Omaggio a Giampiero Neri- Grande solitario della nostra Poesia-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA

Addio a Giampiero Neri- Poeta e maestro della “linea lombarda”
Grande solitario della nostra poesia, aveva 95 anni; era da molti conosciuto per la sua attitudine petrosa, per la sua ricerca di compattezza stilistica, per il suo carattere schivo.
Giampiero Neri– tre brevi prose-Rivista Atelier-
(inediti)
***
Che la seconda parte della vita sia occupata a contraddire la prima è di comune esperienza, per quanto spiacevole.
Si salva poco di quello che avevamo pensato, forse niente. Cosa rimane allora del tempo passato?
Si dice di un maestro zen che, prossimo a morire, aveva invitato i discepoli nel suo giardino e rivolto a loro, sentendo gli uccelli cinguettare sui rami, aveva detto: “È tutto questo e nient’altro”.
***
Sulle orme di Fenoglio andavo ad Alba nei suoi luoghi, all’Albergo Nazionale, in quel negozio di barbiere sotto i portici in centro, pensavo di chiedere qualcosa alla moglie, che aveva un negozio di pelletteria sulla “via maestra”.
“Più che leggere” mi aveva detto lei “lo vedevo scrivere”, ma poi si era ricordata del Moby Dick di Melville, tradotto da Pavese, che Fenoglio le aveva portato. “Leggi” le aveva detto “è tradotto bene.
Io però l’avrei tradotto meglio.”
***
“Non parlarmi dei pittori” mi diceva il pittore Vaglieri nelle nostre piccole passeggiate. Vaglieri faceva parte, con altre tre o quattro, di un movimento chiamato “Realismo esistenziale”.
Avrei voluto qualche giudizio critico sui pittori che aveva conosciuto, ma non desiderava parlarne.
L’unica eccezione era per Bacon, “Lui faceva quello che facevamo anche noi, ma da maestro”.

POESIE da: L’aspetto occidentale del vestito
1.
L’aspetto occidentale del vestito
A Giancarlo Majorino
Corso Donati, il metrò
scava diverse gallerie ai giardini
radici che non dissero inutilmente
le ossa di qualche romano in provincia
e una valigia di fibra
la ferrovia della stazione Nord,
ora non ricordo tutti i particolari
un tempo passato corre via dietro gli alberi.
*
2.
La Pavonia maggiore o Saturnia
la farfalla Atropo ed altre specie notturne
sono un notevole esempio di mimetismo.
Si adattano in parte all’ambiente
per il colore più scuro e intenso
grigio bruno sulle ali
ma anche per i continui segni
che vi ricorrono in forma di cerchi
e nel modo uguali.
All’origine di questi ornamenti
si incontra una simmetria,
uno schema fissato in anticipo
muove insieme chi cerca
e chi ha interesse a non farsi riconoscere,
una corrispondenza alla fine.
*
3.
Il cattivo tempo è alle porte e consiglia la prudenza, come comanda nostra madre Chiesa.
In concreto il temporale minacciò di far volare un numero straordinario di carte.
Risultava sempre più difficile incontrare il professore, costantemente impegnato nella correzione di qualche compito.
E avendolo visto per caso:
“Il dottor Livingstone, suppongo” disse, mentre gli tendeva la mano attraversando vasti deserti di tavolini rossi e sedie impagliate.
*
4.
L’osservatore si orienta su alcuni particolari. Il colore delle foglie o la presenza di effimere sulle rive dei torrenti. Strani insetti che hanno breve vita, come dice il nome.
Verso il centro della riserva sta il falco rosso, cacciatore notturno. Durante il giorno è nascosto, ma qualche volta attraversa una valletta o una radura, molestato dai passeri.

da: Liceo
5.
Villa Nena
La facciata era sicuramente liberty.
Come onde apparivano i balconi
verso il lago,
in parte nascosti dagli alberi.
Nella casa che è stata abbandonata
cigola la porta non chiusa,
della vecchia proprietà
non si hanno notizie da tempo.
E’ rimasto nel quadro alla parete
un documento del ’43,
un attestato che la signora è cittadina straniera
sotto la protezione del Consolato.
*
6
Due tempi
La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.
*
7
Pesce d’acqua dolce
Lavarello è il nome lombardo di un pesce che vive sul fondo del lago. Ha la testa piccola, come di chi deve pensare poco. Ma per la forma si adatta alla profondità. Il colore è bianco argento. Sta nei confini dell’acqua scura, fredda e si suppone pigro e pacifico.
Sul banco del pescivendolo si vede qualche volta, il corpo coronato dal rosso vivo delle branchie.
*
8
Capitolo ottavo, VII
Lo scrittore di provincia soffriva d’insonnia. Si dedicava a ricerche di interesse storico ma non aveva abbandonato i vecchi progetti letterari.
Stava leggendo il finale del capitolo ottavo “anche tu valoroso Casca, le tue lucertole sul muro”.
*
9
Delle misure, dei pesi, III
Del declinante mondo di Maria Signaroli
che abitava da noi in campagna
non si poteva domandare.
Oscillava fra le finestre della stanza,
qualche volta in giardino,
finché cadde sul pavimento.
Era una mattina se ricordo bene,
l’anno il ’32 o il ’33.

*
10
Sovrapposizioni, I
Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo.
Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi, giallastri.
*
11
IV
Del gufo reale o Sminteo, distruttore di topi, si può dire che è raro. Vive nei boschi abbandonati ma
imbattersi nel suo sguardo severo, nelle sue penne arruffate, può turbare.
*
12
VI
Del suono kiok, kiok, del verso teck, teck.
Procedono dalla forma originaria, senza mutamenti. Segnali di un mondo scomparso.
Qualche volta si sente nella notte un richiamo stridulo, una voce alterata.

da : Dallo stesso luogo
13
Dallo stesso luogo
alla memoria di Edoardo Persico
(Napoli 1900 – Milano 1936)
Come l’acqua del fiume si muove
contro corrente vicino alla riva
si disperde dentro fili d’erba
lontana dal suo centro
la memoria fa un cammino a ritroso
dove una materia incerta
torna con molti frammenti.
*
14
Dove il fitto bosco
scendeva con avvallamento profondo
verso un luogo nascosto
a un tratto gigantesco,
appariva mutato l’aspetto degli alberi
in quel punto
prendeva nome di orrido
.
*
15
Quella strana colonia
di rari villeggianti
era dispersa.
Dei loro campi di tennis
e vani conversari
era rimasto un eco di saluti notturni
di biciclette che si allontanavano
.
*
16
Viaggi I
Era una trappola per talpe
che aveva progettato, una tagliola
per la loro sortita allo scoperto
e del fumo insufflato nei cunicoli.
Ma era passato il tempo
si svolgeva un diverso avvenimento
anche noi diventati talpe
per il variare delle circostanze
*
da: Altri viaggi
17
Segnali
Dei vari colori
pericoloso è il giallo
accompagnato al nero
nella forma dell’ape
e di altre specie più rare,
e la diversità dei grigi
dei bianchi specialmente.
*
18
si era fermato e lasciato cadere la bicicletta
sulla strada, l’amico di mio padre
“se tutto doveva finire…” mi aveva detto abbracciandomi,
era stato il commento.
*
19
Variazione
Si nasconde il gufo sul ramo
durante il giorno,
si adatta a una diversa parte
nel suo breve travestimento.
Ma col variare della luce
abbandona la sua muta inoffensiva,
nella sua forma e figura
si presenta al rituale appuntamento.
*
20
Figura
In quella parte del campo
vicino al deposito di legna
si era levata una figura indistinta,
come una macchia più scura
nel buio della sera,
sembrava un cane che volava sopra i tetti.
*
21
Tracce
Presa fra i sassi dove si nasconde
la lumaca fa udire un breve suono
unico segno manifesto
della sua muta esistenza.
Del suo andare solitario
si vede qualche volta una traccia,
come una scia luccicante nell’erba.

Biografia di Giampiero Neri nato a Erba (Como) nel 1927. è morto il 15 febbraio 2023 a Milano, dove ha vissuto dal 1950 – Poeta e critico letterario e all’unanimità considerato uno dei maggiori poeti del Secondo Novecento Italiano nonché il più in ombra dei grandi maestri, come lo definì Andrea Cortellessa. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: L’aspetto occidentale del vestito (Parma, Guanda, 1976), Liceo (ibid., 1986) e Dallo stesso luogo (Milano, Coliseum, 1992) confluite successivamente in Teatro naturale (Milano, Mondadori, 1988); Erbario con figure (Como, LietoColle, 2000) e Finale (Olgiate Comasco, Dialogolibri, 2002) sono invece parte di Armi e mestieri (Milano, Mondadori, 2004) cui seguono Paesaggi inospiti (Ibid., 2009). Molti gli studi sulla sua poesia ed i volumi pubblicati tra i quali si ricordano Giampiero Neri. Poesie e immagini, regia di Vincenzo Pezzella (Milano, Viennepierre, 2005), Giampiero Neri. Il poeta architettonico, a cura di Pietro Berra (Olgiate Comasco, Dialogolibri, 2005) Giampiero Neri. Il mestiere del poeta, a cura di Massimiliano Martolini (Ancona, Cattedrale, 2009), la traduzione apparsa negli Stati Uniti Natural Theater: Selected Poems, 1976-2009, introduzione e a cura di Victoria Surliuga, traduzioni di Ron Banerjee (New York, Chelsea Editions, 2010) e l’eccellente Giampiero Neri un maestro in ombra, a cura di Alessandro Rivali (Milano, Jaca Book, 2013). L’ultima raccolta di poesia pubblicata da Giampiero Neri è Il professor Fumagalli ed altre figure (Milano, Mondadori, 2012) ed è il volume che segna il distacco del poeta dalla poesia in favore delle prose brevi. Le brevi prose qui proposte sono una anticipazione del nuovo libro.
Giorgio Linguaglossa
la «disparizione» del soggetto nella poesia di Giampiero Neri
La poesia del minimalismo degli anni Ottanta non sarà interessata alla riflessione sui rapporti tra la poesia e il mondo, alla riflessione sulla «funzione» poetica e, tantomeno, alla riflessione sulle prospettive della poesia nelle nuove condizioni poste dal mercato globale. I poeti della generazione del minimalismo sono tutti dei poeti «puri», alieni da ogni forma di teorizzazione e di speculazione, si dedicano alla «poesia» senza altare, con un approccio laico e scettico, consapevoli della situazione di marginalità della «poesia» nella nuova società mediatica, hanno una attenzione tutta «interna» al fatto poetico. Nessuno di questi poeti nutre interesse all’aspetto critico-militante verso la poesia del Novecento o è realmente interessato all’apertura di un dibattito critico ampio sulla funzione della poesia. In quegli anni viene, di fatto, messa a punto la tesi storiografica di una presunta «superiorità» della poesia di marca minimalista romano-lombarda rispetto alla restante poesia nazionale. Viene anche canonizzato il «piccolo canone» della linea lombarda come dato di fatto indiscusso, con tanto di ascendenze e discendenze, padri nobili ed epigoni al fine di instaurare una precisa egemonia tematica e stilistica. La poesia di Neri è sintomatica di un generale clima di «riduzionismo» del grande canone della poesia del Novecento, che vede per intenderci, la poesia del primo Montale in posizione «centrale», con a fianco la grande stagione ermetica e, a lato, le forze stilistiche delle avanguardie. Neri riduce la funzione centralistica del primo Montale (scriverà che la poesia di Montale può essere paragonata al flusso dell’acqua di un rubinetto in un fiume in piena), occupando quello spazio «centrale» rimasto vacante con una poesia tutta incentrata su un «riduzionismo» stilistico e un «mimetismo» di matrice narrativa.
Dalla cosiddetta linea lombarda Neri sa trarre lo spunto e l’idea per l’assemblaggio di una scrittura ridotta al minimo comun denominatore, denaturata e de-soggettivata, uno stile cosmopolitico nel senso della sua agevole traducibilità in altre lingue per via della sua narratività riflessa, attingendo un tipo di scrittura che, grazie alla riduzione ai minimi termini degli espedienti retorici, della sintassi e del lessico, è giunta, dopo un tragitto trentennale, alla stazione di una compiuta leggibilità, quasi che quella scrittura non sia stata creata da un soggetto ma che il soggetto l’abbia trovata già pronta. Giampiero Neri giunge a far perdere al testo l’orientamento del testo, nel senso che chiunque e nessuno potrebbe essere l’autore dei suoi componimenti. La tematica e l’oggettistica di Armi e mestieri del 2004 non è mutata da quella del primo libro; di più, replicano la formula originaria con pedissequa fedeltà, giungono a rasentare la labirintite semantica a seguito di due ben distinti procedimenti: a) il procedimento per sottrazione, cui abbiamo poc’anzi accennato; b) procedimento di disparizione del “messaggio”. Di che si tratta? Il testo non contiene alcun messaggio. Rectius, il testo contiene un «finto» messaggio. Il procedimento è centrato sulla «finzione» di un messaggio (preesistente) o di una sospensione del messaggio (preesistente); in realtà, la fraseologia del messaggio è tratta da un «macrotesto », ovvero, un testo di storia, un testo di divulgazione scientifica, di botanica, di cronaca etc. al quale vengono amputate le parti conclusive, o le proposizioni prodromiche, in modo tale che l’alterazione del «testo» base venga recepito come testo in sospensione semantica.
Ora, ragionando in termini logici, se è assente il messaggio risulteranno altresì assenti sia il trasmittente che il ricevente. La conseguenza di questa strategia della «disparizione» comporta l’abolizione del messaggio e, parimenti, l’abolizione di tutti quegli espedienti retorici, di tutti quegli istituti stilistici che presiedono il registro del testo letterario. Non è un caso che il discorso indiretto e la coniugazione dei verbi al riflessivo e alla terza persona, costituiscano la quasi totalità dell’infrastruttura dei testi; il discorso diretto, che per eccellenza è considerato dagli istituti retorici, quale dimostrazione di autenticità del mittente, viene invece a configurarsi come mero esercizio incidentale, come mera fraseologia intertemporale di una soggettività che si sottrae e che il testo fa di tutto per nasconderla. Grazie a questa «finzione» della «disparizione» la soggettività si è tramutata in intersoggettività, è diventata neutrale. Sarà la citazione implicita che fungerà da fonte di autenticità del testo, relegando la sostanza egolalica del soggetto poetante in un ruolo secondario e trascurabile. Il testo letterario viene così ad essere deterritorializzato (ovvero de-soggettivato e de-oggettivato) di senso e rimarrà privo di orientabilità entro le coordinate di un contesto sintattico e di significato. Non è più incentrato nel soggetto poetico, né perimetra il soggetto poetico, e quest’ultimo viene a perdere la collocazione spazio-temporale, il testo resta in sospensione in uno spazio semantico atopico e acronico. I personaggi di questi testi sono anonimi e indifferenziati: entrano nel testo in tralice, ed escono silenziosamente, come sono entrati, da un pertugio laterale della scrittura poetica.
Prendiamo una poesia che inizia così: “Era venuta fuori dal suo negozio”; il soggetto non c’è, il soggetto è innominato, succede una ipotiposi che il testo seguente lascia intuire, immaginare, ma l’autore non dà al lettore alcuna indicazione in proposito: c’è qui un problema? Sì, si trata della disparizione del soggetto. Il verso finale della composizione, che è introdotto da una particella avversativa, non aggiunge nulla, né scioglie il dilemma ermeneutico nel quale ci troviamo: “ma erano Tedeschi in ritirata”, lascia il lettore in una situazione di sospensione semantica. Che i tedeschi siano in ritirata o in avanzata è una proposizione interrotta. In un’altra poesia, degli attanti astratti e indeterminati stanno per intraprendere un’azione (“guardavano sorridendo le fotografie”); nei quattro versi che seguono, accade anche qui una ipotiposi; il finale invece di fornirci una qualche indicazione, accentua lo spaesamento complessivo che ingenera il testo che contiene frasi che discordano con le frasi che precedono (“passavano senza fretta da una stanza all’altra”). Il testo non intende significare, non rimanda ad altro significato tranne che alla propria «letteralità». Altrove, sono suggerimenti tratti dalla botanica a dettare al poeta i testi, oppure è un dato di cronaca riportatoci da uno storico antico: «’Si accinsero a costruire la torre’ scrive Flavio Giuseppe / nelle Antichità giudaiche, ‘ed essa sorse con una velocità inaspettata’’». Il lettore si arresta sorpreso e sconcertato da queste sospensioni, medita un senso, ad esempio sul perché la Torre venga costruita con «velocità inaspettata», o quale insondabile significato si celi nel fatto riportato dalle fonti. Da questi pochi cenni appare chiaro che nell’opera poetica di Giampiero Neri il significato viene de-territorializzato, la storia viene appiattita su una superficie unidimensionale.
C’è nella poesia di Neri un movimento di mimetismi, di cinetismi, di «tagli», di finzioni, di artifizi, tali da rendere interlocutorio il messaggio. Il soggetto non comunica più con l’ oggetto. Non ci sono strade che conducano verso il sentiero di un senso o di un significato soprastante: “una varietà di mimetismo/ l’immaginario occhio di Dio che guarda”.
Poesia. Addio Giampiero Neri, maestro della “linea lombarda”
Redazione Agorà mercoledì 15 febbraio 2023
È mancato questa notte a Milano il poeta Giampietro Pontiggia, noto al pubblico dei lettori con lo pseudonimo di Giampiero Neri. Era nato a Erba il 7 aprile 1927, aveva 95 anni ed era il fratello maggiore di Giuseppe Pontiggia cui fu legato, per tutta la vita, da un complesso rapporto. La giovinezza, nella sua amata provincia lombarda, era stata toccata da due segni opposti. Da una parte l’uccisione del padre, nel 1943, in un agguato nei torbidi della guerra civile, dall’altra l’incontro con il professor Luigi Fumagalli, all’Istituto Annoni di Erba, che lo fece sognare con i suoi paradossi, le lezioni all’aperto e l’amore per i classici. Al termine della guerra Neri conseguì il diploma di maturità scientifica, si iscrisse poi alla Facoltà di Scienze Naturali, ma sarà un percorso che non riuscirà a terminare anche per far fronte alle esigenze economiche della famiglia. Nel 1947 inizierà a lavorare presso il Banco ambrosiano e in banca, pur passando da diversi Istituti, resterà fino all’età della pensione.
Incoraggiato dal fratello Giuseppe Pontiggia, Neri continuò a coltivare la passione letteraria. I suoi primi testi uscirono nel 1971 per l’Almanacco dello Specchio di Mondadori. Tardivo, poi, il suo esordio, del 1976, con una prima raccolta intitolata L’aspetto occidentale del vestito, pubblicata da Giovanni Raboni nei “Quaderni della Fenice” di Guanda. All’uscita della sua prima opera, subito, fu pure entusiastica l’accoglienza di Giovanni Giudici che, sul “Corriere della Sera”, lodò i suoi versi distillatissimi, austeri e severi. E, nel contesto di quella che Luciano Anceschi definì la “linea lombarda”, Neri, considerato il decano della scuola, era da molti conosciuto anche per la sua attitudine petrosa, per la sua ricerca di compattezza stilistica, per il suo carattere schivo.
Dopo lo sperimentalismo della prima raccolta, la scrittura di Neri si fece sempre più limpida e asciutta, attenta ai dettagli, lontana da ogni artificio retorico. Spesso indugiava sul tema dei vinti, la violenza e la memoria sono stati il basso continuo della sua ricerca poetica. Spesso premiate e, comunque, contraddistinte da successo di critica anche le sue opere successive all’esordio tra cui si ricordano: Liceo, 1986; Dallo stesso luogo, 1992; Teatro naturale, 1998; Armi e mestieri, 2004; Paesaggi inospiti, 2009; Il professor Fumagalli e altre figure, 2012. Del 2007 l’Oscar Mondadori a lui dedicato.
In ognuno dei suoi scritti, delle sue poesie o delle sue prose poetiche, Neri sapeva regalare intensi lampi di intimità con il lettore. Quasi mai cedendo all’interiorità, alla forza visionaria, preferendo invece la rappresentazione di Storia e vita, l’osservazione di uno spazio rarefatto spesso quello del suo paese d’origine, Erba, capace pure di assurgere a scena del senso, dell’amore e della vita. Negli ultimi anni aveva lasciato le poesie per dedicarsi alla prosa, ma a chi gli chiedeva se scrivesse in poesia o in prosa, rispondeva: “Scrivo poesia in prosa”.
Neri è stato un grande solitario della nostra poesia, eppure il suo magistero sarà di lunga durata. Per conoscerlo meglio si possono cercare la recente Antologia personale uscita per Garzanti (2022) e la quadrilogia Ares composta da Da un paese vicino (2020), Piazza Libia (2021), Un difficile viaggio (2022) e Un insegnante di provincia (2022), nonché Giampiero Neri – Un maestro in ombra, la sua biografia in forma di conversazione con Alessandro Rivali (Jaca Book 2013).
Incoraggiato dal fratello Giuseppe Pontiggia, Neri continuò a coltivare la passione letteraria. I suoi primi testi uscirono nel 1971 per l’Almanacco dello Specchio di Mondadori. Tardivo, poi, il suo esordio, del 1976, con una prima raccolta intitolata L’aspetto occidentale del vestito, pubblicata da Giovanni Raboni nei “Quaderni della Fenice” di Guanda. All’uscita della sua prima opera, subito, fu pure entusiastica l’accoglienza di Giovanni Giudici che, sul “Corriere della Sera”, lodò i suoi versi distillatissimi, austeri e severi. E, nel contesto di quella che Luciano Anceschi definì la “linea lombarda”, Neri, considerato il decano della scuola, era da molti conosciuto anche per la sua attitudine petrosa, per la sua ricerca di compattezza stilistica, per il suo carattere schivo.
Dopo lo sperimentalismo della prima raccolta, la scrittura di Neri si fece sempre più limpida e asciutta, attenta ai dettagli, lontana da ogni artificio retorico. Spesso indugiava sul tema dei vinti, la violenza e la memoria sono stati il basso continuo della sua ricerca poetica. Spesso premiate e, comunque, contraddistinte da successo di critica anche le sue opere successive all’esordio tra cui si ricordano: Liceo, 1986; Dallo stesso luogo, 1992; Teatro naturale, 1998; Armi e mestieri, 2004; Paesaggi inospiti, 2009; Il professor Fumagalli e altre figure, 2012. Del 2007 l’Oscar Mondadori a lui dedicato.
In ognuno dei suoi scritti, delle sue poesie o delle sue prose poetiche, Neri sapeva regalare intensi lampi di intimità con il lettore. Quasi mai cedendo all’interiorità, alla forza visionaria, preferendo invece la rappresentazione di Storia e vita, l’osservazione di uno spazio rarefatto spesso quello del suo paese d’origine, Erba, capace pure di assurgere a scena del senso, dell’amore e della vita. Negli ultimi anni aveva lasciato le poesie per dedicarsi alla prosa, ma a chi gli chiedeva se scrivesse in poesia o in prosa, rispondeva: “Scrivo poesia in prosa”.
Neri è stato un grande solitario della nostra poesia, eppure il suo magistero sarà di lunga durata. Per conoscerlo meglio si possono cercare la recente Antologia personale uscita per Garzanti (2022) e la quadrilogia Ares composta da Da un paese vicino (2020), Piazza Libia (2021), Un difficile viaggio (2022) e Un insegnante di provincia (2022), nonché Giampiero Neri – Un maestro in ombra, la sua biografia in forma di conversazione con Alessandro Rivali (Jaca Book 2013).

(Questo testo, pubblicato in anteprima, è la prima parte dell’introduzione di Alberto Bertoni all’”Antologia personale” di Giampiero Neri, Garzanti, 2021)
Cercando verità nel paradosso: l’esperienza di Giampiero Neri
da Alberto Bertoni | Dic 27, 2021
“Schivo e appartato”, se si riporta un’impressione caratteriale di Umberto Fiori, pronto ad aggiungervi “l’intensa cautela, l’acuta perplessità”; il più “in ombra dei nostri grandi”, ad ascoltare Andrea Cortellessa; ma anche “estraneo, autonomo, nobilmente sfasato” (secondo Maurizio Cucchi) rispetto non solo alle poetiche della sua generazione ma anche alle direzioni dominanti del secondo Novecento: forse Giampiero Neri – alias Giampietro Pontiggia – è innanzi tutto un poeta originale e in certo modo unico. E lo è per tutto il lungo arco della sua storia d’autore: non certo precoce (“Ho cominciato a scrivere tardi, verso i miei trent’anni”), se è vero che il primo libro, L’aspetto occidentale del vestito, lo pubblica ormai quasi cinquantenne da Guanda, nel ’76. Neri però è un autore ancora pienamente attivo (e poeticamente vivo), se con uno degli ultimi libri in ordine di tempo, Via provinciale, ha festeggiato nel 2017 quei novant’anni che hanno assicurato un meritatissimo e tutt’altro che nominale ruolo di decano della nostra poesia a lui, nato nel fatidico 1927: fatidico perché è l’anno che dà nome alla straordinaria generazione di poeti (e non solo) spagnoli, che – centrale al secolo, col suo Surrealismo allegorico e musicale insieme – comprendeva fra gli altri Lorca e Alberti, Guillén e Salinas, Dàmaso Alonso e Aleixandre, oltre naturalmente ad Antonio Machado.
In realtà, l’unicità (e fino a un certo periodo quasi l’insularità) espressiva oltre che gnoseologica dell’opera di Neri non è stata affatto motivata da ragioni familiari né di provenienza geografica: suo fratello, minore di sette anni, era Giuseppe Pontiggia, uno dei protagonisti giovani dell’avanguardia più libera e sperimentale dei primi Sessanta e poi uno dei narratori, aforisti e saggisti più colti e polifonici della nostra scena letteraria fra i tardi Sessanta e il passaggio di secolo. Anche se i rapporti personali fra di loro non sono stati sempre fluidi e armoniosi, i due fratelli non hanno mai smesso di essere reciprocamente i primi giudici e interlocutori delle rispettive scritture letterarie.
A tale naturale centralità, domestica e definibile solo a posteriori attraverso il protagonismo di Giuseppe Pontiggia nella nostra scena letteraria, si deve aggiungere subito il dato geografico, in virtù del quale Neri, nato ad Erba in provincia di Como, si è trasferito ancora ventenne a Milano, dove ha intrapreso il lavoro di bancario a causa delle improvvise ristrettezze economiche provocate dalla guerra, dopo essersi iscritto alla facoltà di Scienze naturali. Di là dall’estraneità insieme istintiva e ontologica di Neri a una formazione e a una funzione di letterato professionale, la Milano dell’immediato dopoguerra era un luogo poeticamente e artisticamente vivissimo, un “centro delle cose” nonché crogiuolo non solo delle sperimentazioni della Neoavanguardia, col Pagliarani della Ragazza Carla e il lavoro di Porta e di Balestrini; ma anche di quella “scuola milanese” che continua ad agire positivamente entro il nostro milieu poetico e all’interno della quale Neri è ancora oggi figura incisiva tanto nelle vesti dell’autore quanto in quelle del lettore e dell’interlocutore epistolare o telefonico, modello operativo di poeti e intellettuali di volta in volta più giovani, da Santagostini a Rivali. È davvero impressionante, infatti, constatare la vitalità pienamente attuale del magistero di Neri presso le generazioni poetiche ultime o ultimissime, come risalta da un percorso anche molto veloce fra i blog letterari più autorevoli. Non per un caso, le sue prime scritture, fra gli esordi nel ’65 sulla rivista “Il Corpo” promossa da Giancarlo Majorino e il ’76 del primo libro, avevano suscitato subito l’interesse critico e un’attenzione non di maniera da parte di Luciano Anceschi, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici.
Il primo elemento davvero ex lege della sua formazione di poeta ben poco incline alle poetiche di gruppo riguarda la sua cultura letteraria, che certo non corrisponde a quella tradizionalmente, sistematicamente umanistica impartita da un Liceo Classico o da una Facoltà di Lettere, come invece accadde al fratello Pontiggia. Il padre Ugo era un bibliofilo, la madre amava e praticava il teatro e proveniva da una famiglia di artisti e così le letture del Giampiero giovane (un po’ come quelle dell’Eugenio Montale giovane) sono piuttosto eterogenee e comunque non finalizzate a un background letterario sistematico o tantomeno professionale.
Nel processo formativo, di sicuro affiora in lui – grazie a un istinto versatile che sarà poi destinato a riprodursi lungo il corso della sua vita – un’attrazione per i libri e per gli autori che sanno orchestrare un rapporto diretto fra prosa e versificazione, quadro e scandaglio interiore orientato altrove rispetto all’epifania soggettiva di eredità simbolista. Perciò, nel gioco delle sue predilezioni, si stagliano scrittori quali Dante, Leopardi, Baudelaire cui però occorre aggiungere i maestri americani da Neri mai troppo esposti – eppure presenti nella sua ininterrotta endiadi di lettore/scrittore – come Ezra Pound, per il suo epos antilirico e antinovecentista, o come Eliot, per l’identificazione paradossale col suo lavoro di bancario, o come il poeta-filosofo-assicuratore Wallace Stevens.
Un’originale, e in quel giro d’anni pressoché solitaria, inclinazione al prosimetro e al poema in prosa porta Neri ad apprezzare e a interiorizzare opere come lo Spleen de Paris di Baudelaire, le Illuminations di Rimbaud (anche se poi, per quanto concerne il mondo francese, occorre rilevare – accanto a quella degli archetipi – la presenza più sotterranea ma non meno rilevante del Francis Ponge del Partito preso delle cose, 1942) e i Canti Orfici di Campana, la cui rarissima princeps (Ravagli, 1914) gli sarebbe stata donata a sorpresa dal fratello Pontiggia. Ma accanto a questi non rivestono un’importanza per lui minore i Ricordi di un entomologo del naturalista francese Jean-Henri Fabre, compulsati nei loro dieci volumi ancora in età adolescente, e in seguito le opere e l’esperienza esistenziale di Beppe Fenoglio (per la capacità di trattare la Resistenza in modo affatto antiretorico oltre che per la singolare avventura umana) insieme con i grandi affreschi avventurosi di Melville, oppure – su tutt’altro piano – gli aforismi e le sentenze dell’antico saggio cinese Lao Tzu o del maestro buddhista tibetano Milarepa. Ma anche un libro protoesistenzialista come l’Aut-Aut (1843) di Kierkegaard è destinato a entrare presto nel frastagliato orizzonte culturale del poeta lombardo, col suo intreccio di vita estetica e vita etica.
D’altra parte, già il brano inaugurale dell’opera di Neri, vale a dire l’incipit dell’Aspetto occidentale del vestito, è pienamente indicativo del primo tempo della sua scrittura, raccolto per aggregazioni progressive nel notevolissimo, per compattezza e originalità, Teatro naturale del ’98. L’attacco è esplicitamente metapoetico, con la domanda non retorica su cosa ne sia stato “di quei piccoli segni neri, immagine e somiglianza di un impegno continuo”, che coincidono col filo sottile della scrittura, crinale affacciato su una consapevolezza genetica di mortalità dell’essere vivente e di crudeltà propria di ogni consorzio sociale, con una sottigliezza, un’ironia, una precisione e insieme un’affabilità di dettato che fanno pensare a coevi maestri francesi del rapporto diretto – e aforisticamente indecidibile – fra la scrittura e la morte come Blanchot o Cioran, secondo il quale i grafemi “in una stretta compagnia dimorano, a forma di malinconici simboli, privi di vita”.
Nulla, in questo Neri all’inizio, è tuttavia consequenziale o coerentemente narrativo, dal punto di vista delle armoniche di significato, e così i “piccoli segni neri” vengono sottoposti a un molteplice processo di metamorfosi, ora nella “linea immaginaria” di un orizzonte di “cattivo tempo” che si presenta “alle porte”; ora nella forma di un insetto “rovesciato sul dorso”, che “preme con impazienza davanti al tuo cortile”, con una conclusione che coinvolge le formiche descritte dall’entomologo Fabre, qui chiamato in causa col nome di battesimo “Jean Henri”, per affermare che quelle formiche “sono un capitolo chiuso”. L’io spesso manca, dai gangli originari dell’opera in fieri, e se di tanto in tanto affiora (fra pronunce impersonali o terze persone) non risponde ad alcuna identità né fisionomia unitaria di ordine psicologico. Così, gli scatti della memoria non portano alla minima agnizione o epifania, ma assumono la forma di brevi immagini che si stagliano per un attimo sulla parete opaca di un’attività onirica in atto, nella quale tutti i possibili assi temporali si riuniscono in “sincronicità” nel presente assoluto e filiforme della scrittura: la Guerra, per esempio non è solo la Seconda guerra mondiale, vissuta in prima persona dal poeta, che è irrimediabilmente colpito dall’omicidio del padre poche settimane dopo l’8 settembre 1943, ma anche la Prima, rievocata per esempio nella bellissima Val Rendena, Trentino.
Nella poesia di Neri, in sostanza, il teatro naturale che ne è contesto e luogo di verifica (e che equivale a un mondo la cui unica possibile sostanza è scenica) pone automaticamente sullo stesso piano Storia e Natura (“Prima di tutto la storia insegna che la storia si ripete. La natura insegna allo stesso modo”, secondo un appunto d’autore del 2003), Mito e Cronaca, Teatro e Mondo reale, biografia evenemenziale e biochimica delle passioni e dei caratteri: tanto che per questa acquisizione, oggi che tutto aspira ad essere “biologico” anche in letteratura, Neri mostra di essere avanti di qualche decennio, rispetto al pensiero dominante degli anni Settanta, critico-teorico e spesso ideologico. Soprattutto, però, i referenti topici che si stagliano in primo piano nella sua opera coinvolgono il mondo animale (“… la presenza degli animali ha una funzione di somiglianza, di analogia con le nostre azioni”) e il mondo botanico, per una radice nomenclatoria non meno maniacale che in Pascoli, ma privata di qualsivoglia aura (o senso secondo) di matrice simbolista. La realtà animale, nello specifico, non si dà “come proiezione o segno di quella umana”, né tantomeno come “suo emblema araldico o intenerito riflesso lirico”, bensì come “realtà parallela e autonoma la cui instanza senza parola turba l’ordine consueto.” E se esiste un riferimento storico a una simile modalità, occorre cercarlo in quel capolavoro nascosto, fatto di prose né narrative né esplicitamente autobiografiche, bensì metafisiche tout court, che è Bestie (1914) di Federigo Tozzi.
Certo, in Neri, non c’è alcuna possibilità di sviluppo coerente, perché la realtà può venir percepita solo al di fuori di ogni dialettica, entro un sistema in cui l’unica dinamica appartiene a un principio inesausto di metamorfosi e di agone in campo aperto: e la sua poesia, nell’evoluzione che porta al confine secolare di Teatro naturale, costruisce uno spazio “conchiuso”, così “come circolare e necessario è il cammino e l’incontro della vita con il male, con la ripetitiva, ossessiva violenza della storia e della natura.” . Infatti, per quanto concerne la dimensione etica, Bene e Male sono sempre, ciclicamente compresenti (Lucia e don Rodrigo non si elidono reciprocamente, ma convivono, sulla pagina di Neri), finendo per fronteggiarsi e superarsi senza sosta, in totale sincronia: e anche la natura, gli animali, nella sua poesia, “agiscono in funzione del mimetismo, quel particolare camuffamento che serve a nascondere, a depistare”, con un comportamento molto simile a quello di noi esseri umani, che “amiamo sembrare quello che non siamo, a seconda delle circostanze”. Non c’è divenire, nella realtà da lui ritratta, ma una dimensione duale corrispondente a un sostrato gnostico (e comunque radicalmente antihegeliano), che accentua ancora di più il rapporto più o meno implicito con Montale e che fa sì che Neri stesso possa – in un’intervista degli ultimi tempi – riconoscersi come un creazionista pronto tuttavia ad ammettere che le singole specie vivono un processo evolutivo di tipo darwiniano.
In definitiva, i paesaggi di Neri fondono insieme meraviglia e crudeltà, con un’intonazione sempre ironica ma anche affabile, asseverativa e tuttavia pronta ad abbandonarsi a uno stupor primigenio, consapevole della crudeltà che appartiene alla natura però mai fintamente bonaria o rassegnata a priori: orientata semmai alla conquista di una semplicità che – per ogni poeta del secondo Novecento che si rispetti – è il più arduo dei traguardi: una semplicità intessuta di gusto per l’enigma e animata – almeno fino ad Armi e mestieri – da una reticenza che si manifesta prima di tutto come strategia retorica e poi come costante antropologica.
(Questo testo, pubblicato in anteprima, è la prima parte dell’introduzione di Alberto Bertoni all’”Antologia personale” di Giampiero Neri, Garzanti, 2021)