Paolo Genovesi Fotoreportage:”Abbazia di Farfa in Autunno”-
Benvenuti nell’atmosfera incantata dell’Autunno all’Abbazia di Farfa con le foto di Paolo Genovesi–nota di F.L:”Farfa è un Borgo di straordinaria bellezza naturale e storica e Paolo Genovesi, con la sua fotocamera, ha saputo catturare l’ atmosfera e la calma di questa stagione, trasformando, con le foto ,la routine in un’esperienza autunnale indimenticabile. L’autunno è una stagione ricca di dettagli e sfumature e le foto di Paolo possono essere il mezzo per catturare questa bellezza. Esprimere l’autunno richiede sensibilità e attenzione ai dettagli: dai colori delle foglie cadenti e al suono dei passi che immaginiamo camminando su un sentiero coperto di foglie secche. Le immagini possono rendere tangibili le emozioni che l’autunno suscita, come la nostalgia per l’estate appena passata o l’attesa per l’inverno in arrivo. Questo è il messaggio che Paolo Genovesi trasmette con le sue foto.
Grazie Paolo”.(F.L:)
Paolo Genovesi Fotoreportage:”Farfa in Autunno”
Abbazia di Farfa, un gioiello nel cuore della Sabina
Nel Lazio, in provincia di Rieti e non molto distante da Fara in Sabina, si trova l’incredibile Abbazia di Farfa.
Circondata da una mistica profonda atmosfera, la famosa Abbazia di Farfa è uno stupendo e incantevole convento di Benedettini, che fu fondato nel lontano VI secolo. Uno dei particolari che colpisce immediatamente osservando questo edificio religioso, è la quantità di stili raffiguranti i diversi periodi storici legati alla sua realizzazione, aspetti che rendono questo monastero un vero gioiello di architettura.
Da parte di papi e imperatori ricevette esenzioni, privilegi ed elargizioni, tutti fattori che portarono l’Abbazia di Farfa a diventare una vera potenza. Non per nulla, arrivò a controllare oltre trecento villaggi, ben sei città fortificate, centotrentadue tra piazzeforti e castelli, seicento tra monasteri e chiese.
Una potenza che è anche sottolineata dal fatto che come abati ci furono sempre uomini colti e di rango, come Sicardo, appartenente alla famiglia reale di Carlo Magno. In tutta l’Europa medievale, l’Abbazia di Farfa divenne, dunque, uno dei centri maggiormente noti, al punto tale che lo stesso Carlo Magno, nel viaggio che lo stava conducendo a Roma per ricevere dal papa la corona, si fermò e vi soggiornò.
Una potenza che permise negli Anni Trenta del secolo IX all’abate Ingoaldo di possedere, addirittura, una nave commerciale che era esentata dai dazi imperiali. Tuttavia, dopo sette lunghi anni di resistenza l’abate Pietro I, a seguito dell’assalto dei Saraceni, fu costretto ad abbandonare il monastero che fu preso e incendiato.
Passato il pericolo, i monaci tornarono e, nel 913, divenuto abate Ratfredo, i lavori alla chiesa vennero terminati.
Un potere che prevedeva 315 borghi, 82 mulini, 14 villaggi, 8 miniere, 7 porti, 16 fortezze, 132 castelli, due città e cioè Alatri e Civitavecchia, 683 tra comunità monastiche e chiese, non poteva non ostacolare quella che sarebbe dovuta essere esclusivamente una semplice vita religiosa. Le rivalità e le lotte per essere nominati abati riesplose e, quindi, ancora una volta, contraddisse gli anni che vanno dal 1119 al 1125.
Cosa vedere all’Abbazia di Farfa
Oggi, perduto l’antico potere temporale, l’Abbazia di Farfa è divenuto un ameno luogo di culto ed una magnifica rappresentazione architettonica. Collocata nel magnifico territorio della Sabina, ove regna incontrastata una risplendente e rigogliosa natura nella quale spiccano gli oliveti dai quali nasce il tanto celebre olio di oliva, l’Abbazia di Farfa è anche una stupenda occasione per visitare tanto il territorio sabino quanto una delle più importante testimonianze storiche.
Tra le altre cose, infatti, l’Abbazia risulterebbe essere l’edificio più antico del territorio della Sabina che è dedicato alla Vergine Maria.
In tema di leggenda è da ricordare quella che racconta che dopo che il monastero venne distrutto dai Longobardi, la Vergine abbia indicato a Tommaso di Moriana, il quale si trovava a Gerusalemme, il luogo dove avrebbe dovuto costruire un santuario a lei dedicato.
Quasi sicuramente sorto su un preesistente complesso di origine romana, il monastero rimane, indiscutibilmente, uno dei più insigni e importanti monumenti di tutto il periodo medioevale.
Nei pressi della celebre abazia, si trova, inoltre, l’affascinante Borgo di Farfa, ove il turista potrà trovare caratteristici prodotti artigianali e i vari prodotti tipici come, ad esempio, lo squisito olio di oliva della Sabina.
Fonte – SCOPRI LA SABINA
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PAOLO GENOVESI-Fotoreportage –-Scorci di Fiano Romano e del castello Orsini-
Descrizione di Fiano Romano-Appoggiato sulla valle del Tevere in una piana circondata da colline, Fiano Romano è un centro nato in una posizione che gli ha permesso di essere abitato fin dai tempi antichissimi grazie alla vicinanza della via di comunicazione naturale del fiume. Reperti di armi, utensili di pietra e ossa lavorate testimoniano la presenza di tribù di cacciatori-raccoglitori fin dell’Età del bronzo (XII-XIII secolo a.C.) mentre altri ritrovamenti in ceramica databili al VIII secolo a.C. confermano che vi abitarono Sabini, Etruschi e Latini. Tra il II e il I secolo a.C. la zona fu completamente romanizzata, con opere di rifacimento delle vie e di ricostruzione urbanistica sullo stampo di un foro romano, fino alla realizzazione di grandi interventi urbanistici di riorganizzazione in epoca augustea. Nel Rinascimento Fiano fu dominata dalla famiglia Orsini, che commissionò la costruzione del Castello. Quattrocentesco, è un robusto mastio cilindrico centrale con una torre laterale quadrata e si trova appoggiato alla Porta Capena, la porta di ingresso della città. Al suo interno c’è un cortile con una scalinata che porta al piano nobile.
L’altro monumento di interesse, questa volta religioso, è la parrocchiale di S. Stefano Protomartire il cui impianto originario sorse nel XII-XIII secolo; abbandonata per la posizione scomoda fu poi ricostruita nella seconda metà del XV secolo. All’interno conserva diverse opere di pregio, tra le quali il dipinto della Madonna con i Santi Giovanni Battista, Stefano, Biagio e Pietro, di Antonio del Massaro, il monumento funebre di Niccolò Orsini, la tavola con soggetto il Salvator mundi, 2 tele di scuola umbra.
Di grande interesse archeologico sono invece i resti del Mausoleo di Fiano Romano, un insieme di 13 grandi blocchi di marmo decorati a rilievo di circa 60 centimetri per un metro del I secolo a.C. con scene di combattimenti gladiatori che in origine decoravano un monumento funerario a torre. La vicenda del ritrovamento è curiosa, nel 2007 le lastre furono rinvenute in un terreno privato nascoste sotto uno strato di terra e ordinatamente disposte l’una accanto alle altre. Pare infatti che fossero state trovate casualmente durante dei lavori edili ma gli scopritori avessero cercato di piazzarle sul mercato clandestino delle opere d’arte. I reperti con scene gladiatorie sono stati oggetto di studi e restauri e sono esposti all’antiquarium Lucus Feroniae, il sito archeologico situato nel comune di Capena, sull’antica via Tiberina.
Fonte-ITALIA.IT
Fiano Romano -Castello Orsini-Fiano Romano -Castello Orsini-Fiano Romano -Castello Orsini-Fiano Romano -Castello Orsini-
Fiano Romano is a town and comune (municipality) in the Metropolitan City of Rome, Italy, approximately 40 kilometres (25 mi) north of the city.
There are multiple hypotheses about the origin of the name Fiano:
According to some, the toponym could originally be derived from both the root of the Latin word Flavus (yellow, blond), with evident reference to the production of cereals grown or visible in the place; both from the reference to the possessions that the gens Flavia had in the area (from Flaiano, composed of the Latin personal name Flavius and the suffix “anus” which indicates belonging).[3]
In Virgil‘s descriptions of the people who inhabited the Faliscan Capenate territory in prehistoric times, the reference to the Flavini fields appears; while in the texts of Silio Italico reference is made to Flavina or “of the Flavini fields” to describe the area where the sanctuary of Feronia was located and where the Capenas river (today’s Gramiccia) flowed.[4] The term also returns in Servius‘s commentary on the Aeneid where there is a reference to the inhabited center of Flavinium.[5]
A further hypothesis would be that according to which the name of the city derives from Fanum Feroniae, that is the temple of Feronia.
It is also possible that the name Fiano, already known in the Middle Ages as Flavianum or Flaianum, is the toponym of a landholding dating back to those of the imperial funds of the Constantinian age (the Nomen of Flavus had in fact been assumed by the Emperor Constantine).[6]
In 1872, following a request made by the City Council, the name officially changed in Fiano Romano through a royal decree by Victor Emmanuel II.[7]
History
The territory of Fiano Romano, due to its position close to the Tiber river, has been inhabited since the archaic ages:[8] in fact, ceramics from the 8th century BC have been found, which show the cultural influence in the area of Faliscans, Sabines, Etruscans and Latins.[9]
Between the 7th and 5th centuries BC the area was under the control of the ancient city of Capena, ally of Veii: in this period was the foundation of the nearby sacred grove of Lucus Feroniae.
At the beginning of the 4th century BC Rome completed the conquest of the entire area which passed under its control.[10] Lucus Feroniae remained the main attraction: Hannibal, in 211 BC, went there to plunder the sanctuary,[11] while in 70 BC many lands around the sanctuary were expropriated and awarded to the legionaries of Caesar[12] by Antonio and Octavian (the future Augustus). The construction of the Villa dei Volusii also dates from this period. For the whole Roman imperial period the area was very active in the production of cereals, wine and olive oil.
In the Middle Ages the territory of Fiano passed under the control of the various religious centers and monasteries in the area[13] (a 1081 bull of Pope Gregory VII assigns the possession of the Flaiano fund (Castellum Flaianum) to the Monastery of San Paolo fuori le mure).
In the Renaissance period it was a fief of the Orsini, a powerful noble family,[14] who in 1489, with Niccolò III Orsini, built the castle there. Fiano then passed to the Sforza family who made Fiano as a Duchy (bull of Pope Pius V in 1608), then to the Ludovisi-Ottoboni-Boncompagni family.
In 1897 the last Duke of Fiano Marco Boncompagni Ludovisi Ottoboni sold the entire property to Carlo Menotti, a construction contractors, building contractor, land speculator and politician.
After the Fascist era the lands were entrusted directly to the peasants while part of the castle was donated by Menotti family to a religious order.
In 1993 the Municipality of Fiano Romano bought the entire Ducal Castle.
Geography
Location
Fiano Romano rises on the right bank of the Tiber river, which separates it from the Sabina. The territory is mostly hilly but there are large flat areas alongside the river. Average height is about 86 metres (282 ft) above sea level, with a minimum height of 17 metres (56 ft) and a maximum of 244 metres (801 ft).[15]
Climate
The climate is temperate with long, dry summers and generally mild but rainy winters,[16] making Fiano Romano part of the Csa group according to the Köppen climate classification. The proximity of the Tiber is felt, which increases the humidity rate.
The average annual temperature is 4.9 °C (40.8 °F) with August being the hottest month of the year with an average temperature of 25.2 °C (77.4 °F) while the coldest month is January with an average temperature of 5.6 °C (42.1 °F).
During summer, from June to the end of September, daytime temperatures can reach 31 °C (88 °F) and night temperatures are around 15 °C (59 °F), while during heat waves the daytime temperatures can reach even 36 °C (97 °F).
The average annual rainfall is 1,027 millimetres (3.369 ft), with July the driest month (28 millimetres (0.092 ft)) and November the wettest (154 millimetres (0.505 ft)).
It is a renaissance castle committed by Nicola III Orsini in 1489 and terminated in 1493.It became a Ducal castle in 1609 when the Sforza family make Fiano as a Duchy. The castle has a rectangular plan with two defense towers and crenellated walls. The smaller tower is quadrangular with a slope in the lower part. The largest tower, called mastio, is placed in the keep, is circular and is 30 metres (98 ft) high with walls 2.7 metres (8.9 ft) wide. The castle, set in the medieval village, has its entrance on the main square of Fiano in front of the Church of Santo Stefano Nuovo. Inside there is a courtyard with a staircase leading to the main floor and from the terrace, adorned with guelph battlements, you have a view of the surrounding lands that belonged to the fief.[17]
The renaissance wing on the main floor is divided into nine rooms, connected to each other by doors whose jambs bear the inscription NicolausTirtius Ursinus 1493, that is the date on which the works were carried out and, probably, when the frescoes were completed:[18]
Montefeltroroom: decorated with inlaid and carved friezes in wood, it seems like the study of Guido da Montefeltro;
It is a Roman campaign’s manor built around the middle of the 1st century BC form the senatorial family of the Volusii Saturnini (well known by Cicero) and used until the 5th century AD. It is a perfect example of villas build in the Roman Republican age by the senatorial families not far from Rome, in a fertile and highly disputed territory from the point of view of the real estate market of the time, being not only a country residence (i.e. villad’otium) but also headquarters of production facilities (villa rustica).[19]
The villa was built on an embankment that offers a panoramic view of the lower Tiber Valley, extends over two levels with the upper one that housed the noble residence with a polystyle atrium, rooms on the left side, cubicles and triclinium on the right, tablinum on the bottom. The peristyle with the lararium stands on the right side of the elegant district.
The complex was further enlarged during ages of emperors Hadrian and Traian, it underwent restorations in the 3rd-4th century AD and was frequented until the 5th century AD when a small cemetery was set up in the residential part. Then, starting from the early Middle Ages, a religious building was first built and then a small fortified center with towers and, finally, a rustic farmhouse.
It was discovered in 1962 during works for A1 highway construction and it is actually completely bring to light.[20] It features splendid mosaics and the remains of a series of rooms and other spaces.
Medieval bell made in 1278 conserved in Fiano Romano
In the side aisle of the Church of Santo Stefano Nuovo in Fiano Romano there is a medieval bell, built in 1278 for the Church of San Biagio, a church that no longer exists and whose exact location is not known today. The bell, made of bronze, is about 94 centimetres (37 in) high with a circumference at the base of about 128 centimetres (50 in) and a diameter of 77 centimetres (30 in). It was made by Guidotto Pisano, a very famous bell caster of the 13th century.[22] Guidotto made, for example, about in 1280 the Campana della Rota bell in Vatican Saint Peter’s Basilica and in 1288 one for Santa Maria Maggiore Church. These bells are still currently used.
Monument to the Fallen of the Two World Wars
Monument to the fallen of the Two World Wars at Fiano Romano
It is a monument dedicated to the citizens of Fiano Romano, military and civilians, who fell in the two World Wars. Located just outside the medieval village in the Parco delle Rimembranze, it is a travertine pillar which appears, in the front part, in the shape of an altar with a bronze laurel wreath at the top, at the bottom a festoon also in bronze and at its sides two lion protomes and weapons, also in bronze. In the rear part there is the coat of arms of the Municipality of Fiano Romano and below is the basin of a small fountain. In the center of the pillar are engraved the names of the citizens who fell in the First World War, while on the two tombstones, added later, placed in front and on the sides of the pillar, those of the fallen and missing in the Second World War . The monument was designed and built between 1919 and 1924 by the architect Edgardo Negri and the sculptor Enrico Brai, whose names are engraved on it.
The bronze statue of Enrico Berlinguer was commissioned by the Municipality of Fiano Romano and built by the Iranian sculptor Reza Olia after the death of the communist politician, which took place on June 11, 1984. In previous years Berlinguer had visited Fiano Romano many times for his political role but he also had established friendly relationships. The statue, inaugurated on June 15, 1985, is located in the plaza at the entrance of the medieval village.[23]
PortaRoma
The arch-sculpture PortaRoma nearby the highway entrance at Fiano Romano
it is an arch-sculpture composed of two marble monoliths of 36,000 kilograms (79,000 lb) each which oppose each other and self-sustain without keystone for only mutual contrast of thrust discharged on the two shoulders, made with superimposed blocks of travertine and assembled only in contact with cuttings. The arch-sculpture measures are 15 metres (49 ft) length, 2.2 metres (7.2 ft) depth and 7 metres (23 ft) height and a total weight of 210,000 kilograms (460,000 lb). Made by Claudio Capotondi on the occasion of the Great Jubilee, it was inaugurated on October, 29th 2000.[24] It is located next A1 motorwayRoma Nord entrance at Fiano Romano.
Santo Stefano Vecchio’s Ciborium (at Metropolitan Museum of Art in New York)
It is a marble canopy made about in 1150 for the church of Santo Stefano Vecchio at Fiano Romano. In 1888, the church was desecrated and in 1889 was sold to private individuals but the ciborium had already disappeared. It reappeared in the maison of New York tycoon Henry William Poor in 1903[25] and then in 1909 was acquired by the Metropolitan Museum of Art in New York City[26] for 7,100 dollars (equivalent in purchasing power to about 224,000 dollars in 2022[27]).
Fiano Romano’s Mitra (at Louvre Museum in Paris)
Fiano Romano’s Mitra at Louvre Museum of Paris
It is a marble bas-relief on a travertine base (61 centimetres (24 in) x 68 centimetres (27 in) x 23 centimetres (9.1 in)) dated between the 2nd and 3rd centuries AD depicting on both faces typical scenes of Mithraism. It was discovered at Fiano Romano in 1926 and then, in 1939, it was acquired by the Louvre Museum in Paris.[28][29]
Culture
Events
September Feast in honor of Our Lady of Sorrows
Statue of Our Lady of Sorrows during the procession at Fiano Romano
The September Feast in honor of Our Lady of Sorrows is an event organized on the third Sunday of September in Fiano Romano in which religious traditions are relived and important celebrations and folkloristic activities take place. The 179th edition of the festival was held in 2021.[30]
The roots of the festival date back to 24 March 1842[31] when the wax image of the Holy Mary of Sorrows, dressed in satin, purchased with the offerings of the Fianesi faithful, was placed in the Church of Santo Stefano Nuovo and the diocesan bishop granted the indulgence of 40 days to all the faithful every time they visited the sacred image. In the same year the Feast of Our Lady of Sorrows was solemnized, entrusted to the women of the Pia Union of Our Lady of Sorrows (only starting from 1933 was also allowed to men to take part in the organization of the feast). After a few years of interruption, the feast was restored at the request of the faithful in 1879 and for the occasion a silk mantle embroidered in gold was purchased to embellish the image of the Madonna and, in the following years, objects were purchased and offered by the faithful of various kinds to adorn the statue. Suspended again for a few years, in 1889 the feast was resumed again and has never been interrupted since then (for example, in 1942 due to the war only religious rites were performed).
From the 1960s the organization of the celebrations passed to the ProLoco Association (association promoting local culture and tourism) and took its current name of September Festival in honor of Our Lady of Sorrows and is organized, together with the Pia Union and the Municipal Administration, every year on the third Sunday of September. The feast begins on Thursday or Friday, the streets of the town are adorned with lights, masses and other religious moments are held in honor of Our Lady of Sorrows and moments of entertainment and socialization are also organized (sports tournaments, performance of singers, cabaret shows, games for children, popular games, horse races, rides, etc…).
The festival culminates with the Procession on Sunday evening in which the statue of Our Lady of Sorrows is taken out of the Church of Santo Stefano Nuovo, once in the year, and is carried through the streets of the town, preceded by the Pia Union, accompanied by the musical band, followed by religious, military and civil authorities as well as by many faithful. Before her return to the Church, Our Lady of Sorrows is celebrated by a grandiose fireworks show in front of the Ducal Castle and the medieval village and, at the end of this show, all the gathered faithful greet her shouting Viva Maria. The feast ends with the blessing of the faithful by the priest in front of the entrance of the Church of Santo Stefano Nuovo before the statue makes its return into it.
Transport
At Fiano Romano there is the exit of the A1 highway from which the northbound branch (named A1 dir Nord) connects it to the Rome ring-road Grande Raccordo Anulare;
The municipal territory is crossed by the provincial road SP 15/A Tiberina which starts from Rome and runs through the Tiber valley, on the path of ancient Via Tiberina;
The railway station closest to Fiano Romano is that of Fara in Sabina of the FL1 Fiumicino Airport – Orte regional line, about 9 kilometres (5.6 mi) away and connected by shuttle buses.
Boenzi, Giuliana; Ciccarese, Antonella; Di Giammatteo, Paola; Fei, Francesca; Gazzetti, Gianfranco; Stanco, Enrico Angelo (1997). Terra di Fiano : ricerche di storia, arte, archeologia (in Italian). Quasar.
Callegari Cavaliere, Paola; Ferilli, Giuliano; Giancamilli, Edgardo (2015). Fiano Romano. Dalla preistoria ai giorni nostri (in Italian). De Angelis.
Marzano, Annalisa (2007). Roman villas in central Italy : a social and economic history. Boston: Brill.
Ercoli, Giuseppe (1996). Fiano
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Abbazia di FARFA -Abbazia benedettina situata a km. 40 ca. a N di Roma, in Sabina, lungo la valle del fiume omonimo alle pendici del monte San Martino.Le vicende storiche riguardanti le origini dell’Abbazia di Farfa – secondo quanto riportano le più antiche cronache documentarie farfensi, risalenti al sec. 9° – si legano alla leggendaria figura del monaco orientale Lorenzo Siro, che, rifugiatosi in Italia al tempo delle persecuzioni di Anastasio I (491-518), dopo essere divenuto vescovo della diocesi di Cures Sabini, si sarebbe ritirato sulla sommità del monte San Martino per dare vita a una comunità eremitica (di cui è stato individuato un oratorio con ambiente ipogeo datato al sec. 6°), dalla quale si sarebbe successivamente sviluppato il centro monastico. Recentemente, grazie a un’attenta rilettura di alcuni documenti risalenti al tempo di Gregorio Magno (590-604) riguardanti le diocesi sabine, si è riusciti a collegare la figura di Lorenzo Siro a un omonimo vescovo di Forum Novum (od. Vescovìo) vissuto nella seconda metà del sec. 6° e quindi a collocare la nascita e il breve sviluppo del centro monastico all’incirca fra il 560 e il 592, anno in cui la Sabina venne saccheggiata dai Longobardi di Ariulfo, duca di Spoleto. Il cenobio, distrutto, fu abbandonato e soltanto alla fine del sec. 7° la comunità religiosa venne ricostituita a opera di un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa, Tommaso di Morienna, originario della Savoia. Il monastero conobbe un immediato sviluppo grazie all’interessamento dei duchi di Spoleto, che concessero ingenti donazioni e soprattutto protezione politica.I primi abati che si susseguirono al governo dell’abbazia erano tutti originari dell’Aquitania, a quell’epoca in preda alle scorrerie arabe provenienti dai territori del regno visigoto. È possibile che il cenobio sabino, abitato fin dalle origini da monaci transalpini, sia diventato punto di riferimento in Italia per i profughi, vittime delle incursioni musulmane; a conferma di ciò le fonti attestano come gli abati Auneperto, Fulcoaldo, Wandelperto e Alano, avvicendatisi al governo dell’abbazia dal 720 al 769, appartenessero ad alcune tra le più importanti famiglie di Tolosa, che già da alcuni decenni si erano stabilite nella regione sabina.Nel corso del sec. 8°, grazie alle numerose donazioni dei duchi di Spoleto e dei re longobardi, i possedimenti controllati dall’abbazia si estesero in tutta l’Italia centrale. Il rafforzamento territoriale procedette di pari passo con lo sviluppo culturale, al quale diede un decisivo impulso l’abate Alano; autore di varie omelie e rifondatore della vita religiosa sul monte San Martino, egli ebbe anche particolare cura dell’attività dello scriptorium, cui partecipò direttamente. Con il suo successore, Probato (770-781), F. raggiunse l’apogeo del prestigio politico e della prosperità economica. L’intervento di Carlo Magno comportò un mutamento della condizione giuridica del monastero, posto direttamente sotto il controllo del sovrano franco, che nel 775 gli conferì, primo in Italia, la defensio imperialis, uno speciale privilegio immunitario che lo liberava da qualsiasi ingerenza del potere civile e religioso.Sullo scorcio del sec. 8° la guida dell’abbazia venne nuovamente affidata ad abati franchi e i rapporti del monastero con le corti e i centri ecclesiastici dell’Europa settentrionale divennero di conseguenza frequenti e regolari. L’istituto monastico, per tutto il corso del sec. 9°, rimase saldamente legato alla monarchia carolingia, che continuò a concedere regolarmente la conferma dei privilegi.Nell’898 F. fu pesantemente segnata dalle incursioni saracene, tanto che la comunità religiosa fu costretta a fuggire dal monastero. Dopo un lungo periodo di abbandono, seguito da una fase di anarchia, si dovette attendere l’intervento militare di Alberico II per porre fine all’ingovernabilità del cenobio, al quale nel 947 venne imposto come abate il monaco cluniacense Dagiberto; solo con l’elezione dell’abate Ugo nel 998 F. riacquistò gran parte del prestigio perduto. Con il Constitutum Ugonis venne introdotta la riforma cluniacense, cui si deve la rinascita spirituale dell’abbazia. Per iniziativa dello stesso abate si ebbe il grande sviluppo dello scriptorium e dell’attività letteraria e storiografica che da questo prese avvio, culminata nel secolo successivo con l’opera di Gregorio da Catino (1060-1132). Nel 1060 è da segnalare inoltre la presenza a F. di papa Niccolò II che riconsacrò solennemente i due altari maggiori dedicati alla Vergine e al Salvatore.Nei decenni successivi i rapporti con la Chiesa romana si rivelarono tutt’altro che pacifici, inseriti nell’aspra contesa fra Papato e Impero per la lotta delle investiture, conflitto nel quale l’abbazia si trovò schierata in favore del partito imperiale. Significativo fu a tale proposito il provvedimento, preso dall’abate Berardo II nel 1097, di trasferire l’abbazia sulla cima del sovrastante monte San Martino, a maggiore protezione di tutta la comunità.Il concordato di Worms (1122) mutò per sempre la condizione giuridica del monastero, sottratto alla defensio imperialis. Da questo momento prese il via la lenta ma inesorabile decadenza economica e politica dell’abbazia.
Bibl.:
Fonti. – Gregorio da Catino, Regestum Farfense, a cura di I. Giorgi, U. Balzani (Biblioteca della R. Società romana di storia patria), 5 voll., Roma 1879-1914; id., Chronicon Farfense, a cura di U. Balzani (Fonti per la storia d’Italia, 33-34), 2 voll., Roma 1903; id., Liber largitorius vel notarius monasterii Pharfensis, a cura di G. Zucchetti (Regesta chartarum Italiae, 11, 17), 2 voll., Roma 1913-1932.Letteratura critica: J. Guirand, La badia di Farfa alla fine del secolo decimoterzo, Archivio della R. Società romana di storia patria 15, 1892, pp. 275-288; I. Schuster, Della basilica di S. Martino e di alcuni ricordi farfensi, NBAC 8, 1902, pp. 47-54; P. Kehr, Urkunden zur Geschichte von Farfa im XII. Jahrhundert, Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 9, 1906, pp. 170-184; I. Schuster, Ugo I di Farfa. Contributo alla storia del monastero imperiale di Farfa nel sec. XI, Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria 16, 1911, pp. 1-212; id., L’imperiale abbazia di Farfa, Città del Vaticano 1921 (rist. anast. 1987); G. Penco, Storia del monachesimo in Italia dalle origini fino alla fine del Medioevo, Roma 1961; P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IXe siècle à la fin du XIIe siècle (BEFAR, 221), 2 voll., Roma 1973; P. Di Manzano, T. Leggio, La diocesi di Cures Sabini, Fara Sabina [1980]; F.J. Felten, Zur Geschichte der Klöster Farfa und S. Vincenzo al Volturno im achten Jahrhundert, Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 62, 1982, pp. 1-58.F. Betti
Archeologia
Il complesso medievale dell’abbazia di F. fu quasi completamente demolito poco prima del 1500, quando gli Orsini la ricostruirono. Agli inizi del Novecento, dell’epoca medievale si conservavano soltanto due strutture: un campanile, adiacente alla chiesa di età successiva, e una torre più robusta, il c.d. torrione.Il primo tentativo di recuperare i resti degli edifici di epoca medievale fu quello di Schuster (1921). Riconosciuto il campanile come una delle poche strutture medievali conservate in alzato, nel desiderio di ritrovare l’oratorio costruito dall’abate Sicardo (830-842) egli si persuase che il piano inferiore del campanile fosse una cripta.Altri scavi furono condotti nel 1927 (Markthaler, 1928) e nel 1936 (Croquison, 1938). Markthaler, partendo dall’identificazione di Schuster e dal fatto che l’oratorio era adiacente alla chiesa abbaziale, ipotizzò correttamente che l’antica chiesa si trovasse sul lato nordoccidentale del campanile; a una distanza di m. 30 ca. in direzione N-O scoprì poi una cripta. Invece di trarre le ovvie conclusioni (cioè che questa cripta e non la torre fosse il sito dell’oratorio), Croquison la ritenne estranea a Sicardo e pertinente invece a una chiesa ancora più antica, la cui navata doveva essere perpendicolare rispetto a quella della chiesa dell’epoca degli Orsini.I restauri del 1959-1962, effettuati dalla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio (Franciosa, 1964), hanno dimostrato come la muratura medievale si sia conservata in tutta la sua altezza all’estremità orientale della chiesa rinascimentale, adiacente al campanile, mentre i saggi al di sotto del pavimento dell’edificio attuale hanno rivelato i muri e un elaborato pavimento in opus sectile pertinente alla navata altomedievale, disposti perpendicolarmente a essa. Al di sopra del livello pavimentale si conserva una piccola parte del muro altomedievale con il ritratto dipinto di un abate, forse Altberto (m. nel 790 ca.). A S della navata sono state scoperte le fondazioni di un muro massiccio e una struttura turriforme, in origine con una scala a chiocciola. Poiché l’abate Ugo all’inizio del sec. 11° descrisse F. come una città munita di mura (Destructio monasterii Farfensis), si è ipotizzato che il muro e la torre facessero parte di una cinta difensiva a protezione dell’abbazia. I più importanti oggetti mobili portati alla luce dagli scavi sono un sarcofago in marmo con una scena di battaglia e l’epitaffio dell’abate Sicardo (Franciosa, 1964).Le fonti scritte, le scoperte archeologiche e le strutture dell’abbazia ancora conservate in alzato sono state più di recente analizzate da McClendon (1980) il quale ha tratto due importanti conclusioni. Innanzi tutto, il campanile non è del sec. 9°, ma dell’11°, come permette di stabilire il confronto con la torre campanaria di S. Scolastica a Subiaco, del 1053. In effetti McClendon ha reinterpretato la torre e le strutture adiacenti come terminazione orientale della chiesa medievale, consistente in un presbiterio rettangolare costruito nel sec. 11° e in origine fiancheggiato da campanili gemelli. Secondo l’archeologo, inoltre, la cripta non è del sec. 8°, ma del 9°, come testimonia la forte somiglianza tra la cripta (e il transetto al di sopra di essa) e la terminazione orientale di S. Prassede a Roma, costruita da papa Pasquale I (817-824) soltanto un decennio prima che Sicardo divenisse abate di F.: si tratterebbe dunque della cripta dell’oratorio di Sicardo.Il primo obiettivo dei più recenti scavi condotti dalla British School at Rome tra il 1978 e il 1985 è stato quello di studiare le due strutture immediatamente all’esterno dell’oratorio, scoperte da Croquison (1938): un muro curvilineo posto a m. 3 all’esterno dell’abside che conteneva la cripta e uno rettilineo emergente dall’angolo del transetto. Nell’ultima campagna è stata scavata quasi tutta l’area tra la cripta e il c.d. torrione, area nella quale attualmente mancano costruzioni, ma dove in precedenza si trovava un grande edificio identificato come il palazzo tardomedievale e rinascimentale del cardinale-abate che amministrava i beni dell’abbazia.Nelle prime fasi degli scavi sembrava che l’edificazione del palazzo avesse cancellato ogni altro edificio preesistente; fortunatamente però nella costruzione del palazzo erano state riutilizzate strutture dell’8° e 9° secolo.Il muro concentrico alla cripta della chiesa medievale scoperto da Croquison, nuovamente scavato, è risultato essere il muro esterno di un ambulacro semicircolare costruito intorno all’abside; realizzato in due periodi diversi, l’ambulacro conteneva alcune tombe, evidentemente di importanti personaggi seppelliti il più vicino possibile alla cripta. La terminazione nordoccidentale della chiesa abbaziale altomedievale quindi consisteva di un transetto con un’abside, al di sotto della quale si trovava una cripta anulare. Adiacente all’abside, a livello della cripta, era un ambulacro semicircolare contenente sepolture. L’ambulacro è elemento del tutto estraneo alla tradizione costruttiva architettonica romana e i confronti più diretti possono essere istituiti con esempi transalpini, come Fulda, dove l’abate Ratgerio (802-817) aveva progettato un transetto, con abside e ambulacro concentrici, consacrato nell’819; da questi esempi deriva la formulazione di F., dove, oltre alle connessioni politiche con l’ambiente carolingio, si erano succeduti alla fine del sec. 8° abati di origine transalpina, come Ragambaldo, Altberto e Mauroaldo, mentre gli abati Benedetto (802-815) e Ingoaldo (815-830) avevano soggiornato rispettivamente a Francoforte e ad Aquisgrana.L’area prospiciente l’oratorio ha una storia complessa: nel sec. 12° o 13° era adibita a giardino e in seguito a cortile della stalla del palazzo del cardinale, ma, prima del sec. 12°, era uno spazio aperto con al centro un pozzo o una cisterna e varie tombe. Dopo un periodo di abbandono, durante il quale subì alla sommità una sensibile erosione, il pozzo-cisterna fu riempito deliberatamente con terra e pietrisco in cui sono state ritrovate due monete dell’imperatore Enrico II (1002-1024).Per spiegare questi elementi si deve considerare il secondo muro scoperto da Croquison, che partiva dall’angolo nordoccidentale del transetto. Gli scavi del 1978-1985 hanno dimostrato che esso si estendeva a O per m. 23; questo provava che vi erano state tre fasi costruttive e che rimaneva abbastanza per mostrare che il muro più antico terminava a m. 18 dal transetto e quindi girava verso N; a m. 3 a N del muro di Croquison vi era una struttura parallela, per la quale potevano essere provate quattro fasi costruttive anteriori al 15° secolo. L’area tra le due strutture parallele presentava numerose tombe al di sotto di un pavimento di calcare.È importante notare che la prima fase di costruzione è più antica dell’edificazione dell’ambulacro esterno alla cripta. Ciò mostra come lo spazio aperto sia anteriore alla costruzione dell’oratorio di Sicardo, che emerge come una struttura monumentale aggiunta alla chiesa abbaziale, occupando negli anni trenta del sec. 9° un terzo dell’area aperta. A parziale compensazione la facciata originale dell’atrio fu sostituita da una nuova struttura spostata di m. 2 a O, testimonianza dell’estensione del portico.Non ci sono prove archeologiche per la datazione di questo spazio aperto; è possibile comunque che la Constructio monasterii Farfensis contenga un indizio nella notizia di una visita a F. nel 705 del duca Faroaldo di Spoleto, la cui scorta aveva scaricato il proprio bagaglio in atrio. Se la parola atrium ha in questo caso un significato letterale, ci si può chiedere se tale atrio facesse parte dell’originario edificio costruito da Tommaso di Morienna verso la fine del 7° secolo.L’interpretazione di queste strutture è ancora incerta. Lo spazio aperto di fronte all’ambulacro dovrebbe essere un atrio attraverso il quale, prima della costruzione dell’oratorio di Sicardo, si entrava nella chiesa. Le strutture parallele dovrebbero consistere in un portico racchiudente il lato sudoccidentale, costituito verso l’interno da un colonnato e verso l’esterno da un muro continuo. Secondo un’ipotesi diversa l’accesso alla chiesa altomedievale sarebbe avvenuto dall’altra estremità e lo spazio aperto sarebbe stato un chiostro o un analogo complesso situato non davanti, ma oltre la chiesa carolingia.Adiacente al lato sudoccidentale dell’atrio-chiostro era un ampio ambiente rettangolare, al quale si addossava un altro più stretto. Si tratta di una struttura in origine molto accurata, con pitture murali almeno sui lati nordorientale e sudoccidentale. All’estremità sudorientale si trovava un ampio ingresso assiale, la cui soglia si conserva al di sotto di ricostruzioni successive. Per quanto è possibile vedere non vi erano aperture nel muro nordoccidentale, né accessi dall’atrio-chiostro; un ingresso sul muro meridionale conduceva alla struttura adiacente. L’ambiente fu modificato in varie occasioni: la prima fase inglobava i resti di muri che sono tardo-romani o altomedievali; nella seconda fase i muri furono nuovamente decorati. In seguito venne costruita una coppia di pilastri contrapposti forse per sostenere un arco, mentre il muro occidentale fu rinforzato. Evidentemente i muri dovevano sostenere un ulteriore peso e la spiegazione più probabile è che sia stato costruito un piano superiore. Contemporaneamente venne aperto un passaggio sul muro nordoccidentale che metteva in comunicazione il grande ambiente con una struttura di dimensioni ancora maggiori, il c.d. torrione, a m. 5 più a O. A una data sconosciuta nell’ampia stanza venne aggiunto un pavimento a mosaico in opus sectile, del quale si è conservato un piccolo frammento.L’ambiente grande e quello più piccolo che vi si addossava, in comunicazione tra loro grazie a un passaggio, costituivano una struttura unica di cui non è accertata la data di costruzione. La decorazione dell’ambiente più piccolo comprendeva una figura stante e un’iscrizione, ora solo parzialmente leggibile; il panneggio della figura e le lettere dell’iscrizione trovano confronti nella fine dell’8° e nel 9° secolo. Le pitture presentano tracce di un incendio e l’intonaco è rossastro a causa del calore; esse sono considerevolmente erose anche dietro l’abside dell’11° secolo. Ciò può costituire la prova non soltanto di un incendio, ma anche di un’epoca di abbandono durante la quale l’ambiente rimase privo di copertura e i dipinti furono così esposti alle intemperie; se questa ipotesi è giusta, il danno potrebbe essere stato causato dall’incendio dell’897 e dal temporaneo abbandono che ne seguì. Inoltre la terminazione nordoccidentale del grande e del piccolo ambiente fu posta al livello della facciata originaria dell’atrio-chiostro, che fu demolito quando Sicardo costruì l’oratorio. Così, mentre i danni provocati dal fuoco e dall’erosione dimostrano che gli ambienti già esistevano nell’897, l’allineamento dei muri alle estremità con quelli del più antico atrio-chiostro prova la loro esistenza già negli anni trenta del 9° secolo. Ne consegue che gli ambienti adiacenti all’atrio-chiostro esistevano all’inizio del sec. 9° e che, come questo, essi subirono gravi danni nell’897.Le dimensioni dell’ambiente maggiore e la presenza delle pitture murali e del mosaico pavimentale fanno ritenere che si tratti di un luogo importante destinato alle riunioni. Si può escludere l’ipotesi della sala capitolare, che il Regestum Farfense (doc. nr. 1153) riferisce essere adiacente alla chiesa, mentre questo edificio non lo era; è più probabile che si tratti del refettorio, anche perché quello di Montecassino, contemporaneo a questa struttura, occupava la stessa posizione. Le firme su un documento di F. indicano però che la comunità comprendeva almeno cento monaci e questa struttura è troppo piccola per poter ospitare un numero così grande di persone. Una terza ipotesi potrebbe spiegare non solo gli ambienti legati tra loro, ma anche il c.d. torrione. Questa massiccia torre (m. 15 ´ 11) ha muri spessi più di m. 2; i lati sono paralleli a quelli dell’ambiente grande e le due strutture erano comunicanti tramite una porta; è quindi da ritenere che l’ambiente e la torre fossero in relazione. La forma e la posizione di quest’ultima – lontana dalla chiesa e all’interno della linea delle difese scoperte nel 1959 – mostrano che non si trattava né di un campanile né di una torre della cinta muraria. Nel piano di San Gallo (San Gallo, Stiftsbibl., 1092), nell’area a destra e di fronte alla chiesa principale si trovano edifici destinati agli ospiti. È possibile che sia stata proprio questa la funzione degli ambienti di F.: quello maggiore sarebbe stato nel sec. 11° perfettamente adeguato agli ospiti più ragguardevoli dell’abbazia, compreso l’imperatore; se il c.d. torrione fosse stato compreso nel complesso, il palazzo avrebbe avuto dimensioni considerevoli, con alloggiamenti per il seguito dell’imperatore e una stanza fortificata per il suo tesoro. Non è forse un caso che proprio queste stanze nel sec. 15° fossero state trasformate in palazzo per il cardinale-abate.Il nucleo del palazzo (se si tratta del palazzo) fu costruito prima che Sicardo ampliasse la chiesa e il suo atrio nell’830. Mentre mancano prove dirette per la data della sua costruzione, se ne può trovare un indizio nell’archivio di F. in forma di registrazione di donazioni all’abbazia: i periodi in cui questa riceveva un maggior numero di elargizioni sono anche quelli in cui è più probabile che venissero costruiti nuovi ambienti. Un’analisi delle donazioni mostra che prima di Sicardo si ebbero altri due momenti molto favorevoli: negli anni ottanta del sec. 8°, sotto l’abate Probato, e tra l’810 e l’820, all’epoca degli abati Benedetto e Ingoaldo. Mentre delle attività di Benedetto e Ingoaldo come costruttori non si sa nulla, il registro testimonia che Probato fornì al monastero un nuovo condotto per l’acqua. Presumibilmente il sistema idraulico già esistente si era rivelato inadeguato, anche perché la comunità era divenuta più numerosa. Probato, sotto il quale F. ricevette la protezione di Carlo Magno, sembra quindi colui che con maggiore probabilità può essere indicato come costruttore di un palazzo per il suo più importante benefattore.
Bibl.:
Fonti. – Gregorio da Catino, Regestum Farfense, a cura di I. Giorgi, U. Balzani (Biblioteca della R. Società romana di storia patria), V, Roma 1914, pp. 156-157; id., Chronicon Farfense, a cura di U. Balzani (Fonti per la storia d’Italia, 33-34), 2 voll., Roma 1903; Constructio monasterii Farfensis, ivi, I, p. 9; Ugo di Farfa, Destructio monasterii Farfensis, ivi, p. 31.
Paolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFA
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FARFA- 21 aprile 2023-Torniamo al 1999. Era il mese di aprile. L’Abbazia apriva le porte alla mostra “𝗘𝗿𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗮 𝗙𝗮𝗿𝗳𝗮: 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗲 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮. 𝗣𝗲𝗿 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼-𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲𝗿𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗦. 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗦𝗮𝗯𝗶𝗻𝗮” che durò circa cinque mesi e che vide una massiccia affluenza di visitatori.
Una curiosità quella per il Monte S. Martino soprastante l’Abbazia farfense che interessa da sempre diverse tipologie di turisti: storici, archeologi, guide turistiche, sportivi, fedeli e sono ancora tanti!
Non solo perché è immersa nell’incontaminata vegetazione della feconda terra sabina, ma anche perché è profondamente legata alla storia dell’Abbazia. Lo stesso 𝗜𝗹𝗱𝗲𝗳𝗼𝗻𝘀𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲r, ancora 22enne e futuro arcivescovo di Milano, in un articolo del 1902, spiegava la sua visita all’eremo di S. Martino sul Monte Acuziano di cui fece le foto che documentano importanti affreschi, oggi non più conservati in situ.
Era convinto che proprio qui vi fosse la testimonianza delle origini del monastero di Farfa affidate ad un antica tradizione per la quale il romitorio dell’Acuziano sarebbe stato fondato dal monaco Lorenzo proveniente dalla Siria fra il IV e il VI sec. Costui, eletto a capo della diocesi sabina avrebbe successivamente rifiutato l’incarico di vescovo per dedicarsi completamente all’eretismo ma non prima di aver vinto la battaglia contro un drago che minacciava la popolazione locale.
La dott.ssa 𝗟𝘂𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮 𝗕𝗿𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝗻𝗶, da sempre impegnata nella ricerca storica e archeologia del monte S. Martino, scrive che esiste un particolare sito che conserva alcune significative caratteristiche delle origini: “l’oratorio di S. Martino con complesso eremitico annesso costituisce il nucleo pologenetico dei romitori sul monte. La struttura più antica comprende la cripta sottostante la chiesa dedicata al monaco di Tours e scavata nella viva roccia, in un ambiente già in uso almeno dall’epoca romana” (“𝘌𝘳𝘦𝘮𝘪𝘵𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘢 𝘍𝘢𝘳𝘧𝘢: 𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢” p. 46).
C’è da dire che nonostante i diversi siti abbiano risentito dell’usura del tempo ma anche dei furti di importanti graffiti, gli eremi soprastanti l’abbazia farfense rimangono un tesoro da scoprire come spiegato da 𝗖𝗹𝗮𝘂𝗱𝗶𝗼 𝗣𝗶𝗰𝗰𝗶𝗼𝗻𝗻𝗲 ideatore e curatore della mostra:
“Dopo la mostra, coordinata e organizzata anche da don 𝗠𝗮𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗟𝗮𝗽𝗽𝗼𝗻𝗶 𝗼.𝘀.𝗯., 𝗩𝗮𝗹𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗠𝗲𝗿𝗹𝗼, 𝗣𝗮𝘁𝗿𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗟𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗼𝘇𝘇𝗶 e 𝗟𝘂𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮 𝗕𝗿𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝗻𝗶 (curatrice scientifica); è nato il libro con l’obiettivo di valorizzare gli eremi presenti sul monte S. Martino e con esso anche l’esperienza monastica di eremitismo che si affianca al cenobitismo presente nell’ Abbazia farfense. Una tradizione antica, con una serie di eremi distribuiti all’interno del bosco e in cima al monte, finita intorno al 1700 con i monaci francescani. Nell’eremo più antico, quello di S. Martino, c’erano degli affreschi di grande importanza tra le cui immagini ricordiamo quella di Evagrio pontico, considerata tra le più antiche della Sabina ma rubata forse intorno agli anni Settanta. Fortunatamente negli anni Venti lo Schuster fece delle foto da cui oggi possiamo attingere e che troviamo nel suo libro “L’Imperiale Abbazia di Farfa”. Ma c’è davvero tanto da scoprire grazie alle ricerche degli studiosi!”
Da quella prima mostra si appurò quanto fosse interessante per i partecipanti capire la storia attraverso i pannelli esposti per poi intraprendere il cammino fino alla cima del Monte S. Martino, fino a ciò che rimaneva di quella storia.
Un percorso davvero suggestivo che ha ripreso il via con una guida specializzata e formata che saprà accompagnare la scoperta tra natura, arte e storia!
Per chi fosse interessato ad approfondire le conoscenze, consigliamo l’opuscolo “𝘌𝘳𝘦𝘮𝘪𝘵𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘢 𝘍𝘢𝘳𝘧𝘢: 𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢. 𝘗𝘦𝘳 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘳𝘤𝘩𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘰-𝘢𝘮𝘣𝘪𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘭𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘦𝘳𝘦𝘮𝘪𝘵𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘔𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘚. 𝘔𝘢𝘳𝘵𝘪𝘯𝘰 𝘪𝘯 𝘚𝘢𝘣𝘪𝘯𝘢” conservato nella Biblioteca statale farfense.
𝗣𝗲𝗿 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗶 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 sulle 𝘃𝗶𝘀𝗶𝘁𝗲 𝗴𝘂𝗶𝗱𝗮𝘁𝗲:
Tel. 0765 277065 (centralino) – 338 6077654
Foto di Paolo GENOVESI
𝗙𝗮𝗿𝗳𝗮 – 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗦𝗮𝗻 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻𝗼-Foto di Paolo Genovesi𝗙𝗮𝗿𝗳𝗮 – 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗦𝗮𝗻 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻𝗼-Foto di Paolo Genovesi
La fotografia di Paolo Genovesi ,in bianco e nero, offre chiarezza di forma, intensità di carattere e azione fuori dal tempo
Paolo Genovesi-Foto di street a Roma
Paolo Genovesi-Foto di street a Roma
Paolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a RomaPaolo Genovesi-Foto di street a Roma
Si celebra oggi 21 novembre 2022 in tutta Italia la Giornata nazionale degli alberi-
una Poesia di Emma Chiera
“Quando saremo stanchi di giocare a Dio sulla Terra quando avremo combattuto anche l’ultima guerra quando avremo espresso tutta la potenzialità del glorioso vocabolo civiltà quando ci guarderà con ostile cipiglio ormai nemico anche nostro figlio quando avremo fatto abbastanza rumore e cancellato sulla Terra ogni traccia d’amore quando per la nostra sete di potere non ci sarà più nulla da avere allora sarà giunta l’ora di tornare sugli alberi. E non ci saranno più alberi…”
[Da: “Stanotte è venuto il fiume” – 2006 – Emma Chiera]
Paolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in Sabina
Autunno…in Sabina con le foto di Paolo Genovesi
Paolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in SabinaPaolo Genovesi Autunno in Sabina
-Nuova Campagna di Scavi presso il santuario della dea Vacuna-
Scavi presso il santuario della dea Vacuna-
Montenero in Sabina- 2 luglio 2022-Riparte- lunedì 4 luglio – la Campagna di Scavi presso il santuario della dea Vacuna in località Leone. La missione, giunta alla sua quarta edizione, è svolta dal Comune in convenzione con l’Université Lyon 2 e in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti-
Fonte-Comune di Montenero in Sabina-
MONTENERO in SABINA –I-reperti-esposti-nella-chiesa-di-San-Cataldo- Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA –Area Scavi- Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA (Rieti)Foto di Paolo GenovesiPaolo Genovesi Fotoreportage MONTENERO in SABINA (Rieti)Paolo Genovesi Fotoreportage MONTENERO in SABINA (Rieti)MONTENERO in SABINA –Planimetria-degli-scavi – Photo-Maurizio-ZuccariPaolo Genovesi Fotoreportage MONTENERO in SABINA (Rieti)
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