La Bibbia di Borso d’Este a Roma. Un capolavoro per il Giubileo-Biblioteca DEA SABINA

Biblioteca DEA SABINA

La Bibbia di Borso d’Este a Roma. Un capolavoro per il Giubileo

Roma-Dal 14 novembre 2025 al 16 gennaio 2026 sarà esposta nella Sala Capitolare del Senato della Repubblica, in Piazza della Minerva 38 a Roma, la Bibbia di Borso d’Este, uno dei massimi capolavori dell’arte rinascimentale italiana.

L’esposizione, inserita nel programma delle attività giubilari, è promossa dal Senato della Repubblica, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Cultura, le Gallerie Estensi, il Commissario Straordinario di Governo per il Giubileo e l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani.

L’inaugurazione ha avuto luogo giovedì 13 novembre 2025: sono intervenuti il Presidente del Senato della Repubblica, Ignazio La Russa; il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano; il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli; il Commissario straordinario per il Giubileo, Roberto Gualtieri; il Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione della Santa Sede, monsignor Rino Fisichella; il Presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, Carlo Ossola; il Direttore delle Gallerie Estensi, Alessandra Necci.

Descrizione

La Bibbia di Borso d’Este

La Bibbia di Borso d’Este è tra le opere più note conservate nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena. Si tratta di un manoscritto in due volumi, su pergamena, in-folio, per un totale di 1.202 pagine miniate.  La realizzazione della decorazione si deve a una squadra di miniatori guidata da Taddeo Crivelli (Ferrara, 1425 – Bologna, 1479), uno dei più grandi miniatori del Rinascimento, allievo di Pisanello e tra i principali artisti della corte di Borso d’Este, e da Franco dei Russi (Mantova, attivo tra il 1455 e il 1482). A occuparsi della scrittura fu il copista Pietro Paolo Marone e della rilegatura antica il cartolaio Gregorio Gasperino.

La Bibbia di Borso d’Este ;Ms.V.G.12, c. 56r

I molti collaboratori minori aiutarono i due maestri soprattutto nelle fasi preparatorie, ma alcuni si occuparono anche di dettagli. Fu un lavoro che si svolse per circa 6 anni, dal 1455 al 1461.

La Bibbia di Borso si presenta con pagine inserite entro raffinate cornici decorate con motivi vegetali a girali e il testo disposto lungo due colonne. Nella cornice si possono incontrare miniature ad illustrare gli episodi narrati, piante e animali descritti in dettaglio, oltre agli stemmi estensi e a emblemi riferiti a imprese legate al duca e allo Stato ferrarese.

Bibbia di Borso d’Este; Ms.V.G.12, c. 6r

Le essenze vegetali descrivono episodi raccontati nei testi biblici (per esempio il grano, l’orzo, l’olivo e la vite, tutte piante ben conosciute alle persone del Rinascimento e di Ferrara poiché coltivate anche in Italia), ma vi sono anche quelle delineate con funzione puramente decorativa, non necessariamente legate a esigenze narrative, oltre a frutti e fiori che assumono spesso forme stravaganti.

Bibbia di Borso d’Este ; Ms.V.G.12, c. 5v

Ancora, gli animali presenti offrono un’amplissima gamma di esemplari: sono stati censiti, in particolare, 1.450 animali reali, ovvero esistenti in natura, sebbene siano presenti anche animali fantastici. Come nel caso delle piante, sono inseriti per scopi illustrativi, ma spesso rispondono semplicemente all’esigenza di offrire al duca Borso, che era un grande amante della natura e della caccia, animali che potessero piacergli: ciò spiegherebbe l’abbondanza di specie tipiche delle paludi e dei boschi di Ferrara, oltre a quelle che erano oggetto di caccia. Un elevato grado di realismo caratterizza la loro rappresentazione, segno che gli artisti ne avevano una conoscenza diretta. Non mancano, poi, le specie esotiche, che potevano essere viste nei serragli della corte, o semplicemente, essere riprodotte sulla base dei disegni di chi le aveva viste dal vero.

Bibbia di Borso d’Este;Ms.V.G.13, c. 157v

La Bibbia di Borso d’Este fu una delle imprese più costose del suo tempo: la spesa finale fu di 5.609 lire marchesane, una somma straordinaria e difficilmente confrontabile con quella di altri manoscritti. La gran parte della cifra fu impiegata per conferire ricchezza alle decorazioni: per le miniature, eseguite con abbondanza di oro e di pigmenti pregiati, per acquistare la pergamena, per la cucitura e la doratura dei fascicoli, per la cassa di legno che doveva contenere i volumi, per i fermagli d’argento.

Un’impresa del genere, ovviamente, non era stata pensata per la mera realizzazione di un libro che il duca avrebbe consultato nel chiuso delle sue stanze: la Bibbia di Borso doveva essere la dimostrazione materiale della sua magnificenza.

Bibbia di Borso d’Este;Ms.V.G.12, c. 241r

Dopo la devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio, nel 1598, il destino della Bibbia fu comune a molti altri capolavori della corte estense: il codice seguì la famiglia nella nuova capitale del ducato, Modena, dove rimase fino all’Ottocento. Nel 1800 fu portata via una prima volta: il duca Ercole III, in esilio da Modena, portò con sé il prezioso codice a Treviso. Dopo la scomparsa del duca, la Bibbia passò alla figlia Maria Beatrice Ricciarda d’Este, divenuta poi moglie dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo. La Bibbia tornò a Modena diversi anni dopo la restaurazione, nel 1831, ma vi rimase poco, dal momento che nel 1859 il duca Francesco V d’Asburgo-Este, prima di lasciare definitivamente il ducato che sarebbe stato annesso al nascente Regno d’Italia, portò con sé in Austria molti codici, tra i quali anche la Bibbia di Borso. Dieci di questi sarebbero rientrati in Italia nel 1869 a seguito di un accordo tra il governo italiano e i sovrani degli stati preunitari, ma la Bibbia, il Breviario di Ercole I d’Este e l’Officio di Alfonso furono riconosciuti legittima proprietà degli Asburgo. Nel 1918 l’ultimo proprietario, Carlo I, dopo la prima guerra mondiale lasciò l’Austria per andare in esilio in Svizzera, portando con sé la Bibbia: dopo la sua scomparsa, la vedova, Zita di Borbone-Parma, decise di mettere in vendita il codice sul mercato antiquario.

Venutone a conoscenza il governo italiano, Giovanni Gentile, nominato pochi mesi prima ministro dell’istruzione nel primo governo Mussolini, fece sapere che l’erario non disponeva della somma per acquistare l’opera. Tuttavia, arrivò in soccorso del suo paese l’industriale Giovanni Treccani, divenuto celebre fondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Fu così che Treccani nel 1923 acquistò la Bibbia per tre milioni e trecentomila franchi francesi, equivalenti a circa quattro milioni di euro attuali, e comunicò a Mussolini il suo intento di donare il codice allo Stato. Quattro città si candidarono a riceverlo: Modena (in quanto ultimo luogo di conservazione prima che il manoscritto fosse portato fuori dall’Italia), Roma (in quanto capitale), Milano (in quanto città dove il donatore risiedeva) e Ferrara (città di origine). Fu il direttore della Biblioteca Estense di allora, Domenico Fava, a far sì che la Bibbia tornasse a Modena tanto che, alla fine, il governo decise in favore della cittadina emiliana. La donazione venne formalmente accettata nel 1924: nel mese di maggio la Bibbia raggiunse la Biblioteca Estense. E così le sue peregrinazioni trovarono una lieta conclusione.

Fonte.MIC-

La Bibbia di Borso d’Este dalle Gallerie Estensi ad una mostra in Vaticano

La Bibbia di Borso d’Este

Da oggi, venerdì 14 novembre 2025, la Sala Capitolare della Biblioteca del Senato della Repubblica, ospita la mostra ET VIDIT DEUS QUOD ESSET BONUM – La Bibbia di Borso d’Este. Un capolavoro per il Giubileo, dedicata a una delle massime espressioni della miniatura rinascimentale, custodita alle Gallerie Estensi di Modena che verrà eccezionalmente esposta al pubblico fino al 16 gennaio 2026. L’evento, promosso dal Senato della Repubblica in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Cultura, le Gallerie Estensi, il Commissario Straordinario di Governo per il Giubileo e l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, segna il ritorno a Roma della Bibbia di Borso d’Este a oltre un secolo dal suo rientro in Italia, reso possibile nel 1923 da Giovanni Treccani, imprenditore e mecenate che salvò il manoscritto dalla dispersione sul mercato internazionale. Realizzata tra il 1455 e il 1461 da Pietro Paolo Marone, Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, la Bibbia di Borso d’Este è considerata un capolavoro dell’arte rinascimentale per ricchezza iconografica, qualità dei pigmenti – tra cui il prezioso lapislazzuli oltremare – e complessità del sontuoso apparato illustrativo.

La Bibbia di Borso d’Este

A Roma per il Giubileo, a cento anni dalla prima esposizione al pubblico

Nel 2025, in occasione del Giubileo, 102 anni dopo il ritorno in Italia e nel centenario della sua prima esposizione al pubblico nella città di Modena, la Bibbia torna per un breve periodo a Roma, nella Biblioteca del Senato, a Palazzo della Minerva. L’evento ha un carattere di eccezionalità, poiché il manoscritto viene esposto al pubblico solo in rarissime occasioni. È anche un ritorno simbolico: fu proprio a Palazzo della Minerva che, nel 1923, Treccani incontrò il ministro Giovanni Gentile e fu da questi convinto a farsi carico dell’acquisto della Bibbia di Borso d’Este. E fu a Palazzo della Minerva che la donazione venne formalizzata, con atto di stipula del 3 novembre 1923, cofirmato da Gentile e Treccani.

La Bibbia di Borso d’Este

Informazioni sull’opera

Nel cuore del Rinascimento italiano, tra il 1455 e il 1461, a Modena, su commissione del duca Borso d’Este, fu realizzata un’opera destinata a diventare il simbolo della magnificenza della sua corte: una Bibbia manoscritta, straordinariamente miniata, che celebrasse la Parola di Dio e, insieme, la gloria della dinastia estense. Si trattò di un’impresa senza precedenti sotto il profilo economico e organizzativo, di cui resta testimonianza nei registri contabili della corte. Quasi il 90% della spesa totale fu riservato all’illustrazione miniata. Per tale progetto, Borso si assicurò un’équipe di altissimo livello: il calligrafo lombardo Pietro Paolo Marone e i principali miniatori Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, affiancati da maestri come Girolamo da Cremona e Guglielmo Giraldi. La straordinarietà dell’opera emerge soprattutto dalla sua eccezionale qualità artistica: un capolavoro che unisce valore sacro, rilevanza storica, pregio materiale e raffinatezza estetica. Nelle miniature si percepisce il forte confronto con l’arte di maestri come Pisanello, Donatello, Mantegna, Piero della Francesca, e soprattutto l’influenza dei maggiori pittori ferraresi, tra cui Cosmè Tura, Michele Pannonio e Francesco del Cossa. Taddeo Crivelli, in particolare, dimostrò una capacità unica di confrontarsi con questi pittori, tanto che il critico Roberto Longhi in “Officina Ferrarese” ha sottolineato come la miniatura a Ferrara dialogasse in maniera paritaria con la pittura monumentale.

Il costosissimo lapislazzuli “oltremare”

L’apparato illustrativo è sontuoso. Oltre seicento carte dipinte su recto e verso. La scelta – atipica se si pensa ad opere analoghe – di incorniciare anche le carte interne con fregi e l’uso di pigmenti costosissimi, come il lapislazzuli (anche detto “oltremare” proveniente dall’Afghanistan), testimoniano l’incomparabile valore artistico e spirituale dell’opera. Il primo volume comprende l’Antico Testamento, completato nel secondo che inizia dal libro di Isaia e comprende tutti i libri del Nuovo, seguito dalla lista dei nomi ebraici. Le vicende della salvezza del popolo ebraico sono narrate seguendo il testo biblico, ma vengono interpretate secondo uno spirito che si informa all’ideale cortese. Il manoscritto è disseminato di evidenti riferimenti a Borso e alla casata estense attraverso stemmi e, in particolare, alle imprese personali di Borso come le attività di bonifica nei territori paludosi ferraresi. 2I centauri, i putti che richiamano Donatello, e una fauna familiare alla corte, aggiungono elementi aneddotici e di celebrazione cortese. La Bibbia svolse il ruolo di veicolo per un messaggio preciso: esibita agli ambasciatori e portata da Borso nel viaggio a Roma per ottenere il titolo ducale da papa Paolo II nel 1471, essa metteva in mostra la nobiltà, la pietas e la magnificenza del committente.

L’esilio e la dispersione

Dopo la devoluzione di Ferrara, il passaggio del governo della città allo Stato pontificio, nel 1598, la Bibbia seguì la dinastia estense a Modena, dove fu custodita nella Biblioteca Estense, con l’eccezione del periodo napoleonico, durante il quale i duchi ripararono a Treviso, portando con loro il prezioso manoscritto, ricollocato poi a Modena solo nel 1831. Nel 1859 l’ultimo duca, Francesco V d’Austria-Este, fuggì a Vienna portando con sé numerosi tesori, tra cui la Bibbia di Borso. Nel 1868, una convenzione tra Italia e Austria sancì la restituzione di molti beni, ma tre codici miniati, tra cui la Bibbia, furono trattenuti dagli Asburgo. Dopo la Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, l’arciduca Carlo I, in esilio in Svizzera, portò con sé la Bibbia. Nel 1922, alla morte di Carlo, la vedova Zita di Borbone-Parma decise di venderla, affidandosi all’antiquario Gilbert Romeuf di Parigi. Questo suscitò l’interesse di collezionisti internazionali, secondo quanto riferiscono le cronache dell’epoca, in particolare americani.

Il ritorno in Italia

Fu Giovanni Treccani, imprenditore e mecenate, a salvare la Bibbia dalla dispersione. Informato della vendita da Giovanni Gentile, allora ministro della Pubblica Istruzione, Treccani si recò a Parigi e il 1° maggio 1923 acquistò la Bibbia per 3.300.000 franchi francesi.

Giovanni Treccani, imprenditore e mecenate

Il racconto di Giovanni Treccani

Bastò aprirne uno a caso, perché rimanessi abbagliato dalla bellezza incomparabile dei disegni, dalla freschezza purissima dei colori, dalla ricchezza smagliante delle miniature su fondo oro. L’opera non sembrava vecchia di quasi cinque secoli, ma recentissima, tanto limpidi erano i colori nelle loro sfumature stupende”, con queste parole Giovanni Treccani descrive il suo stato d’animo quando, il 1° maggio 1923, a Parigi, può finalmente ammirare per la prima volta l’opera. “Iniziammo religiosamente l’esame del primo volume, tra la commozione generale; ad ogni pagina erano esclamazioni di meraviglia. Nessuno di noi aveva mai visto nulla di simile. Appassionato come sono di opere d’arte e di libri, trovandomi davanti a quel singolarissimo monumento di bellezza e di magnificenza, mi sentivo commosso fino alle lacrime”.