera della Ballerina Ebrea-
Nel cupo autunno del 1943, Franceska Mann arrivò ad Auschwitz — un luogo dove la fama non contava nulla e la morte era inevitabile.
Franceska Mann – Ballerina polacca
Un tempo ballerina celebre a Varsavia, nota per la sua grazia e la sua bellezza, Franceska affrontò gli orrori del campo di sterminio insieme a un gruppo di donne. Furono spinte in una cosiddetta zona di “disinfezione”, spogliate e rese vulnerabili, a pochi istanti dall’esecuzione.
Ma, a differenza di molte, Franceska affrontò il suo destino non con paura, ma con una calma determinata. Ogni suo movimento era calcolato, ogni passo una sfida silenziosa.
Cogliendo un attimo fuggente, distrasse le guardie SS con la grazia di una danzatrice, poi si lanciò in avanti afferrando la pistola di uno degli ufficiali. Un colpo risuonò — un nazista cadde morto, un altro barcollò, ferito.
Il caos esplose in quella cupa stanza. Ispirate dal coraggio di Franceska, altre donne si ribellarono, attaccando a mani nude, graffiando e strappando con furia disperata. Una strappò lo scalpo a un soldato; un’altra sfregiò il volto di una guardia.
La ribellione durò poco, ma fu potente, incrinando l’illusione di controllo che i carnefici cercavano di mantenere.
Sebbene le donne furono uccise, scelsero di morire alle proprie condizioni — rifiutando la disumanizzazione che Auschwitz voleva imporre.
L’ultimo gesto di Franceska non fu di disperazione, ma di dignità ribelle.
In un luogo creato per cancellare l’umanità, dimostrò che la resistenza può assumere molte forme — anche quella di una ballerina, nuda e in minoranza, che decide di lottare.
La sua storia, sussurrata nel tempo e nella memoria, resta una testimonianza di coraggio nelle ore più buie dell’umanità.
Franceska Mann – Ballerina polacca
Chi era Franceska Mann: la vera storia di un’icona della resistenza
Infanzia e carriera
Franceska Mann nasce a Varsavia nel 1917 e fin da subito studia danza classica.
Non passò molto tempo che la giovane ballerina dimostrò il suo precoce talento, tanto da essere apprezzatissima dal pubblico che la conosceva con il nome di Lola Horovitz.
Nel 1939 partecipò al concorso nazionale di Bruxelles con ottimi risultati, facendosi così conoscere come una delle migliori promesse della sua generazione.
Dopo l’invasione tedesca, tuttavia, Franceska venne confinata nel ghetto di Varsavia.
L’arresto e la deportazione
Nel 1943, Franceska cade vittima di un inganno: tedeschi e collaborazionisti fanno credere agli ebrei di potersi rifugiare presso l’Hotel Polski, dovre avranno la possibilità di acquistare passaporti stranieri per sfuggire al controllo nazista.
La ballerina è tra i 2500 ebrei ingannati e viene deportata ad Auschwitz-Birkenau.
La selezione nel campo
Le donne che giungevano al campo venivano nuovamente ingannate: si chiedeva loro di spogliarsi così da poterle disinfettare e lavare per poi spingerle all’interno del campo.
Alcune eseguivano gli ordini credendo all’inganno o spaventate, altre rifiutavano subendo le violenze delle SS.
Alcuni testimoni ricordano che Franceska Mann fu tra coloro che rifiutarono di spogliarsi.
Franceska Mann – Ballerina polacca
La resistenza
Da questo punto in poi, la storia non segue più un filo univoco, anche a causa della mancanza di fonti ufficiali.
Il rapporto di quella notte, infatti, non cita chiaramente quale fu la causa del trambusto all’interno degli spogliatoi, ma una cosa è certa: qualcosa è successo.
L’unico dato certo è la morte del maggiore delle SS Josef Schillinger.
La storia subisce, infatti, delle modifiche a seconda della voce che la riporta: pare infatti che la notizia di una ballerina che, eroicamente, affronta le SS si sia sparsa all’interno di Auschwitz rendendo difficile tracciare un confine tra realtà storica e leggenda.
La ricostruzione più accreditata è la seguente: Franceska Mann ed altre donne, dopo essersi rifiutate di spogliarsi fiutando l’imbroglio delle camere a gas, ebbero una colluttazione con le guardie che le costrinsero a denudarsi.
A questo punto, le prigioniere ribelli seguirono gli ordini ma Franceska usò l’astuzia: cominciò a spogliarsi con fare seducente e improvvisò anche un balletto sensuale attirando l’attenzione delle SS.
Approfittando della loro distrazione, si avventò su un soldato colpendolo col tacco della scarpa, gli estrasse la pistola dalla fondina e colpì mortalmente il maggiore Josef Schillinger.
Immediatamente, le altre donne seguirono l’esempio della coraggiosa ballerina e si avventarono sui loro aguzzini.
Considerata l’inferiorità di armi e di forza, le SS riuscirono a sedare la rivolta uccidendo le donne. Altre storie raccontano che la Mann riuscì a sparare anche a una seconda guardia prima di suicidarsi, evitando così la morte per mano dei nazisti.
Dal rapporto ufficiale del comandante del campo, Rudolf Hoß, la Mann sarebbe stata uccisa con il gas dopo essere stata ferita in seguito alla colluttazione.
Ciò che conta, però, è che questa storia volò di bocca in bocca, sebbene forse in parte romanzata, ma come un’iniezione di coraggio e di forza nei detenuti, tanto che molti dei sopravvissuti la ricordano e ne hanno parlato nelle proprie memorie.
Franceska Mann è diventata così un simbolo di coraggio, di chi sceglie di non piegarsi alla brutalità e alla disumanità dei nazisti.
La ballerina di Auschwitz: Domande frequenti
Chi era Franceska Mann?
Franceska Mann era una ballerina ebrea polacca deportata ad Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale. È ricordata per il suo atto di ribellione contro le guardie naziste che le costò la vita.
Cosa ha fatto Franceska Mann ad Auschwitz?
Secondo alcune testimonianze, mentre si svestiva per essere poi inviata alle camere a gas, avrebbe sottratto un’arma a un ufficiale nazista, il maggiore Josef Schillinger, ferendolo gravemente, al punto che morì durante il trasporto in ospedale.
Questo gesto è considerato un atto di resistenza eroico che subito ispirò le sue compagne di sventura, tanto che molte di esse si scagliarono contro le SS imitando la ballerina.
La storia di Franceska Mann è vera?
Sebbene ci siano diverse versioni della sua storia, forse in parte tramutata in leggenda, molti elementi trovano riscontro nelle testimonianze storiche dei sopravvissuti.
Infatti, tanti di coloro che hanno fatto ritorno da Auschwitz hanno raccontato di aver sentito la storia di una coraggiosa donna ebrea che si è ribellata.
Alcuni Sonderkommando presenti quella notte hanno scritto nei loro diari di questa storia, e lo stesso compare in alcune memorie di ufficiali delle SS.
Perché è importante ricordare Franceska Mann?
La sua vicenda rappresenta il coraggio e la resistenza contro l’oppressione in uno dei momenti più bui della storia. Franceska Mann, con il suo atto di coraggio, è diventata un simbolo, un monito, un insegnamento: di non piegarsi, non voltarsi dall’altra parte.
Franceska Mann Auschwitz-Birkenau: Conclusioni
Eccoci dunque giunti alla parte conclusiva del nostro articolo. Abbiamo visto insieme la storia della ballerina ebrea Franceska Mann, conosciuta per il suo atto di coraggio all’interno di Auschwitz.
Abbiamo ripercorso le tappe principali della sua vita privata e artistica, abbiamo visto gli ottimi risultati che stava conseguendo e infine la tragica deportazione in seguito alla trappola dell’Hotel Polski.
Infine, abbiamo letto del suo estremo atto di coraggio e la ribellione contro le guardie naziste.
Per finire, ho risposto alle domande più comuni sull’argomento, ma qualora avessi ancora delle curiosità non appagate, non esitare a lasciare un commento qua sotto.
Se desideri ricevere altre informazioni di natura storica o pratica per organizzare una visita ad Auschwitz, ti invito a esplorare e a dare un’occhiata anche agli altri articoli presenti sul nostro sito.
Visitare Auschwitz è oggi più che mai necessario e importante perché, come ha detto Liliana Segre: “Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenza, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”.
Mi chiamo Andrea, e sono un grande amante dell’arte e della cultura. Trascorro le mie giornate a ideare strategie per rendere i nostri contenuti sempre più accessibili e interessanti. La mia passione per la conoscenza e la curiosità verso il mondo mi spingono a cercare sempre nuove storie da raccontare e condividere.
Marcello Flores – Mimmo Franzinelli- Storia della Resistenza-Marcello Flores – Mimmo Franzinelli- Storia della Resistenza-
Marcello Flores – Mimmo Franzinelli- Storia della Resistenza-
Editori Laterza
Descrizione di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli-Storia della Resistenza in montagna e quella in pianura. La guerriglia nelle città. Il sostegno della popolazione e il rapporto con la ‘zona grigia’. La collaborazione con gli Alleati e la guerra civile con gli italiani in camicia nera. A 75 anni dalla Liberazione, finalmente una ricostruzione con l’ambizione di proporre uno sguardo complessivo su fatti, momenti e protagonisti che hanno cambiato per sempre il nostro Paese.
I due anni che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 rappresentano un momento cruciale della storia d’Italia. Sono gli anni della guerra mondiale, con le truppe straniere che occupano la penisola. Sono gli anni della guerra civile, con lo scontro tra italiani di diverso orientamento. Sono gli anni della guerra di liberazione, in cui si combatte contro il nazifascismo per far nascere un paese democratico e libero. È il ‘tempo delle scelte’ per una società italiana schiacciata sotto il tallone nazista e fascista. Una nazione divisa politicamente, militarmente e moralmente all’interno di un’Europa in fiamme. Per fare i conti con la storia della Resistenza italiana, il libro ripercorre le varie fasi delle diverse Resistenze: dalle specificità della guerriglia urbana all’attestamento nelle regioni di montagna. Affianca alla lotta armata le varie forme di supporto fornito ai ‘banditi’ dalle popolazioni e la conflittualità interpartigiana, si addentra nella cosiddetta ‘zona grigia’, evidenzia la peculiarità delle deportazioni politiche e razziali. Una ricostruzione nuova, originale, vivida, in cui lo sguardo d’insieme si alterna costantemente con l’attenzione a vicende personali e collettive poco conosciute o inedite. Un libro necessario oggi, quando il venir meno degli ultimi testimoni diretti di queste vicende lascia sempre più spazio a un uso politico della Resistenza che deforma e rimuove i fatti, le fonti e la storia.
Ferruccio Parri
Rifiutiamo per noi le penne del pavone.
Sono gli Alleati che hanno sconfitto il nazismo e la sua triste appendice. Dietro di essi abbiamo vinto anche noi. Non è stato un miracolo, ma è stato il riscatto di fronte al mondo ed all’avvenire dell’onore nazionale; e questo riscatto, pagato col dono così grave del sangue più generoso, resta una cosa grande nella storia di un paese che pareva civilmente e moralmente paralizzato dall’inquinamento fascista.
Ferruccio Parri (1971)
Introduzione
La Resistenza, ancora oggi, rappresenta in Italia un fattore di divisione. Benché costituisca l’antefatto e il presupposto di quello che la volontà popolare sanzionò il 2 giugno 1946 – la nascita della Repubblica e l’avvio del percorso che un anno e mezzo dopo porterà alla promulgazione della Costituzione – essa non gode dell’ampio e condiviso riconoscimento che sia la Repubblica sia la Costituzione hanno saputo guadagnarsi, soprattutto nei decenni successivi, da parte di un’estesa maggioranza della popolazione.
A ben guardare, in realtà, la maggioranza degli italiani non nutre particolare interesse verso la Resistenza, se non in occasione delle ricorrenze, delle celebrazioni, delle memorie – e delle polemiche – che rivisitano ogni tanto questo o quell’evento a essa legato. C’è una forte minoranza, tuttavia, che ritiene giusto insistere nel richiamare la Resistenza non solo come prodromo della Repubblica e della Costituente, ma come momento formativo di quella nuova “morale politica” che si era manifestata e affermata proprio tra il 1943 e il 1945. Una politica che condannava senza esitazione il totalitarismo fascista, l’aver condotto l’Italia nella tragedia della guerra, la mancanza di libertà sofferta da tutti durante il regime e l’offesa alla dignità patita soprattutto dai suoi oppositori; e una morale che vedeva nella partecipazione e nell’impegno individuale – nella “scelta” di stare dalla parte di chi voleva riportare in Europa la libertà e la dignità sottomessa e calpestata dal nuovo ordine nazista – la possibilità di uscire da quello stato di passività, di inazione, di subalternità che si era diffuso e consolidato nell’ultimo decennio di vita del fascismo.
Una minoranza molto più contenuta, da parte sua, considera la Resistenza, se non un atto di tradimento verso la fedeltà all’alleato tedesco – e questi sono i pochi ma rumorosi “seguaci” della RSI che ancora ricordano Mussolini come il migliore degli italiani – come un inutile dramma, che ha anticipato di poco la liberazione del paese da parte degli eserciti alleati e ha offerto il destro per violenze suppletive che un’ordinata obbedienza ai voleri germanici avrebbe potuto evitare.
Tra queste tre posizioni, come naturale, sono presenti numerose sfaccettature, diversità, gradualità, che rendono l’atteggiamento nei confronti della Resistenza molto più frammentato e irriducibile a una casistica limitata. Il dibattito pubblico che si è sviluppato nel corso dei decenni, anche se a volte sollecitato da studi, memorie, approfondimenti, o dall’uscita di romanzi e film (alcuni dei quali capaci non solo di raggiungere un vasto pubblico ma anche di riassumere in modo chiaro ed esemplare problematiche complesse e argomenti controversi), ha fatto prevalere sull’elemento della conoscenza storica quello del giudizio (morale, politico, giudiziario), foriero inevitabilmente di polemiche e contrapposizioni il più delle volte sterili. La ricerca storica, nel frattempo, ha fatto passi da gigante, non solo raccogliendo una documentazione sempre più massiccia e articolata, ma contribuendo, soprattutto con studi a carattere locale, regionale, biografico, su singoli temi, a fornire narrazioni fattuali assai estese, che hanno permesso interpretazioni sempre più accorte e coerenti anche quando sono state fra loro diverse o addirittura controverse.
È in questo contesto, nell’approssimarsi del 75° anniversario della Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale, che abbiamo deciso di proporre una narrazione globale e generale della Resistenza, che può fondarsi proprio sulla ricchezza documentaria e storiografica accumulatasi negli anni, e in particolare nell’ultimo quarto di secolo. Una narrazione che vuole al tempo stesso raccontare gli eventi e far parlare i protagonisti, suggerire nuove interpretazioni e individuare i problemi ancora aperti e gli aspetti più controversi, raccontare l’orizzonte ampio della guerra europea e le vicende singole e particolari di eventi che hanno riguardato un numero limitato di persone ma sono state il simbolo e il riassunto di una drammatica epopea collettiva.
È la guerra a creare le condizioni che permettono, sia pure non immediatamente, di rendere sempre più precario il potere di Mussolini e del fascismo. In un intervento profetico dell’ottobre 1943, Giaime Pintor – che morirà poco dopo, il 1° dicembre, dilaniato su una mina nell’attraversamento del fronte, per raggiungere Roma – scrisse:
La condotta rovinosa della nuova guerra diede il colpo definitivo a questo stato di cose, precipitando dalla parte dell’opposizione insieme a pochi fascisti delusi tutta la folla dei pigri e degli opportunisti. L’antifascismo dispose allora di una forza che non aveva mai posseduto prima; l’enorme maggioranza del popolo italiano, contrario al regime e alla guerra, si trovò schierata contro un’esigua minoranza di fascisti stretti senza più convinzione ai loro privilegi e alle loro prerogative.
Dopo aver fustigato senza attenuanti il comportamento di Badoglio e del re, ultimo segnale del fallimento completo di una classe dirigente, Pintor terminava il suo scritto con una forte affermazione:
Questa prova può essere il principio di un risorgimento soltanto se si ha il coraggio di accettarla come impulso a una rigenerazione totale; se ci si persuade che un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione.
I protagonisti della Resistenza, e gli storici dopo di loro, hanno discusso a lungo se essa potesse essere considerata un «Secondo Risorgimento» (come sostenevano molti ufficiali inglesi che ne furono a contatto diretto). Lo fu, probabilmente, nella combattività di una minoranza capace di una «scelta inequivocabile», come proprio nel 1943 chiamò quella ottocentesca Leone Ginzburg (arrestato il 20 novembre 1943 e morto il 5 febbraio 1944 in seguito alle torture subite) in uno scritto pubblicato nell’aprile 1945.
Se era possibile apparentare gli antifascisti di lunga data o di più recente conversione ai patrioti del Risorgimento, per i giovani e giovanissimi che scelsero la via della montagna si trattava in molti casi di una scelta casuale – come scrisse Italo Calvino nella prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, uno dei primi romanzi sulla Resistenza pubblicato nell’ottobre 1947, scritto per «lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata» – ma anche di una «volontà di resistere», come scrisse Antonio Giolitti nella sua autobiografia: «Resistenza sì, anche alla tentazione di scappare, di andarsi a nascondere, a rifugiare in qualche asilo […]. Due concomitanti resistenze. Non subire, non sottomettersi, non fuggire. Questa secondo me è stata la moralità collettiva, unificante della Resistenza, almeno per quanto riguarda la guerra partigiana».
Abbiamo voluto raccontare la molteplicità della Resistenza, il suo essere costituita da tante spinte diverse, azioni differenti, partecipazioni ineguali ed eterogenee, ma convergenti – pur con motivazioni ideali e pratiche, individuali e collettive, dissimili – verso un unico fine, quello di riacquistare la libertà, sconfiggere il nazismo, disfarsi dell’eredità fascista che aveva oscurato per vent’anni l’Italia. Abbiamo insistito, più di quanto un coerente equilibrio avrebbe suggerito, su alcuni aspetti che hanno fornito le occasioni più numerose a polemiche e contrapposizioni (il confine orientale, la violenza partigiana e tra partigiani, i rapporti tra Resistenza e Alleati), nella speranza di contribuire a una maggiore conoscenza di realtà e fenomeni estremamente complessi e contraddittori. Abbiamo limitato, non certo con l’intento di sottovalutarne il rilievo, le pagine dedicate ai partiti, condividendo, però, la convinzione che «era stata la guerra a rompere la cappa fascista, insieme agli errori e ai fallimenti di quella classe dirigente, ma la forza dei partiti di massa fu quella di preparare con la guerra di resistenza anche questa nuova classe dirigente. E di riuscire a farlo additando nel fascismo il nemico da sconfiggere e da sostituire con una nuova classe politica antifascista e democratica». L’errore più grande, nel valutare la “politica” nel triennio 1943-1946, sarebbe quello di farlo utilizzando i criteri utili ad analizzare gli anni della guerra fredda se non addirittura quelli della “crisi” dello Stato dei partiti dagli anni Ottanta in avanti. Uno degli antifascisti che s’interrogò maggiormente sul ruolo dei partiti, Vittorio Foa – sui «Quaderni dell’Italia libera», nel marzo 1944, scrisse un lungo articolo su I partiti e la nuova realtà italiana (La politica del CLN) –, avrebbe più tardi ricordato la contraddizione di voler «riformare il vecchio stato centralistico» e doverlo «intanto difendere per non cadere nel caos», sostenendo che la crisi della Resistenza era «cominciata assai prima della Liberazione, del 25 aprile 1945».
Nel ventennale della Liberazione Norberto Bobbio, in un discorso tenuto a Vercelli, ricordava come nel resto d’Europa era esistito un movimento patriottico di guerra allo straniero, mentre solo in Italia «la Resistenza fu insieme un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno; ebbe il duplice significato di lotta di liberazione nazionale (contro i tedeschi) e politica (contro la dittatura fascista), per la conquista dell’indipendenza nazionale e della libertà politica e civile». Sulla stessa convinzione si mosse il lungo lavoro da storico che Claudio Pavone pubblicò nel 1991 – Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza – e che avrebbe segnato una data discriminante nella storia degli studi sulla Resistenza.
La nostra ispirazione, pur se aiutata dalla lunga serie di studi che da allora si sono mostrati capaci di apportare conoscenza e comprensione verso uno dei bienni più intensi della storia italiana ed europea, si muove in questa stessa direzione, inaugurata da due studiosi – uno filosofo della politica, l’altro storico – che appartenevano alla generazione, pur se con dieci anni di differenza tra loro, di chi alla Resistenza aveva partecipato direttamente. Il loro dialogo a distanza sulla Resistenza investiva anche, come ha ricordato David Bidussa, «l’immagine che ne ha la prima generazione di italiani postresistenziali (quelli che hanno vent’anni negli anni sessanta)» e che andava messa a confronto con «la memoria che ne hanno i protagonisti», proprio per accettare, «come sollecitazione a riflettere sul passato», quella «opposizione padri-figli alla fine degli anni sessanta» in cui i secondi erano «convinti che la Resistenza “celebrata” non coincida con l’evento storico».
Tra gli autori di questo libro c’è la stessa distanza di età che esisteva tra Bobbio e Pavone ma pensiamo, anche se con un’estensione cronologica dilatata, di appartenere, soprattutto per la memoria pubblica e il dibattito storiografico sulla Resistenza, a una stessa generazione: che ha vissuto gli slogan emotivi sulla “Resistenza tradita” ma ha cercato di contribuire, soprattutto con la professione di storico, a un orizzonte di conoscenza che potesse evitare di rimanere vittima di interpretazioni ideologiche che selezionavano, a proprio comodo, la realtà dei fatti. Dobbiamo riconoscere, tuttavia, che il nostro debito nello scrivere questo libro non va solo alla generazione dei nostri padri, di cui Bobbio e Pavone erano due straordinari esempi, ma anche a quelle più giovani che ci hanno seguito e che hanno costituito una spinta decisiva nel modernizzare, ampliare e approfondire gli studi sulla Resistenza.
Infine, un pensiero sui protagonisti di queste pagine. A differenza dei loro coetanei, ossessionati dal disvalore della morte eroica e tramutatisi in macchine da guerra di Mussolini e Hitler, hanno guardato verso un futuro libero da guerre e hanno operato conseguentemente:
Chi parla di soccombere eroicamente davanti a un’inevitabile sconfitta, fa un discorso in realtà molto poco eroico, perché non osa levare lo sguardo al futuro. Per chi è responsabile, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti. In una parola: è molto più facile affrontare una questione mantenendosi sul piano dei principi in un atteggiamento di concreta responsabilità.
Queste riflessioni, annotate nel 1942 in una prigione del Reich da un teologo destinato all’impiccagione, attestano la valenza liberatoria della lotta contro fascismo e nazismo, alla quale i resistenti italiani forniranno nel 1943-1945 un rilevante contributo, che ancora oggi vale la pena di conoscere e di considerare.
I.
La guerra fascista e i suoi avversari
La guerra aveva posto le premesse per la conquista del potere da parte del fascismo. La guerra prepara le condizioni per il suo tracollo e la sua sconfitta.
La situazione che si crea all’indomani della prima guerra mondiale – la grave crisi economica, i profondi e perduranti conflitti sociali, la volontà di partecipazione delle masse e l’incapacità del liberalismo di dare loro uno sbocco politico, il contesto di violenza diffusa che accompagna il mito della “vittoria mutilata” – costituisce il terreno su cui Mussolini riesce a prevalere sulle velleitarie ipotesi rivoluzionarie dei socialisti e a conquistare il potere con la complicità della monarchia, degli apparati statali, dei ceti imprenditoriali, e con il consenso crescente delle classi medie.
La partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale scatenata da Hitler nel settembre 1939 viene accolta con entusiasmo quando il duce dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna il 10 giugno 1940, ma già alla fine dell’anno le sconfitte in Africa e nei Balcani iniziano a creare una frattura con l’opinione pubblica che diventerà più marcata ed esibita nei due anni successivi. Dal novembre 1942 fino al marzo 1943 – mesi caratterizzati da massicci bombardamenti alleati sulle città italiane, dalla scomparsa di generi alimentari e dalla diminuzione delle razioni di pane, dalle notizie su Stalingrado e sullo sbarco americano in Nord Africa, sulla sconfitta di El Alamein e sulla disfatta dell’Armata italiana in Russia (ARMIR), dagli scioperi operai a Milano e Torino – il consenso nei confronti del fascismo crolla rapidamente e verticalmente, anticipando le manifestazioni di gioia che accompagnano la caduta di Mussolini il 25 luglio per mano del Gran Consiglio fascista e del re.
In Europa, la Resistenza era iniziata a ridosso delle vittorie militari compiute dalla Wehrmacht e della conquista nazista del continente. Hugh Dalton, il ministro dell’Economia di guerra britannico – la Gran Bretagna era rimasta sola nel combattere contro la Germania hitleriana – messo da Churchill nel luglio 1940 alla guida del SOE (Special Operations Executive), il nuovo organismo civile incaricato di favorire la ribellione e la guerra sovversiva nei paesi occupati dal nazismo, riteneva che fosse possibile avere
dalla nostra parte non soltanto gli elementi antinazisti in Germania e Austria, non solo i cechi e i polacchi, ma anche l’insieme del mondo democratico e amante della libertà in Norvegia, Danimarca, Belgio, Francia, Olanda e Italia. Inoltre, in tutti questi paesi tranne l’Italia, si farà un appello nazionalista che si può collegare agli ideali di democrazia e libertà individuale. Sono convinto che le potenzialità di questa guerra dall’interno siano davvero enormi. Si tratta oggi di una delle nostre migliori armi offensive se solo riusciremo a imparare ad usarla e costituirà una parte assolutamente essenziale di ogni controffensiva di terra che noi dovremo alla fine intraprendere.
Il rapporto tra gli Alleati e la Resistenza – che fu un problema europeo ma particolarmente complesso in Italia, un paese che per tre anni era stato in guerra insieme alla Germania – ha dato luogo negli ultimi anni a ricerche e interpretazioni che hanno messo in discussione i luoghi comuni sull’appoggio parziale e discutibile che soprattutto la Gran Bretagna avrebbe dato al movimento partigiano italiano.
La guerra parallela vagheggiata da Mussolini, da impostare con propri obiettivi e strategie, «non per la Germania, né con la Germania ma a fianco della Germania», diviene in realtà una guerra subalterna: l’ultima del fascismo, dopo le aggressioni all’Etiopia del 3 ottobre 1935, alla repubblica spagnola nell’estate 1936 e all’Albania del 7 aprile 1939. Che si tratti di guerra fascista – col suo carattere ideologico di avversione per le democrazie, propagandato da stampa, radio e cinema – lo conferma la concentrazione dei poteri nelle mani del dittatore, titolare dei ministeri dell’Interno, della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica. Mussolini si è pure attribuito il grado di Primo Maresciallo dell’Impero, ossia di ufficiale più alto in grado delle forze armate operanti.
L’antifascismo prebellico
Nel 1939 sono migliaia gli antifascisti in carcere o al confino, oppure – se liberi – strettamente controllati sotto minaccia di arresto alla minima infrazione. Vent’anni di persecuzione, ordinata dagli ispettorati regionali dell’OVRA, la polizia politica fascista, hanno distrutto le reti clandestine comuniste e gielliste, organizzate dai centri direttivi di Parigi con l’invio in patria di emissari sotto falso nome. Molti di loro vedono la sconfitta militare della Germania, dell’Italia e del Giappone (l’Asse Roma-Berlino-Tokyo) come un passaggio obbligato per il ritorno alla libertà. Questa visione antifascista globale si delinea nell’estate del 1936, come reazione al sostegno di Mussolini e Hitler alla ribellione militare franchista in Spagna. Volontari di cinquanta nazioni accorsero per entrare nelle Brigate internazionali, costituite da circa 40.000 combattenti, e tra di loro c’erano circa 3500 italiani, guidati dai repubblicani Mario Angeloni e Randolfo Pacciardi, dal giellista Carlo Rosselli, dall’anarchico Camillo Berneri, dai comunisti Luigi Longo e Palmiro Togliatti.
Tra i caduti vi è il professore triestino Piero Jacchia, cofondatore il 23 marzo 1919 dei Fasci italiani di combattimento e poi divenuto un avversario del regime. Angeloni, comandante della colonna italiana, è falciato da una mitragliatrice il 28 agosto 1936 mentre lancia una bomba a mano. Berneri viene sequestrato e ucciso a Barcellona nel maggio 1937 da agenti stalinisti, durante una delle fasi più acute delle divisioni intestine del fronte repubblicano. Gli italiani dell’esercito regio e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (che formano il Corpo truppe volontarie, cui parteciparono quasi 80.000 camicie nere) vengono sconfitti nella battaglia di Guadalajara proprio dagli italiani delle Brigate internazionali. È la prefigurazione della guerra civile, circoscritta per il momento allo scenario della penisola iberica. A Radio Barcellona, il 13 novembre 1936 Carlo Rosselli lancia lo slogan Oggi in Spagna, domani in Italia. Carlo viene assassinato, insieme al fratello Nello, in Normandia il 9 giugno 1937 da cagoulards assoldati dai servizi segreti di Mussolini; la loro morte provoca la crisi di Giustizia e Libertà.
L’unità faticosamente raggiunta dall’emigrazione politica italiana viene messa in crisi dal patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939), preludio alla spartizione della Polonia tra nazisti e sovietici: le organizzazioni non comuniste respingono l’interpretazione proposta dal Komintern della guerra come scontro tra due imperialismi, egualmente nemici del proletariato, e i socialisti chiudono l’esperienza del patto di unità d’azione con il Partito comunista d’Italia (PCd’I).
Giustizia e Libertà, Partito repubblicano e Partito socialista costituiscono nell’autunno del 1939 il comitato promotore della Legione italiana, destinato – come nel 1914-1915 – a battersi contro i tedeschi in Francia e Belgio: in poco più di un mese si raccolgono 15.000 adesioni, ma il governo Daladier rifiuta di inserire reparti italiani nell’esercito, temendo ripercussioni sulla “non belligeranza”. I volontari sono così indirizzati alla Legione straniera, depoliticizzandone il reclutamento; a inizio giugno 1940, quando la situazione precipita, si liberalizzano gli arruolamenti e accorrono circa 7000 antifascisti, solidali con la Francia. Nell’aprile-giugno 1940, altre migliaia di esuli italiani si battono in Norvegia contro i tedeschi.
Tra gli antifascisti in esilio e gli oppositori del regime predomina lo sconforto. I dissidenti, al carcere e al confino, si sentono sempre più isolati. In Francia, dove è concentrato il grosso dell’emigrazione politica, socialisti e giellisti sono in piena crisi; i comunisti vengono arrestati in quanto considerati quinta colonna dell’Urss schierata con il Terzo Reich.
L’Italia in guerra e l’antifascismo
Dal 10 giugno 1940, quando Mussolini getta l’Italia in guerra contro Francia e Gran Bretagna, gli emigrati in quei paesi si ritrovano schedati e internati quali enemy aliens, ossia sudditi di nazione nemica. A Parigi, per reazione alla “pugnalata alle spalle”, assestata nel momento di massima difficoltà con i tedeschi in marcia verso Parigi, si scatena la caccia agli italiani: in un paio di mesi, se ne arrestano circa 2000. Eppure, molti di loro condannano l’avventura mussoliniana.
Il giellista Silvio Trentin considera Germania, Italia e Spagna come l’anti-Europa; prostrato dal crollo della Francia, rivive il naufragio della democrazia avvenuto nell’Italia del 1922 e si considera “un sopravvissuto”. Nonostante versi in pessime condizioni di salute, con problemi cardiaci, chiede l’arruolamento nell’esercito francese. L’anno successivo fonda a Tolosa il gruppo Libérer et Fédérer, aderente al movimento France Libre (costituitosi attorno al generale de Gaulle).
Il 22 giugno la Francia capitola e il maresciallo Pétain la subordina alla Germania. Dopo due giorni viene firmato l’armistizio con l’Italia. Agli esuli non rimane che passare in clandestinità e collegarsi alla nascente Resistenza francese, oppure riparare in Africa settentrionale o nelle Americhe. Il 5 ottobre, l’OVRA consegna alla polizia nazista lunghi elenchi di antifascisti da catturare e consegnare alla frontiera italo-francese. Nella seconda metà dell’anno, sono circa 40.000 i rimpatriati, volontari o forzati. I verbali degli interrogatori mostrano stati d’animo di cocente delusione: dopo anni di privazioni e lotte, ci si ritrova sconfitti, mentre l’Asse predomina e le masse plaudono al dittatore.
Eppure, nonostante tutto, molti partecipano alla “campagna di Francia” e poi passano nei maquis, convinti che contrastare la dominazione hitleriana in Europa significhi servire la causa della libertà italiana. Nel 1940, tuttavia, gli esiliati si ritrovano in piena crisi, con scarsi addentellati con la madrepatria. È questo, con tutta probabilità, il periodo più duro e ingrato dell’antifascismo. Gli stessi comunisti, meglio organizzati rispetto agli altri gruppi, devono dividersi e disperdersi per sfuggire alla repressione. La redazione della rivista teorica «Stato Operaio» si sposta a New York, con scarsi collegamenti con il nucleo allestito segretamente nella Francia di Vichy.
Il SOE e l’Italia
In Europa, ormai, il solo paese a resistere ai nazifascisti è il Regno Unito. Fin dal 1940 il governo Churchill cerca di dar vita, per quanto riguarda l’Italia, a un’“opposizione” indipendente e, su proposta di Hugh Dalton, acconsente nel gennaio 1941 alla creazione di un Comitato dell’Italia libera, affidato al cattolico Carlo Petrone, sconosciuto in patria e all’estero, giunto a Londra nel 1939, personaggio del tutto inadeguato, cui si contrappone nel luglio dello stesso anno un Movimento dell’Italia libera destinato ben presto anch’esso all’impotenza. L’illusione di Churchill di poter creare nella Cirenaica liberata nel gennaio 1941 dai britannici – che avevano catturato 100.000 soldati italiani – una «colonia dell’Italia libera» viene infranta dai successi di Rommel e dell’Afrikakorps che riconquistano la Cirenaica ai primi di aprile.
Si cerca, allora, di reclutare volontari tra i militari rinchiusi nei campi di prigionia in Africa settentrionale e in India; le adesioni si aggirano sul mezzo migliaio di unità, e si allestiscono due battaglioni di pionieri. Anche questa volta viene commesso un irrimediabile errore nella scelta del comandante, individuato nel generale Annibale Bergonzoli, già decorato con la medaglia d’oro nella guerra di Spagna (era comandante della 4a Divisione d’assalto “Littorio”), catturato il 7 febbraio 1941 in Africa settentrionale dopo il fallimento dell’offensiva italo-germanica in Egitto. Il generale Francis Davidson disapprova tale scelta perché Bergonzoli è «ritenuto dai bersaglieri un ciarlatano […] inadatto a diventare il capo di qualsiasi movimento dell’Italia Libera, essendo di temperamento esaltato e vagamente instabile. Ha probabilmente raggiunto il rango che ricopre sottomettendosi al Partito fascista». Il progetto, tuttavia, non prende corpo. Falliti i tentativi di costituire formazioni militari italiane da affiancare ai contingenti britannici, si ripiega su inserimenti individuali in reparti addestrati a colpi di mano e incursioni.
Per quanto riguarda l’Italia, l’attività del SOE si concentrò in gran parte sulla propaganda via radio, con le trasmissioni di Radio Italia (una costola di Radio Londra attiva fin dal 1935), inaugurata a metà novembre 1940. Le voci di Ruggero Orlando, di Umberto Calosso, di Paolo e Pietro Treves (figli dell’ex deputato socialista Claudio Treves) accennano alla presenza nel Regno Unito di esiliati politici, informano sull’attività della Resistenza sovietica, iugoslava e francese, ribadiscono – per esempio il 24 febbraio 1942, a opera del colonnello Stevens – che gli Alleati non prenderanno in considerazione l’Italia finché questa non avrà rovesciato la dittatura.
Il SOE si concentra sulla possibilità di una “guerra irregolare”, mediante incursioni dietro le linee da parte di piccole unità, con l’intento di distruggere infrastrutture civili e militari, e possibilmente collegarsi a nuclei di oppositori. Sono missioni della durata media di pochi mesi, prima dell’inevitabile cattura. Si spera, anche attraverso le operazioni speciali, di innescare ribellioni, ma è un obiettivo del tutto irrealistico per il contesto italiano, nonostante dall’agosto 1941 il Foreign Office studi possibili alternative politiche ai vertici del Regno d’Italia, per una fronda monarchico-militare o per la formazione di un governo in esilio. Un dirigente del SOE per l’Italia, il tenente colonnello Richard Hewitt, descrive una situazione deludente:
Fin dal 1940 la nostra politica mirava a proteggere e sostenere gli antifascisti in Italia e fuori. I primi contatti furono difficili: nel Paese gli elementi di opposizione comprendevano che il momento non era ancora giunto per affrontare rischi all’aperto; fuori del Paese gli antifascisti non erano ancora disposti a divenire volontariamente traditori formali della loro patria. L’opposizione in questo momento era in gran parte circoscritta entro teoria e propaganda e si limitava a sviluppare le cellule e le organizzazioni che un giorno sarebbero potute uscire all’aperto.
Il movimento maggiormente interessato alla collaborazione con gli Alleati è Giustizia e Libertà; chi più di tutti anela all’azione è Emilio Lussu, protagonista di una battagliera “diplomazia clandestina” e ideatore nella prima metà del 1942 di un piano insurrezionale che – coordinato con i progetti angloamericani di un fronte italiano – dovrebbe estendersi dalla Sardegna alla penisola. Egli si reca più volte in Corsica e riceve a Parigi emissari sardi, con i quali discute la fattibilità di un’iniziativa armata. Le trattative con gli inglesi si arenano dinanzi alle pregiudiziali di autonomia operativa e intangibilità dei confini italiani: «Faremmo un buco nell’acqua per la liberazione del nostro Paese se apparissimo venduti agl’inglesi. […] Il meno che possiamo chiedere è che all’Italia sia garantita l’integrità territoriale, metropolitana e coloniale, entro i limiti preesistenti all’avvento del fascismo».
L’opposizione inglese fa fallire anche il Congresso delle organizzazioni antifasciste delle due Americhe convocato a Montevideo il 14 agosto 1942 dalla Mazzini Society (fondata l’anno prima a New York su impulso di Gaetano Salvemini e presieduta da Max Ascoli), dove si annuncia la creazione di un organo politico diretto da Carlo Sforza e di una colonna militare che sotto il comando di Randolfo Pacciardi dovrà collaborare con gli Alleati. La pregiudiziale repubblicana non piace a Churchill, ma pesa anche lo scarso seguito che i promotori hanno presso la comunità italoamericana.
Traditori, o antesignani?
Naufragata l’intesa con le organizzazioni antifasciste, l’intelligence britannica ripiega sul coinvolgimento di singoli italiani nella guerra irregolare. Nel 1940-1943 sono decine i volontari arruolatisi nei servizi segreti angloamericani per missioni ad altissimo rischio, con l’obiettivo di costituire reti interne o per attuare sabotaggi. Sono forme di opposizione individuali alla guerra fascista, equiparate al tradimento e punite con la pena capitale. Chi prende in considerazione tale scelta è Leo Valiani, desideroso a fine 1941 di battersi «come soldato grigio e taciturno, nell’esercito sovietico o in un esercito alleato». Lascia il Messico per il Regno Unito, dove è addestrato dal SOE per l’invio ad Algeri, tappa intermedia della missione in Italia: «sapevano di mandarci allo sbaraglio; se fossimo stati arrestati, i fascisti ci avrebbero fucilati».
Tra i primi italiani inseriti nelle forze speciali del Regno Unito per missioni nella penisola, vi è il fiorentino Fortunato Picchi (Carmignano, 1896). Reduce della Grande Guerra, stabilitosi a Londra nel 1921, era divenuto vicedirettore di sala al Savoy Hotel. Schedato come antifascista all’entrata in guerra dell’Italia, Picchi viene internato sull’Isola di Man; trattato come un potenziale nemico, reagisce orgogliosamente, dichiarandosi disposto a combattere il fascismo al fianco delle forze armate britanniche. Nonostante sia quarantasettenne, il SOE gli assegna il nome di copertura di Pierre Dupont e lo include, con la mansione di traduttore, tra i 35 incursori di un commando del II Special Air Service.
È l’Operazione Colossus: partiti da Malta, gli incursori vengono paracadutati la notte del 10 febbraio 1941 sugli impervi territori dell’Avellinese. Viene fatto saltare il ponte-canale dell’Acquedotto pugliese, nei pressi di Calitri, per interrompere il rifornimento idrico alle città portuali di Bari, Brindisi e Taranto. Il SOE vuol far sentire alle popolazioni il peso della guerra, per acuire il malcontento contro Mussolini. Attuato il sabotaggio, gli incursori si dividono in tre gruppi e marciano verso la costa, dove li attende un sommergibile; individuati da alcuni cacciatori e segnalati ai carabinieri, si arrendono dopo una sparatoria, costata la vita a due persone. Dupont, imprigionato a Napoli con i suoi compagni, viene smascherato da agenti del controspionaggio e fucilato all’alba del 7 aprile in adempimento della sentenza del Tribunale speciale. Scrive alla madre: «Di morire non m’importa gran cosa, quel che mi dispiace è che io, che ho voluto sempre il bene del mio Paese, debba oggi esser considerato come un traditore».
Nel dopoguerra si accenderà una polemica giornalistica sulla figura dell’esule fiorentino e sarà il deputato inglese Ivor Thomas a criticare un articolo di Paolo Caccia Dominioni (già comandante del 31° Battaglione “Guastatori d’Africa” e poi esponente del Corpo lombardo volontari della libertà) apparso sul «Corriere d’informazione» il 16-17 aprile 1949 e intitolato Era un traditore oppure un eroe?. Thomas sosteneva infatti che «Picchi fu tra gli uomini più valorosi dell’età nostra. Amò la sua terra nativa e sacrificò la sua vita per contribuire a liberarla dalla tirannia fascista che la dominava. Credeva di esser fedele alla vera Italia nella sua stessa opposizione al regime fascista. M’inquieta vedere un Suo collaboratore bilanciare così equilibristicamente il problema se Picchi fosse un traditore o un eroe. Se Picchi fu un traditore, allora Mussolini fu un patriota». Quella di Fortunato Picchi fu una scelta estrema, presa in assoluta solitudine, dinanzi alla propria coscienza: «Fu un partigiano prima che in Italia esistessero i partigiani. Arrivò presto, forse troppo presto perché venisse riconosciuto il suo sacrificio (tanto che il governo della repubblica nata dalla Resistenza gli negò il riconoscimento postumo di combattente antifascista). Ebbe il destino degli idealisti solitari: una fossa comune, e l’oblio. Aveva fatto quello che riteneva giusto, senza chiedere il permesso a nessuno, senza porsi problemi troppo complicati».
La preparazione della campagna d’Italia
Nella prospettiva della campagna d’Italia gli Alleati inviano in Sicilia agenti segreti incaricati di raccogliere informazioni e predisporre reti d’appoggio al corpo di spedizione. Il compito, estremamente difficoltoso e a massimo rischio, è affidato a volontari reclutati tra disertori o prigionieri di guerra italiani di orientamento antifascista. Si tratta di incursioni suicide, che al più producono qualche messaggio cifrato prima dell’inevitabile cattura, determinata spesso da cittadini che segnalano ai carabinieri la presenza di estranei. Ogni missione – con base operativa a Malta – è costituita da un paio di elementi, uno dei quali specializzato nelle trasmissioni radiofoniche e l’altro con compiti operativi; quest’ultimo è originario della zona prescelta.
La spedizione che sbarca la notte del 14 ottobre 1942 sul litorale di Acireale si compone del trentaseienne catanese Emilio Zappalà e del trentunenne padovano Antonio Gallo, incaricati di raccogliere notizie sulle strutture militari nelle province di Catania e Messina: difesa costiera, aeroporti, sistemi di vigilanza, dislocazione dei reparti tedeschi ecc. Dopo una notte di marcia i due raggiungono Santa Venerina, paese natale di Zappalà, dal quale egli era partito quindici anni prima per la Libia, dove con alterne fortune aveva svolto attività commerciali, aderendo poi al movimento Libera Italia e impegnandosi nelle reti informative francesi e inglesi. Gallo, mobilitato per la campagna d’Abissinia, era rimasto in Etiopia sino al ritiro italiano, nel 1941, quando si era offerto all’Intelligence Service per missioni nel Regno: addestrato come sabotatore e marconista, deve trasmettere le notizie raccolte dal compagno. Ricostruirà così l’epilogo della missione:
Giunti finalmente alla periferia di Santa Venerina essendo già giorno fatto, lo Zappalà ad una donna che veniva dal paese disse che eravamo dei contrabbandieri e parlando in dialetto siciliano chiese se conoscesse qualcuno presso il quale potessimo lasciare in quei paraggi per poche ore le nostre valigie. La donna gli indicò un casolare poco distante dove essa era diretta e lo Zappalà la seguì, entrandovi mentre io aspettavo con le valigie al margine della strada. Essendo stata respinta l’ospitalità da lui chiesta, mi disse che sarebbe andato lui solo in paese per rivedere dei parenti e che sarebbe tornato dopo una mezz’ora. Prima di allontanarsi nascose le due bombe a mano in una buca presso di me. Rimasi nel posto da lui indicatomi ed attesi per circa mezz’ora che egli tornasse. Tornò in fatti e mi invitò a seguirlo in direzione del paese senza dirmi altro. Sennonché dopo pochi passi ci vennero incontro il maresciallo dei carabinieri con tre carabinieri ed un borghese e ci fermarono, traendoci poi in arresto.
I due prigionieri sono interrogati personalmente dal colonnello dei carabinieri Candeloro De Leo, l’ufficiale più valido del Servizio informazioni militare (SIM), che redige un resoconto con cui il Tribunale speciale motiva le due condanne a morte, eseguite il 28 novembre 1942 con il rituale della fucilazione alla schiena (il colonnello De Leo, fervente mussoliniano, comanderà i servizi segreti della RSI).
A volte i patrioti che intendono contribuire alla sconfitta militare dell’Italia per affrettare il ritorno alla democrazia cadono vittime dell’azione del controspionaggio fascista. Tra quanti aderiscono inconsapevolmente a cordate clandestine le cui fila sono tirate dal Centro controspionaggio dei carabinieri vi è la maestra trentina Clara Marchetto (nata nel 1911 a Pieve Tesino): residente in Liguria, nella primavera copia su fogli lucidi documentazione sulla corazzata Littorio e su altre navi da battaglia, per poi affidarli a una persona che dovrebbe portarli oltre confine. In realtà i carabinieri controllano l’intera organizzazione e a metà maggio 1940 ne arrestano i 15 componenti (alcuni dei quali doppiogiochisti). Il capocordata Aurelio Cocozza e il marinaio Francesco Ghezzi vengono fucilati il 22 dicembre 1940, mentre a Clara Marchetto e a suo marito Giusto Gubitta, disegnatore dei Cantieri Ansaldo, si infligge l’ergastolo. Scarcerata a Perugia nel maggio 1944 per ordine del Comando alleato, Clara Marchetto è tra i fondatori del Partito popolare trentino-tirolese, che rappresenta nel 1948 in Consiglio regionale. Fa richiesta di revisione della sentenza del Tribunale speciale ma viene accusata di tradimento dal democristiano Flaminio Piccoli: il 2 febbraio 1949 è ricondotta nel carcere di Perugia per scontare il resto della pena, in quanto «illegalmente liberata» dagli Alleati; dichiarata decaduta dal mandato elettorale, a fine anno è rilasciata, in libertà provvisoria, in attesa di un nuovo processo, che la condannerà in contumacia a 15 anni per rivelazione di segreti di Stato e complotto politico. Per non perdere nuovamente la libertà, Clara Marchetto si stabilisce dapprima in Austria, quindi in Tunisia e infine a Parigi, dove morirà settantunenne il 17 settembre 1982.
A tradire una combattente per la libertà, “partigiana” prima che nascessero i partigiani, è questa volta lo Stato repubblicano nato dalla Resistenza, incapace di promuovere una forte discontinuità (di leggi, di sentenze ma anche di valori) tra il fascismo e la democrazia. L’idea che la “patria” non vada mai tradita, nemmeno quando si lotta per ridarle una libertà conculcata, sembra una sconfessione del sacrificio che i martiri del Risorgimento patirono da parte dei tribunali austroungarici (da cui vennero condannati nella maggior parte dei casi proprio per tradimento): una contraddizione profonda proprio negli anni in cui si iniziava a parlare della Resistenza come Secondo Risorgimento, ma in un paese in cui la cultura nazionalista era ancora profondamente radicata.
La prima Resistenza nella penisola
Il 18 novembre 1940, al Gran Rapporto ai gerarchi provinciali del PNF, Mussolini aveva annunciato: «Con certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia!», mentre le truppe italiane stavano già indietreggiando di fronte alla controffensiva ellenica che costerà, due settimane dopo, le dimissioni del generale Badoglio. Nel giro di qualche mese, nell’aprile 1941, l’esercito di Mussolini torna nei Balcani al seguito della Wehrmacht che ha deciso di invadere la Iugoslavia. Partite da Zara, le truppe italiane raggiungono a metà mese Sebenico e Spalato, Ragusa e Mostar. L’armistizio firmato in fretta il 17 aprile dal generale Danilo Kalafatovi porta alla divisione del regno iugoslavo tra la Germania (in misura preponderante), l’Italia, l’Ungheria e lo Stato della Croazia, satellite tedesco sotto la guida di Ante Paveli.
Una parte della Slovenia diventa così l’italiana provincia di Lubiana, mentre si amplia la provincia di Fiume e si crea il governatorato della Dalmazia. Già nel 1940 erano stati smantellati dall’OVRA diversi gruppi di antifascisti sloveni, sia comunisti sia nazionalisti e rivoluzionari. I brutali interrogatori, nei quali si distinse il commissario Gennaro Perla, condussero a centinaia di arresti: vennero denunciati in 73 al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, poi ridotti di una decina, inizialmente divisi tra comunisti e irredentisti ma poi riuniti tutti come terroristi. Due di loro – Ivan Marija ok e Danilo Zelen – riescono a fuggire anche se quest’ultimo viene ucciso il 13 maggio 1941 dai carabinieri vicino a Ribnica, nel primo scontro armato avvenuto nella nuova provincia di Lubiana tra forze italiane di occupazione e antifascisti sloveni.
Il 2 dicembre 1941 inizia al Palazzo di giustizia di Trieste il processo a 60 imputati, arrestati quasi tutti in seguito a delazioni di loro ex compagni di lotta, sottoposti a estenuanti torture. A presiedere il Tribunale speciale è il generale Antonino Tringali Casanuova, che sarà successivamente ministro di Grazia e Giustizia della RSI e morirà per cause naturali ricoprendo quella carica. Gli imputati sono divisi in tre gruppi: comunisti, intellettuali e terroristi, sono tutti italiani anche se uno non è nato in Venezia Giulia, e tra loro vi è una sola donna, Marija Urbani. Il 14 dicembre vengono pronunciate nove condanne a morte di cui quattro – contro gli “intellettuali”, che lo stesso Alto commissario civile della provincia di Lubiana chiede di salvare per opportunità politica – commutate in ergastolo. L’indomani, al poligono di Opicina, ha luogo l’esecuzione dei “terroristi” Pino Tommasi (Toma�i), Vittorio Bobek, Giovanni Ivancich (Ivani), Giovanni Vadnal, Simone Kos. Dalle carte del processo – ha scritto Marta Verginella – emerge «come la sottrazione dei diritti nazionali, la decapitazione del ceto medio sloveno con la sua esclusione dalle istituzioni statali e dall’amministrazione locale e il suo allontanamento dalla sfera pubblica abbiano prodotto nei superstiti il bisogno di una risposta forte e coerente all’ideologia dello Stato-nazione. Di fronte allo Stato italiano e alla sua politica di assimilazione e snazionalizzazione la rappresentanza politica slovena, non soltanto nella sua composizione liberal-nazionale, ma anche in quella cattolica e comunista, individuava nella comune azione di tutte le forze politiche slovene una scelta di sopravvivenza».
Il 24 ottobre 1942 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato aveva decretato la condanna a morte per Antonio Grzina e i suoi collaboratori Vincenzo Hrvatin, Giuseppe Roi, Francesco Vci e Giuseppe Zefrin, immediatamente eseguita a Trieste. Il “Gruppo Grzina”, composto da una decina di contadini e artigiani coordinati da un meccanico fiumano, annotava ubicazioni e caratteristiche di aeroporti, caserme e infrastrutture belliche, ma la sua attività era stata stroncata il 10 ottobre 1941 da una raffica di arresti.
Tra i casi più significativi di opposizione all’oppressione fascista, identificata con la dominazione italiana, vi è il tragico destino dei fratelli Amauri ed Egone Zaccaria (nati a Fiume nel 1913 e nel 1917), appartenenti a una famiglia di sinistra: la madre Maria Soucek a inizio 1941 viene internata nel campo di prigionia di Montefusco, mentre il padre Alessandro, organizzatore partigiano, sarà catturato nell’ottobre 1942 da poliziotti triestini, imprigionato nel Lager di San Sabba e fucilato dai tedeschi il 22 giugno 1944. Arruolati in un “battaglione allogeni”, costituito con reclute considerate infide, disertano e si recano avventurosamente al Cairo, per offrirsi all’Intelligence Service quali volontari per missioni in Italia. Dopo un sommario addestramento, la notte del 9 ottobre 1942 un sommergibile li sbarca al largo della costa campana, nei pressi di Licola, muniti di cifrari, radio ricetrasmittente e una grossa somma di denaro.
Avvistati dalla guardia costiera, sono catturati nel giro di poche ore. Dopo un mese vengono condannati «alla pena di morte con degradazione mediante fucilazione alla schiena». Sentenza eseguita il 10 novembre nella capitale, nel poligono di Forte Bravetta, da un plotone d’esecuzione di camicie nere. Vengono sepolti al cimitero del Verano, nel “riquadro dei traditori”, con false indicazioni nominative.
L’opposizione al regime spinge alcuni irredentisti slavi a raccogliere informazioni per lo spionaggio iugoslavo. Qui entra in gioco un fattore decisivo e innovativo rispetto alle adesioni individuali ai servizi segreti del Regno Unito: la dimensione collettiva, legata a un progetto politico condiviso.
Il 26 aprile 1941, intanto, era sorto l’Osvobodilna Fronta (Fronte di liberazione del popolo sloveno, OF), cui aderiscono tutte le forze che intendono combattere l’occupazione italiana, e che vede una progressiva egemonia del Partito comunista sloveno. La Resistenza cresce man mano che la violenza dell’occupazione fascista si manifesta con tutta la sua ferocia: uccisioni, arresti, massacri di civili, incendi di villaggi, migliaia di prigionieri. Il 1° marzo 1942 il generale Roatta, dopo aver assunto il comando della 2a Armata da cui dipendevano le unita dislocate nei territori ex iugoslavi annessi nella primavera del 1941 e in quelli appartenenti al nuovo regno di Croazia, emana la famigerata circolare n. 3 C, in cui sottolinea che tutti gli abitanti dei territori occupati devono essere ritenuti nemici, che si deve evitare di fare prigionieri, che non devono essere risparmiati i sospetti di favoreggiamento e le loro case. È in quel periodo che entrano in funzione i campi di concentramento di Gonars (costruito nell’autunno precedente nella prospettiva di mettervi i prigionieri russi), operativo dalla primavera, e di Arbe, creato in luglio, dove migliaia di arrestati conoscono condizioni di vita terribili, violenze continue e una forte mortalità.
Ai partigiani sloveni si aggiungono presto anche numerosi antifascisti italiani, delle province di Trieste e Udine. Uno di loro è Vincenzo Marcon, arrestato nel 1937 e inviato poi al confino alle Isole Tremiti, nel carcere di Lucera, sull’Isola di Ponza, nel carcere di Cerchiara in provincia di Cosenza, a Corigliano Calabro e infine a Castrovillari, dove gli viene concessa la libertà provvisoria il 22 dicembre 1941. Nell’aprile 1942 Marcon è a Trieste e insieme a Giovanni Zol si dedica a riorganizzare il Partito comunista e ad avviare una collaborazione con i partigiani sloveni. Con il nome di battaglia di Davilla partecipa a incontri nel maggio e luglio 1942 per collegare le iniziative di lotta tra italiani e sloveni, e reperire e costruire armi. Ondina Peteani, considerata la “prima” staffetta partigiana, così lo ricorderà:
Nella primavera del 1942, al ritorno dal confino, Davilla si mise in contatto con Vinicio Fontanot, abitante in quel periodo a Ronchi. A quei tempi io pure abitavo a Ronchi e avevo continui rapporti con la resistenza. Portavo di frequente materiale propagandistico a Trieste. In uno di questi passaggi incontrai Davilla ed ebbi subito un’impressione molto positiva di lui; essendo io appena diciottenne, Davilla mi pareva, ed ebbi più tardi conferma, un organizzatore indiscusso con una personalità molto forte. Era assai radicato nel suo lavoro politico. Con Vinicio Fontanot e altri compagni del cantiere di Monfalcone andava d’accordo sulle varie decisioni politiche e di lavoro in genere.
A fine dicembre 1942 sono attivi a Trieste una trentina di Comitati rionali sloveni e italiani impegnati nel sostegno alle formazioni combattenti, come risultato degli accordi raggiunti da Drago Maruši, Giuseppe Udovi, Agostino Trobec (in rappresentanza del partito sloveno e dell’OF) e Davilla, Rinaldo Rinaldi, Cesare Gorian (organizzatori della Federazione triestina del PCd’I).
Mentre numerosi comunisti italiani scelgono nel corso del 1942 in modo spesso spontaneo e individuale di aderire alla Resistenza slovena, l’attività dei partigiani sulle alture del Collio e nella Slavia veneta (Beneija) spinge la Federazione comunista di Udine, nell’estate del 1942, a riflettere sull’opportunità di una partecipazione alla lotta armata. La prima richiesta alla direzione del PCd’I viene fatta da Mario Lizzero (Lima), con la proposta di costituire un movimento armato, pronto a partecipare alla lotta assieme ai partigiani iugoslavi, definiti alleati. Il primo incontro tra Lizzero e Mirko Braii, comandante del Briško Beneški Odred (BBO) ha luogo a fine ottobre 1942. «In concomitanza o in conseguenza di questi incontri si verificò un sensibile afflusso di italiani e sloveni nelle formazioni partigiane, tanto che Lizzero si incontrò ancora con gli sloveni all’inizio del 1943, chiedendo che fosse facilitata la riunione in un unico reparto di tutti quei partigiani italiani che erano presenti nelle formazioni slovene: ciò avrebbe permesso di far affluire altri combattenti italiani».
Dal sabotaggio alla Resistenza
Come per tutti gli antifascisti in esilio, in prigione o al confino prima del conflitto, con lo scoppio della guerra chiunque collabori alla sconfitta dell’esercito fascista e per mettere in crisi il governo di Mussolini viene considerato un traditore della patria. «La figura del traditore, in un’epoca contrassegnata dalla guerra, tende a sovrapporsi e a coincidere con quella della spia, anche perché gli apparati di intelligence si sviluppano […] evidenziando una frattura fra lealtà alla nazione e allo stato e fedeltà verso i propri valori e i propri principi». Dallo scoppio della guerra e fino al settembre 1943, l’assenza di referenti nel territorio del Regno rende estremamente rischiose le missioni e, tranne un paio di eccezioni, i loro protagonisti vengono rapidamente individuati e neutralizzati. Traditori o precursori? Nel secondo dopoguerra un velo di silenzio avvolge gli italiani condannati – e in diversi casi fucilati – per spionaggio, ignorando il retroterra politico di scelte esistenziali arrischiate.
La continuità dell’azione antifascista dal 1940 al 1945, in sinergia con il SOE, attraverso le differenti fasi politico-militari della seconda guerra mondiale, è ben rappresentata da Giacomino Sarfatti e da Max Salvadori.
Dopo le leggi antiebraiche Giacomino Sarfatti (Firenze, 1920-Siena, 1985) emigra in Inghilterra e si iscrive alla facoltà di Agraria dell’Università di Reading. All’entrata italiana in guerra viene internato in quanto “straniero nemico” e nel novembre 1940 si arruola come volontario nelle forze armate britanniche. Addestrato nel SOE come operatore radio, è considerato un idealista, dotato di coraggio e autocontrollo, sebbene con qualche inibizione morale: «Come ebreo, è antifascista e non ha nulla in contrario ad attaccare qualsiasi bersaglio militare o fascista, ma ha grandi remore sulla possibilità di provocare la morte di altri italiani». Munito di falsi documenti, opera dapprima a Malta; nel dicembre 1942 entra in Italia dalla Svizzera, per stabilirsi a Milano e trasmettere notizie a John McCaffery, che da Berna dirige i servizi segreti inglesi. Prima della missione, Sarfatti redige il testamento e lascia oggetti personali da consegnare in caso di morte alla famiglia, che a Firenze ne ignora l’affiliazione militare. McCaffery ha affidato l’agente a Eligio Klein, un triestino che in realtà è assoldato dai servizi segreti italiani: per questo motivo Sarfatti sarà controllato passo passo e lasciato operare per l’interesse del SIM a conoscere codici e comunicazioni del SOE. Ritorna brevemente in Svizzera nell’ottobre 1943 per poi riprendere servizio in Italia settentrionale, stavolta a diretto contatto con i partigiani delle Fiamme Verdi operanti nelle valli bresciane. Ha potuto evitare l’arresto e la fucilazione, in realtà, soltanto perché lo si era ritenuto di maggiore utilità in libertà, nell’orbita del doppiogiochista Klein.
Cresciuto a Firenze, Max Salvadori (Londra, 1908-Northampton, 1982) completa gli studi in Svizzera, a causa dei frequenti scontri con squadristi che perseguitano anche suo padre, docente di filosofia morale. Rimpatriato nel 1929, conduce un’esistenza semiclandestina per organizzare il movimento Giustizia e Libertà. Arrestato nel 1932, torna libero dopo un anno grazie a un “rinsavimento” politico simulato, espatria e riprende l’agitazione antifascista. Nel 1938 svolge missioni antinaziste nel Mare del Nord, per conto dei servizi segreti inglesi; dopo aver vanamente proposto al SOE di essere inviato in Italia, recluta in Messico esuli antifascisti disposti a tornare in Europa per battersi nella guerra segreta contro l’Asse. Il 19 gennaio 1943 è accolto nell’esercito britannico, per fungere da elemento di punta nell’imminente campagna d’Italia. Il 25 luglio 1943 sbarca in Sicilia con una missione aggregata alla 7a Armata, effettua una puntata dietro le linee italo-tedesche, agevola l’arruolamento di antifascisti che si batteranno nella guerra di liberazione (tra gli altri: Alberto Cianca, Aldo Garosci, Leo Valiani, Alberto Tarchiani e Giaime Pintor). Partecipa agli sbarchi di Salerno e di Anzio, e svolgerà un ruolo decisivo nel rapporto tra Alleati e Resistenza.
Probabilmente, Max Salvadori è – nel periodo precedente all’armistizio dell’8 settembre 1943 – il solo membro italiano del SOE a non essere individuato, controllato o catturato dal SIM. Ciò è dipeso soprattutto dalla brevità del suo lavoro sul territorio del Regno e dalla decisione dei suoi superiori di non “bruciarlo” in missioni impossibili, come invece accade agli altri antifascisti tornati clandestinamente nella penisola per il desiderio di contribuire alla lotta contro la dittatura di Mussolini.
Testimonianza su Fortunato Picchi
Fu aggregato alla nostra unità nel Regno Unito alla vigilia della partenza per l’Operazione Colossus.
Effettuò i lanci previsti, sia di giorno che di notte, col minimo della preparazione, il che, tenuto conto della sua età, non fu cosa da poco.
Quando vennero impartite le istruzioni per l’Op., mostrò il massimo interesse, e si mostrò senz’altro pronto ad andare ovunque ed a fare qualunque cosa gli si richiedesse. Mezz’ora prima di lasciare la Base avanzata, i soldati coinvolti, incluso Picchi, seppero che l’obiettivo era in realtà in Italia e non, come si pensava, nelle colonie italiane in Africa. Picchi non mostrò apprensione nell’apprenderlo, il che non ci sorprese, perché durante la nostra breve conoscenza eravamo rimasti molto colpiti dalla sua sincera determinazione nel fare ogni sforzo necessario a rovesciare il fascismo.
Durante lo svolgimento dell’Op. in territorio italiano, agì con freddezza e abilità quando fronteggiò vari tipi di italiani, e tutti gli ordini impartitigli – sia che riguardassero il suo compito di traduttore sia che riguardassero l’azione – furono da lui eseguiti meticolosamente. Dopo che l’unità ebbe raggiunto il suo obiettivo, e mentre stava recandosi all’appuntamento prefissato, Picchi mi avvicinò e chiese di essere lasciato indietro, perché non poteva tenere il passo con gli altri e temeva così di mettere a repentaglio le loro possibilità di salvezza. Sapeva perfettamente quale sarebbe stato il suo destino se i fascisti l’avessero catturato. Comunque si decise che egli restasse con noi, e dimostrò rinnovato vigore quando seppe che la sua richiesta, pur essendo stata debitamente accettata, non era stata accolta.
Mantenne poi il morale sempre altissimo nel corso dei noti eventi che portarono alla nostra cattura e, quando lo vedemmo per l’ultima volta a Napoli, prima che subisse da parte degli ufficiali fascisti un interrogatorio simile a quello degli altri membri dell’unità, non mostrò segni di apprensione per le possibilità di sopravvivenza.
Secondo noi era un uomo estremamente coraggioso, animato da un gran bisogno di contribuire alla caduta del fascismo. Questo spirito bastò ad indurlo a tornare in Italia in un modo tanto rischioso, pur sapendo perfettamente cosa avrebbe significato per lui non riuscire a rientrare dalla missione.
Ten. col. Trevor Pritchard, 24 ottobre 1946
Documento presso The National Archives, Kew (London)
II.
Dal complotto monarchico alla fuga del re
(25 luglio-9 settembre 1943)
La seduta del Gran Consiglio del 24-25 luglio 1943, e il conseguente arresto del duce, sostituito alla guida del governo dal generale Pietro Badoglio, testimoniano la debolezza del regime fascista dopo tre anni di guerra. Lo stesso Mussolini, del resto, «narrando l’incontro con Hitler a Feltre del 19 luglio, attribuiva esplicitamente la crisi del regime alle disfatte militari subite dall’Italia». Ed era ormai rassegnato, «fin dal colloquio col re, a considerare la sua destituzione da capo del governo come la fine del regime fascista».
Dalla crisi militare alla crisi politica
Il 1943 segna effettivamente una svolta decisiva nel conflitto: l’esercito tedesco è ormai sulla difensiva, la sua avanzata all’apparenza senza ostacoli è terminata. La radicalizzazione della guerra iniziata con l’aggressione all’Unione Sovietica (le deportazioni, lo sfruttamento economico dei civili oltre che dei prigionieri, l’annientamento degli ebrei) apre la fase della “guerra totale”, che prosegue inesorabilmente anche quando l’iniziativa è passata agli eserciti alleati. La battaglia di Kursk cominciata ai primi di luglio – il più grande scontro di mezzi corazzati mai avvenuto – e terminata dopo dieci giorni con la vittoria sovietica, accentua la nuova direzione del conflitto, già chiara con la vittoria britannica a El Alamein (ottobre-novembre 1942) e la sconfitta tedesca a Stalingrado (fine gennaio 1943).
L’Italia, considerata tra il 1941 e il 1942 dagli Alleati un mero satellite della Germania, da punire e ridimensionare, è oggetto di particolare attenzione alla conferenza di Casablanca del gennaio 1943, dove Roosevelt e Churchill, alla presenza dei generali francesi de Gaulle e Giraud, pianificano la “campagna d’Italia” e sperano di poter infliggere una resa senza condizioni alle potenze fasciste entro l’anno. Al disastro militare in Russia, con il dramma della ritirata, si accompagna l’intensificazione dei bombardamenti sulla penisola, soprattutto nel Meridione, preludio allo sbarco in Sicilia che le forze britanniche e statunitensi, sotto il comando unificato del generale Dwight Eisenhower, hanno messo a punto con l’Operazione Husky, programmata – in una riunione di inizio maggio ad Algeri – per il 10 luglio.
La campagna di Russia – mistificata nel dopoguerra come un’operazione umanitaria, quando invece fu una tipica invasione – si conclude con una “catastrofe”, come ricorderanno tutti i sopravvissuti. Le lettere scritte dai soldati alle famiglie non contengono alcuna «eco significativa dei presupposti ideologici della spedizione e della retorica bellicista di Mussolini», ma trasudano un familismo quasi infantile, e non sono del tutto immuni dalla propaganda fascista ma neppure coerentemente aderenti al regime. Le prime, in ordine di tempo, sono improntate all’ottimismo e a una certa spavalderia nei confronti del nemico: «Presto caro Papà anche la bella Stalingrado fa la morte del sorcio, se sapesti e vedesti quanti bombardieri ci volano sopra scaricando quintali di esplosivo che fanno tremare tutto il suolo russo, oh sì anche per Stalin è fatta non è tanto lontano il giorno che marceremo su Mosca». Quelle successive sprigionano nostalgia e pessimismo.
Sulla ritirata di Russia disponiamo di testimonianze letterarie che sono diventate ormai dei classici. Mario Rigoni Stern, sergente degli alpini mandato a combattere con il Battaglione “Vestone” della Divisione “Tridentina”, ricorda la battaglia di Nikolaevka del 26 gennaio 1943, mentre è in corso la ritirata, con i russi trincerati tra le case del paese. Entrato in un’isba affamato, vi trova soldati dell’Armata Rossa e una donna che gli dà da mangiare: «In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini». Nuto Revelli, ufficiale della “Tridentina” lui pure coinvolto nella battaglia di Nikolaevka, nella prefazione a La strada del davai, volume in cui ha raccolto le testimonianze di molti reduci, ricorda che essi «ignoravano tutto del fascismo. Nei tempi facili non appartenevano alla “gioventù del littorio”: vivevano liberi, lontano dai grandi fatti nazionali. Non avevano nemmeno la camicia nera; a malapena conoscevano poche frasi fatte, i miracoli di Mussolini e basta».
All’inizio del marzo 1943 l’Armir ha perduto il 97% dell’artiglieria, l’80% dei quadrupedi e il 70% degli automezzi, su 230.000 uomini sono caduti o dispersi in 85.000, 27.000 sono stati feriti o congelati, 70.000 fatti prigionieri, e di questi quasi un quarto morirà prima di giungere nei campi di prigionia e la metà nel corso della detenzione in Urss. Il giudizio di Revelli riassume un sentimento diffuso, non solo tra i sopravvissuti di quella tragica esperienza: «La colpa peggiore del fascismo non è di aver tradito la generazione del littorio, di aver tradito noi che abbiamo gridato “viva la guerra, viva il duce”. È di aver tradito questi poveri cristi, a cui la guerra è caduta sulle spalle come una epidemia».
Dall’inizio del 1942 si scatenano bombardamenti a vasto raggio sulle principali città italiane, per provocarne il “collasso morale” secondo l’obiettivo dello strategic bombing: in ottobre furono colpite Genova e Milano, in dicembre Napoli e Torino, mentre il 19 luglio 1943 sarà la volta di Roma, un evento destinato ad accelerare la crisi del regime e dei suoi rapporti con la monarchia. Accanto ai massicci bombardamenti è la situazione alimentare a modificare progressivamente e profondamente l’opinione pubblica, preda adesso di sconforto, paura, delusione e rabbia, sentimenti che accompagnano la caduta verticale del mito del duce.
Che effetto hanno i bombardamenti sulla popolazione? La scelta di compiere bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile, e non solo su impianti militari o obiettivi strategici, sembra produrre soprattutto depressione e paura, rassegnazione e fatalità, anziché spinta alla ribellione come era nelle intenzioni dei comandi alleati.
Le tessere alimentari si sono ormai ridotte a fornire 920 calorie, il livello più basso tra le potenze in guerra: una decina di milioni di italiani è costretta a vivere con una dieta “inferiore al minimo fisiologico”, come documentato da uno dei maggiori statistici, incaricato dal ministero dell’Agricoltura e foreste di uno studio sul problema del razionamento e dei prezzi.
Gli scioperi iniziati nel marzo 1943 alla Fiat costituiscono la prima manifestazione pubblica eclatante di frattura tra regime e popolo: «il primo atto di resistenza di massa di un popolo assoggettato a un regime fascista autoctono». Le autorità fasciste, spaventate dalla compattezza della mobilitazione e sconcertate dalla partecipazione di operai vicini al regime, non possono soffocare la protesta né reprimerla con violenza. Nella memoria successiva, e anche nelle prime ricostruzioni storiche, agli scioperi del marzo 1943 è stato attribuito un significato politico rilevante, giudicandoli con l’ottica dell’anno successivo o per enfatizzare la presenza e il ruolo dei quadri comunisti e alimentare il mito di una Resistenza operaia che si imporrà nei primi anni della guerra fredda.
In realtà (come lo stesso dirigente del PCd’I Umberto Massola rileverà nel 1973), il 5 marzo succede ben poco e il vero sciopero inizierà la settimana seguente. Come ben raccontato da Tim Mason, gli scioperi iniziati l’8 marzo alla Fiat si estendono rapidamente a tutto il Piemonte e in aprile coinvolgono numerose aziende di Milano e di varie città della Lombardia. Essi segnano una grave caduta nel consenso al regime già indebolito dalla guerra, ma tra le cause di questa non si può dimenticare l’impatto profondo dei bombardamenti, che avevano spinto a cercar riparo fuori Torino decine di migliaia di persone e tra loro molti operai, cui era stata concessa a febbraio un’indennità pari a 192 ore di lavoro proprio per questo motivo, e che con lo sciopero si intendeva estendere a tutti, non solo ai lavoratori evacuati. «Gli scioperi alla Fiat non furono la prima protesta contro il dominio fascista a Torino. Piuttosto, gli scioperanti riguadagnarono la fiducia nell’agire a causa di una rottura nello stato fascista e perché furono sostenuti da un movimento molto più diffuso di disordini popolari che si svolse dal novembre 1942. Prima di diventare politiche, le proteste erano “esistenziali”: in risposta a un regime che chiedeva sacrifici per vincere la guerra, i lavoratori cominciarono invece a sostenere che era necessario abbandonare del tutto la guerra».
L’occupazione della Sicilia e la “guerra totale”
È soprattutto nelle regioni vicine alla linea del fuoco, sottoposte a una crescente militarizzazione e a una forte presenza tedesca, che la crisi di consenso al regime si fa più evidente. La Sicilia ne è l’esempio più chiaro: l’attesa dell’arrivo angloamericano – e l’accoglienza delle truppe che il 10 luglio 1943 sbarcano tra Gela e Licata (quelle americane) e tra Pozzallo e Avola (quelle inglesi) – suscita speranze ed entusiasmo. La Sicilia, cioè la «parte più arretrata del Paese si è trovata a dover sostenere l’urto della guerra, dapprima come retrovia del fronte mediterraneo nella guerra “parallela”, poi come zona di guerra con l’intensificarsi della militarizzazione del territorio, delle privazioni, delle distruzioni dovute ai bombardamenti aerei, e infine con l’invasione». L’accoglienza largamente favorevole riservata agli “invasori” alleati si spiega con elementi prevalentemente sentimentali: l’angoscia della guerra, il terrore dei bombardamenti e delle violenze (nel gennaio 1943 erano sfollate da Palermo oltre 60.000 persone), la speranza che l’arrivo angloamericano ponesse fine a quella tragica realtà. I 150.000 uomini sbarcati in Sicilia furono una forza inferiore solo a quella che di lì a poco avrebbe invaso la Normandia.
All’indomani dello sbarco i fascisti attribuiscono la sconfitta alla dissoluzione dell’esercito, imputata ai militari. In realtà i soldati italiani «combatterono certamente meglio e di più di quanto ricordato», anche se questo «non vuol dire che non si registrarono sbandamenti gravissimi. L’episodio della resa della fortezza di Augusta-Siracusa, che tanto sconcertò l’opinione pubblica, al pari dell’elevato numero di prigionieri, specie siciliani, sta lì a ricordarci che vi fu un drastico mutamento di atteggiamento dei soldati italiani». Sulla base di un entusiasmo reale si è costruita successivamente una narrazione tesa a diminuire e ridimensionare il consenso degli italiani per il regime fascista, ma le ricerche più recenti hanno riproposto anche una posizione critica presente nei giorni successivi all’invasione. Non solo quella di fascisti convinti, o di persone danneggiate nelle distruzioni prive di scopi militari, ma di una popolazione che vede con timore la presenza di soldati di colore e racconta – paura o realtà è difficile dirlo, ma gli eventi successivi non possono escludere alcuna ipotesi – di violenze nei confronti delle donne rimaste sole dopo la partenza dei loro uomini per la guerra: «questi racconti ci confermano che l’immagine della “liberazione festosa” non è riuscita a cancellare del tutto le memorie meno concilianti con gli Alleati, che ora riemergono prepotentemente».
Insistere sul quadro della “guerra totale”, che ha preso piede anche per gli italiani nel 1943, permette di cogliere le fasi di passaggio, a volte molto rapide, tra una resistenza “istintiva” scaturita in quel contesto e le forme meno spontanee e più organizzate di una consapevolezza antitedesca e antifascista che crescerà nel tempo. L’attenzione recente per le stragi commesse in Sicilia dall’esercito americano contro soldati prigionieri o civili – quelle presso gli aeroporti di Biscari e Comiso o quella di Gela, quelle di Acate e Piano Stella – permette un confronto con le stragi tedesche che avvennero soprattutto nella prima metà di agosto nella zona etnea, nel momento dell’abbandono della Sicilia da parte dei tedeschi. Le prime portarono anche a condanne dei responsabili e alla critica dell’operato del generale George S. Patton, «propugnatore di una linea dura, in contrasto con le raccomandazioni dello stesso Roosevelt di adottare atteggiamenti amichevoli verso la popolazione», e contribuiscono a «definire meglio la politica da adottare nei confronti della popolazione italiana (oltre che a tentare di contenere comportamenti simili)»; le seconde – rimaste generalmente impunite, per ragioni legate alla guerra fredda – ci mostrano i primi segnali, in Italia, di una dinamica già sperimentata altrove e che porterà lutti e tragedie crescenti dal 1943 al 1945 in tutta la penisola.
Sullo sbarco in Sicilia ha pesato a lungo il mito della “liberazione mafiosa” dell’isola, oggetto di presunti accordi tra autorità americane e mafia siciliana negli Stati Uniti; un mito duro a morire, anche perché rilanciato da libri, articoli di giornale, film e addirittura da una relazione della Commissione antimafia del 1993. Eppure, la ricerca storica ha dimostrato l’inesistenza di un «progetto di collaborazione tra mafia e autorità militari statunitensi per agevolare lo sbarco in Sicilia grazie ad un’opera di spionaggio effettuato da mafiosi siculo-americani».
L’entusiasmo che accompagna la caduta e l’arresto di Mussolini in molte città italiane, soprattutto di chi si sente pienamente ostile al regime – «la gioia grande per aver potuto finalmente passare da una posizione teorica a una posizione pratica» –, è accompagnato da una maggiore prudenza in chi auspicava che la caduta del fascismo non avvenisse per congiura interna. Gaetano Salvemini già nel febbraio 1942, in una lettera a Max Ascoli, era giunto «alla conclusione, dopo molto dispiacere, che esiste un accordo preciso tra il Ministero degli esteri britannico e lo State Department sull’idea che l’Italia debba essere ceduta a fascisti moderati controllati dal Duca d’Aosta, da Papa Pio XII, da Grandi, Badoglio e altri simili mascalzoni».
La caduta di Mussolini non è il risultato di un piano alleato, e infatti Gran Bretagna e Stati Uniti ne sono colti di sorpresa, tanto che nell’incontro di Québec della seconda metà di agosto Churchill e Roosevelt assumono «l’impegno di un trattamento comprensivo verso il popolo italiano», pur senza sconfessare la richiesta di resa incondizionata. Anche se si era trattato di un fatto tutto interno al regime e al suo rapporto con la monarchia, l’antifascismo italiano vorrebbe approfittare della situazione per legittimare ed estendere la propria presenza politica, pur con una cautela maggiore di quello che le manifestazioni popolari di giubilo potevano far intendere. Da crisi militare ed economica, il 25 luglio trasforma l’emergenza – in atto ormai da diversi mesi – in irreversibile crisi politica, in cui prende presto il sopravvento la violenza nei confronti della popolazione.
In agosto, infatti, riprendono con forza i bombardamenti alleati, che ispirano a Salvatore Quasimodo – in riferimento ai raid aerei tra l’8 e il 16 su Milano – una poesia indimenticabile:
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Già il 26 luglio il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, dirama una circolare in cui ammonisce che «qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento» e pertanto ordina di sparare ad altezza d’uomo contro i manifestanti, senza preavviso: «siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni gli squilli, le intimazioni e la persuasione. […] Contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento». Roatta, insieme a Badoglio, di cui è braccio destro, impersona il continuismo del potere: assunta nel 1934 la guida del Servizio informazioni militare, due anni dopo comanda i legionari fascisti nella campagna di Spagna, nel 1939 diviene addetto militare a Berlino e nel 1942 comanda l’esercito italiano nella provincia di Lubiana e poi guida la 2a Armata in Croazia, con il pugno di ferro contro partigiani e civili: «Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto, una testa per ogni dente!».
In tre giorni le indicazioni di Roatta provocano diverse decine di vittime, quasi trecento feriti e oltre mille arresti. A Bari e a Reggio Emilia avvengono gli episodi più sanguinosi. Nel capoluogo pugliese l’esercito spara su pacifici dimostranti che, sotto le finestre della Federazione del Fascio, chiedono la rimozione dei simboli del regime: i feriti sono 60 e i morti 23 (incluso il figlio sedicenne del meridionalista Tommaso Fiore, detenuto per antifascismo nel carcere cittadino). A Reggio Emilia gli operai delle Reggiane, scesi in strada per chiedere la pace, sono mitragliati dai bersaglieri in servizio di ordine pubblico e da guardie giurate della fabbrica: i morti sono nove e decine i feriti. Manifestanti cadono anche a La Spezia, Volterra, Sesto Fiorentino, e rimangono feriti in moltissimi altri luoghi. Nelle stesse ore il generale Quirino Armellini, comandante della Milizia fascista inserita da Badoglio nell’esercito regio, deplora in un’altra circolare le manifestazioni “inconsulte” della “plebaglia”: «alcuni dei temi che saranno propri della propaganda della Repubblica sociale sono anticipati in questa circolare, mescolati ad altri che troveranno ospitalità nella stampa monarchica e reazionaria del sud» (Armellini diverrà elemento di spicco del fronte militare clandestino romano d’ispirazione badogliana).
L’armistizio e il crollo delle istituzioni
Le vicende che portano all’armistizio dell’8 settembre 1943 sono state ampiamente ricostruite e interpretate: Elena Aga Rossi ha parlato di «inganno reciproco» nelle trattative tra gli Alleati e il re e Badoglio, mentre Gabriele Ranzato ha intitolato «Il disonore e l’onore» il paragrafo in cui ne riassume le vicende. La posizione italiana è caratterizzata da titubanze, contraddizioni e comportamenti diversificati da parte dei principali responsabili, nell’assoluta incertezza su come trattare i tedeschi. La ridicola pretesa di Badoglio di porre condizioni agli Alleati (su luogo e tempo dello sbarco a Salerno, nonché sul numero delle divisioni) viene ovviamente respinta e il 3 settembre il generale Giuseppe Castellano e il generale Walter Bedell Smith firmano l’armistizio “corto”, mentre le clausole più draconiane di quello “lungo”, consegnato in quell’occasione, sono sottoscritte il 29 settembre da Badoglio e dal generale Eisenhower. Gli Alleati non rivelano i loro piani operativi, convinti «della poca serietà dei loro interlocutori e della scarsa o nulla volontà dell’Italia badogliana di affrontare i tedeschi».
Badoglio vorrebbe, al mattino dell’8 settembre, rinviare l’«accettazione dell’armistizio», ma alle 18,30 esso è annunciato dal Comando alleato e alle 19,45 Badoglio legge il comunicato radio che, ripetutamente trasmesso, è ascoltato con gioia e preoccupazione in tutta Italia. Alle 5 del mattino successivo il re, Badoglio, i generali Ambrosio e Roatta e diversi ministri e membri dello Stato Maggiore lasciano la capitale per l’Abruzzo e poi si imbarcano a Ortona su una corvetta che l’indomani approderà a Brindisi, sotto protezione alleata.
Le reazioni alla notizia dell’armistizio sono contraddittorie e spesso contrastanti, ma accomunate dalla consapevolezza che si è aperta una fase nuova, e nulla può più essere come prima. Confusione e sbandamento tra i soldati sono testimoniati da una straordinaria pagina di Beppe Fenoglio, con un animato dibattito attorno a un lacerante interrogativo: «Farsi ammazzare per chi?» (trascrizione al termine di questo capitolo).
Atteso e temuto, esso è accolto festosamente da soldati e cittadini come fine della guerra, ma anche con rabbia, umiliazione e paura per essere stati abbandonati da ogni autorità e dover fare da soli nel momento del “tutti a casa”. È questo secondo sentimento a prevalere, anche perché la rapidità con cui i tedeschi occupano e controllano il territorio spinge a scelte drammatiche e impreviste, che comportano – spesso per la prima volta – una presa di consapevolezza individuale.
Che cosa è successo, in sintesi, l’8 settembre 1943? Davvero si può ipotizzare che quel giorno sia avvenuta la “morte della patria”, espressione coniata dal giurista Salvatore Satta, che è sembrata a qualcuno l’espressione «più adatta per definire la profondità, la ricchezza d’implicazioni, in una parola la qualità tutta particolare che ha avuto in Italia la crisi dell’idea di nazione in conseguenza della guerra mondiale»? Quella data segna senza dubbio «la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata», un baratro che era il risultato del fallimento del fascismo, della sua criminale alleanza con Hitler e dell’illusione di vincere la guerra, dell’opportunismo della monarchia e dei comandi militari, della loro vigliaccheria e incapacità di accettare la mano tesa degli Alleati con la proposta di armistizio, del loro rifiuto di incamminare il paese sulla strada della democrazia. Ma un baratro, anche, da cui nel giro di poche settimane il paese – o almeno una parte importante di esso – si risolleva, con la Resistenza.
Non si può dimenticare, comunque, quanto risulti difficile, soprattutto per gli alti ufficiali che hanno fatto carriera nell’esercito fascista, comprendere il ribaltamento di alleanza sancito dall’armistizio e comportarsi conseguentemente. C’è infatti chi mantiene – o addirittura intensifica – le pratiche autoritarie del passato, come mostra l’eccidio di Acquappesa, in provincia di Cosenza, avvenuto proprio l’8 settembre. Gli Alleati, sbarcati a Reggio Calabria, stanno risalendo la penisola quando, il 5 settembre, una ventina di soldati del 76° Battaglione di Fanteria costiera, di stanza ad Acquappesa, abbandonano la caserma per raggiungere le famiglie. Sono, in certo modo, sbandati in anticipo. Cinque di loro, tutti di Gioia Tauro, vengono arrestati il giorno dopo da una pattuglia italiana. Il colonnello Ambrogi propone al suo superiore, il generale Luigi Chatrian, comandante della 227a Divisione, di fucilarli senza processo per diserzione, e lo trova concorde sull’esecuzione capitale. Poi, grazie all’intercessione del cappellano, il provvedimento viene rinviato, finché un assembramento minaccioso di folla circonda la caserma ed esige la liberazione dei condannati. Alle ore 15 dell’8 settembre Chatrian rinnova l’ordine di fucilazione «entro 24 ore», e Ambrogi fa individuare il luogo adatto e preparare le bare. A fine pomeriggio, la radio del reggimento trasmette il messaggio di Badoglio sull’armistizio. «L’esultanza dei militari è enorme: soldati ed ufficiali urlano e saltano per la gioia, si abbracciano felici; i cittadini di Acquappesa scendono in strada e il parroco del paese fa suonare le campane a distesa. Tutti pensano che la fucilazione dei cinque commilitoni verrà definitivamente sospesa». L’ordine, invece, sarà eseguito dopo la mezzanotte, raggelando gli entusiasmi per quella che, nella regione, sembra davvero la fine della guerra. Il generale Chatrian diventerà sottosegretario alla Guerra (e poi alla Difesa) nei governi Bonomi, Parri e De Gasperi, venendo eletto all’Assemblea Costituente per la Democrazia cristiana. «La nascita del Regno del Sud preparata dalla fuga dei governanti, ha come viatico la fucilazione di cinque soldati-contadini».
Per molti antifascisti, militari ed ebrei la Svizzera rappresenta una possibilità di salvezza e una terra d’asilo. Quando a metà settembre Mussolini preannunzia da Radio Monaco la formazione di un governo collaborazionista, oltre 10.000 soldati e ufficiali varcano il confine italo-elvetico; nella metà dei casi, vengono respinti. Si presentano in divisa, con armi ed equipaggiamento personale.
A fine mese, giungono in Svizzera 22.000 militari e circa 4000 civili (1300 dei quali ebrei). In ottobre, giungono altri 3000 profughi. Gli immigrati vengono internati e godono di una relativa libertà. Tra di essi figurano l’economista Luigi Einaudi, il docente universitario Amintore Fanfani, il giornalista Indro Montanelli.
È un luogo comune, confortato da numerosi avvenimenti, ritenere che la Resistenza sia nata con l’8 settembre, quando anche l’Italia si trovò, sia pure in modo contraddittorio e controverso, occupata dalle truppe naziste, come era accaduto all’intera Europa nei tre anni precedenti, quando il nostro esercito aveva affiancato le truppe del Reich nel mettere il continente a ferro e fuoco. Rispetto alle altre nazioni, in Italia la Resistenza inizia più tardi e abbraccia gli ideali di libertà e democrazia con una spinta dal basso, dopo che per tre anni dall’alto i militari italiani avevano impedito, anche con violenza e ferocia inaudita, quella libertà nelle terre di Francia, di Grecia, di Iugoslavia, per non parlare del Nord Africa dove il fascismo costruì l’effimero impero che Vittorio Emanuele III – fuggitosene precipitosamente da Roma a Brindisi all’alba del 9 settembre – si era fino a quel momento intestato.
Anche se episodi di lotta e resistenza contro l’occupazione tedesca e italiana si erano già avuti, come si è visto, soprattutto sul confine orientale (nel Friuli Venezia Giulia e nella provincia di Lubiana), è dopo l’8 settembre che si moltiplicano e si diffondono comportamenti che assumono nel loro insieme un senso compiuto di Resistenza all’occupante tedesco e, successivamente, anche al nuovo regime collaborazionista – la Repubblica sociale italiana – creato al Nord da Mussolini dopo essere stato liberato dai tedeschi il 12 settembre.
È ormai largamente condivisa la convinzione che la Resistenza non fu solamente la lotta armata delle formazioni partigiane in montagna o dei nuclei guerriglieri nelle città, che ne costituirono la parte più evidente e combattiva, ma anche le molteplici “resistenze” che contribuirono alla vittoriosa avanzata alleata e al successo e all’estensione del movimento partigiano: quella dei militari combattenti, degli internati militari e politici, degli ebrei oggetto della persecuzione razziale, degli ex prigionieri alleati rimasti a combattere per la liberazione dell’Italia, di donne e famiglie più o meno attivamente impegnate nelle campagne e nelle città a ostacolare gli obiettivi dell’esercito occupante e delle milizie e istituzioni fasciste. Un’esperienza collettiva in cui una minoranza coinvolse, con consapevolezze diverse, strati sempre più ampi della popolazione abbandonata l’8 settembre dai governanti e dai vertici militari allo sbandamento e al disorientamento. L’ambiguità della formulazione usata da Badoglio nel radiomessaggio di annuncio dell’armistizio – «Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza» – e la mancanza di ordini chiari consentono a ogni comando militare territoriale di decidere come agire.
I giorni attorno all’armistizio, e soprattutto quelli successivi, favoriscono la crescita e la diffusione di valori nuovi, simili a quelli rivendicati dai resistenti della Francia e della Grecia, oppure della Iugoslavia: che fino ad allora l’esercito del fascismo aveva indicato come banditi e sovversivi e che la circolare n. 3 C emanata nel marzo 1942 dal generale Roatta imponeva di distruggere ed estirpare.
Resistere o collaborare: l’occupazione tedesca
Nella maggioranza dei casi i comandanti decidono di cedere le armi ai tedeschi, vuoi per convinzione e per un frainteso senso dell’onore, vuoi per evitare uno scontro ritenuto già perso in partenza, ma soprattutto perché incapaci di assumersi qualsiasi responsabilità di fronte al silenzio e all’abbandono in cui erano stati lasciati dal re e da Badoglio. Già nelle prime ore di questa situazione si poteva intravedere in nuce la guerra civile che sarà innescata dalla formazione della Repubblica sociale italiana. A Torino, per esempio, il generale Enrico Adami Rossi rifiuta di incontrare gli esponenti dei partiti antifascisti e di distribuire armi alla popolazione per difendersi dai tedeschi, con cui sta già trattando la resa e con i quali continuerà a combattere nei ranghi della RSI. La mancanza di collaborazione, in questo caso, prefigura la collocazione in campi avversi dell’ufficiale collaborazionista e degli antifascisti (tra di essi Franco Antonicelli e Aurelio Peccei) che lo avevano sfidato a scegliere la democrazia. A Milano, il generale Vittorio Ruggero dialoga con gli antifascisti promotori della Guardia nazionale (Gasparotto, Li Causi, Grilli e Pizzoni) e tergiversa fino al 10 settembre, quando si accorda con i tedeschi e l’indomani scioglie la Guardia nazionale (viene peraltro internato in Polonia).
Grazie all’indecisione e alla codardia della monarchia e dei comandi militari – in molte realtà il numero dei soldati italiani era preponderante rispetto ai tedeschi – gli ufficiali superiori rifiutano di armare il popolo e permettono che l’esercito si decomponga e si sciolga in quarantott’ore. A morire non è la patria, ma le istituzioni che formalmente la rappresentano e che sono sempre più lontane ed estranee al paese reale, alla patria che cerca di svegliarsi e ricostituirsi. Anche se sono in minoranza, infatti, non manca chi intende portare alle estreme conseguenze quello che avrebbe dovuto essere per tutti – compresi il re e Badoglio – il senso dell’armistizio: combattere a fianco degli Alleati e accelerare la sconfitta della Germania.
È quanto accade a Roma dopo la precipitosa fuga di Vittorio Emanuele III, di Badoglio e dei generali Ambrosio e Roatta, disonorevole «perché essi avevano deciso, come risultava già dal testo letto da Badoglio alla radio, di rinunciare a qualsiasi organica operazione militare contro i tedeschi e di abbandonare a se stesse tutte le unità». Quella che dovrebbe essere una resa senza condizioni alle forze alleate, diviene in realtà una disfatta nei rapporti con l’ex alleato. Se per i soldati il “tutti a casa” significa ricercare, individualmente o in gruppo, il modo di sopravvivere e la responsabilità di porsi nella nuova condizione di occupati, ufficiali e sottufficiali in diversi casi guidano le proprie unità a resistere alla reazione tedesca.
A Roma le divisioni italiane – la motorizzata “Piave”, le corazzate “Ariete” e “Centauro”, quelle di fanteria “Piacenza” e “Granatieri di Sardegna” – hanno una superiorità numerica imponente ma i generali Roatta e Carboni decidono di non difendere la capitale, spingendo di fatto per una trattativa e per accogliere l’ultimatum tedesco, malgrado alcuni reparti abbiano già iniziato a difendersi dall’attacco germanico tra l’8 sera e il 9 mattina. «Roma, sebbene potesse contare per la sua difesa su un esercito con un numero di effettivi doppio – o quasi triplo secondo alcune fonti – rispetto a quello tedesco, certamente molto meglio armato, fu abbandonata al nemico senza che questo fosse costretto ad affrontare alcun combattimento contro forze veramente capaci di contrastarlo».
Reparti dei “Granatieri” e del reggimento dei “Lancieri di Montebello”, della “Sassari” e dei Carabinieri combattono con gruppi di civili attorno a Porta San Paolo e alla Piramide. «Sparano», ricorda Paolo Monelli, «questa gente nostra che nessuno ha pensato a inquadrare e a dirigere, con armi raccattate dai soldati in fuga, o distribuite da qualche sperduto gruppo di partiti; sparano da dietro gli alberi, stesi a terra, al riparo dei carri abbandonati, con una luce di febbre negli occhi, con manovre elementari e istintive».
Anche se ancora disorganizzato, caoticamente spontaneo, questo è l’inizio della Resistenza. E una delle sue prime vittime ne è, a suo modo, un simbolo. Insegnante di storia dell’arte, poi ufficiale dei granatieri, ferito e congedato, nel 1942 il ventisettenne Raffaele Persichetti aderisce al Partito d’Azione e all’annunzio dell’armistizio decide di agire. Il 10 settembre anima la Resistenza a Porta San Paolo; così lo ha ricordato Ruggero Zangrandi: «Giunse, con un gruppo di civili armati, all’altezza della Piramide di Caio Cestio (sarà stato mezzogiorno) e qui incontrò il comandante del suo reggimento, colonnello Mario Di Pierro, che dirigeva i combattimenti. Tolse a un soldato morto le giberne e le armi e così, vestito come un garibaldino o un brigante, prese il comando di un plotone di granatieri». Ferito a una spalla, continua a sparare contro i tedeschi, finché viene colpito a morte nel primo pomeriggio.
Si sentono patrioti gli ufficiali e soldati che cercano in situazioni spesso impossibili di contrastare l’occupazione tedesca e il disarmo delle truppe italiane, malgrado la mancanza di indicazioni chiare in tal senso. Ha scritto Zangrandi: «È strano: la storia d’Italia tra l’8 settembre ’43 e l’inizio della Resistenza organizzata, è ricca di fatti d’arme, rivolte popolari, casi minori, e non per questo meno eroici, di reazione alla prepotenza tedesca; tutti spontanei e quasi tutti poco noti». A Nepi (Viterbo) un carro armato ferma una colonna tedesca e provoca 40 vittime; a Valenza (Alessandria) artiglieri italiani impediscono ai tedeschi – che arrestano a decine – di passare il Po; a Barletta ha luogo una battaglia di ore, con la colonna motorizzata tedesca respinta; il porto di Bari viene difeso dalle truppe del generale Nicola Bellomo, che impediscono ai tedeschi di impadronirsene e lo consegnano intatto all’esercito alleato; a Luino (Varese) un tenente colonnello dei bersaglieri raccoglie attorno a sé quasi mille uomini: «Quando i tedeschi decisero di sbarazzarsi di quel nucleo di resistenza, impiegarono aerei, pezzi di artiglieria, lanciafiamme combattendo tre giorni. Ebbero 240 morti e un migliaio di feriti. Gli italiani persero 145 uomini, di cui 63 ancora sconosciuti; gli altri o furono catturati o riuscirono a raggiungere la Svizzera attraverso Ponte Tresa». Uno scontro ha luogo a Terracina, un combattimento all’Isola della Maddalena, un conflitto a fuoco davanti alla prefettura di Reggio Emilia anche se il comandante del presidio aveva consegnato le truppe in caserma, mentre il presidio di Piacenza, guidato dal generale Rosario Assanti, combatte per ore e si arrende solo per la minaccia di bombardamento della città e per le notizie che giungevano dal comando di piazza di Milano sull’intesa tra il generale Ruggero e i tedeschi.
È tutto il Meridione, e non solo la Sicilia, a essere coinvolto in ripetute ribellioni di civili e rappresaglie tedesche all’indomani dell’8 settembre, che segnalano come la vicinanza del fronte e il suo permanere costituiscano inevitabili premesse nella costruzione di azioni di resistenza. Qui, più che altrove, è vero che «la Resistenza non la organizza l’antifascismo: vi partecipa, la orienta e ne assume la direzione politica, ma lungo il percorso». Il rifiuto dell’occupazione e l’indisponibilità a collaborare con l’occupante costituiscono il contesto in cui hanno luogo gli eventi più disparati di quel terribile settembre. Anche qui vi sono occupazioni di terre che anticipano quelle degli anni seguenti, e che individuano un’unica battaglia: contro i tedeschi, i fascisti e i proprietari.
Ancor prima dell’armistizio vi sono episodi di resistenza vera e propria, come quello di Mascalucia, alle pendici dell’Etna, dove il 3 agosto 1943 il paese insorge contro le ruberie e angherie dei tedeschi, con l’aiuto di soldati italiani: un evento giudicato «l’unico episodio di resistenza armata di massa verificatosi in Italia prima dell’8 settembre» e che si imprime nella memoria cittadina come “le quattro ore di Mascalucia”.
Con l’armistizio avvengono episodi analoghi nel resto d’Italia. In Sardegna, per esempio, mentre alla Maddalena tra il 9 e il 13 settembre vi sono scontri tra militari tedeschi e italiani, che subiscono le perdite maggiori, e nelle acque al nord dell’isola il 9 viene affondata dalla Luftwaffe la corazzata Roma, provocando la morte di 1352 militari, il 10 vi è il tentativo del colonnello Alberto Bechi Luserna (già comandante del 187° Reggimento della Divisione “Folgore” a El Alamein e ora alla testa della Divisione paracadutisti “Nembo”) di bloccare due compagnie che hanno deciso di passare ai tedeschi, e che per questo viene ucciso a Macomer da un paracadutista insieme a uno dei due carabinieri della sua scorta.
Dopo l’8 settembre per le popolazioni della Sicilia e del Mezzogiorno si fa più confusa la percezione di quale sia l’esercito amico e quale quello nemico, della propria posizione nella tenaglia degli eserciti occupanti, con bombardamenti da una parte e dall’altra, che rendono improbabile la fine imminente della violenza. Molto presto ha luogo un’aggregazione di militari sbandati che avviene in forme spontanee o attorno a nuclei di ufficiali o di combattenti antifascisti – alcuni reduci della guerra di Spagna – i quali hanno deciso di entrare in azione. L’11 settembre a Rionero in Vulture (Potenza), patria di Giustino Fortunato, soldati tedeschi appoggiati dai fascisti locali occupano il paese e sparano il 16 contro la folla accorsa presso i magazzini viveri della 7a Armata, che i tedeschi sembravano intenzionati a distruggere prima della ritirata, uccidendo e ferendo numerose persone. Il 21 è la volta di Matera che si ribella e insorge contro il saccheggio e le violenze commesse dalle truppe germaniche: si tratta di una rivolta che «ebbe la configurazione di un moto spontaneo […]. Ma non va dimenticato che in città, e un po’ in tutta la regione, era rimasta memoria delle violenze dello squadrismo fascista».
A Moschito, un piccolo centro in provincia di Potenza, il protagonismo popolare porta alla deposizione del podestà fascista e all’instaurazione di una repubblica, che per tre settimane, dal 15 settembre al 5 ottobre, cercherà di promuovere misure democratiche – dalla equa tassazione alla distribuzione dei viveri – finché le nuove autorità badogliane non arresteranno gli organizzatori (in seguito tutti assolti).
Al confine opposto dell’Italia, in provincia di Cuneo, negli stessi giorni ha luogo quella che sarà spesso ricordata come la prima strage nazista dopo l’8 settembre (anche se violenze di tipo stragista c’erano già state soprattutto nel Mezzogiorno): quella di Boves. Sui monti che sovrastano la piccola cittadina si è formata una banda, guidata da un ex sottotenente della Guardia di frontiera, Ignazio Vian. Il 16 settembre il maggiore Joachim Peiper, al comando di un battaglione della Panzer Division Leibstandarte delle SS (la stessa che aveva occupato Milano), minaccia rappresaglie contro chiunque aiuti i militari italiani fuggiaschi. Il 19 due tedeschi vengono casualmente intercettati e catturati a Boves e in un successivo scontro a fuoco muoiono un partigiano e un milite tedesco. Peiper, giunto con il grosso del reparto, pretende che gli vengano riconsegnati i prigionieri, pena la distruzione del paese. Il parroco don Giuseppe Bernardi e l’ingegnere Antonio Vassallo, dopo l’impegno da parte del maggiore a non procedere a rappresaglie, negoziano con i partigiani la consegna del prigioniero e del corpo del tedesco morto. «Ottenuto il rilascio, le SS iniziano l’azione di rappresaglia: mentre i carri armati aprono il fuoco verso la collina contro le presunte basi dei resistenti, il paese viene dato alle fiamme e raffiche di mitra sparate a caso colpiscono gli abitanti. In poche ore vengono massacrati ventitré civili, tra cui gli stessi mediatori».
Le azioni con cui soldati italiani e civili resistono all’occupazione tedesca attorno all’8 settembre avvengono in ogni parte d’Italia, in forme largamente spontanee anche quando sono organizzate da ufficiali o da antifascisti di vecchia data tornati da poco in libertà. La maggior parte dei protagonisti di quelle giornate agisce d’impulso, anche se in molti casi consapevolmente e in modo calcolato. La Resistenza sta per nascere, per molti aspetti si può dire che sia già sorta, benché al momento nessuno sappia bene che cosa potrà essere e diventare. Probabilmente non lo sa nemmeno il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che si costituisce il 9 settembre sulle ceneri del Comitato delle opposizioni creato a Roma all’indomani del crollo del regime fascista e che chiama gli italiani «alla lotta e alla resistenza». Presieduto anch’esso da Ivanoe Bonomi, è costituito da rappresentanti del Partito democratico del lavoro (Meuccio Ruini), del Partito liberale (Alessandro Casati), della Democrazia cristiana (Alcide De Gasperi), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), del Partito socialista (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola).
Farsi ammazzare per chi?
Gridò: – Venti tedeschi hanno fatto arrendere una caserma con dentro tremila di noi! – Era un meridionale tarchiato e irsuto, una canottiera smagliata sui calzoni d’accatto e scarpe lampantemente militari.
– E gli ufficiali?
Esplosero tutti insieme: – Chiamali ufficiali. Non mi si parli mai più di ufficiali. Scapparono i primi, i bellimbusti, avevano il vestito borghese bello pronto e stirato nelle pensioni. […]
– Il comando non ci ha avvisati dell’armistizio, si sono completamente dimenticati di noi.
– Vedi lì i signori ufficiali. E che aspettate a mollar tutto e puntare a casa vostra?
– Ma ai tedeschi non potevate proprio resistere? Questo non comprendiamo. Se erano venti, hai detto?
– Farsi ammazzare per chi? Per il Re, o per il Principe o per Badoglio? Dovunque stiano, meglio di noi poveri cristi stanno. E poi, nemmeno l’ordine hanno saputo darci. D’ordini ne è arrivato un fottìo, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi – non sparate sui tedeschi – non lasciarsi disarmare dai tedeschi – uccidete i tedeschi – auto disarmarsi – non cedere le armi. Tutti ci serravamo la testa tra i pugni, perché non ci scoppiasse. La truppa non ha tardato ad annusare il quarantotto completo, ha pensato alla pelle e a casa sua e ha mandato l’esercito a fare in culo. Voltavi gli occhi e di cento ne ritrovavi settanta, poi cinquanta, gli ufficiali rimasti allargavano le braccia o piangevano come bambini, i soldati saltavano il muro come tanti ranocchi. Io l’ho vista sì la bellezza di resistere ai tedeschi, ma mi son detto «Debbo crepare proprio io per le migliaia che già corrono verso casa? A casa, a casa! Se la sbrighino gli altri, finisca come vuole», e mi sono lanciato dalla finestra giusto mentre il carro armato tedesco svoltava nel viale della caserma. Io sto a Capua e non sogno altro che casa mia.
– Ce la farai?
– Dovrei, Dio benedetto. Tenendo sempre la campagna, viaggiando di notte e stando fermo e nascosto di giorno pieno. Questi cornuti tedeschi non saranno dappertutto. Son quattro gatti! […]
– Qui si finisce al muro. Abbandono di posto, di deposito munizioni, scherziamo?
– Alle conseguenze io nemmeno ci penso. Come ha detto il soldato, questo è il quarantotto completo. Non ci sarà mai più un esercito in Italia. Pallottola in canna, si rientra a Montesacro. Se arrivando troviamo il battaglione a ramengo, ciascuno se ne va alla sua ventura.
Beppe Fenoglio, Il libro di Johnny, a cura di Walter Pedullà, Einaudi, Torino 2015
III.
Resistenza e guerra civile
Diversamente dalla prima guerra mondiale, quando la difesa della patria risulta prevalente su ogni altra identità che possa venire rivendicata, nel secondo conflitto le cose mutano. La vittoria dei totalitarismi – la Russia comunista, l’Italia fascista, la Germania nazionalsocialista – crea un nuovo problema di fedeltà: Stato, nazione e patria non sempre si identificano e pongono a chi combatte i totalitarismi problemi di coscienza. «Alcuni tedeschi antinazisti hanno desiderato la sconfitta della propria patria e hanno perfino lavorato per favorire questa sconfitta fin quando non si è verificata. Erano traditori? Nei confronti dei nazionalsocialisti di sicuro. Nei confronti della loro coscienza certamente no. Nei confronti della classica nozione di patria forse, ma questa stessa nozione è messa in dubbio nell’epoca delle religioni politiche».
Chi tradisce chi: battaglia e strage di Cefalonia
Una discussione ancora più accesa di quella che ha segnato la “morte della patria” – rimasta per lo più nell’ambito accademico e storiografico – è quella sul presunto tradimento dell’Italia nel momento in cui, l’8 settembre 1943, ribalta le proprie alleanze di guerra.
«Gli italiani, per la loro infedeltà e il loro tradimento, hanno perduto qualsiasi diritto a uno stato nazionale di tipo moderno. Devono essere puniti severissimamente, come impongono le leggi della storia». Queste parole sono di Goebbels anche se presto la propaganda nazista accusa prevalentemente la monarchia, Badoglio e i gerarchi della congiura del 25 luglio, per cercare di riconquistare un consenso che in realtà solo gli aderenti convinti della Repubblica sociale potranno condividere. Claudio Pavone, che ha dedicato un intero paragrafo di Una guerra civile al tradimento, ricordava che «nella situazione italiana seguita l’8 settembre 1943 le contrapposte accuse di tradimento rimbalzavano, si intrecciavano e si contaminavano in vario modo perché tutte, o quasi, avevano in sé qualche frammento di verità». Anche un antifascista integerrimo come Salvemini, ad esempio, aveva dichiarato che «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore», ma si trattava di un giudizio morale che serviva a rimarcare la propria opposizione all’esperienza Badoglio nel suo insieme.
Il giuramento al re permette, soprattutto agli ufficiali e ai militari, di resistere con dignità alla prigionia e all’internamento, ma è certo che i conflitti di fedeltà si complicheranno quando la RSI e spesso anche le bande partigiane richiederanno fedeltà a una popolazione che fatica a scegliere la propria collocazione. La rivendicazione di non essere traditori, accusando i nemici di esserlo, non è un sintomo di “morte della patria” ma di quella frantumazione istituzionale in cui – in Italia, come già da tempo in Europa – le uniche identità forti sono costituite da valori politici e morali, primo fra tutti la libertà, che dividono inevitabilmente l’insieme della nazione. Dalla primavera del 1940, come testimonia l’articolo Quislings Everywhere pubblicato sul quotidiano londinese «The Times», esiste ormai anche un neologismo per connotare il tradimento:
Il maggiore Quisling ha aggiunto una nuova parola alla lingua inglese. Per gli scrittori la parola Quisling è un dono degli dei. Se fosse stato loro chiesto di inventare una nuova parola per traditore […] avrebbero difficilmente escogitato una combinazione di lettere più brillante. All’ascolto riesce a suggerire qualcosa al tempo stesso viscido e tortuoso.
Fondatore del partito fascista norvegese e primo ministro dal febbraio 1942, Vidkun Quisling è il prototipo del “collaborazionista” (sarà giustiziato a Oslo il 24 ottobre 1945).
In Italia – a seconda dell’angolo visuale – sono traditori Badoglio e il re, Mussolini e i gerarchi che l’hanno sfiduciato, gli ufficiali che combattono le truppe tedesche e quelli che si alleano con l’invasore tedesco. Molti antifascisti considerano traditori al tempo stesso Mussolini e Badoglio, anche se pochissimi tra loro hanno scelto dall’inizio della guerra di collaborare con gli Alleati in nome della libertà.
Da Monaco, Mussolini il 18 settembre annuncia il rientro sulla scena e la rinascita del suo movimento. Cinque giorni dopo, il primo Consiglio dei ministri del costituendo Stato si riunisce all’ambasciata tedesca, a Roma, dove il segretario del Partito fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, rende omaggio al «Capo Supremo della nuova Germania nazionale Socialista, Adolfo Hitler». Una genesi rivelatrice dell’estensione collaborazionista della Repubblica sociale italiana, denominazione assunta a inizio dicembre, quando il governo si è insediato sulla sponda bresciana del lago di Garda, tra Salò e Gargnano, residenza del duce.
Goebbels riporta nel suo diario le impressioni di Hitler dopo il suo incontro con Mussolini liberato:
Il Führer si aspettava che, per prima cosa, il Duce si preoccupasse di vendicarsi ampiamente su chi l’aveva tradito. Ma Mussolini non ha mai dato a vedere di voler far nulla di simile, e con ciò ha dimostrato quali sono i suoi limiti oltre i quali non saprà mai andare. Non è un rivoluzionario come il Führer o Stalin. È così legato alla sua italianità che gli mancano le qualità del rivoluzionario e del sovvertitore mondiale.
Praticamente negli stessi giorni, il 17 settembre, Hitler ordinava alle truppe del maggiore von Hirschfeld, giunto il giorno prima a Cefalonia, di non fare prigionieri tra i soldati della Divisione italiana “Acqui”, considerato il suo «comportamento improntato al tradimento e alla perfidia». Nell’isola greca, occupata dal 1941, sono presenti più di 10.000 soldati e 500 ufficiali italiani, cui si sono aggiunti nell’agosto 1943 circa 1800 tedeschi. Nella primavera di quell’anno i comandi germanici hanno preparato il piano Alarich, che prevede l’occupazione dell’Italia in caso di rottura dell’alleanza, e nell’estate il piano Achse, che stabilisce il disarmo e la deportazione delle truppe italiane che non intendono continuare a combattere con la Germania.
Anche nella penisola i primi tentativi di resistenza sono condotti dai comandi inferiori, mentre quelli superiori si danno alla fuga o collaborano apertamente con i nazisti. In molti casi i tedeschi uccidono in modo illegittimo e vendicativo gli ufficiali che osano prendere alla lettera gli ordini di un governo in fuga derivati dall’armistizio. Soprattutto fra le unità militari fuori d’Italia muoiono «in stragi “sistematiche” uomini con gradi elevati ed elevate responsabilità e giovanissimi sottotenenti di complemento, militari di professione e soldati di guerra, a Kos, Leros, Spalato, Krujë, Kuç, Corfù e Cefalonia e in altri luoghi, la maggior parte dei quali mai entrati nella memoria collettiva del paese. A Cefalonia e non altrove, però, oltre all’eccidio metodico e organizzato degli ufficiali, accadde qualcosa in più, cioè la strage indiscriminata dei soldati che man mano si arrendevano durante i giorni della battaglia».
Sui combattimenti e sulla strage di Cefalonia non esiste ancora una narrazione storica pienamente condivisa, anche per le lunghe e complesse vicende giudiziarie che ne hanno accompagnato la memoria pubblica e per le testimonianze discordanti rilasciate dai sopravvissuti. Già il 10 settembre, comunque, l’OKW (Oberkommando der Wehrmacht), l’alto comando delle forze armate tedesche, aveva dato l’ordine di fucilare gli ufficiali italiani che avessero resistito, considerandoli franchi tiratori, e l’11 e poi di nuovo il 15 settembre esso era stato trasmesso a tutti i reparti. A prevalere, tra i soldati e gli ufficiali italiani, era certamente «la volontà di tornare in patria con sicurezza, con le armi e con il proprio onore», ma la difficoltà di ottenere questo risultato «avrebbe trasformato il punto di svolta rappresentato dall’armistizio in una scelta di lotta».
L’11 settembre, lo stesso giorno in cui dal “Regno del Sud” si ordinava al generale Antonio Gandin di resistere alle forze tedesche, i reparti italiani si ritirano dall’altura di Kardakata, probabilmente per il calcolo dello stesso comandante Gandin di mostrare ai tedeschi la buona volontà di un’intesa: una decisione gravida di conseguenze, poiché «Kardakata avrebbe rappresentato il cuore strategico della battaglia di Cefalonia, e quindi della vittoria tedesca, insieme, ovviamente, al “monopolio” dell’arma aerea da parte delle forze del Reich». Due giorni dopo giunge a Cefalonia il comandante della 22a Armata tedesca, il generale Humbert Kanz, che impone a Gandin la consegna di tutte le armi. A propendere per la resa (in base a una valutazione militare di lunga prospettiva) sono il comandante e la maggior parte del comando di divisione; a volersi battere (sulla base della preponderanza numerica) i comandi di Marina, Artiglieria, Carabinieri e gli ufficiali inferiori. Questo è il motivo della consultazione tra i reparti, passato alla storia come un “referendum” tra i soldati, in ogni modo un «gesto irrituale da parte di un comandante, sensibile verso i sentimenti della truppa in una situazione eccezionale».
La risposta di Gandin, come risulta in quasi tutte le opere a carattere memorialistico e storico, è perentoria: «Per ordine del Comando Supremo italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione “Acqui” non cede le armi». Ma questa risposta costituisce, ancora oggi, un interrogativo irrisolto sulle vicende di Cefalonia. Nell’unico documento disponibile, che è di parte tedesca (il Diario di guerra del 22° Corpo d’armata da montagna), la risposta sarebbe stata meno categorica e assai più articolata: «La Divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine di radunarsi nella zona di Sami, poiché teme di essere disarmata contro tutte le promesse tedesche. La Divisione intende restare sulle sue posizioni fino a quando non otterrà assicurazione […] che essa possa mantenere le sue armi e che solo al momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La Divisione assicurerebbe, sul suo nome, che non impiegherebbe le armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà la Divisione preferirà combattere piuttosto che subire l’onta della cessione delle armi ed io, sia pure con rincrescimento, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango a capo della mia Divisione».
La sostanza, in ogni modo, è una risposta negativa all’ultimatum tedesco, anche se si tratta di una “comunicazione neutra” in cui il generale spiega «le ragioni del no alle condizioni tedesche e ribadendo le richieste italiane, ma il tono lasciava ancora aperta la possibilità di continuare le trattative». All’alba del 15 settembre, con un attacco aereo tedesco, inizia la battaglia. La prima fase sembra arridere agli italiani ma presto giungono sull’isola cospicui rinforzi, inclusi il 98° e il 724° Reggimento che, impegnati nella guerra antipartigiana in Iugoslavia e Grecia, avevano massacrato civili nell’ottobre 1941 (a Kragujevac, con centinaia di vittime) e nell’agosto 1943 (villaggio di Kommeno). Il 17-18 settembre inizia la seconda fase della battaglia, durante la quale centinaia di soldati fatti prigionieri vengono uccisi. Nell’ultimo attacco, il 21-22 settembre, massacri ed eccidi avvengono in circa quaranta località dell’isola: la Divisione “Acqui” si arrende e termina la prima fase della strage di Cefalonia. La seconda, quella più nota, è costituita dalla condanna a morte e dall’esecuzione degli ufficiali, in una «rappresaglia “canonica”, simile cioè alle tante che, in quel periodo, riguardarono gli ufficiali italiani ritenuti dai tedeschi colpevoli di avere loro resistito, e quindi traditori».
La tragica fine dei soldati italiani è strettamente connessa alla situazione confusa, sul piano militare come su quello diplomatico, che è conseguenza della gestione dell’armistizio da parte del governo, della monarchia e degli alti comandi militari.
Non è soltanto un episodio isolato, esso rientra nella più complessa e articolata dimensione europea della guerra condotta dal Terzo Reich alla quale non partecipano solo alcuni corpi speciali, ma anche la Wehrmacht, l’esercito tedesco […]. Le stragi, le rappresaglie, i paesi minati, non saranno soltanto l’espressione di una strategia bellica basata, da una parte, sul rallentare la marcia dell’esercito angloamericano e, dall’altra, sul fare terra bruciata attorno ai partigiani sterminando la popolazione civile che li sosteneva; le stragi sono soprattutto la conseguenza prioritaria dell’ideologia razzista del regime nazista e della sua applicazione sul piano militare.
La Resistenza degli internati militari
Quasi 700.000 soldati italiani, che si trovano nei Balcani e nel mar Egeo, all’indomani dall’8 settembre cambiano di stato, passando da militari occupanti a esercito sconfitto. La decisione, presa dal re, da Badoglio e dagli alti gradi militari, di non avvisare le divisioni di stanza all’estero dell’armistizio imminente e la scelta di non accordarsi con gli angloamericani per organizzarne la resistenza con un passaggio nel fronte di guerra ebbero come effetto prevalente la resa senza combattere di fronte all’occupazione da parte dei tedeschi dei territori dove essi fino a quel momento erano stati alleati degli italiani. Se si escludono poche eccezioni – di cui la più rilevante è Cefalonia – nelle regioni in cui il regio esercito era forza di occupazione non fu possibile, o fu impedita, la strada del combattimento e della resistenza contro l’esercito tedesco. Per molti soldati la scelta divenne quella tra la resa e l’internamento in Germania, la collaborazione con i tedeschi proseguendo l’alleanza e sconfessando la scelta del re e del governo, il passaggio tra le file dei partigiani locali (greci e iugoslavi) combattuti fino a quel momento con determinazione. In Montenegro, ad esempio, prevarrà la decisione di collaborare con i partigiani locali creando la Divisione Garibaldi che combatterà fino al 1945, come unità del regio esercito, nel 2° Korpus dell’Esercito popolare di liberazione iugoslavo.
È una sorte analoga a quella dei soldati italiani sbandati dopo l’8 settembre, che in minoranza combattono o fuggono sui monti per creare le prime bande, in maggioranza cercano di nascondersi e in parte vengono disarmati e arrestati dall’esercito tedesco. L’accusa di tradimento mossa immediatamente da Hitler nei confronti degli italiani, la liberazione di Mussolini e la creazione della Repubblica sociale italiana si accompagnano – già dal 20 settembre 1943 – alla decisione di trasformare i prigionieri di guerra in “internati militari” (ItalianischeMilitärinternierten): una definizione priva di senso giuridico, che peserà profondamente sul loro destino.
Il numero complessivo dei militari italiani che si arresero fu di circa 400.000 nell’Italia centro-settentrionale, mentre altri 100.000 vennero catturati nella zona di Roma e nell’Italia meridionale. In Francia i soldati disarmati furono circa 60.000 e in Iugoslavia e Albania furono fatti prigionieri 165.000 militari mentre in Grecia e nelle isole dell’Egeo si arresero circa 265.000 uomini. In totale, quindi, nelle giornate successive all’8 settembre, furono complessivamente un milione circa i militari catturati dai tedeschi. Di questi, solo 190.000 decideranno di continuare a combattere con la Germania.
Tra gli internati vi sono noti intellettuali quali il giornalista Giovannino Guareschi, ufficiale d’artiglieria di sentimenti monarchici, e il vignettista Giuseppe Novello.
Un ufficiale del regio esercito deportato nel settembre 1943 è l’insegnante Paride Piasenti, che svolge nel Lager una funzione di coordinamento (nel dopoguerra fonderà l’Associazione nazionale ex internati e diverrà parlamentare democristiano).
Già all’indomani dell’8 settembre il comando della Wehrmacht, l’OKW, aveva emanato direttive lesive del diritto internazionale ispirando vendette e rappresaglie per il “tradimento” italiano che condussero in numerose località, nella penisola, in Grecia e nei Balcani, a stragi e violenze contrarie al diritto di guerra. Del milione di soldati italiani disarmati sono 650.000 i prigionieri rapidamente condotti nel Reich o nei campi del Governatorato generale che, per il governo nazista, costituiscono l’occasione per far fronte a una forte carenza di manodopera. Circa 100.000, invece, rimarranno nei Balcani e in Francia a lavorare per la Wehrmacht in fabbriche locali. Lo Stato Maggiore tedesco concorda con il ministro degli Armamenti Albert Speer l’utilizzo degli italiani rimasti fedeli all’alleanza non in unità militari, ma al massimo come ausiliari o lavoratori volontari. Il trattamento degli altri dipende dalla volontà di rappresaglia o di sfruttamento da parte dei tedeschi, che intendono far loro pagare il tradimento, senza considerarli prigionieri per sottrarsi agli obblighi che altrimenti avrebbero – sulla base delle convenzioni internazionali – nei loro confronti. La parvenza di un’alleanza rifondata con il nuovo governo mussoliniano legittima l’occupazione militare nel Centro-Nord e pone a tutti gli “internati” la scelta tra l’adesione alla RSI e il lavoro coatto nel Reich. Fino al marzo 1944 si reitera la proposta di scegliere l’alleanza fascista-nazista e sfuggire, così, alle terribili condizioni dei campi di prigionia e lavoro.
Gli internati militari italiani (IMI), sottratti al ruolo naturale di prigionieri di guerra, non erano più garantiti dal rispetto della convenzione di Ginevra e dal controllo della Croce Rossa. Le condizioni cui dovettero sottostare – mancanza di igiene, alimentazione scarsissima (tra 700 e 1000 calorie al giorno), lavoro duro per almeno dodici ore giornaliere, angherie e violenze di ogni genere, sovraffollamento nelle baracche, freddo eccessivo nei mesi invernali, mancanza di informazioni e contatti – dipendevano al tempo stesso dalla volontà di punire e dal suggerimento di cedere da parte dei tedeschi, ma la reazione largamente maggioritaria fu, invece, quella di una resistenza tenace e coerente. Si è calcolato che soltanto tra il 10% e il 20% dei soldati e degli ufficiali accolse l’invito a collaborare con la Wehrmacht o la RSI, mentre la maggioranza rimase fedele al giuramento fatto al re. Dalle tantissime testimonianze accumulate nel tempo emerge come il senso dell’onore patriottico abbia rappresentato la molla più significativa, almeno esplicitamente; insieme, però, a un deciso e crescente rifiuto del fascismo e della guerra che solo per una minoranza si manifestava con una scelta consapevole di antifascismo. Per tutti, comunque, può valere la sintesi lasciata da uno di essi, Giovannino Guareschi (uno degli scrittori più letti del dopoguerra):
Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredati di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni, diecine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato.
Le ragioni del rifiuto a sottostare alle pressioni e alle minacce tedesche, estrapolate dalle memorie e testimonianze disponibili, sono state riassunte in una classificazione che vede prevalere (30%) le giustificazioni militari, seguite da quelle etiche (26%) e ideologiche (24%), cui si aggiungono per ultimi motivi legati all’antigermanesimo, alla diffidenza verso le promesse, al fatalismo. Il sentimento di onore militare e di rispetto del giuramento fatto al re risulta al primo posto, come è stato sempre ricordato, ma l’insieme di spinte etiche e ideologiche raggiungono complessivamente la metà delle motivazioni, contribuendo a dare un’immagine più complessa e compiuta della scelta antitedesca degli IMI. Motivi etici e ideologici certamente molto differenziati, ma che possono riassumersi in un ritrovato senso di autostima che la partecipazione alla guerra fascista aveva fatto perdere e che si intuiva dover essere recuperato con un comportamento coerente: «Esamino me stesso e constato che – più di altri – ho conservato, nonostante la fame, un fondo di dignità».
L’inserimento a tutti gli effetti degli IMI nell’ambito della Resistenza, cioè di chi in vario modo si oppose all’occupazione tedesca e fascista dopo l’8 settembre e si adoperò per la liberazione dell’Italia, è stato colpevolmente ignorato per alcuni decenni dopo la fine della guerra, a livello politico come sul piano storiografico. Il caso clamoroso delle memorie di Alessandro Natta – il quale aveva combattuto ed era stato ferito a Rodi e poi catturato e inviato in Germania nei Lager di Küstrin, Sandbostel e Wietzendorf – che nel 1954 vennero rifiutate per la pubblicazione da Rinascita, la casa editrice del Pci (di cui Natta era tra i principali dirigenti), indica come la mitologia della Resistenza “armata” nei confini italiani sia stata a lungo l’unica ammissibile all’interno del discorso pubblico; tant’è vero che solo nel 1998 verrà concessa dallo Stato italiano la medaglia d’oro all’“Internato ignoto” perché «per rimanere fedele all’onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera».
Basta pensare a cosa avrebbe potuto costituire l’oltre mezzo milione di internati che resistettero alle promesse e alle minacce tedesche, se avessero accettato di tornare in Italia inquadrati in reparti per proseguire la guerra dalla parte nazifascista. La resistenza degli internati bloccò, in un modo per loro foriero di sofferenze a lungo dimenticate, la possibilità che tanti italiani si schierassero dalla parte sbagliata. In modo analogo, in condizioni diverse, si comportarono coloro che evitarono di presentarsi ai bandi di arruolamento della RSI e che costituirono la larga maggioranza delle classi giovanili richiamate. Si trattò di una resistenza militare e politica al tempo stesso.
E se il no del primo periodo della prigionia aveva avuto soprattutto un significato e un sapore antitedesco, quello dell’inverno 1943-44 si configurò come una netta e vigorosa presa di posizione antifascista, come uno scacco dato al nemico “politico”. In questo mutare della prospettiva e dell’obiettivo principale si può misurare il cammino percorso dalla resistenza, il suo politicizzarsi, perché le ragioni iniziali non avrebbero mantenuto così saldo e compatto il fronte degli internati se esse non fossero state convalidate e inverate da più profondi e seri motivi politici.
È soprattutto tra questi uomini, militari legati a un senso dell’onore diverso da quello che aveva cercato di inculcare in loro il fascismo, che motivazioni ed esperienze differenti finirono per dar luogo a una comportamento condiviso che permise un comune atteggiamento di resistenza accanto ai tanti che, nello stesso periodo, maturavano e si manifestavano in Italia.
Ma a dare vigore e maturità alla resistenza nei lager, facendone un episodio vero e proprio della lotta di Liberazione, contribuì soprattutto l’opera di chiarificazione e di educazione politica e culturale che venne svolta tra gli internati, in particolare nei campi ufficiali. Un ricordo personale mi consente di mettere in luce l’origine e il senso di un’attività che acquistò, a partire dal primo inverno, un rilievo e un’importanza notevoli. La sera in cui il mio gruppo giunse a Mühlberg sull’Elba, dopo l’interminabile viaggio, il colonnello Imbriani mi pregò di fare una conferenza per “tenere su il morale” dei compagni di prigionia. Nella fredda baracca del nostro primo lager dissi tutto ciò che ricordavo di Carlo Cattaneo, delle 5 Giornate, del glorioso ’48. Ascoltarono quasi tutti e in tutti vi fu interesse e commozione.
La Resistenza nel confine orientale: la battaglia di Gorizia
Il problema della patria e del tradimento si pone – su un piano diverso – anche dove la Resistenza è iniziata precedentemente, nella zona della provincia di Lubiana, conquistata con la guerra, e in Istria e Venezia Giulia dove il fascismo ha oppresso per un ventennio con estrema spietatezza le minoranze slave. In entrambe le regioni, sia pure in modo differente, la lotta partigiana si manifesta già nel 1942. Tra il maggio e il dicembre si risponde con il metodo del terrore, rivendicato dal generale Taddeo Orlando, comandante della 21a Divisione fanteria “Granatieri di Sardegna” (successivamente sottosegretario e ministro della Guerra nei governi Badoglio e comandante generale dell’Arma dei carabinieri dal luglio 1944): «Dobbiamo ripristinare la supremazia e l’onore degli italiani, anche se per ciò dovessero scomparire tutti gli sloveni e la Slovenia fosse distrutta».
In Venezia Giulia il clima di “guerra totale”, divenuto dopo l’8 settembre esteso e permanente, imperversava da almeno un anno, a opera dell’Ispettorato generale di pubblica sicurezza, gestito con pugno di ferro da Giuseppe Gueli (che sarà in seguito al 25 luglio il responsabile della prigionia di Mussolini sul Gran Sasso) contro l’attività antifascista in genere e i partigiani slavi in particolare. Nello stesso periodo, la nuova provincia italiana di Lubiana è controllata da quasi 300.000 soldati; altrettanta violenza viene esercitata in Dalmazia, con eccidi e torture: a Podhum, che segna il culmine di una serie di crimini di guerra, in attuazione delle direttive del generale Roatta, vengono uccisi nel luglio 1942 tutti i maschi (circa 200) tra i 16 e i 55 anni, e il paese viene dato alle fiamme; nei campi di concentramento – tra i quali spicca quello dell’isola croata di Arbe, con 10.000 prigionieri in un anno e un tasso di mortalità del 15% – sono stipati oltre 30.000 deportati. Come ammetterà il generale Quirino Armellini, comandante delle truppe in Dalmazia, si era commesso «un grossolano errore» con la fascistizzazione e l’italianizzazione coatta e violenta, ottenendo invece «l’esasperazione degli animi, il rinfocolare dell’odio, il desiderio di rivolta».
Dopo il 25 luglio la Wehrmacht già assorbe nelle regioni balcaniche i reparti italiani, preparando il successo del piano Achse e il disarmo del regio esercito dopo l’8 settembre. L’occupazione dei grandi centri – Trieste, Monfalcone, Lubiana – è rapida e completa, con l’esclusione di Gorizia dove ha luogo tra l’11 e il 26 settembre uno dei primi e più importanti fatti d’arme legati all’armistizio, una battaglia che vede partigiani sloveni e italiani contrapposti alle forze armate germaniche. Alla vigilia dell’armistizio esisteva già il “Distaccamento Garibaldi” con circa una trentina di uomini, comandato dall’operaio di Muggia Piero Mercandel e con commissario politico Mario Karis, condannato dal Tribunale speciale nel 1930, che all’inizio del 1943 aveva creato nel Collio una base di aiuto per gli antifascisti italiani ricercati e di informazioni per i partigiani sloveni.
Si tratta del primo, ancora numericamente modesto, volontarismo partigiano della zona. È un pionierismo che stenta ancora ad incidere sull’opinione pubblica locale ma che ha un significato politico preciso. Con esso si apre una fase nuova per l’antifascismo italiano […]. La realtà partigiana slovena stimola la presa di coscienza della necessità di una lotta armata che ha i suoi precursori italiani sia nella Venezia Giulia che oltre confine.
Un’esperienza analoga, iniziata sul terreno logistico (invio di armi, aiuti, contatti, propaganda, reclutamento), è quella di Vinicio Fontanot, di Ronchi, che per sottrarsi all’arresto aveva raggiunto un reparto partigiano sloveno vicino a Ranziano e contribuito con Mario Lizzero alla creazione delle prime bande nel Friuli e nella Venezia Giulia. Il destino della famiglia Fontanot (il padre Giovanni morto a Dachau, due fratelli di Vinicio, Licio e Armido, morti nel corso della Resistenza nel 1944, due zii e un cugino morti tra i maquis francesi: una brigata del 7° Korpus sloveno nella provincia di Lubiana viene denominata “Fratelli Fontanot”) mostra l’importanza, soprattutto nella fase iniziale, dei legami familiari e amicali nello spingere i giovani a scelte politiche e militari consapevoli.
Dai cantieri di Monfalcone centinaia di giovani – alcune testimonianze parlano di quasi 2000 uomini – vanno a ingrossare le file degli insorti. Complessivamente
si calcolano a 3-4000 i volontari civili (tra cui numerosi ex detenuti politici sia italiani che sloveni, liberati dalle carceri a Trieste sotto la pressione popolare) che si uniscono alle formazioni partigiane in Istria, nel Triestino e nel Goriziano. La maggior parte di questi volontari costituisce gruppi autonomi o si aggrega alle formazioni italiane come la brigata Trieste e i gruppi “gappisti” di Muggia […]. Di queste formazioni non sono più rimasti neanche i nomi. La più celebre delle unità di quel periodo fu senza dubbio la brigata “Triestina”, cioè la “Proletaria”. Il nome di “Triestina” data alla “Proletaria” si spiega con la decisione di attuare una riorganizzazione generale dei reparti italiani e sloveni disposta dal comando sloveno alla vigilia del grande attacco tedesco del 25 settembre.
Alla costituzione della Brigata “Proletaria” partecipa Ondina Peteani – che aveva iniziato la militanza antifascista ai cantieri navali, dove faceva l’operaia, in contatto con il gruppo dell’Università di Padova guidato da Eugenio Curiel –, considerata la prima “staffetta” della Resistenza, poi arrestata e rinchiusa ad Auschwitz e Ravensbrück da dove riuscirà a fuggire nell’aprile 1945.
La “Proletaria”, comandata da Ferdinando Marega, è organizzata in tre battaglioni: alla loro testa ci sono lo sloveno Dušan Faganel, l’ufficiale Giuseppe Petroni e Vinicio Fontanot, che hanno come commissari politici Camillo Donda, Giovanni Calligaris e Valerio Bergamasco. Cerca di raggiungere, senza riuscirci, Gorizia prima dell’arrivo dell’esercito tedesco, secondo il piano preparato dal comando sloveno. Occupa allora la stazione della città e l’aeroporto militare e si posiziona dove riesce a interrompere i collegamenti tedeschi tra Gorizia e Trieste, facendo saltare alcuni ponti sul Vipacco, affluente dell’Isonzo. Anche soldati dispersi dell’esercito italiano si aggregano alla battaglia, che sul fronte goriziano coinvolge circa 5000 combattenti, 700 dei quali appartenenti alla “Proletaria”. Il generale Licurgo Zannini, comandante del 24° Corpo d’armata di stanza a Udine, mentre i partigiani tentano di difendere Gorizia raggiunge un accordo con i tedeschi permettendo loro di attraversare le zone controllate dai suoi uomini e riprendere così il controllo della città. Gli uomini della Divisione “Torino”, che per due giorni si sono opposti ai tedeschi, adesso sono divisi, non sanno se raggiungere i partigiani (alcuni lo hanno già fatto) o obbedire al nuovo comandante dopo che il generale Bruno Malaguti è stato destituito da Zannini perché ostile ai tedeschi. Malaguti riuscirà, prima di venire arrestato dai tedeschi e deportato in Polonia, a liberare i prigionieri politici e i detenuti nei campi di concentramento. Morirà nel dicembre 1945 per gli effetti delle privazioni patite in prigionia.
L’ingresso dei reparti germanici in città avviene tra applausi e lanci di fiori: «Era il segno di quel collasso politico e morale che le vicende armistiziali, la tradizionale ostilità e paura degli slavi, e l’identità fra italianità e fascismo predicata per anni, avevano provocato in alcuni strati della piccola e media borghesia urbana».
La battaglia presso la stazione ferroviaria di Gorizia rappresenta, probabilmente, il primo episodio di guerra civile tra italiani, alcuni dei quali, su versanti contrapposti, appartenenti fino a pochi giorni prima alla stessa divisione. Proprio alla stazione, infatti, che era occupata dal secondo battaglione della “Proletaria”, «in ottemperanza agli ordini di Zannini i carabinieri e la guardia di finanza si erano posizionati, in armi, con l’intento di attaccarla e liberarla dai ribelli». Un primo attacco condotto da tedeschi con l’ausilio italiano è respinto e per ben tre volte i partigiani prevalgono sugli assalitori. Poi, di fronte alla soverchiante forza nemica, decidono di ritirarsi, senza venire inseguiti perché ritenuti numerosi, bene addestrati e armati. La mattina del 14 settembre la bandiera tedesca sventola a Gorizia, anche se il circondario è ancora in mano ai ribelli e anche se vicino a Merna e a Peci, sul fiume Vipacco, i restanti battaglioni della “Proletaria” bloccano i tedeschi in arrivo da Trieste e Monfalcone.
Mentre iniziano le deportazioni di soldati e ufficiali della Divisione “Torino” (che resiste ai tedeschi sino all’11 settembre, ma deve poi cedere per ordine del comando della 24a Armata di Udine), tra il 12 e il 16 i combattimenti proseguono senza segnare la vittoria di uno dei contendenti; la “Proletaria” cerca di sabotare l’aeroporto riconquistato dai tedeschi e respinge gli attacchi lungo il Carso vicino a Merna. Tra il 18 e il 20 settembre la pressione tedesca aumenta, dopo l’ordine del Führer – registrato dal Diario dell’OKW alla data del 15 settembre – di combattere “le bande italiane” nell’Italia settentrionale, con chiaro riferimento ai partigiani operanti nella Adriatisches Küstenland, la zona di operazioni che include Venezia Giulia, Friuli e le province di Lubiana, Gorizia e Fiume, sotto il diretto controllo germanico.
La battaglia di Gorizia, tra circa 10-15.000 partigiani e 45-50.000 soldati tedeschi, termina il 26 settembre con la vittoria tedesca, ed è considerata «un episodio-chiave del ciclo operativo germanico nell’Italia del nord e la prima fase di una serie di operazioni predisposte da Rommel e collegate agli importanti settori sloveno e croato». Un rapporto dell’OF (Osvobodilna Fronta, Fronte di liberazione del popolo sloveno) afferma che la ritirata si è svolta in ordine e con scarse perdite; a fronte delle rappresaglie e degli eccidi di truppe tedesche e reparti fascisti contro i villaggi e le popolazioni locali, piccoli gruppi partigiani si mimetizzano in luoghi fuori mano, alcuni si sbandano e altri ancora occultano le armi per disseppellirle all’occasione propizia: «L’esperienza fatta, la forte coscienza antifascista, la presenza di unità partigiane sul Carso, sulle Prealpi Giulie, il germinare di gruppi “gappisti” quasi sempre di estrazione operaia, nel Monfalconese e nella Bassa friulana, indussero centinaia di uomini a riprendere la lotta». A fronte del centinaio di morti della Brigata “Proletaria” nei combattimenti contro i tedeschi, vi sono, in quella stessa zona, migliaia di soldati e ufficiali italiani arresisi e internati nei campi di prigionia e di lavoro della Germania.
Sul terreno militare si era trattato certamente di una sconfitta, ma i tedeschi avevano dovuto riconoscere – scrivendolo con preoccupazione sul proprio bollettino militare – che le bande nei dintorni di Gorizia erano numerose e agivano con determinazione. Considerando che prima dell’armistizio, tranne diversi casi individuali e piccoli gruppi, gli italiani non avevano mai accolto l’invito fatto loro dagli sloveni fin dal 1941 a imbracciare le armi, pur contribuendo in molte occasioni ad aiutare i partigiani dell’esercito di liberazione iugoslavo, si poteva sostenere che «la battaglia di Gorizia era stata un turning point della lotta antifascista nella regione, gli operai italiani avevano imbracciato le armi per la prima volta ma non sarebbe certo stata l’ultima».
Le foibe istriane del 1943
Mentre infuria la battaglia di Gorizia, in Istria il Comitato popolare di liberazione (CPL) proclama, il 13 settembre, l’annessione alla Croazia, confermata nelle settimane successive dal Consiglio antifascista di liberazione nazionale iugoslavo (AVNOJ), anche se questa notizia suscita una reazione negativa da parte di Tito. In una parte del territorio istriano, già prima dell’8 settembre privo di controllo, con l’armistizio si vive un vuoto di potere che favorisce l’emergere del potere partigiano e di rivolte rurali contro i possidenti. In questo clima e in questa situazione, mentre l’esercito tedesco procede a riconquistare quella che è diventata la Zona d’operazioni del Litorale Adriatico (OZAK), hanno luogo violenze contro i civili che coinvolgono il movimento partigiano: le “foibe istriane” del settembre-ottobre 1943. Il presidente del CPL istriano, Joakim Rakovac, aveva assicurato i comunisti italiani che dopo l’insurrezione i fascisti sarebbero stati sottoposti a processo impedendo vendette e procedimenti sommari.
L’insurrezione, accreditata poi come tale dalla storiografia ufficiale iugoslava, è in realtà un movimento spontaneo e poco coordinato che, in una prima fase, crea organismi provvisori di potere che solo in seguito – con il controllo militare e politico del Movimento popolare di liberazione iugoslavo e l’arrivo in Istria di quadri dirigenti del Partito comunista croato – troveranno una sia pur estremamente provvisoria sistemazione.
Sulla base della documentazione e dei contributi che storici croati, italiani e sloveni hanno prodotto nell’ultimo ventennio, si può sintetizzare il massacro delle foibe istriane in questi termini. Nella situazione di vuoto di potere si assiste parallelamente all’occupazione di cittadine e villaggi da parte dei partigiani iugoslavi, con rivolte popolari caratterizzate da violenze contadine contro i proprietari terrieri. L’anelito a lungo compresso alla libertà e il desiderio di vendetta per le sofferenze e i soprusi patiti da una popolazione che nell’entroterra è a maggioranza slava favoriscono l’intreccio tra spinte nazionalistiche e tendenze rivoluzionarie, tra il desiderio di cacciare gli invasori italiani e la volontà di eliminare la borghesia e far trionfare un progetto socialista.
La violenza si manifesta, inizialmente, contro gerarchi e funzionari civili e militari del governo fascista, ma anche contro possidenti e notabili che rappresentano, agli occhi degli insorti, gli elementi della minoranza nazionale italiana che hanno collaborato a opprimere la maggioranza croata e slovena della popolazione. A uomini del Partito fascista si affiancano soldati e ufficiali della Milizia, funzionari statali di vario grado, proprietari terrieri, farmacisti, insegnanti, commercianti. Le vittime di queste prime foibe sono – per quanto sia difficile fare un computo preciso – tra 500 e 700. Ad agire, in molti casi, sono “giustizieri improvvisati”, tra i quali figurano anche italiani, che si presentano come “guardie della rivoluzione” e danno un carattere al tempo stesso politico e sociale alla propria aggressività: «scene di violenza si ripetevano un po’ dappertutto a opera delle forze popolari improvvisate che s’impossessarono tra il 9 e l’11 settembre dell’intera penisola, a parte Pola, Dignano (Vodnjan), le isole Broni, Capodistria e Isola».
Il numero degli insorti si aggira attorno ai 12.000 uomini, guidati prevalentemente da quadri comunisti, anche se non sempre è così. Le direttive politiche di non procedere a esecuzioni sommarie sono spesso ignorate, anche per il carattere fluido dell’occupazione e la presenza di persone che, per ideologia politica o motivi personali, intendono procedere come “vendicatori” di un ventennio di angherie e persecuzioni. La 13a Divisione del NOVJ, dopo aver sconfitto un battaglione di alpini, tra l’11 e il 12 settembre occupa Pisino, quasi al centro dell’Istria, e istituisce nel castello di Montecuccoli un tribunale rivoluzionario, capeggiato da Ivan Matka, presidente della Commissione regionale del Fronte di liberazione nazionale per l’Istria.
Anni più tardi un esponente del Partito comunista della Croazia in Istria, Bo�o Kali, si vantò pubblicamente di avere “liquidato” 82 fascisti per vendicare le 82 vittime “cadute all’incrocio di Tina” (località dove si verificò uno scontro tra partigiani e tedeschi). Le prime esecuzioni ordinate dal Tribunale di Pisino furono eseguite il 19 settembre alle cave di bauxite locali; dato però che uno dei condannati riuscì a fuggire, si decise che in futuro le fucilazioni sarebbero avvenute nelle vicinanze di “foibe” dove seppellirli.
La giustificazione, data sin da allora, di «fenomeni marginali, dovuti in maggioranza a singoli elementi locali irresponsabili» o al carattere spontaneo di una reazione popolare alla lunga oppressione fascista, o alla presenza di «elementi estremisti e facinorosi o anche psicopatici» è accettabile solo in minima parte, sebbene vi fossero eventi ascrivibili a simili cause. Al di là delle uccisioni maggiormente “spontanee”, quelle stabilite dal Tribunale rivoluzionario giudicarono e giustiziarono gli arrestati sulla base del loro essere “nemici del popolo”, una categoria abbastanza ampia in cui far confluire non solo fascisti e collaboratori del regime ma chiunque non si schierasse apertamente con l’esercito partigiano. Una categoria, non va dimenticato, che aveva avuto soprattutto negli anni Trenta una sua grande rilevanza nella tradizione comunista sovietica, e che sarà ampiamente ripresa negli anni successivi alla fine della guerra.
A testimoniare la gravità delle violenze perpetrate nelle foibe istriane non vi è solo la ferocia ingiustificata e del tutto illegale di quelle azioni, ma la stessa riflessione che, poco più di un mese dopo, avviene all’interno del movimento partigiano croato e italiano. Il 6 novembre Zvonko Babi-�ulje relaziona al comando dell’Armata di liberazione popolare di Croazia: «La lotta contro i nemici del popolo è stata condotta in modo diseguale, che in alcune località si è rivelata del tutto inadeguata e in altre è stata invece radicale. È sintomatico a riguardo il fatto che in molti luoghi gli istriani non volevano eseguire le esecuzioni […]. Non è stato costruito nessun campo di lavoro e i nemici nazionali sono stati puniti con la morte, fra loro anche alcuni sacerdoti».
La confessione di Anton Gregorovich, giudice istruttore presso il comando partigiano di Pisino, arrestato il 15 ottobre a Pola dai tedeschi, rievoca «lo stato di caos in cui versava il Movimento di Liberazione, l’improvvisazione e il potere arbitrario dei singoli, assetati di vendetta, ma anche la loro adesione al modello della “violenza rivoluzionaria” bolscevica, oppure a quella mussoliniana della “violenza militare”. In fin dei conti, questi erano gli unici due modelli cui potevano fare riferimento». Nella conferenza dei comunisti istriani tenutasi nel dicembre 1943, dopo che il Partito comunista italiano aveva espresso una protesta ufficiale, il dirigente di Rovigno Giuseppe Budicin, condannato due volte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato (e che sarà ucciso dai fascisti nell’aprile 1944), «rivolse un aperto rimprovero ai dirigenti del PCC in merito alle responsabilità sui fatti delle foibe e ad altri incidenti di stampo nazionalista verificatisi durante l’insurrezione, rinfacciando loro di avere mancato alla parola data: fatto che, a suo dire, stava causando un certo disorientamento tra l’elemento italiano e non pochi danni al Movimento di liberazione».
Tra le motivazioni della violenza, tanto nelle testimonianze quanto nella riflessione storica, permangono contrapposti, quasi si dovesse scegliere tra l’uno o l’altro, motivi di classe e di comportamento rivoluzionario, tipici della tradizione comunista dell’epoca che aveva alle spalle la vicina esperienza della guerra civile spagnola, e scelte di carattere nazionalistico ed etnico, tentativo di escludere, nella guerra di liberazione, la convivenza con chi aveva assunto complessivamente l’immagine e l’identità del nemico: «le azioni di polizia contro i “nemici del popolo” decise dal Comando di Pisino sono un’indicazione di percorso nella quale s’inseriscono le rabbie popolari, aprendo spazi di discrezionalità dove trovano posto le esecuzioni politiche mirate, ma anche gli odi personali e gli atti di criminalità comune». Non si può negare che la violenza, come accadde spesso e ovunque, «esercitava su molti combattenti una sua seduzione, anche se a posteriori venne giustificata come atto necessario, come risposta alla violenza altrui. L’esercizio della violenza diventava anche per numerosi combattenti una sorta di sfogo della pressione a lungo accumulata».
Le quattro giornate di Napoli
L’8 settembre nel Mezzogiorno è accompagnato da un elemento contrastante in modo palese con l’atteggiamento pavido, ambiguo o addirittura codardo mostrato dal re e da Badoglio in fuga proprio verso il Sud dell’Italia. Si è già visto come la resistenza mostrata a Barletta e a Bari, a Rionero in Vulture e poi a Matera, per non parlare della piccola “repubblica” di Maschito, costituissero momenti diversi di un fenomeno comune: la difesa contro la violenza dell’occupazione che le forze naziste stanno rapidamente imponendo in tutto il paese. «In Campania il lungo settembre del ’43 è scandito da eccidi, scontri a fuoco, rappresaglie, insorgenze popolari e assalti ai municipi».
La storia ha sempre ricordato quasi esclusivamente Napoli – e le sue “quattro giornate” – come centro di un episodio significativo di resistenza al Sud, di cui si è voluto spesso rimarcare la diversità e l’alterità rispetto alla Resistenza che avrebbe preso piede, negli stessi giorni, nel Centro-Nord della penisola. L’11 settembre a Castellammare di Stabia vengono giustiziati ufficiali e civili ribelli, incendiate le industrie della zona (Cirio, Voiello) e rastrellate migliaia di persone da deportare in Germania. La stessa violenza si manifesta a Napoli dopo la morte di sette tedeschi in una prima protesta popolare, mentre prefetto e commissario prefettizio collaborano con il comando germanico, e i generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Del Tetto, dopo aver rifiutato di armare il popolo come richiesto dal Comitato dei partiti antifascisti, fuggono lasciando l’ordine di sparare sugli assembramenti di civili.
Il 12 settembre, debellata la resistenza di gruppi di militari e carabinieri, i tedeschi accerchiano e poi incendiano l’università: «Un’offesa certamente premeditata data la presenza, attestata da più testimoni oculari, di una macchina cinematografica montata su un camioncino parcheggiato dinnanzi all’ingresso dell’Ateneo». È da questo momento che le angherie e le violenze si susseguono e si moltiplicano: il 13 è affissa la proclamazione dello stato d’assedio e qualche giorno dopo si ordina lo sgombero della fascia costiera per trecento metri, lasciando senza casa 35.000 famiglie; vengono saccheggiati depositi militari e distrutti impianti industriali; si mettono a fuoco l’Ilva di Bagnoli ma anche i grandi alberghi del centro in via Partenope (Excelsior, Santa Lucia, Vesuvio, Royal, Vittoria). Le “quattro giornate” di Napoli, quindi, sono un evento assai più esteso cronologicamente: gli scontri dureranno tutto il mese.
Oggi si riconosce quasi unanimemente che, con questo evento, «si è in presenza di un episodio di lotta armata da inscrivere nella guerra partigiana. L’antifascismo propriamente inteso arriva dopo».
È naturalmente la guerra a catalizzare la ribellione, che coinvolge tutto il popolo, donne e uomini, ragazzi e anziani, impiegati e studenti, lavoratori e intellettuali, soldati e ufficiali. Le agitazioni si diffondono nei quartieri di antica tradizione antifascista e nei rioni borghesi. Già il 22 settembre al Vomero gruppi di civili si impadroniscono delle armi abbandonate dal regio esercito, e l’indomani solo 150 persone si presentano al servizio di lavoro obbligatorio imposto dal colonnello Walter Scholl con la minaccia di fucilare i 30.000 renitenti; il 26 sono le donne ad assaltare i camion che dovrebbero trasportare i rastrellati. Il terrore della deportazione forzata spinge all’insurrezione generalizzata.
Si insorge perché stanchi delle angherie dei tedeschi – dal 23 al 24 settembre oltre 200.000 napoletani si ritrovano senza casa per l’evacuazione forzata di alcuni quartieri –, ci si batte per impedire l’invio di migliaia di “schiavi” nelle officine belliche del Terzo Reich, per scongiurare la riduzione della città a “fango e cenere”, ma anche sotto la spinta di imperativi civili e politici, che ispirano la scelta di affrontare a viso aperto i “moderni unni meccanizzati” nonché i “cainifascisti”, sulla cui presenza – ci si riferisce soprattutto al ruolo dei cecchini – spesso è caduto il silenzio.
Sono 17 i gruppi rionali armati che si formano in quei giorni e tra essi ci sono oltre 700 militari e una cinquantina di ufficiali e sottufficiali. Si combatte dappertutto: al Vomero come a piazza Garibaldi, a piazza Trieste e Trento come a Capodimonte e nei sobborghi, a Ponticelli come a Piscinola, a Barra come a Soccavo. I cittadini coinvolti sono oltre 2000, in molti casi adottano tecniche di guerriglia che prendono alla sprovvista i tedeschi e li costringono alla ritirata; è la prima città europea a liberarsi da sola. Le quattro giornate di Napoli «nacquero come moto spontaneo ma svilupparono processi di organizzazione, nacquero come rivolta spontanea di resistenza civile e raggiunsero l’obiettivo di impedire la deportazione degli oltre ottomila napoletani rastrellati. Nel corso degli eventi acquisirono la configurazione di rivolta armata».
Tra i gruppi che partecipano alla battaglia si distingue il Fronte unico rivoluzionario – che ha sede nei locali del Liceo Sannazzaro – costituito dal professor Antonio Tarsia in Curia, ma tra i tanti protagonisti merita una speciale menzione Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo, protagonista degli scontri armati al quartiere Materdei e in difesa del Ponte della Sanità – dove opera anche suo padre, sotto la guida del tenente colonnello Ermete Bonomi – e che da ottobre collaborerà con i servizi britannici del SOE partecipando a diverse missioni fino al febbraio del 1944. L’insurrezione del rione Materdei viene ricordata per lo scontro decisivo sul ponte, minato dai tedeschi, costretti a ritirarsi senza poter farlo esplodere, per i tram rovesciati a impedire l’avanzata dei carri Tigre che scendevano da Capodimonte, per il dodicenne Gennaro Capuozzo, ucciso dopo aver aiutato a sparare con un mitragliatore da un terrazzo, cugino di Lenuccia e medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
L’ultima rappresaglia tedesca viene attuata il 1° ottobre, con un fuoco di artiglieria da Capodimonte accompagnato da azioni isolate di nuclei fascisti. Con la ritirata germanica, la violenza si sposta altrove, mentre nello stesso giorno, nel primo pomeriggio, entrano a Napoli i reparti corazzati della 5a Armata, accolti da una folla in festa che aveva già reso onore ai propri caduti per la libertà.
Anche in una zona limitrofa, quella di Salerno, vi furono scontri, morti e feriti. Qui, accanto all’opera instancabile in aiuto di soldati sbandati e prigionieri alleati fuggiti (mentre soccorre un ferito, viene uccisa la crocerossina Filomena Galdieri), scoppiano rivolte contadine culminate nella proclamazione della Repubblica di Sanza, il 10 ottobre. «Un anziano contadino antifascista, Tommaso Ciorciari, fu nominato sindaco; i dipendenti comunali ritenuti responsabili di aver vessato i contadini vennero licenziati in tronco, mentre le terre del latifondista locale venivano occupate». Un mese dopo l’avventura finisce, e il sindaco e trenta braccianti verranno condannati dalla giustizia del Regno del Sud.
Negli stessi giorni dell’insurrezione di Napoli, in Abruzzo avviene uno scontro armato poi ricordato da Parri come il primo conflitto «nostro in campo aperto» contro i tedeschi. Ha luogo a Bosco Martese, a 1400 metri d’altezza e a 40 chilometri da Teramo, dove si sono radunati dopo l’8 settembre centinaia di giovani: «ci sono carabinieri, soldati, civili italiani, ex prigionieri alleati, slavi, apolidi, ex internati politici, comunisti, socialisti, monarchici, azionisti, borghesi, contadini, artigiani, intellettuali, operai. Uno spaccato di varia umanità accomunata dalla consapevolezza che il tedesco è il nemico di tutti». Il comando di questo insieme eterogeneo di gruppi è affidato al capitano dei carabinieri di Teramo, Ettore Bianco. Il 25 settembre, su segnalazione di una spia (linciata dalla folla senza che intervengano i tedeschi), una colonna motorizzata tedesca, che ferma alcuni patrioti incontrati casualmente, viene attaccata dai partigiani che distruggono venti autoblindo e catturano il maggiore Rhodas Hartmann, comandante della Wehrmacht. Le azioni di rastrellamento e rappresaglia, in seguito alle quali Hartmann verrà giustiziato, provocano alcuni morti, ma il grosso dei combattenti, divisi in gruppi, continuerà la lotta fino alla liberazione di Teramo nel giugno 1944.
Anche solo a scorrere nomi, luoghi, partecipanti e dinamiche delle azioni di lotta e di contrasto all’occupazione tedesca avvenute nel mese di settembre – e di cui qui se ne sono ricordate pochissime tra le più importanti – si può concludere con quella che oggi sembra una constatazione ampiamente condivisa: la Resistenza è stata molteplice, articolata, sfaccettata, è stata l’insieme di scelte e comportamenti differenti che si sono intrecciati e sommati in un arco di tempo molto compresso (venti mesi). Anche solo nel primo caotico mese essa ha avuto tappe e tipologie diverse, che si sono accavallate nel tempo con grande rapidità e che hanno mostrato la versatilità e l’ampiezza delle possibilità di lotta e di solidarietà nella battaglia contro il nazifascismo. Nei mesi successivi prevarranno tipologie più marcate e definite, che diventeranno più facilmente il simbolo – anche visivo, anche nell’immaginario – di tutta la Resistenza.
L’ampiezza e la diversità che si manifestano in questo primo mese, di reazione all’occupazione tedesca ma anche al ritorno in forma di regime collaborazionista di Mussolini e dei fascisti, e di lontananza, ostilità e disagio per il comportamento della monarchia e dei comandi militari, rimarranno comunque un segno distintivo che la Resistenza si porterà dietro in tutti i venti mesi che condurranno alla Liberazione. Ogni partigiano, patriota, armato o disarmato che sia, soprattutto in queste prime settimane, ha una propria idea di cosa significhi «resistere» al nazifascismo, all’occupazione, al disonore, alla vigliaccheria. Ma tutti hanno in comune un obiettivo semplice e chiaro: la riconquista della libertà, la fine dell’incubo totalitario in cui è precipitata l’Europa intera tra il 1939 e il 1943.
Esumazione e distruzione delle salme degli ufficiali trucidati a Cefalonia
Io sottoscritto Sabattini Alberto, dichiaro di aver personalmente assistito al trasporto di oltre 200 salme da San Teodoro al porto di Argostoli, e questo avvenne come segue:
La sera del 27 settembre 1943, verso le ore 21, fui chiamato da alcuni graduati tedeschi per seguire da vicino, con la mia automobile, una loro macchina; nei pressi di San Teodoro ci siamo fermati e subito dopo la macchina che mi precedeva partiva, mentre io fui trattenuto.
Davanti a me, un po’ a destra, da un’incavatura naturale abbastanza profonda, perveniva un grandissimo fetore. Nelle immediate vicinanze si trovavano un autotreno con un autista italiano, attorno al quale lavoravano in silenzio alcuni marinai italiani, mentre 7 o 8 tedeschi assistevano imperterriti, con le pistole in pugno, a quel macabro andirivieni.
Il mio compito – disse un ufficiale tedesco – era di proiettare la luce dei fari della mia auto carretta nell’interno delle buche e che scegliessi il posto migliore per tale scopo. Quando il posto fu illuminato, ciò che vidi mi impressionò talmente che mi imposi di non guardare mai più da quella parte. Ma involontariamente l’occhio scrutava: corpi inanimati, deformi ed irriconoscibili, giacevano senza ordine, senza posa, senza cura uno sopra l’altro, imbevuti nel sangue. Erano gli ufficiali italiani fucilati in precedenza.
I marinai, muniti di barelle, portavano i cadaveri dalla buca all’autotreno. Quando l’autotreno fu carico, venne fatto partire, accompagnato da due tedeschi. Ma un altro autotreno arrivava con la stessa missione, partito il secondo, arrivò di nuovo il primo e seppe dall’autista quanto segue: le salme dei nostri ufficiali venivano trasportate dal luogo della fucilazione al porto di Argostoli per essere caricate su uno zatterone tedesco; ogni autocarro ne trasportava 32-33. I marinai che lavoravano nella buca facevano parte della batteria marina costiera di Faraò. Quando il quarto autotreno fu ultimato, il lavoro fu cessato e con l’autocarretta io trasportai italiani e tedeschi alla casetta rossa, dove noi italiani siamo stati piantonati da due guardie tedesche: erano le 4 del nascente 28 settembre. […] I marinai rimasero al porto e da allora nessuno li ha più visti.
NB – Posso aggiungere che le fosse di San Teodoro contenevano 18 salme di marinai, esumate il 25 ottobre 1944 alla mia presenza. Ciò potrebbe spiegare perché quei marinai di cui parla il Sabattini non furono più visti.
24 ottobre 1944 Il cappellano militare p. Luigi Ghilardini
Romualdo Formato, L’eccidio di Cefalonia, Mursia, Milano 1968
IV.
Il tempo delle scelte
Gli sconvolgimenti dell’autunno 1943 pongono l’imperativo delle scelte, ossia la necessità di prendere posizione dinanzi all’occupazione tedesca, alla ripresa del fascismo in forma repubblicana, alle prime manifestazioni di resistenza. Fattori ambientali, appartenenze familiari, frequentazioni amicali, retroterra personali si intrecciano e si sovrappongono nel determinare atteggiamenti e coinvolgimenti nella fase di incubazione della guerra civile, sotto la pressione di circostanze imprevedibili e spiazzanti.
Tra quanti sciolgono pubblicamente questo nodo, vi è il magnifico rettore dell’Università degli Studi di Padova, Concetto Marchesi, che il 9 novembre 1943, nella cerimonia d’apertura dell’anno accademico, tiene un discorso ambiguo apprezzato anche dalle autorità della RSI, per poi passare alla clandestinità e rivolgere un fiero appello antifascista alla gioventù italiana (trascritto in chiusura del capitolo).
I due principali filoni alla base della Resistenza sono quello dell’antifascismo storico, sconfitto nella prima metà degli anni Venti e sopravvissuto – con qualche innesto – tra carcere, confino ed esilio, e quello di una parte della gioventù, indottrinata nel ventennio mussoliniano e gettata al macello nella seconda guerra mondiale, che passa risolutamente all’opposizione, sentendosi ingannata dal duce. La guerra disillude anche molti fascisti, alcuni dei quali – soprattutto quelli legati idealmente alla dimensione rivoluzionaria – passano dalla fronda al dissenso e infine alla contrapposizione.
Ernesto Rossi, resistente di lungo corso
Ernesto Rossi (1897-1967), prima di diventare un personaggio tra i più rappresentativi dell’antifascismo non comunista, vive e attraversa le contraddizioni di tanti giovani maturati anzitempo nelle tragedie della trincea, segnati nel corpo dalle ferite e nello spirito dalla morte di tanti amici. Partecipa volontario diciannovenne alla Grande Guerra, infervorato da idealità democratiche coniugate con le aspirazioni al completamento dell’unità nazionale, viene ridotto in fin di vita e rimane mutilato. Nell’immediato dopoguerra pubblica articoli di natura economico-finanziaria su «Il Popolo d’Italia», «l’Unità» e «La Rivoluzione Liberale». Si avvicina nel 1919 al nascente movimento dei Fasci italiani di combattimento, staccandosene però prima della marcia su Roma. Nel 1923 fonda con i fratelli Rosselli il Circolo di cultura di Firenze, la cui sede viene distrutta l’anno successivo dalle camicie nere. Svolge attività clandestina nel movimento Italia Libera e anima nel 1925 con Gaetano Salvemini il giornale murale «Non Mollare», stroncato dalla polizia dopo diversi mesi di indagini. Docente di economia in un istituto superiore di Bergamo, conduce una doppia vita e nel 1928 costituisce a Milano un gruppo clandestino repubblicano con Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ferruccio Parri, Dino Roberto e altri intellettuali di estrazione borghese. I cospiratori, legati al centro parigino di Giustizia e Libertà, da cui ricevono opuscoli e materiale propagandistico, estendono la loro rete in varie città centro-settentrionali, finché il 30 ottobre 1930 il tradimento dell’avvocato Carlo Del Re (che vende i compagni al capo della polizia, in cambio di grosse sovvenzioni) determina decine di arresti e lo sradicamento del Centro interno giellista. Imprigionato a Regina Coeli, Rossi rivendica la propria opposizione:
Sono nettamente e decisamente antifascista; gli stessi principi democratici liberali che già mi condussero a fare la guerra quale volontario nella ferma idea di combattere la Germania, nella quale vedevo una forma di oppressione anti-liberale, e che mi condussero ad oppormi al bolscevismo nel periodo immediatamente dopo la guerra, gli stessi principi demo-liberali, ripeto, mi hanno portato dalla marcia su Roma in poi ad assumere una posizione nettamente contraria al fascismo.
Condannato a vent’anni, subisce una carcerazione durissima, con periodi di isolamento e riduzione del vitto per l’irriducibilità alle soperchierie carcerarie. Assegnato nel novembre 1939 al confino quale “elemento socialmente pericoloso”, nell’isola di Ventotene approfondisce con Eugenio Colorni e Altiero Spinelli l’analisi della situazione europea, scrivendo nel 1941 l’appello ai resistenti «Per un’Europa libera e unita», poi divenuto noto come Manifesto di Ventotene.
Nel 1942 anche sua moglie Ada, docente di matematica a Bergamo, finisce al confino. A inizio luglio 1943 viene ricondotto da Ventotene a Regina Coeli in regime di isolamento con Riccardo Bauer e Vincenzo Calace, nell’ambito di una montatura per attribuire ai giellisti la strage della Fiera campionaria di Milano del 12 aprile 1928. Crollato il regime, il 30 luglio torna libero e si reca nell’abitazione della madre di Altiero Spinelli, dove trova Colorni e altri federalisti, che redigono il secondo numero del giornale «l’Unità Europea», critico del governo Badoglio e della prosecuzione della guerra a fianco dei nazisti: Rossi vi pubblica uno scritto intitolato Le tendenze federaliste. Viene poi preparato un volantino con la richiesta di abdicazione del re e l’appello alla mobilitazione antitedesca: è il primo documento pubblico distribuito in Italia evocante la Resistenza. In serata Rossi viene imprigionato con due compagni per la distribuzione di questo volantino, ma, dopo averne verificato la recentissima scarcerazione, lo si libera per la seconda volta nel giro di poche ore.
I quaranta giorni del governo Badoglio sono vissuti in un vorticoso susseguirsi di riunioni private e di attività pubbliche tra Roma, Firenze, Torino e Milano, per recuperare i 12 anni di segregazione inflittigli dal regime. Dopo alcune titubanze aderisce al Partito d’Azione, sostenendovi la linea di incompatibilità con il Partito comunista, nell’ottica di una coalizione democratico-socialista-repubblicana che respinga l’egemonia comunista sull’antifascismo, con un programma che coniughi in una prospettiva federalista l’opposizione al nazifascismo. Trova affinità, tra gli altri, con Enzo Enriques Agnoletti, Piero Calamandrei, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Ada Gobetti, Mario Alberto Rollier. Riprende i contatti epistolari con Altiero Spinelli, liberato a inizio agosto 1943. Condivide il progetto di Colorni, entrato nel Partito socialista per condizionarlo in senso federalista. È invece distante da altri azionisti, per esempio Ugo La Malfa, critici della priorità federalista, concepita da Rossi quale piattaforma su cui fondare il nuovo assetto continentale, in un’Europa pacificata e senza nazionalismi. A metà agosto organizza una riunione a Monte Oriolo, in una casa di parenti, sulle colline di Firenze, per discutere della fondazione del movimento federalista; vi partecipano anche Colorni e Rollier, che il 28 agosto sono a Milano, con Altiero Spinelli e una ventina di altri militanti.
A inizio settembre Rossi partecipa a Firenze al congresso costitutivo del Partito d’Azione, poi si reca a Bergamo, dove incontra un gruppo di giovani sensibilizzati al federalismo da Ada Rossi.
La sera dell’8 settembre, pur febbricitante e afflitto da esaurimento psicofisico per il peso degli anni di prigionia e confino, e per l’intenso impegno profuso nelle settimane trascorse in libertà, è l’oratore al raduno popolare tenutosi alla Torre dei Caduti alla notizia dell’armistizio. Invita alla lotta antinazista in corso in tutta Europa e addita quale obiettivo politico la formazione degli Stati Uniti d’Europa. Rielabora quel discorso – intitolato Guerra al nazismo – per la pubblicazione sul terzo numero dell’«Unità Europea», edito clandestinamente a Bergamo.
L’esposizione pubblica pregiudica la sua permanenza a Bergamo, dove è in testa alla lista degli antifascisti da arrestare. Recatosi a Milano per collegarsi ai primi nuclei di resistenti, si ritrova isolato e ripara in Svizzera, per riprendere le fila dell’azione federalista. Il 17 settembre partecipa a Lugano al primo incontro tra emissari della Resistenza italiana e Alleati, alla presenza dei direttori dello Special Operations Service (SOE) John McCaffery e dell’Office of Strategic Services (OSS) Allen W. Dulles. Al secondo appuntamento, il 3 novembre, intervengono anche Ferruccio Parri e Leo Valiani; in quell’occasione viene distribuito agli angloamericani un memoriale elaborato da Rossi, ispirato alle posizioni azioniste e con riferimenti alla visione postbellica di «un nuovo ordine europeo che consenta il pacifico sviluppo dei diversi Paesi del continente entro le direttive generali espresse dalla carta Atlantica».
In ottobre si stabilisce con la moglie a Lugano e nel marzo 1944 a Ginevra. Insieme a Spinelli svolge un’intensa opera propagandistica e organizzativa federalista, con interlocutori quali Luigi Einaudi, Adriano Olivetti, Ignazio Silone e Umberto Terracini. Scambia con Gaetano Salvemini – in esilio negli Stati Uniti – lunghe lettere e densi memoriali sulla situazione politica. Nell’estate 1944 cura per «l’Unità Europea» la Dichiarazione federalista internazionale dei movimenti della Resistenza Europea. Lavora intensamente tra Lugano e Ginevra, a contatto con la delegazione elvetica del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI), finché il 19 aprile 1945 rimpatria e si stabilisce a Milano, collegandosi al partigianato azionista. Il suo sguardo si spinge costantemente ai futuribili assetti del dopoguerra, che vorrebbe fondati sui valori della pace e della collaborazione tra i popoli, cui dedica L’Europe de demain (revisione e traduzione di Gli Stati Uniti d’Europa, saggio apparso qualche mese prima in italiano). Si rende peraltro conto della divaricazione esistente tra gli ideali federalisti e le logiche di potenza sottese ai rapporti politico-militari tra gli stessi Alleati. Nonostante comprenda che la rivoluzione democratica da lui auspicata sia lungi dal realizzarsi, è tra i promotori a Ginevra di organismi quali il Comité provisoire pour la Fédération Européenne (giugno 1944) e il Centre d’action pour la Fédération Européenne (dicembre 1944) che, nati dopo gli incontri ginevrini tra i movimenti della Resistenza europea, consentono di mantenere vive le relazioni con i federalisti elvetici e gli emissari del maquis francese, in preparazione del primo Congresso federalista internazionale, svoltosi nel marzo 1945 nella Francia liberata, a Parigi, presso la Maison de la Chimie.
Il socialismo come redenzione: l’architetto Giuseppe Pagano
Vi sono personaggi essenziali per comprendere le contraddizioni e le ricchezze, le varie fasi sperimentate in una vita, nell’Italia tra la prima e la seconda guerra mondiale. Uno di essi è sicuramente l’architetto Giuseppe Pagano Pogatschnig (Parenzo, 1896-Melk, 1945), la cui esistenza, straordinariamente avventurosa e significativa, si dipana dalla Grande Guerra al fascismo, dalla campagna di Grecia alla guerriglia partigiana, dal carcere alla deportazione, con un eccezionale lavoro nei campi dell’architettura e dell’urbanistica, segnato da linearità e discontinuità, da compromessi anche dolorosi – in particolare il rapporto con Marcello Piacentini –, atteggiamenti in parte connaturati al suo temperamento irruente e in parte condizionati dai processi storici. Il rapporto con il fascismo passa dall’adesione giovanile all’impegno politico durante gli anni Trenta in battaglie culturali coniugate con una forte sensibilità sociale; alla disillusione segue – quale logica conseguenza – la lotta aperta.
Originario dell’Istria, si batte per il compimento dell’unità nazionale, nella posizione di “traditore” vissuta da Cesare Battisti e da altri intellettuali di nazionalità austroungarica. A inizio 1915 varca illegalmente il confine per arruolarsi nell’esercito italiano; in quella circostanza cambia il cognome da Pogatschnig in Pagano. Ferito in combattimento, viene catturato due volte e per due volte fugge dai campi d’internamento. Nel dopoguerra è tra i fondatori del fascio del suo paese natale, Parenzo; partecipa all’occupazione dannunziana di Fiume.
Laureatosi nel 1924 al Politecnico di Torino, intraprende un’attività professionale che dal 1927 – con la nomina a capo dell’Ufficio tecnico dell’Esposizione internazionale di Torino – lo vede impegnato a promuovere un’architettura razionale. Un’attività che, affiancata alla collaborazione alla rivista «La Casa Bella» (di cui è redattore dal 1930, direttore dal 1939), lo schiera contro monumentalismo e accademia, per un’architettura aperta alla tradizione modernista europea e al servizio delle esigenze sociali, per il miglioramento della qualità della vita. Individua in Mussolini l’artefice del rinnovamento nazionale ed è direttore artistico della Scuola di mistica fascista.
Secondo il suo collega Ernesto Nathan Rogers: «La fede nell’architettura spinse e guidò Pagano nella pericolosa strada del collaboratore prima, del dissidente poi e infine dell’avversario del fascismo». Il distacco avviene anzitutto sul terreno dell’architettura, con il rifiuto del concetto di romanità esaltato dal duce e il sequestro della rivista «Costruzioni-Casabella» per scritti politicamente scorretti.
Pagano partecipa come volontario alla campagna di Grecia. Richiamato alle armi nel 1942 con il grado di colonnello, esce dal Partito nazionale fascista e dalla Scuola di mistica fascista. È la formalizzazione della fine del lungo viaggio dentro il fascismo. Inadatto a mediazioni e mezze misure, diviene un risoluto oppositore, con il risentimento accumulato in anni di frustrazioni. Nel periodo badogliano diffonde il giornale clandestino «Avanti!» e svolge azione propagandistica nell’esercito. Su «Costruzioni-Casabella» dell’agosto 1943 invita gli artisti italiani
a quell’azione pratica e personale che si svolgerà in circostanze certamente eccezionali e che richiederà ad ognuno di noi un impegno morale elevatissimo, un’obbedienza assoluta alla voce della coscienza, una coerenza rigorosa con la missione che ognuno di noi si è prescelta, impegnando tutta la nostra vita e la nostra arte a quel bel modo di pagar di persona che i nostri uomini del risorgimento, da Cattaneo e Pisacane, ci hanno opportunamente insegnato.
L’8 settembre 1943, quando la divulgazione dell’armistizio senza direttive chiare getta le forze armate italiane nel caos, Pagano si trova a Milano e propugna l’azione armata contro i tedeschi. L’esperienza si dimostra poco produttiva, in quanto il comandante della Piazza, generale Vittorio Ruggero, promette agli antifascisti la distribuzione delle armi ma poi le consegna ai tedeschi. Dopo aver organizzato in Lombardia i primi nuclei delle Brigate Matteotti, Pagano ritorna a Carrara, dove aveva prestato servizio militare, per allestire una rete clandestina nelle caserme; la sera del 9 novembre viene catturato all’esterno di una postazione della Milizia, armato di pistola. Deferito al Tribunale speciale, nell’attesa del processo è trasferito al carcere di Brescia, dove rimane otto mesi. Il curriculum combattentistico e la trascorsa militanza fascista potrebbero fargli ottenere la liberazione, al prezzo di un adattamento opportunistico, tanto più che qualche gerarca – segnatamente l’ex segretario fascista Scorza – vorrebbe giovargli in nome della vecchia amicizia, ma Pagano scarta questa strada: «Non posso né voglio assolutamente nessuna soluzione di compromesso. Preferisco prendermi i miei trent’anni di galera piuttosto che dichiararmi pentito o magari filofascista. Ormai Basta! con queste porcherie!». Durante la prigionia studia un sistema di prefabbricazione della casa, documenta con tre rullini fotografici la condizione carceraria e commenta nel suo diario il tentativo di legittimare il fascismo di Salò con l’appello ai programmi socialistoidi del 1919:
Chi comanda ha confusa la responsabilità morale del potere con la libidine di un arbitrio assurdo, pazzescamente illusi di essere investiti da un destino grottesco di dominio su tutti e su tutto, come se non bastasse l’evidente sfiducia di tutta la maggioranza degli italiani per questo regime di volta-gabbane che si trasforma adesso in un grande stato socialista e repubblicano, copiando come gli scolaretti testoni quel che non vollero capire in tempo utile.
Durante un bombardamento notturno, alle tre di mattina del 13 luglio 1944, evade con circa duecento detenuti. Riacquistata la libertà, torna a Milano, dove prende la direzione delle Brigate Matteotti. Nei primi giorni di vita clandestina si fa fotografare in posa sarcastica, con un gesto di sfregio per i suoi ex carcerieri.
Scrive per la stampa clandestina Reazione artistica in berretto frigio, contro Ugo Ojetti (vicepresidente dell’Accademia d’Italia) e gli intellettuali collaborazionisti, suggellato da una frase emblematica: «Ormai tutto è chiaro: da una parte il nazismo con la sua corte di sguatteri nostrani; dall’altra la gente che non vende la propria coscienza e che lavora e sogna e opera “come ditta dentro”». Un breve e intenso interludio di libertà. La sera del 5 settembre partecipa a una riunione del Partito socialista e concorda per l’indomani mattina un appuntamento cospirativo, ma tre traditori informano la Banda Koch – formazione di polizia speciale al servizio dei nazisti – che lo cattura. Imprigionato nella cella n. 4 della palazzina di via Paolo Uccello n. 17-19 (Villa Triste), viene ripetutamente torturato. Rilasciato a fine mese sulla parola con Eugenio Dugoni (futuro deputato socialista alla Costituente e sindaco di Mantova) e Alessandro Nardini, per trattare con i dirigenti socialisti milanesi la liberazione di alcuni prigionieri in cambio dell’incolumità per Pietro Koch, quando l’iniziativa si rivela infruttuosa rientra nella prigione, per evitare rappresaglie sui suoi compagni (differentemente da Dugoni e Nardini, che scelgono la libertà).
L’atmosfera di terrore respirata a Villa Triste è descritta nel memoriale elaborato da Pagano nell’autunno 1944, appena uscito da quell’esperienza:
Lo sgomento che afferrava immediatamente ogni detenuto, era lo stato d’animo che regnava nei sotterranei: disperazione di non potersi difendere; inutilità di ogni tentativo di sincerità; panico continuo per ogni rumore e per ogni passo che rimbombava sulle nostre teste; disagi continui di chi doveva dormire sul cemento, a mucchi, con un solo materasso ogni 8 prigionieri. E per di più i lamenti dei feriti febbricitanti, parecchi con costole rotte; allucinanti angosce dei più terrorizzati e disperate paure per le probabili future torture che si sarebbero svolte nella notte. Era difatti la notte che si raggiungeva il colmo delle nostre sofferenze. Non si poteva dormire: sopra di noi, al piano rialzato, si svolgevano gli “interrogatori”: si sentivano i colpi delle cadute, l’urto dei corpi sollevati e buttati a terra; rimbombavano nel sotterraneo gli urli e le minacce, e ognuno di noi viveva le stesse sofferenze del compagno che era “di sopra”.
Durante la carcerazione, anima il collettivo dei detenuti con utopiche descrizioni della città del futuro, in conversazioni che si sviluppano con il contributo dei compagni di pena, molti dei quali avvocati e insegnanti di fede socialista. L’ex deputato bresciano Guglielmo Ghislandi descriverà quei momenti di vita comune, sospesi tra l’incertezza del presente e la fiducia nell’avvenire:
L’architetto amava portare la conversazione sulla sua arte e descrivere a se stesso e a noi la visione di un’Italia nuova e rinnovata anche nelle sue esigenze edilizie ed urbanistiche. Ci parlava di un suo progetto di città-giardino, a immagine e somiglianza di quanto egli aveva visto ed ammirato nei suoi viaggi nei più progrediti paesi di Europa, specialmente in Svezia: case ampie, chiare di pitture esterne ed interne, con locali razionalmente disposti, secondo la tecnica più moderna, accoppiata a opportuni ma non ristretti criteri di economia, finestre amplissime da cui entrasse il beneficio dell’aria purificata dal verde tutt’attorno e dove la luce, la luce, la luce dominasse risanatrice sovrana.
Pagano aveva chiamato quel suo progetto Città Verde; qualcuno di noi disse: «Meglio forse Città Luce, perché, ancora più del verde, pur tanto necessario ed augurabile, la luce costituirebbe la caratteristica più significativa in quelle case e città di un’Italia futura, finalmente libera e redenta». «Luce» aggiunse altri «che non sarà dunque soltanto di sole, ma di nuova civiltà e di nuova storia». «Luce» concludemmo quindi, tutti o quasi tutti, «di socialismo, perché soltanto in una società socialista sarebbero possibili iniziative tanto grandiose e concrete di rinnovamento della nostra terra e della nostra gente».
Ed ecco Città Luce significare per noi, dopo di allora, qualche cosa di assai più vasto che non il geniale, ma limitato, progetto di un architetto urbanista, e cioè la visione non di una sola città-modello, ma di tutta una nazione risorta sulle vie del più luminoso progresso e benessere civile e sociale; la realizzazione concreta di un ideale e, in definitiva, l’ideale stesso della nostra fede, della nostra lotta, del nostro sacrificio. Insomma: Città Luce = Socialismo.
Pagano prepara un piano di fuga, fallito a causa del trasferimento dei prigionieri a San Vittore. Il 9 novembre viene internato nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano, e il 22 novembre è deportato a Mauthausen. Dopo un paio di settimane è assegnato al sottocampo di Melk, vicino a Linz. Il lavoro coatto nelle miniere è inasprito dalle percosse di un guardiano, che gli provocano broncopolmonite traumatica e febbre alta.
Ricoverato nell’infermeria in condizioni disperate, scrive un testamento morale sui due lati di un foglietto, ricoperto con grafia fitta e irregolare, affidato a Alessandro Nardini (al termine della guerra, lo consegnerà ai familiari). «Non piangere troppo e sii fiera della mia vita generosa. Pago di persona», scrive alla moglie Paola, sintetizzando le contraddizioni del proprio itinerario esistenziale. «Ricordatemi bene uomo vivo e pieno di volontà. Sono stato stroncato di violenza», confida al fratello Zanetto, mentre il suo tempo si consuma: «Non posso né voglio scrivere di più». All’architetto Palanti affida la propria eredità spirituale. Le righe finali, leggibili solo a tratti, ribadiscono la fede socialista e la propria dignità: «Ho dato la vita per il Partito e ne sono fierissimo. Avevo tanti sogni, tanti progetti e tante speranze quasi certe. Finito! A Voi continuare bene e meglio. Addio». Si spegne il 22 aprile 1945. In un altro sottocampo di Mauthausen, Gusen, erano morti due suoi amici e collaboratori: in gennaio il critico Raffaello Giolli, a inizio aprile l’architetto Gian Luigi Banfi.
Teresio Olivelli, da littore della razza a Fiamma Verde
Negli anni Trenta, gli ecclesiastici sono un vettore di consenso al regime. Dal rettore dell’Università cattolica del Sacro Cuore, Agostino Gemelli, all’influente gesuita Pietro Tacchi Venturi, dall’arcivescovo di Milano cardinale Schuster al più umile parroco di campagna, il clero italiano omaggia “l’uomo della Provvidenza”, che ha riconciliato Chiesa e Stato con il Concordato del 1929 e schierato l’Italia nella crociata antibolscevica in terra di Spagna. Il clerico-fascismo è un tratto distintivo della pedagogia del regime, che condiziona profondamente la gioventù.
Teresio Olivelli, nato nel 1916 a Bellagio (Como) in una famiglia di commercianti, dispiega un notevole attivismo nelle organizzazioni cattoliche e in quelle di regime. Crede che nell’Italia di Mussolini si costruisca una nuova civiltà rispettosa dei valori comunitari cristiani, alternativa a quella basata sui precetti dell’individualismo liberale e pure al modello collettivista sovietico.
Laureatosi in Giurisprudenza a Pavia nel 1938, attivista della Gioventù universitaria fascista (GUF), l’anno successivo vince con una dissertazione sul razzismo il concorso di Dottrina del Fascismo ai Littoriali della cultura. La sua concezione della “razza italiana” si richiama alla Roma imperiale e alla tradizione della Chiesa cattolica.
Nel maggio 1940 diviene segretario dell’Ufficio studi e legislazione del Partito nazionale fascista, nonché delegato del PNF nel Consiglio superiore della demografia e della razza presso il ministero dell’Interno. Quell’estate frequenta a Berlino il corso di politica nazionalsocialista per stranieri. In ottobre, quando l’Italia combatte al fianco della Germania, è relatore al primo Convegno interuniversitario italo-tedesco di studi politici. Nel febbraio 1941 torna a Berlino per un nuovo corso di politica nazionalsocialista.
Alberto Caracciolo, suo primo biografo, crede che il fascismo di Olivelli non si possa spiegare come un tentativo di influenzare il regime in senso cattolico:
Bisogna anche dire che questo sforzo egli non [lo] compì dall’esterno, che il tentativo di modificare segue a una reale immedesimazione in quel mondo: in altre parole, mentre tenta di trasformare il fascismo, egli ne assorbe le idee, lo spirito, lo stile stesso. Sarebbe errato pensare il suo fascismo come una posizione puramente strumentale rispetto al suo cristianesimo.
L’esigenza etica di coniugare idee e comportamenti concreti lo spinge a presentarsi volontario di guerra, per il fronte russo, dove entra in azione nel luglio 1942, rimpatriando il 20 marzo 1943.
Torna dalla guerra profondamente disilluso e ora valuta il fascismo come un’infausta dittatura, i cui danni vede rispecchiati nelle città semidistrutte dai bombardamenti e nel dilagante deficit morale.
Inviato in licenza da aprile a luglio, ottiene dal ministro Bottai l’incarico di rettore del Collegio “Ghislieri” di Pavia.
Tornato al suo reparto, dislocato a Vipiteno, in Sud Tirolo, a metà settembre è catturato e internato nei pressi di Salisburgo. Evade il 20 ottobre 1943 e l’11 novembre giunge a Brescia, dove contatta alcuni intellettuali cattolici promotori del movimento delle Fiamme Verdi e dopo una decina di giorni si trasferisce a Milano presso l’ingegner Carlo Bianchi (titolare di un’azienda cartografica), accanto al quale esplica un rilevante lavoro organizzativo in Lombardia. Con Bianchi – figura chiave della Resistenza cattolica lombarda, ancorché trascurato dalla storiografia – nel febbraio 1944 promuove il giornale clandestino «il Ribelle», distribuito clandestinamente a inizio marzo e che sul numero d’esordio riporta il motto «Insorgere per risorgere». Sul secondo numero Olivelli spiega il programma dei ribelli («così ci chiamano, così siamo, così ci vogliamo»), chiarendo che l’8 settembre 1943 è nata l’autentica Patria, aperta all’umanità decisa a strappare le catene delle dittature:
L’8 settembre è uno spartiacque: di qui rampolla e dirompe la vita nuova della nazione che ci divampa nello spirito, s’illumina di verità, freme nell’azione. Per chi non ne sente il flusso suggestivo e possente e lo disperde nei fondigli dell’animo o nell’impotente pettegolezzo, per i complici, i titubanti, i frigidi, non c’è posto. […] Uno è il dato di partenza nella sua crudezza veritiera: niente più c’è da salvare. La parola d’ordine è ricostruire, scartando le ambigue esitazioni. […] Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non ci sono “liberatori”. Solo uomini che si liberano. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli, anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti, anche se il successo immediato non conforta il teatro degli uomini, perché siano consapevoli che la vitalità d’Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di resurrezione, di combattimento, nel nostro amore.
Al giornale è allegata la Preghiera del ribelle, nella quale traspare l’ispirazione cristiana che sorregge Bianchi e Olivelli:
Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita, dà la forza della ribellione. […]
Tu che dicesti: «Io sono la resurrezione e la vita» rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie!
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.
Il 26 aprile 1944 l’arresto di un collaboratore della rete partigiana cattolica, il medico Giuseppe Jannello, da parte dell’Ufficio speciale di polizia, organizzato da Luca Osteria sotto protezione tedesca, si rivela gravido di conseguenze. Il prigioniero cede al ricatto di ritorsioni contro sua madre e – lusingato dalla prospettiva della liberazione – attira con una telefonata Bianchi e Olivelli a un appuntamento, nel quale l’indomani saranno entrambi catturati. Le prove raccolte dagli investigatori contro i dirigenti del «Ribelle» convince don Giuseppe Bicchierai, elemento di raccordo tra l’arcivescovado e il comando germanico, a raccomandare al cardinale Schuster la massima prudenza, cioè a evitare un forte intervento in favore degli arrestati, rinchiusi nel frattempo a San Vittore (tra di essi figurano i tipografi Luigi Monti e Franco Rovida, e l’ex militare Rolando Petrini che – come Bianchi e Olivelli – verranno uccisi dai nazisti).
Dopo pochi giorni Olivelli invia di nascosto a Claudio Sartori (nuovo direttore del «Ribelle») un messaggio a tratti ironico e allusivo delle torture subite, indicandogli come limitare i danni inflitti dalla polizia alla rete partigiana.
Il 9 giugno è trasferito nel campo di Fossoli; l’11 luglio, selezionato per la fucilazione con una settantina di compagni, si nasconde arrampicandosi sulle travi del capannone; grazie alla copertura di alcuni internati si sottrae alle ricerche, ma viene scoperto durante la smobilitazione del campo. Il 5 agosto è trasferito a Bolzano e un mese più tardi deportato al sottocampo di Hersbruck. Oltre a lavorare nello scavo e nella sistemazione delle fognature del Lager, svolge mansioni di interprete e scrivano del blocco degli italiani. Muore il 17 gennaio 1945, per le conseguenze delle percosse inflittegli da un kapò polacco, irritato da un gesto di solidarietà verso un prigioniero ebreo. Il cadavere viene cremato e le ceneri disperse.
Come ha rilevato uno studioso della gioventù italiana tra dittatura e democrazia, «non solo la maturazione di una nuova coscienza critica, ma, soprattutto, la tragica e altruistica fine del giovane intellettuale cattolico valevano indubbiamente a riscattare gli errori e le ingenuità degli anni precedenti». Secondo la tradizione cattolica, molti biografi hanno evitato di confrontarsi con il problema della continuità esistenziale, contrapponendo la prima e la seconda vita di Olivelli, nel segno della conversione e del martirologio. E, per meglio esaltarne la figura, hanno sminuito se non ignorato il ruolo dell’altro artefice del «Ribelle», Carlo Bianchi, di cui Olivelli fu intimo collaboratore. Decorato con medaglia d’oro al valor militare alla memoria, il 3 febbraio 2018 Teresio Olivelli è stato proclamato beato ed è attualmente in corso il processo di santificazione.
La dimensione solidarista: Maria e Delfina Borgato
Nelle giornate caotiche seguite all’armistizio, quando ancora non si è delineata un’organizzazione resistenziale e sembra non esservi alternativa al predominio tedesco, vi sono migliaia e migliaia di persone solidali che, ognuna nel proprio ambiente, spesso in modo volontaristico e non coordinato, soccorrono i soldati fuggiaschi, li riforniscono di abiti borghesi e li ospitano, esponendosi in tal modo a forti rischi. Nella stragrande maggioranza si tratta di donne, spesso a loro volta madri, mogli o sorelle di soldati disseminati su fronti lontani dalla patria. Sono interventi spontanei, immediati e prepolitici, prestati per un senso di umanità a chi è braccato e ricerca vie di fuga. L’ambiente è costituito solitamente dalle vallate montane e dalla dimensione urbana, dove le caserme si svuotano l’8 settembre in una fuga generalizzata o divengono una trappola per chi vi si ferma. Non di rado le catene solidaristiche sono prestate da gruppi familiari di tradizione contadina.
Forme consimili di solidarietà, con grande esposizione a rischi, si attuano a favore degli Alleati prigionieri di guerra, fuggiti a migliaia dai campi di internamento, nelle giornate caotiche del post-armistizio.
Tra i tanti nuclei parentali espostisi in iniziative solidaristiche vi è la famiglia Borgato, residente nella borgata agricola di Saonara (una ventina di chilometri a est di Padova), dove è affittuaria di alcuni campi.
L’esistenza di Maria Borgato, nata nel 1898, prima di quattro figli, è segnata da una malformazione alla gamba destra, che la rende zoppicante e le impedisce di realizzare il sogno della sua vita: divenire suora. La sua tensione religiosa la porta tra le figlie di Sant’Angela Merici, come suora laica. Per mantenersi, ricama corredi e tovaglie, aiutando come può i familiari nei lavori campestri.
Nella temperie del settembre 1943, trova un’intesa operativa con il fratello Giovanni e con sua figlia Delfina, sedicenne cresciuta nei valori evangelici. L’abitazione dei Borgato si trasforma in ospitale rifugio per ex prigionieri alleati e soldati italiani sbandati. Zia e nipote li accompagnano nottetempo a Padova, da padre Placido Cortese, direttore del «Messaggero di Sant’Antonio», che alla Basilica del Santo produce documenti falsi e affida i fuggiaschi alla rete clandestina Fra-Ma per il trasferimento verso il confine elvetico, in contatto con i professori Ezio Franceschini dell’Università Cattolica di Milano e Concetto Marchesi dell’Università di Padova.
Dai Borgato, passano prevalentemente ex prigionieri inglesi, australiani e neozelandesi, che in numero di 2000 erano stati internati in provincia di Padova per essere impiegati in lavori agricoli: c’è chi chiede asilo per una notte e chi si ferma più a lungo per essere affidato alla rete Fra-Ma. Anche qualche ebreo usufruisce di analogo sostegno, con il fattivo aiuto delle studentesse universitarie Teresa e Liliana Martini, due sorelle antifasciste, allertate da Maria Borgato che dal posto telefonico pubblico le informa: «Sono pronti due o tre polli». Varie altre famiglie padovane forniscono punti d’appoggio, nonostante dall’ottobre 1943 il comando germanico alterni punizioni a lusinghe, prevedendo l’incendio delle case ospitali con i ricercati, e promettendo 1800 lire o il rilascio di un parente internato nel Reich a chi denunci il nascondiglio di un ex prigioniero.
Alla cognata (madre di dieci figli), che la sconsiglia di esporre la famiglia ai rischi della ritorsione tedesca, risponde: «Un giorno anche i tuoi figli andranno per il mondo, e non sai che sorte avranno: saresti contenta che fosse fatto per loro quello che si fa ora per questi poveretti». Grazie alla famiglia Borgato, oltre 200 persone sfuggono alle ricerche dei nazifascisti.
La notte del 13 marzo 1944 le SS – informate da un altoatesino presentatosi ai Borgato come disertore – catturano Maria, il fratello Giovanni e la nipote Delfina, devastando abitazione, stalle e fienili. Le due donne vengono picchiate dinanzi ai familiari attoniti. La retata include anche le sorelle Martini.
Anche padre Cortese è catturato: trasferito nella sede della Gestapo di Trieste, sarà ucciso verso la fine del 1944, dopo prolungate sevizie.
I tre Borgato vengono condotti nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore; al momento della separazione, Maria dice al fratello: «Ho una sola preoccupazione: la sorte tua e di Delfina, perciò ti scongiuro di accusare me, di’ che sono stata io!». Rinchiusi in rigido isolamento per una quarantina di giorni, i tre prigionieri sono percossi per far loro confessare i complici e distruggere l’intera organizzazione clandestina.
Maria si assume ogni responsabilità per le azioni illegali e il fratello riacquista la libertà. Delfina rivede la zia a metà luglio 1944 in occasione del loro trasferimento nel Lager di Bolzano e la trova patita, smagrita. Maria invia ai parenti quattro lettere, improntate a spirito di sacrificio e profonda religiosità.
Il 5 agosto Delfina (di cui si riproduce la fotografia nel documento d’identità fornitole dai nazisti) è deportata a Mauthausen. La zia vorrebbe lei pure essere inserita nel numero dei partenti, ma la menomazione fisica la fa giudicare inadatta al lavoro coatto.
Tre giorni più tardi, scrive ai familiari: «iò fatto il posibile per seguirla mamie stato respinta ma con molta bontà dal Comando Tedesco per letà e per lemie condizione fisiche che voi gia micomprendete». La sua insistenza per condividere il destino della nipote le vale, dopo un paio di settimane, l’invio a Ravensbrück, nel blocco 17, dove però non ritrova Delfina, deportata a Mauthausen. Una compagna di deportazione ha ricordato che ogni mattina alle 4 Maria si alzava e, inginocchiata accanto al pagliericcio, recitava la Messa; durante il giorno rammendava le uniformi delle compagne, lieta di poter servire il prossimo; in una sola occasione si mostrò addolorata: «Un giorno fu detto alle prigioniere di spogliarsi perché dovevano passare una visita medica; Maria, con le altre, si spogliò; poi, una alla volta, in fila, attraversammo un corridoio per recarci alla visita. Maria veniva avanti lentamente, zoppicando, con le braccia incrociate sul petto, per coprirsi, mentre lunghe lacrime le rigavano il volto: fu l’unica volta che la vidi piangere». Maria porta sulla casacca il triangolo rosso dei politici, ed è munita di un cartellino rosa per indicarne l’inabilità al lavoro a causa dell’handicap fisico.
Destinata all’eliminazione, viene inviata nella camera a gas in data imprecisata. A casa, ci si aggrappa a un filo di speranza e si continua a tenere in ordine la sua stanza, nel miraggio della sua ricomparsa. Un giorno l’anziana madre confida alla nipote Delfina (rimpatriata il 29 giugno 1945): «È meglio che sia tornata tu che lei…». Alla fine, ci si deve arrendere all’evidenza e viene compilato l’atto di morte presunta.
Ludovico Ticchioni, patriota diciassettenne
Nella Resistenza confluisce con impeto una parte della gioventù, risoluta a battersi per la liberazione della patria da tedeschi e fascisti. Al fattore ideale si somma per molti la volontà di sottrarsi all’arruolamento nelle costituende forze armate fasciste. L’impatto con guerra civile e occupazione straniera è condizionato da fattori amicali e dall’inserimento in gruppi ove elementi più attempati ed esperti esercitano un richiamo su personalità ancora in formazione. Le prime difficoltà consistono nello stabilire un rapporto continuativo con nuclei mobili, i cui organici si espandono o restringono a seconda dei fattori ambientali e delle fasi della lotta. Laddove precarietà e labilità delle bande espongono a rischi imprevisti (violente repressioni, o soprassalti di conflittualità interpartigiana), sono i più giovani a pagare il prezzo maggiore, a causa dell’inesperienza e dell’idealismo.
La sorte del liceale ferrarese Ludovico Ticchioni (Mestre, 1927-Codigoro, 1945) è rivelatrice di slanci, impegno, delusioni e tragedie di chi, adolescente, si gettò nella temperie del 1943-1945 animato da amor patrio.
Figlio di un colonnello del regio esercito, Ludovico assorbe dal padre idealità liberal-democratiche, l’attaccamento ai Savoia e la convinzione che il maresciallo Badoglio sia l’uomo giusto per risollevare il paese dal baratro in cui lo aveva spinto Mussolini. Gli bruciano le modalità dell’armistizio, aggravate dalla contestuale fuga da Roma del re e dei ministri militari: «Questa guerra ha dato una dolorosa smentita a quella che era sempre stata la mia illusione, la mia fierezza di essere Italiano. Ma il massimo di questa delusione si è manifestata per me dopo l’8 settembre, durante il periodo della repubblica», annota nel suo diario, che sulla prima pagina riporta la frase di Metastasio «La patria è un nume a cui sacrificar tutto è concesso».
Al giovane studente – che vive a Ferrara con madre e sorelle – pesa l’inazione. Vorrebbe attraversare le linee e combattere nell’esercito monarchico insieme al padre, comandante del Raggruppamento speciale “Granatieri di Sardegna”, formazione scontratasi con i tedeschi nei giorni successivi all’armistizio, e successivamente inquadrata nel Gruppo di combattimento “Friuli”, a fianco degli Alleati nella campagna d’Italia. Compie per suo conto arrischiate iniziative propagandistiche come scritte murali e compilazione di volantini. Iniziative minime, ma che lo segnalano ai fascisti, i quali a metà dicembre 1943 lo includono tra i predestinati alla fucilazione per rappresaglia in seguito all’uccisione del segretario federale Ghisellini; a salvarlo è il vicequestore Poli, amico di famiglia, che confida alla signora Ticchioni: «Io ho fatto tutto il possibile; ora dica a suo figlio di stare attento».
Al termine dell’anno scolastico 1943-1944 Ludovico rompe gli indugi: «Finalmente il mio sogno di poter fare qualcosa per la cacciata del tedesco dall’Italia, si è avverato! […] Chi comanda qui è un sergente maggiore, un ragazzo sulla trentina, molto in gamba e pieno di entusiasmo giovanile. Lui è del Comitato Nazionale di Liberazione e riceve ordini direttamente da un capitano che a sua volta è comandato dalla Romagna» (annotazione diaristica del 30 agosto). Vede la militanza partigiana come preludio alla carriera militare che vuol intraprendere nel dopoguerra, anche se mette in conto la possibilità di una fine tragica: «Per quanto son giovane non temo la morte: è l’incoscienza della gioventù che mi fa dire questo. Se devo morire, pazienza! Fatto sta che mi dispiacerebbe finire tutto adesso a soli 17 anni di vita!».
Appartiene al “Gruppo del Gatto”, nucleo garibaldino aggregatosi nella zona di Serravalle attorno all’operaio ventitreenne Olao Pivari (nome di battaglia “Gatto”), già sergente di un reparto costiero, cui i fascisti avevano bruciato l’abitazione per punirne la diserzione. I suoi uomini disseminano chiodi a tre punte prima del passaggio di colonne nemiche e disarmano qualche milite della RSI poco propenso al combattimento. Ticchioni sceglie come nome di batta
RICORDO DI BEPPE FENOGLIO -:” CIO’ CHE DOBBIAMO AL PARTIGIANO JOHNNY”.
Nell’anniversario della scomparsa di Beppe Fenoglio-(1 marzo 1922, Alba-morto il 18 febbraio 1963, Torino-) non sara’ inopportuno dichiarare ancora una volta la nostra gratitudine al “partigiano Johnny”, e dirne le ragioni.
Innanzitutto dobbiamo a Fenoglio cio’ che dobbiamo a tutti i resistenti: di aver sconfitto il regime dei campi di sterminio, di aver salvato l’umanita’ dal selettivo genocidio di interi gruppi umani e dall’universale schiavitu’.
Non si obietti che la sconfitta di Hitler e’ stato merito precipuo della coalizione degli stati antifascisti e degli eserciti regolari loro: come ha scritto acutamente Umberto Eco, “In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione la questione e’ irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza”.In secondo luogo dobbiamo a Fenoglio, come a tutti gli altri autori e autrici – e raccoglitori e raccoglitrici – di testimonianze della Resistenza, di aver voluto e saputo lasciare una traccia scritta di quella esperienza e del suo significato: affinche’ il trascorrere del tempo non offuscasse o addirittura cancellasse la verita’.
Perche’ la Resistenza e’ stata anche lotta per la verita’ e per la memoria della verita’, senza di cui non si da’ dignita’ umana, non si da’ liberta’ possibile.In terzo luogo dobbiamo a Fenoglio cio’ che della sua opera e’ peculiare: un’amarissima visione del mondo e una nitida e dura descrizione dei fatti, visione e descrizione che nulla concedono alla consolazione, nulla concedono alle illusioni e ai sogni, nulla edulcorano o travestono della tragedia e dell’orrore, ma con assoluta fermezza e chiarezza convocano ogni persona a un impegno di dignita’, di solidarieta’, di pieta’ e responsabilita’ per l’umanita’ intera: per l’umanita’ intesa come insieme – unitario e plurale, coeso ed infinitamente diversificato – di tutti gli esseri umani, e per l’umanita’ intesa come integrita’ di ogni singola persona.E’ anche perche’ abbiamo meditato la testimonianza di Fenoglio che siamo persone amiche della nonviolenza.
Poiche’ il fascismo e’ barbarie e onnicidio, ne consegue che l’antifascismo e’ antibarbarie e impegno a salvare le vite, e’ opposizione nitida e intransigente alla violenza, e’ quindi scelta della nonviolenza.
La Resistenza oggi continua nell’azione nonviolenta; e’ la nonviolenza e solo la nonviolenza l’antifascismo vivente. E’ la nonviolenza la scelta oggi necessaria del movimento delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione dell’umanita’, i diritti umani di ogni essere umano, la difesa del mondo vivente. Tra un paio di settimane si vota per il rinnovo del parlamento.Noi siamo di quelli che credono che il tema decisivo di queste elezioni sia l’opposizione al fascismo.
Ed opposizione al fascismo significa in primo luogo impedire che le elezioni siano vinte dai partiti che riproducono caratteristiche tipiche dei movimenti e dei regimi fascisti: il culto del capo, l’adorazione della violenza (e il turpiloquio fluente e l’insulto gradasso ne sono i sintomi meno facilmente camuffabili), il disprezzo abissale dell’altro, l’uso sistematico e tronfio della menzogna e la tracotante rivendicazione del privilegio dell’irresponsabilita’, la pretesa di essere il bene assoluto e la conseguente condanna all’annientamento di chiunque non s’inquadri nei loro ranghi, l’odio per la democrazia come conflitto gestito senza esercizio della sopraffazione e come faticosa costruzione di accordi tra diversi, il rifiuto del dialogo – e senza dialogo non si da’ neppure pensiero, discorso, parola, logos -, il radicale misconoscimento dell’uguale dignita’ e della parita’ di diritti di tutti gli esseri umani.
Ed opposizione al fascismo significa altresi’ concretamente opporsi alla guerra e a tutte le uccisioni, opporsi al razzismo e a tutte le persecuzioni, opporsi al maschilismo e a tutte le oppressioni; significa opporsi a un modo di produzione schiavista e rapinatore, opporsi a un sistema di potere estorsore e parassitario, opporsi a uno stile di vita consumista che per soddisfare l’avidita’ di pochi condanna oggi la maggior parte dell’umanita’ a una vita di sofferenze e mette a rischio la stessa sopravvivenza della civilta’ umana in un futuro assai prossimo; significa difendere la vita, la dignita’ e i diritti di tutti gli esseri umani, difendere il mondo vivente casa comune dell’umanita’.
E’ anche perche’ abbiamo meditato la testimonianza di Fenoglio che pensiamo che il 4 marzo il primo compito che tutte e tutti abbiamo e’ sconfiggere il fascismo che torna: sconfiggerlo con lo strumento democratico del voto, sconfiggerlo con la forza della democrazia come metodo e come sistema, della verita’ che e’ fondamento dell’integrita’ morale individuale e della civilta’ che l’intera umanita’ comprende, dell’affermazione della dignita’ umana di tutti gli esseri umani.
Beppe FenoglioBeppe FenoglioBeppe FenoglioPartigiano Johnny
Gad Lerner e Laura Gnocchi-Dimmi cos’è il fascismo ,I ragazzi di ieri lo raccontano a quelli di oggi –
Descrizione del libro di Gad Lerner eLaura Gnocchi-Giangiacomo Feltrinelli Editore-–Che cos’è il fascismo? Siamo sicuri che sia scomparso? I racconti di chi il fascismo lo ha vissuto, e si è ribellato, quando era giovane come voi oggi.
Sono passati ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia da allora ha vissuto in pace, ma vi sarà giunta l’eco di nuove guerre scoppiate all’improvviso, epidemie e disastri ambientali. In questi momenti la Storia può diventare per noi una buona consigliera e può aiutarci a capire oggi con quali pretesti l’umanità venne allora divisa in persone di serie A e di serie B, perché i nonni dei nostri genitori abbiano obbedito a dittatori fanatici.
Erano i tempi del fascismo, un’invenzione italiana del 1919, quando Benito Mussolini prese il potere e trasformò rapidamente il Regno d’Italia in una dittatura. Ma la sua ambizione non era solo quella di comandare, voleva cambiare la testa della gente, fargli il lavaggio del cervello. Il suo regime durò oltre vent’anni, seguiti da venti mesi di guerra civile, nel corso dei quali l’antifascismo divenne Resistenza fino ad arrivare nell’aprile 1945 alla resa del nazifascismo. La Liberazione, appunto, celebrata da allora come festa nazionale ogni 25 aprile.
Le partigiane e i partigiani che abbiamo intervistato ci raccontano com’è andata per davvero e le loro storie ci ricordano che la libertà non è un regalo per sempre, dobbiamo guadagnarcela ogni giorno.
Gad Lerner e Laura Gnocchi-Dimmi cos’è il fascismo-Feltrinelli Editore
Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica e a soli tre anni si è dovuto trasferire a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Ora scrive su “Il Fatto Quotidiano” e “Nigrizia”. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010), Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009), Concetta. Una storia operaia (2017), L’infedele (2020) e Gaza. Odio e amore per Israele (2024). Ha curato, insieme a Laura Gnocchi, Noi, Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana (2020), Noi, ragazzi della libertà (2021) e Dimmi cos’è il fascismo (2025).
Laura Gnocchiè giornalista. Ha diretto varie testate, tra cui “Il Venerdì di Repubblica”. Il suo ultimo programma televisivo è stato La scelta, ideato insieme a Gad Lerner, con il quale ha curato anche Noi, partigiani. Memoriale della Resistenza italiana (Feltrinelli, 2020), Noi, ragazzi della libertà (Feltrinelli, 2021), entrambi nati dalla raccolta di oltre novecento videointerviste realizzate in collaborazione con l’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, e Dimmi cos’è il fascismo. I ragazzi di ieri lo raccontano a quelli di oggi (Feltrinelli, 2025, con le illustrazioni di Piero Macola).
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