ANTONIO LIGABUE: “EL MATT” DAL TALENTO GENIALE -Articolo di Daniela Musini per Vanilla Magazine Club

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ANTONIO LIGABUE
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ANTONIO LIGABUE: “EL MATT” DAL TALENTO GENIALE

-Articolo di Daniela Musini per Vanilla Magazine Club-

 

ANTONIO LIGABUE -“El matt”, lo chiamavano quelli della Bassa, quando lo vedevano vagare tra le nebbie del Po, parlare da solo, fare smorfie terrifiche ed emettere suoni animaleschi.

«Dam un bès» (dammi un bacio) chiedeva ossessivamente, un grido lacerante come una tela tagliata.

Ma a lui, vagabondo dall’aspetto sgraziato e grottesco, quel bacio non lo dava mai nessuno, tanto meno le donne che, vedendolo, tiravano via velocemente o si scansavano spaventate e disgustate.

E allora lui se l’inventava una compagna, indossando abiti femminili, in una struggente e patetica farsa.

E agli sghignazzi della gente del posto, lì a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, rispondeva con un sorriso sgangherato, ma più spesso con scatti di furore.

“El matt”, ma anche “El tedesch”, perché era nato a Zurigo il 18 Dicembre 1899 da Elisabetta Costa, ragazza madre del bellunese emigrata in Svizzera (lui non saprà mai chi fosse suo padre); quando aveva due anni sua madre si sposò con Bonfiglio Laccabue che lo adottò dandogli il suo cognome.

Era un uomo violento e tirannico, Bonfiglio, a dispetto del nome, e Antonio lo detestava e, preda di un rancore livoroso e mai sopito, lo accuserà fino alla morte di aver ucciso la madre e i 3 fratellini che da quell’unione erano nati, avvelenandoli (e invero morirono tutti e quattro per una esiziale intossicazione alimentare).

E fu per questo che si firmerà sempre Ligabue e non Laccabue: per odio.

Quella tragedia ebbe conseguenze devastanti per il suo equilibrio psichico ed emotivo già da sempre fragilissimo, e per la sua esistenza: dato in adozione ad una coppia zurighese, iscritto in una scuola per bambini minorati mentali, sottoposto a privazioni e vessazioni, iniziò già a 18 anni quella drammatica teoria di ospedali psichiatrici e ricoveri di fortuna, quella straziante odissea che lo fa approdare a Gualtieri, dove vivrà fino alla morte.

Appena arrivato, solo, senza parlare e capire una parola d’italiano, dal carattere ruvido e e aspro, dai modi selvatici e bruschi, dagli scatti umorali incontrollati e dal famelico bisogno d’affetto, guardato con sospetto dalla comunità locale, cominciò a vivere ai margini della società, un reietto vagabondo che si riparava nelle stalle e che aveva più dimestichezza con gli animali (di cui imitava versi e posture) che con gli esseri umani.

E cominciò a dipingere, “el matt”, dovunque gli capitasse, su fogli e con colori prestati da anime buone: un universo primitivo e onirico, fatto di aquile rapaci e tigri dalle fauci spalancate, di animali in lotta tra di loro e serpenti e “vedove nere” infide e letali.

La violenza repressa del suo animo angosciato, le vertigini e gli abissi della sua mente, la sopraffazione dei più forti, il soccombere dei più deboli: tutto c’era in quei dipinti dai colori lussureggianti, tra quelle foreste, anzi, giungle folte e pregne di simboli nascosti, che farebbero pensare alla pittura naïf del Doganiere Rousseau, se non fosse che nel segno spesso e contorto di Ligabue, in quei colori accesi e aggressivi, c’è un che di inquietante, ancestrale, ferino.

Se ne accorse, con stupore, il pittore Renato Marino Mazzacurati, mica uno qualunque, uno che faceva parte della Scuola Romana e aveva dimestichezza con il Cubismo e l’Espressionismo, e che gli insegnò l’uso dei colori ad olio.

La pittura si fece allora ancora più vivida con i colori che sembravano spremuti direttamente dai tubetti, come nei dipinti dei Fauves (“Belve”, appunto) di primo Novecento che rispondevano ai nomi di Matisse, Van Gogh, Derain, de Vlaminck, ma con un’aura più nevrotica, più feroce e disperata che anticipava i furori espressionistici di Schiele.

E poi quegli autoritratti che dipinse ossessivamente (ben 300) in cui lui ha sempre quell’espressione guardinga e strabuzzata, quel ghigno ostile che gli serra le labbra, e la vedi la sua anima tormentata, percepisci i suoi incubi, i suoi drammi, le violenze subite.

Durante la seconda guerra mondiale “el matt” divenne utile ai suoi compaesani perché conosceva il tedesco e faceva da interprete agli occupanti in cambio di un pasto caldo e di un giaciglio riparato.

Ma poi una bottigliata in testa ad un soldato tedesco lo fa precipitare di nuovo nel gorgo dei ricoveri in manicomi, da cui esce ogni volta sempre più squilibrato, furibondo, disperato. E la pittura si fa ancora più gridata e ringhiosa.

Poi la svolta, improvvisa, inaspettata, nel 1948 quando critici e mercanti d’arte si accorsero finalmente di lui e furono interviste e articoli stupefatti e ammirati.

Divenne anche ricco, proprio lui, “el matt”, “el tedesch”.

E allora realizzò il sogno di una Vita: comprarsi una motocicletta, una Guzzi rossa fiammante, con cui sfrecciare tra le strade di Gualtieri, così glielo faceva vedere ai suoi compaesani, a quelli che l’avevano deriso ed emarginato.

E persino un’auto con tanto di autista in divisa che doveva togliersi il cappello (così s’era impuntato) ogni volta che lui entrava e si sedeva sui sedili posteriori, come facevano i signori.

Perché se non aveva potuto avere l’amore e l’amicizia, almeno il rispetto glielo dovevano tutti ora, perdinci!

La passione per la motocicletta gli fu fatale.

Un brutto incidente lo ammaccò nel fisico e nell’anima cui fece seguito una maligna paresi.

La Vita, ancora una volta, lo aveva sferzato con unghiate crudeli.

In una radiosa giornata di maggio del 1965, chiese al Curato di essere battezzato e cresimato.

Tre giorni dopo, il 27, Antonio Ligabue, uno dei più geniali artisti del Novecento spirò.

Ma la sua leggenda continua.

-Articolo di Daniela Musini per Vanilla Magazine Club-
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