-Il Poeta Rocco Scotellaro nasceva il 19 aprile del 1923-
Rocco Scotellaro
Breve biografia di Rocco Scotellaro(Tricarico, 19 aprile 1923 – Portici, 15 dicembre 1953), scrittore, poeta e politico italiano impegnato nella lotta per miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei contadini. La sua poesia è caratterizzata da da un’ambientazione pastorale serena, da un’armonia di immagini e visioni che esaltano la vita bucolica.Nell’opera poetica del lucano Rocco Scotellaro si impone costantemente l’urgenza di una comunanza: una comunanza che è tutt’uno con l’idea stessa di poesia come valore sociale, nel quadro di quel Sud arretrato e postbellico, ansioso di rivendicazioni e allineamenti, in cui la sua presenza letteraria e umana, da impegnato sindaco-poeta socialista di Tricarico (eletto nel 1946, quando Rocco aveva solo ventitré anni), si affermò. Questa impellenza sinteticamente si articola e si lascia cogliere in un suo celebre testo dal titolo Sempre nuova è l’alba: «i vostri fiato caldi, contadini», «il nostro vento disperato»; e tra quei due possessivi un verso come «Beviamoci insieme una tazza di vino!», in cui linguisticamente la contraddizione esplode tra l’uso verbale riflessivo-popolaresco di quel «beviamoci insieme» e quella «tazza di vino» classicheggiante, da Alceo tradotto sub specie quasimodea. Altrove l’esito contrappositivo è più piano, quasi didattico nell’ancor più evidente, concentrata giustapposizione dei suoi indicatori sensibili: «Mettete il vino, beviamo stasera» («La pioggia»). E si ricordi la tarda «Cena», scritta a Portici sullo scorcio del 1952, dove di nuovo a sera – ed è già memoria – il poeta dichiara di volersi sentire come un tempo ancora in compagnia. Ricordando che a Tricarico, in provincia di Matera, il 19 aprile 1923 nasceva Rocco Scotellaro.
poesie di ROCCO SCOTELLARO
Passaggio alla città Ho perduto la schiavitù contadina, non mi farò più un bicchiere contento, ho perduto la mia libertà. Città del lungo esilio di silenzio in un punto bianco dei boati, devo contare il mio tempo con le corse dei tram, devo disfare i miei bagagli chiusi, regolare il mio pianto, il mio sorriso. Addio, come addio? Distese ginestre, spalle larghe dei boschi che rompete la faccia azzurra del cielo, querce e cerri affratellati nel vento, pecore attorno al pastore che dorme, terra gialla e rapata.
È calda così la malva È rimasto l’odore della tua carne nel mio letto. È calda così la malva che ci teniamo ad essiccare per i dolori dell’inverno.
Improvvisa la sera Improvvisa la sera ci ha toccati me, le mie carte, la pezza di luce sui mattoni della stanza.
È tanto imbrunito che mi sento addosso paura. Ha ripreso la vita dei piccoli rumori. Sono sui tetti le anime dei morti del vicinato, camminano sulle zampe dei gatti.
Rocco Scotellaro
La luna piena La luna piena riempie i nostri letti, camminano i muli a dolci ferri e i cani rosicchiano gli ossi. Si sente l’asina nel sottoscala, i suoi brividi, il suo raschiare. In un altro sottoscala dorme mia madre da sessant’anni.
Tu sola sei vera Colei che non mi vuol più bene è morta. È venuta anche lei a macchiarmi di pause dentro. Chi non mi vuol più bene è morta. Mamma, tu sola sei vera. E non muori perché sei sicura.
Giovani come te Quanti ne fissi negli occhi superbi della strada, erranti giovani come te. Non hanno in ogni tasca che mozziconi neri di sigarette raccattate. Non sanno che sperdersi davanti alle lucide vetrine alle chiacchiere dei bar ai tram in rapida corsa alla pubblicità padrona delle piazze. Tanto perché il tempo si ammazzi cantano una qualsiasi canzone, in cui si chiamano fuorviati, si dicono amanti del bassifondo e si ripagano di comprensione. Una canzone è per covare insano amore contro le ragazze cioccolato che sono un po’ le stelle sempre vive che sono la speranza d’una vita sorpresa in un sorriso.
E quanti, ma quanti vorrebbero la luna nel pozzo una loro strada sicura che non si rompa tuttora nei bivii. Quando compiono un gesto il solo gesto son lì coi mietitori addormentati ai monumenti che aspettano la mano sulla spalla del datore di lavoro. Sono coi facchini di porto contenti della faccia sporca e le braccia penzoloni dopo che il peso è rovesciato. Son sprofondati talvolta in salotti a far orgia di fumo e d’esistenzialismo giovani malati come te di niente.
Spiriti pronti a tutte le chiamate angeli maledetti coscritti e vagabondi, compagni dei cani randagi, la nostra è la più sporca bandiera la nostra giovinezza è il più crudo dei tormenti. Or quando la terra accaldata ci mette addosso la smania del fuoco nei lunghi meriggi d’estate, è tempo di crucciarsi di dir di sì all’Uomo che saremo e che ci aspetta alla Cantonata con falce e libro in mano!
Rocco Scotellaro
Noi non ci bagneremo Noi non ci bagneremo sulle spiagge a mietere andremo noi e il sole ci cuocerà come la crosta del pane. Abbiamo il collo duro, la faccia di terra abbiamo e le braccia di legna secca colore di mattoni. Abbiamo i tozzi da mangiare insaccati nelle maniche delle giubbe ad armacollo. Dormiamo sulle aie attaccati alle cavezze dei muli. Non sente la nostra carne il moscerino che solletica e succhia il nostro sangue. Ognuno ha le ossa torte non sogna di salire sulle donne che dormono fresche nelle vesti corte.
Ho capito fin troppo Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla giura che Cristo poteva morire a vent’anni le gru sono passate, le rondini ritorneranno. Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno le mattine degli uccelli a primavera le maledizioni e le preghiere.
I versi e la tagliola Con la neve si para la tagliola e si aspettano i gridi dei fringuelli. La maestra ai bimbi della scuola legge un verso d’amore per gli uccelli. Mi piacevano i versi e la taglìola.
Padre mio che sei nel fuoco Padre mio che sei nel fuoco, che brulica al focolare, come eri una sera di Dicembre a predire le avventure dei figli dai capricci che facevamo. Tu pure non farai bene dicevi vedendomi in bocca una mossa che forse era stata anche tua che l’avevi da quand’eri ragazzo.
HO CAPITO FIN TROPPO
Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.
Rocco Scotellaro
(da Margherite e rosolacci, Mondadori, 1978)
. Io senta la neve ancora
io senta il suo cadere placido
dal mio mondo sparuto.
Le mie piccole cose qui,
la mezza matita che non mi abbandona.
I miei volti nelle fiamme tanti
che hanno lo stesso colore.
E gli anni passano così
nel cuore della notte di neve.
Il giorno, Isabella, maturerà.
Sentirai le raganelle suonare;
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e i gheppi son cacciati nella mischia
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Rocco ScotellaroRocco Scotellaro
Breve biografia di Rocco Scotellaro(Tricarico, 19 aprile 1923 – Portici, 15 dicembre 1953), scrittore, poeta e politico italiano impegnato nella lotta per miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei contadini. La sua poesia è caratterizzata da da un’ambientazione pastorale serena, da un’armonia di immagini e visioni che esaltano la vita bucolica.Nell’opera poetica del lucano Rocco Scotellaro si impone costantemente l’urgenza di una comunanza: una comunanza che è tutt’uno con l’idea stessa di poesia come valore sociale, nel quadro di quel Sud arretrato e postbellico, ansioso di rivendicazioni e allineamenti, in cui la sua presenza letteraria e umana, da impegnato sindaco-poeta socialista di Tricarico (eletto nel 1946, quando Rocco aveva solo ventitré anni), si affermò. Questa impellenza sinteticamente si articola e si lascia cogliere in un suo celebre testo dal titolo Sempre nuova è l’alba: «i vostri fiato caldi, contadini», «il nostro vento disperato»; e tra quei due possessivi un verso come «Beviamoci insieme una tazza di vino!», in cui linguisticamente la contraddizione esplode tra l’uso verbale riflessivo-popolaresco di quel «beviamoci insieme» e quella «tazza di vino» classicheggiante, da Alceo tradotto sub specie quasimodea. Altrove l’esito contrappositivo è più piano, quasi didattico nell’ancor più evidente, concentrata giustapposizione dei suoi indicatori sensibili: «Mettete il vino, beviamo stasera» («La pioggia»). E si ricordi la tarda «Cena», scritta a Portici sullo scorcio del 1952, dove di nuovo a sera – ed è già memoria – il poeta dichiara di volersi sentire come un tempo ancora in compagnia. Ricordando che a Tricarico, in provincia di Matera, il 19 aprile 1923 nasceva Rocco Scotellaro.
Bell Hooks è morta, fu l’ispiratrice del femminismo “radicale”e intersezionale.
Bell Hooks –Gloria Jean Watkins (Hopkinsville, 25 settembre 1952 – Berea, 15 dicembre 2021) -Nata a Hopkinsville, in Kentucky, Stato segregazionista, figlia di un bidello scolastico e di una donna di servizio, frequenta una scuola per soli neri fino a fine anni Sessanta, quando il Kentucky finalmente recepisce pienamente la direttiva della sentenza del 1954 Brown v. Board of Education.-
Per celebrare le opere della scrittrice femminista, scomparsa il 15 dicembre 2021 a 69 anni, pubblichiamo un estratto del suo “Insegnare a trasgredire” (Meltemi edizioni)
Bell Hooks
Il 15 dicembre è morta la scrittrice e intellettuale bell hooks, punto di riferimento del pensiero femminista. Per sé e le sue opere scelse uno pseudonimo da usare rigorosamente con le lettere minuscole perché fosse data più importanza alle sue idee che al suo nome. Per ricordarla e celebrarla, oggi ancora di più, pubblichiamo un estratto del suo “Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà”, pubblicato da Meltemi nel 2020.
“Estasi. Insegnare e apprendere senza limiti
In una splendida giornata estiva del Maine, sono ruzzolata da una collina e mi sono rotta il polso in maniera grave. Mentre stavo seduta in terra attanagliata da un dolore lancinante, più intenso di qualsiasi altro avessi mai provato in vita mia, un’immagine mi attraversò la mente. Ero io, ragazzina, che ruzzolavo da un’altra collina. In entrambi i casi, la causa della mia caduta era il tentativo di superare i miei limiti. Da bambina era il limite della paura. Da adulta, era il limite della stanchezza, direi persino dell’esaurimento fisico. Ero giunta a Skowhegan per tenere una conferenza nell’ambito di un programma estivo di studi artistici. Alcuni studenti non bianchi mi avevano confidato che raramente il loro lavoro veniva preso in considerazione da studiosi e artisti di colore. Anche se mi sentivo stanca e nauseata, volevo supportare il loro lavoro e i loro bisogni, così mi svegliai al mattino presto per salire sulla collina e visitare gli atelier.
Un tempo Skowhegan era una fattoria funzionante, mentre ora i vecchi granai erano stati convertiti in atelier. Quello che stavo lasciando, dopo un’intensa discussione con alcuni giovani artisti neri, maschi e femmine, portava a un pascolo di mucche. Seduta dolorante in fondo alla collina, vidi nel volto dell’artista nera di cui avevo cercato di raggiungere la porta dell’atelier una delusione incredibile. Quando venne ad aiutarmi espresse preoccupazione, eppure quello che percepii era un altro sentimento. Aveva davvero bisogno di parlare del suo lavoro con qualcuno di cui potersi fidare, che non l’avrebbe affrontato con pregiudizio razzista, sessista o classista, qualcuno il cui intelletto e la cui visione sentiva di rispettare. Quando penso alla mia vita da studente, ricordo vividamente i volti, i gesti e i modi di essere di tutti i diversi insegnanti che mi hanno educato e guidato, che mi hanno offerto l’opportunità di provare gioia nell’apprendimento, che hanno reso la classe un luogo di pensiero critico, che hanno reso lo scambio di informazioni e idee una sorta di estasi. Senza la capacità di pensare criticamente a noi stessi e alle nostre vite, nessuno di noi è in grado di andare avanti, cambiare, crescere, indipendentemente dalla classe, dalla razza, dal genere o dalla posizione sociale di una persona. Nella nostra società, che è fondamentalmente anti-intellettuale, non viene incoraggiato il pensiero critico. La pedagogia impegnata è stata essenziale per il mio sviluppo come intellettuale e insegnante, perché il cuore di questo approccio all’apprendimento è il pensiero critico. Negli ambiti di apprendimento in cui studenti e insegnanti celebrano la propria capacità di pensare in modo critico e di impegnarsi nelle prassi pedagogiche si manifestano le condizioni di un’apertura radicale.
La scelta di andare controcorrente, di sfidare lo status quo, ha spesso conseguenze negative. E questo è parte di ciò che rende tale scelta politicamente non neutra. Nei college e nelle università, l’insegnamento è spesso il meno apprezzato dei nostri numerosi compiti professionali. Idealmente, l’educazione dovrebbe essere tale per cui la necessità di diversi metodi e stili di insegnamento venga considerata importante, incoraggiata, vista come essenziale per l’apprendimento. Durante la mia carriera di insegnante i miei corsi sono stati troppo frequentati per essere efficaci quanto potevano essere. Nel corso del tempo, ho compreso che la pressione dei dipartimenti volta a spingere i docenti “popolari” ad accettare classi più grandi è anche un modo per minare la pedagogia impegnata. Una strategia utile che ho utilizzato è stata quella di incontrare ogni studente delle mie lezioni, anche se solo per breve tempo. Piuttosto che sedermi nel mio ufficio per ore ad aspettare che i singoli studenti scegliessero di incontrarmi o che i problemi si manifestassero, ho preferito programmare pranzi con gli studenti.
La pedagogia impegnata (in una delle sue molte varianti) è davvero l’unico tipo di insegnamento che genera realmente eccitazione in classe, che consente agli studenti e ai docenti di provare la gioia di apprendere.
Questa evidenza si è manifestata nuovamente durante il mio viaggio al pronto soccorso, dopo essere caduta da quella collina. Ho discusso così intensamente delle mie idee con i due studenti che mi stavano portando di corsa in ospedale, che ho dimenticato il dolore che stavo provando. È questa passione per le idee, per il pensiero critico e per lo scambio dialogico che voglio celebrare in classe, che desidero condividere con gli studenti.
È stata la reciproca interazione tra il pensare, lo scrivere e il condividere idee come intellettuale e insegnante che ha dato vita a ogni intuizione presente nel mio lavoro. La mia devozione a tale interazione mi costringe a insegnare in contesti accademici, nonostante la loro difficoltà.
Quando ho letto Strangers in Paradise: Academics from the Working Class, sono rimasta colpita dall’intensa amarezza espressa nelle singole narrazioni. Questa amarezza non mi era sconosciuta. Ho capito cosa intendeva Jane Ellen Wilson quando ha dichiarato: “Conquistare un alto livello di istruzione ha rappresentato per me un processo di perdita di fede”. Ho provato in particolare quell’amarezza nei confronti dei colleghi accademici. Emergeva dalla mia convinzione che così tanti di loro avessero tradito volentieri la promessa di comunione intellettuale e apertura radicale che credo siano il cuore e l’anima dell’apprendimento. Quando sono andata oltre quei sentimenti per focalizzare la mia attenzione sull’aula, l’unico posto nell’accademia in cui avrei potuto avere il massimo impatto, sono diventati meno intensi. Sono diventata più appassionata nel mio impegno per l’arte dell’insegnamento. Viaggio al fianco degli studenti mentre vivono la loro vita al di là della nostra esperienza in aula. In molti modi, continuo a insegnare loro, anche se loro diventano più capaci di insegnare a me. La lezione importante che impariamo insieme, la lezione che ci consente di muoverci insieme all’interno e oltre l’aula, è quella dell’impegno reciproco. Non potrei mai dire di non avere idea del modo in cui gli studenti rispondono alla mia pedagogia; mi danno un feedback costante.
Agli studenti non piace sempre studiare con me. Spesso si sentono sfidati dai miei corsi, e questo li destabilizza molto. Affrontare questo aspetto si è rivelato particolarmente difficile all’inizio della mia carriera di insegnante, perché volevo essere apprezzata e ammirata. Sono stati necessari tempo ed esperienza per capire che i vantaggi della pedagogia impegnata potevano non emergere nella durata di un corso. Fortunatamente, ho insegnato a molti studenti che si sono presi il tempo di ricontattarmi e condividere con me l’impatto del nostro comune lavoro sulla loro vita. E così il mio lavoro di insegnante ottiene riconoscimenti continui, non solo quelli che mi sono stati elargiti, ma anche quelli derivanti dalle scelte professionali degli studenti, dai loro modi di essere.
Ho iniziato questa raccolta di saggi confessando di non aver voluto diventare un’insegnante. Dopo vent’anni di insegnamento, posso affermare di essere spesso più felice in classe, più vicina al Nirvana qui che nella maggior parte delle mie esperienze di vita. In un recente numero di Tricycle, una rivista sul pensiero buddista, Pema Chodron parla dei modi in cui gli insegnanti diventano modelli di vita, descrivendo coloro che più hanno toccato il suo spirito:
[…] i miei modelli erano persone che uscivano dagli schemi convenzionali e che erano veramente in grado di fermare i miei pensieri, aprirmi la mente e liberarla, anche solo per un momento, dal modo convenzionale e abituale di guardare alle cose… Quando ci si prepara per davvero all’impermanenza, alla realtà dell’esistenza umana, si vive sul filo del rasoio e bisogna abituarsi a una realtà di cambiamenti continui. Nulla è certo ed eterno, e non sappiamo cosa accadrà. I miei insegnanti mi hanno sempre spinta ad andare oltre…
Leggendo quel passaggio ho avvertito un’intensa sintonia, poiché in tutti gli aspetti della mia vita ho cercato insegnanti capaci di sfidarmi ad andare oltre ciò che avrei potuto scegliere per me stessa, e attraverso quella sfida mi hanno permesso di sperimentare uno spazio di apertura radicale nel quale sono veramente libera di scegliere, in grado di imparare e crescere senza limitazioni. L’accademia non è il paradiso. Ma l’apprendimento è il luogo in cui è possibile creare il paradiso. L’aula, con tutti i suoi limiti, rimane un luogo di possibilità. In quel campo di possibilità abbiamo l’opportunità di lavorare per la libertà, di chiedere a noi stessi e ai nostri compagni un’apertura di mente e cuore che ci consenta di affrontare la realtà anche mentre immaginiamo collettivamente dei modi di oltrepassare i confini, di trasgredire. Questa è l’educazione come pratica della libertà”.
Fonte il Fatto Quotidiano di F. Q. | 16 Dicembre 2021
Poesie di William Stanley Merwin ,Poeta statunitense
ESERCIZIO
*
Prima dimentica che ore sono
per un’ora
fallo regolarmente ogni giorno
poi dimentica che giorno della settimana è
fallo regolarmente per una settimana
poi dimentica in che paese ti trovi
e esercitati a farlo in compagnia
per una settimana
poi fai entrambe le cose contemporaneamente
per una settimana
con il minor numero di pause possibile
il prossimo passo è dimenticare come aggiungere
o sottrarre
l’ordine non fa differenza
puoi variarlo
dopo una settimana
entrambi ti aiuteranno in seguito
a dimenticare come contare
dimentica come contare
a partire dalla tua età
inizia dal conto alla rovescia
inizia dai numeri pari
inizia dai numeri romani
inizia dalle frazioni di numeri romani
inizia dal vecchio calendario
passando al vecchio alfabeto
continuando con l’alfabeto
finché tutto non sarà di nuovo continuo
prosegui a dimenticare gli elementi
comincia dall’acqua
procedi con la terra
finisci con il fuoco
dimentica il fuoco
—————————————————–
Breve biografia di William Stanley Merwin (1927-2019)-
Poeta statunitense, autore di oltre trenta libri di poesia, traduzioni e prosa. Sostenitore del movimento contro la guerra, si distingueva per lo stile delle sue narrazioni caratterizzate con maestria unica dall’uso del discorso indiretto e assenza di punteggiatura. Vinse il Pulitzer nel 1971 e nel 2009.
Charles-Henri Favrod, Direktor des Fotomuseums “Musee de l’Elysee” in Lausanne, aufgenommen am 13. Maerz 1992 im Park des Museums.
Charles-Henri Favrod è scomparso alle soglie dei novant’anni il «padre» del Museé de l’Elysée di Losanna.
Parigi.Charles-Henri Favrod In un’intervista rilasciata a «Le Temps» nel 2015, aveva detto: «Vi immaginate com’era il mondo prima di duplicarlo, prima di inventariarlo, prima di fotografare ognuna delle cose che lo costituiscono? La gente non aveva idea; come immaginare il Louvre quando si vive ad Angoulême? Ci sono due invenzioni fenomenali nel XIX secolo: la fotografia e la psicoanalisi, due fondamenti».
Scomparso a Morges lo scorso 15 gennaio, quasi novantenne, Charles-Henri Favrod (giornalista, fotografo, scrittore, storico, erudito, collezionista, direttore editoriale) torna qui a sottolineare l’enorme portata del cambiamento che ha travolto il mondo dopo l’invenzione della fotografia, arte alla quale ha dedicato buona parte della sua vita.
Charles-Henri Favrod
Nato a Montreux il 21 aprile del 1927, dopo gli studi umanistici all’Università di Losanna si dedica al giornalismo, sia come reporter per la «Gazette de Lausanne» sia come critico letterario per il supplemento «La Gazette littéraire». È corrispondente di guerra in Indocina e in Algeria, dove si impegnerà attivamente per la decolonizzazione del Paese, tanto da essere poi insignito della Médaille de la Reconnaissance algérienne. Dirige le Éditions Rencontre per le quali si occupa dell’enciclopedia Edma e degli «Atlas des voyages»: sono i primi anni Sessanta e Favrod lavora già in stretto contatto con i fotografi. Diventa responsabile de La Guilde du livre dell’editore Albert Mermoud, e a lui si deve la creazione della Fondation suisse pour la photographie nel 1974. «Ho passato il mio tempo a reclamare un museo della fotografia, prosegue nella stessa intervista, trovavo insensato che non esistesse alcun luogo per presentare la fotografia, e soprattutto per spiegarla. L’inizio delle mie proteste risale agli anni Cinquanta, il museo è nato nel 1985!».
Il museo in questione è il Musée de l’Elysée di Losanna, il primo in Europa a essere consacrato esclusivamente alla fotografia, e costruito su quello che era stato il Cabinet des estampes. «Desideravo esporre i più grandi come i più giovani, nell’idea di costituire una collezione, perché un museo senza collezione è un’assurdità». Nei suoi spazi passeranno le immagini dei più noti autori internazionali, da Capa a Man Ray, da Atget a Henri Cartier-Bresson, da William Klein a Robert Frank a Lee Friedlander.
Charles-Henri Favrod
E quando dopo dieci anni, come previsto dalla legge cantonale, deve lasciare la direzione dell’Elysée, è con qualche dissapore che si separa dalla sua creatura, anche se subito dopo la Fratelli Alinari lo incarica dell’apertura del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari, che avverrà nel 2006. Favrod affida proprio al museo la conservazione della sua sterminata collezione, dalla quale provengono le opere che lui stesso seleziona per «Cento fotografi del XX secolo», la mostra con la quale nel 2007 l’istituzione fiorentina rende omaggio alla sua attività di collezionista. Intanto continuano a susseguirsi attività e pubblicazioni, a ribadire una passione per l’immagine che le sue parole spiegano bene: «La fotografia cattura il mio interesse perché mi fornisce delle informazioni. Desiderio di riconoscere, piacere di guardare. E senza dubbio anche perché essa permette d’ingannare un po’ la morte».
Fiona Sampson -The Nature of Gothic / La Natura del Gotico
Traduzione di Baret Magarian. Intermediazione letteraria di Emilia Mirazchiyska
Fiona Sampson è una poetessa inglese, le cui poesie sono state tradotte in trentotto lingue. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in USA, India ed Europa. Ha pubblicato ventisette libri di poesia e ricevuto un MBE per la Letteratura. È inoltre una critica giornalistica, librettista e traduttrice, ed è stata editor della rivista Poetry Review dal 2005 al 2012. La sua biografia su Mary Shelley La ragazza che scrisse Frankenstein: Vita di Mary Shelley è stato selezionato per il Biographers’ Club Slightly Foxed Prize.
Fiona Sampson
La natura del gotico
Che cosa vuole
questa fredda pietra
reggere questo ponte
nell’aria che
cosa chiede
a noi che veniamo
interrogando
che muoviamo intorno
ai suoi piedi le nostre voci
leccando lo spazio
i nostri desideri fanno
agitare le correnti
in tutta l’aria
che ci chiede di vedere
qualcosa
di stupendo il tetto
del mondo
forse aspetta che
un po’ di gravità
apra in noi
la riflessione
o la risposta ma
la pietra si sposta
senza fine
in se stessa
svanisce
e riappare
come ore che scivolano
via dalla mente
poi riappaiono
avendole noi perse mentre
eravamo persi tra i pilastri del bosco
(Traduzione di Baret Magarian. Intermediazione letteraria di Emilia Mirazchiyska)
The Nature of Gothic
What does it want
this cool stone
span this bridge
on air what
does it ask
of us who come
questioning
who move round
its feet our voices
licking at space
our desires make
currents stir
all up the air
that asks us to see
something
wonderful the roof
of the world
perhaps expects
some gravity
to open in us
reflection
or answer but
stone shifts
endlessly
into itself
it disappears
and reappears
like hours that slip
out of mind
then reappear
having been lost
to us while we
were lost among
the forest’s pillars
FONTE-Residenze Poetiche
Baret Magarianha iniziato la sua carriera come giornalista freelance, scrivendo recensioni e articoli per The Times, The Guardian, The Independent, The Observer e The New Statesman. Ha pubblicato il romanzo Le macchinazioni (Ensemble, 2020) e la raccolta di racconti Melting Point (Quarup, 2017). Ha anche pubblicato una raccolta bilingue di poesie, Scherzando con le tutte mie bestie preferite (Ensembe, 2018).
Commento di Yogesh Patel
Sul lato opposto del fiume nel luogo in cui vivo, alcune pietre antiche sono delimitate da una targa in cui è dichiarato che quelle pietre sono i resti di una proprietà vecchia di centinaia di anni. Le pietre sono grigie e se le trovassimo in qualsiasi sentiero non significherebbero nulla. Tale è il tempo perduto nascosto al loro interno. Fiona Sampson vive a Coleshill, un piccolo villaggio nella valle di White Horse nello Oxfordshire. Lì le case sono tutte risalenti al periodo tra il 1850 e il 1860, in stile Gotico. Così che ogni pietra lì intorno deve custodire in sé storie non dette, come quelle ore sognanti e senza tempo in cui ci porta questa poesia. La poeta suggerisce che le pietre gotiche hanno delle storie da offrirci: “la pietra si sposta / senza fine / in se stessa / svanisce / e riappare”. Come molte altre poesie della Sampson, anche questa si muove rapidamente sul piano dell’effimero, dove le ore “riappaiono / avendole noi perse”. La mancanza di interpunzione è intenzionale. La poeta si muove a proprio agio tra piani di realtà differenti, sentendo tutto come reale, e forse con confini labili proprio come l’interpunzione! La pietra non è solo una pietra. C’è qui un accenno di dibattito sociale. Naturalmente, il titolo riprende il capitolo La natura del Gotico del libro Pietre di Venezia di Ruskin, in cui l’autore discute di come dovrebbe essere ordinata la società. Ma la poesia non si basa sulla filosofia ruskiniana, e prova a emergere dalle tracce degli insediamenti neolitici perduti o dalle costruzioni di epoca romana che si trovano nel luogo in cui vive Fiona Sampson. La storia ci parla da questi versi: “Che cosa vuole / questa fredda pietra”. Il ponte simboleggia l’unione tra i due lati delle ore sognanti di cui si parla nel testo. Questo è lo stupore del Gotico! Noi siamo l’universo e siamo l’ossatura della storia: siamo atomi appartenenti ad entrambe le dimensioni. Tuttavia, abbiamo perso il riflesso o l’immagine di questo. Quando affrontiamo le cose semplici della natura, come le pietre, dobbiamo imparare ad aprirci a questo tipo di realtà così da comprendere meglio la nostra natura. Questa è la sfida lanciata da questa poesia.
Diego Dilettoso-La Parigi e la Francia di Carlo Rosselli
Editore Biblion
Descrizione-Questo saggio ripercorre gli ultimi otto anni della biografia di Carlo Rosselli (1929-1937), che il militante antifascista trascorre principalmente in Francia e, più precisamente, a Parigi. Gli anni dell’esilio non costituiscono per Rosselli soltanto un momento cruciale della lotta antifascista, con la fondazione di Giustizia e Libertà, la pubblicazione del saggio “Socialisme libéral” (Parigi, 1930), la partecipazione in prima persona ai combattimenti della guerra civile spagnola, fino al tragico assassinio, con il fratello Nello, a Bagnoles-de-l’Orne. L’esperienza d’oltralpe permette a Roselli – in misura senz’altro maggiore rispetto agli altri dirigenti dell’antifascismo in esilio – di entrare in contatto con i milieux politici ed intellettuali locali, lasciando tracce significative del suo passaggio e allargando i propri orizzonti culturali sulla Francia, paese al cuore di quella civilizzazione europea che Rosselli concepiva come naturalmente contrapposta alla barbarie fascista.
Uomo politico (Roma 1899 – Bagnoles de l’Orne 1937); antifascista, allievo di G. Salvemini; prof. (fino al 1926) all’univ. Bocconi di Milano e all’Istituto superiore di commercio di Genova, dopo il delitto Matteotti aderì al Partito Socialista Unitario. Fondatore, con G. Salvemini, E. Rossi e il fratello Nello, del foglio clandestino Non mollare!, poi (1926) con P. Nenni della rivista Il quarto stato, fu uno degli organizzatori dell’emigrazione politica antifascista clandestina; per aver aiutato l’evasione di F. Turati, fu confinato a Lipari, dove scrisse Socialismo liberale (pubbl. in Francia nel 1930), revisione teorica del marxismo in funzione di un socialismo democratico. Evaso da Lipari con F. S. Nitti e E. Lussu (1929), riparò in Francia, dove costituì il movimento Giustizia e Libertà, di cui fu la guida fino alla morte. Combattente (1936) nella guerra civile spagnola a fianco delle truppe repubblicane, venne ferito in battaglia; tornato convalescente in Francia, fu assassinato con il fratello Nello (v.) da cagoulards assoldati dal SIM. Le lettere dei due fratelli alla madre, Amelia Pincherle R. (n. 1870 – m. 1937), autrice di commedie e di libri per ragazzi, sono raccolte in Epistolario familiare. Carlo e Nello Rosselli alla madre (1914-1937), a cura di Z. Ciuffoletti (1979)
Gaetano Forno è nato a Venezia nel 1943 e vive a Padova. Laureato in Scienze biologiche, ha pubblicato le raccolte di poesia: Parole d’acqua, Parole d’aria (Edizioni del Leone, 2002); Magistra vitae? (Edizioni del Leone, 2003); Castelli di solitudine (Edizioni del Lleone, 2004); Il tempo e le idee (Edizioni del Leone, 2006); Soto ɫ’ongia de’l Lion, caresse e sgrafoni in Lengua Veneta (Venilia Editrice, 2012). È anche autore di racconti satirici: Racconti Padovani (Casadeilibri Editrice, 2009).
Gaetano Forno,Poeta veneziano-
POESIE
Sera in laguna Sera in Laguna, luci lontane.
L’onda
posa guizzi di luna sulla spiaggia.
Dimenticare
di averti a fianco, incatenare
i desideri,
stringere i pugni, morir dentro!
L’acqua
raccoglie le sue briciole di luna.
Estate Rovente mezzogiorno, deserta, immensa spiaggia,
ginestre d’oro e mirti ed erica selvaggia.
Immobili le foglie, i fiori, il suolo e l’aria,
sorpresi da un’allegra cicala solitaria.
Mare pieno di luce, di scintille profonde,
di riflessi e bagliori che guizzano sull’onde.
Monti lontani, incerti dietro un etereo velo,
sotto di me la sabbia. E m’annego nel cielo.
I miei atomi
——Nessuno
osi opprimere me
dentro una tomba,
odio
che un marmo mi ricopra.
——Non esiliateli
in un buio bidone sotto terra
i miei atomi,
non costruite intorno a loro
inespugnabili prigioni!
——Liberi voglio che volino,
quando più non potrò
tenerli insieme.
——Affidateli
all’allegria del fuoco
i miei atomi
quando
io non avrò più la forza
di goderne, ——liberi
di perdersi nel sole,
di riunirsi alla Terra,
di esplorare gli abissi,
——liberi di nutrire
mille e mille animali miei fratelli,
liberi di sbocciare
negli infiniti variopinti fiori
che dal primo respiro
al mio ultimo giorno
mi hanno
colorato la vita!
——Di me
nulla voglio che resti,
nessuno
deprederà della sua vita un solo
palpito d’erba
per gettarlo a marcire
su un sasso col mio nome.
——Se resterò nel cuore di qualcuno
sarò sempre con lui,
ma se di me si perderà il ricordo
non ne farò tragedie.
——Perché saranno ovunque ci sia vita
i miei atomi
ed io vivrò con loro
eterno,
felice che nessuno mi mandi
a quel paese
perché deve venire a far vedere
di fingere dolore al mio sepolcro
in un nebbioso giorno di novembre.
Aria antica
——Vieni alla spiaggia ad ascoltare il mare,
lontani da rumori e da persone!
Guida sarà la Luna al lento andare,
l’anima nostra l’unica prigione.
——Respireremo insieme l’aria antica
di profumi salmastri e suoni ignoti;
l’onda travolgerà, complice amica,
la sabbia i nostri corpi i gusci vuoti.
——Sulle dune deserte, le parole
del vento e dell’eterna sua canzone
fioriranno in rugiade iridescenti
——e la diafana bruma e le struggenti
chimere di un’effimera illusione
sperderà con i sogni il primo sole.
Ària antiga
——Vien co mi in riva, vien scoltar el mar
via da ferai da ciàcole da rumori!
Farà ciaro la Luna a ‘l chieto ‘ndar,
a ‘l vèrzer la preson de i nostri cuori!
——Ne imbriagaremo de quel‘ària antiga
de odor de salso e sóni sconossui; l‘onda caressarà, rufiana amiga, la sàbia le cape i nostri corpi nui.
——Sora le dune deserte el rosignol
ghe darà fià a la dolse so canson
che la spanirà in rosae da le mile falive
——fin che la bruma lisiera sora le rive
e i sogni de na tìmida ilusion
sfantarà co le so spiere el primo sol.
Notte brasileira
——Convulse città non oltraggiano il buio,
lontane,
non profana umana arroganza
brulicanti trionfi di vita.
——Brividi d’aria di cristallo,
inebrianti profumi che solo
la notte conosce
sublimano sogni
d’innocenze smarrite.
——Invisibili
sussurrare di selva
echeggiano libertà primigenie,
fremiti di paure ancestrali,
memorie di eden perduti.
——Spegne dal cielo d’ebano le stelle
il fulgore dell’alba
e sopisce i rimpianti
la gloria del mattino tropicale.
Kacciatore
——Eroico uccellatore che ami tanto
la Natura
e da trepido amante le esplori a pugni chiusi
i suoi recessi più segreti
reso impavido e audace
dal tenere ben stretto tra le mani
il tuo tonante pene a doppia canna!
——La penetri invasato
e le eiaculi contro,
patetico simulacro di virilità,
chili di pallini da caccia,
tronfio del tuo orgasmo di piombo.
——E ti blateri addosso
penose e inverosimili fandonie
di renderla feconda col tuo sperma di morte,
tu, predatore di Vita
sterminata per sempre, di bellezza
che appartiene anche a me e che mi rapini.
——Quando un altro predone del tuo branco
cieco per il furore di una preda mancata
(chissà, forse un feroce passerotto,
un leprotto assetato di sangue,
un mortale ranocchio o una farfalla
dagli artigli squarcianti)
ben nascosto tra i rami ti ha confuso
con un altro animale e scaricato addosso
tutta la rosa del suo amore per la Natura,
da ogni parte ho sentito l’applauso del Creato,
ho sentito l’applauso della Vita.
Tsunami
——Nulla
e Fuoco ed Aria e Terra ed Acqua
si fusero in armonia di amplessi.
——E fu Vita.
——Fu Eden, ——sottratto da un Dio geloso
a spiriti
bramosi di conoscenza.
——E fu angoscia di menti,
dannate
da un Dio che non vuole rivali
all’infamia del fango.
——E fu l’uomo,
nulla
presuntuoso d’immenso.
——E uomo
e fuoco ed aria e terra ed acqua
si unirono
in amplesso rabbioso.
——E fu Morte.
——Aprirono a gara le borse
a mondarsi dei sensi di colpa
ignoti straniti pasciuti fratelli.
——Sul grasso mare di morte
avvoltoi da ogni cielo.
——E fu festa per tutti.
Fratelli
——Seguivo i tuoi precetti con il cuore,
angosciante profeta dal collare bianco,
tutti li amavo, erano tutti miei fratelli. ——Un mio fratello dalla pelle oliva
ha venduto la morte a mio figlio. ——Ho osato lamentarmi. ——Sei divenuto belva,
mi hai ululato tutto il tuo disprezzo,
mi hai proclamato indegno
di stare tra gli umani.
——Seguivo i tuoi dettami con il cuore,
rombante arringatore dal collare rosso,
e tutti sempre li chiamavo fratelli. ——Un mio fratello dalla pelle scura
mi ha ucciso per due soldi
un amico. ——Ho osato mostrare dispiacere. ——Sei divenuto belva,
mi hai ululato tutto il tuo disprezzo,
mi hai proclamato indegno
di stare tra gli umani.
——Collare bianco,
collare rosso! ——Un fratello dalle occhiaie scavate
ha predato di un pane
voi
per il figlio affamato. ——Vi siete fatti belve,
sbraitato disprezzo,
lo avete detto indegno di stare tra i civili,
invocato spietati la giustizia dell’uomo,
sopra di lui preteso il castigo divino.
——E meno male che era vostro fratello!
Sò in Italia, qua vegno par robar sperando che i me spara do tre colpi. Tanto sempre ghe xe giùdici folpi Che se i me ciapa i me fa rimborsar.
Sò in Italia, doman vago copar sperando che i me spara a più no posso… cussì un cogion de magistrato rosso ancora più de schei me farà dar.
Hanno calpestato il grano
——————Hanno sprezzanti calpestato il grano
————della mia Terra – i figli
——stuprato nelle alcove.
Tu non sapevi.
Hanno strappato come bestie i padri
——————-alle nostre famiglie
————————e li hanno massacrati.
————————————Tu non sentivi.
——————–Le donne hanno violato – noi ragazze
————-verdi gemme appassite, fiori
——-lacerati dall’odio.
Tu non vedevi.
Hanno schernito il sacro Dio degli Avi
———————e spogliato gli altari
————————–e depredato i morti.
———————————Tu non guardavi.
————–Ora la mano ti offrono, ricolma
——-di quell’oro cruento.
E ti brillano gli occhi.
Salvato!
——Agghiacciante frastuono di lamiere,
non un sol osso intatto. ——Il cervello cosparso sulla strada
come burro sul pane. ——Hanno lottato in mille mille giorni
a rappezzar frantumi
da strappare alla Dama con la falce,
hanno gli avanzi, orrendo puzzle, a stento
messo insieme su un letto d’ospedale,
forme vagamente d’umano, inerte tronco
ricamato di tubi, sguardo perso
a ignorarsi nel vuoto,
strazio per gli angosciati genitori
dagli occhi inariditi
presso una cosa ormai per sempre larva
senza speranza di speranza alcuna. ——Gloriatevi,
voi che ne avrete onori ed oro in abbondanza,
gioite per averlo sal-va-to,
per averlo tenuto
in
(come avete il coraggio di chiamarla?
vita?).
Barena
——El sol za quasi sconto
drio de i Coli lontani
el colora de brasa le nùvole più basse.
——L‘àqua la xe un spècio incantà, l‘ora che la speta de tornar indrio
a ciapar fià fora de ‘l porto.
——Na famégia de garze la fùrega co calma tra le barene. ——Gnanca le se tol la pena
de farse in là co rivo,
gnanca le se degna de tirarme
na ociada de scampon.
——Puso pian pian i remi
sora el pelo de l‘àqua,
no me la sento pròpio mi
de far bordelo.
——Se slarga
pigri
i serci drio de i remi
e i rompe el spècio
tuto in giosse d’oro.
Le me ore ——Strighe
fie-morose del tempo
sempre più eterne sempre più che le scampa,
peociose e madone, squinzie e siore!
——Le strissa slimegose, ste malegne
cortesane de i ani
a impaltanar tuti i me passi,
me se rampega indosso onte e bibiose
a strenzar gropi sempre più ingrumai
sora i svoli de i me sogni,
me sbrega via da i ossi ongiada a ongiada longhe striche de vita
una drio staltra.
Campanon
——Ti ga zogà con el me cuor
come se ‘l fusse ‘l toco de quarelo
de ‘l campanon in campielo nostro.
——Ti, massa bela par mi!
Ti ti ridevi, là, co ti saltavi
co le cotolete curte le masegne
e ti vardavi in su co i oci furbi
e ti lassavi desfarse drio de le spale
el to bel coconsin de rissi biondi!
——Ti, massa bela par mi!
Ti ti ridevi, là, co ti saltavi
co le cotolete curte mai sbassae
e ti butavi in su co i oci furbi
do perle de tetine a pena sconte
che le me cavava el fià!
——Ti, massa bela par mi!
Ti ti ridevi, là, in canton de la corte
co le cotolete curte sempre drio
——a mostrar via Venèssia
tra man che le furegava soto e sora
e brassi che cambiava diese volte
par setimana!
——Par ani le cotolete le to tetine i rissi le ridadine i oci furbi
i xe restai drento i più sconti fogi
de ‘l libro de i ricordi,
queli
che più i fa mal da cani co i vien fora.
——No ti ridevi no, ti, staltra sera,
ti, massa bela par mi,
tuta ingrespada su fin sora i oci,
ti, bel fior spampanà!
tuto marogne e rovinassi!
——Bòcolo d’oro, “Restemo boni amighi!” vol dir solo “No te la darò mai gnanca se moro!”
Padova
——Vien su na furia
co ‘l sìndaco se caea zo le braghe
pena che i verze boca daea curia…
——Ma xe permesso, porca eà miseria,
che nissuna question eà sia più seria,
co queo che tuti i dì i ga su de grane,
che ocuparse de quei che i va a putane?
——La ‘sessoressa nostra aeà cultura
co eà parla se ga da ver paura.
Ma pa’ scoltarla ancora pì corajo…
xe del Foscolo infati el Sinque Majo.
——I tempi canbia, i tempi i resta tristi…
Eà nova sindachessa eà ga in odio
sintassi, verde e automobiisti.
——Tuti ai Jardini!
Par amirar coe boche spaeancae
mudande de rumeni e magrebini
tute eà intorno a Gioto ben picae.
——Figuri tristi
che i pesta i roba i spàcia e i te sassina!
Ma a chi protesta i dise su rassisti…
——I te copa i te sbusa i te rapina,
i roba nee boteghe e par le case,
i pesta come bestie, i te sassina,
no ghe xe un zorno che se staga in pase.
——Se vive impaltanai neeà paura,
parfin da lu ‘sessor xe ‘ndai robar!
Ma cossa xe che in giro el va contar?
Che eà sità eà xe pròpio sicura!
——E par mostrar che el xe un gran bon bonbon
el spara che ai Rauni dei Alpini
ze compagno guaìvo un Botejón!
——Sempre guaìvo!
Pai nostri bravi ‘ssessorassi al verde
xe un nemigo mortal n’àlbaro vivo!
——Cossa i te fa sti potacion nostrani?
I buta zo i pì bei a sentenera
e pì i se sbava indosso pì i ze sani!
À la plage
——Viens à la plage, où clair murmure le vent
à l’écart de tout peuple et gênant son!
Copine sera la Lune à nos pas lents,
l’âme, infini jardin, la seule prison.
——Dans nos cœurs glissera charmant l’esprit
des saumâtres parfums jadis connus;
la vague entraînera, complice amie,
le sable les vides coquilles nos corps perdus.
——Sur les dunes éblouies, la gaie chanson
éternelle de la brise matinière
fleurira rosées d’or étincelant
——et la brume diaphane, évanouissant
rempart d’une splendide fuyante chimère,
pâlira, faible rêve, aux primes rayons.
Gaetano Forno,Poeta veneziano-
Gaetano Forno è nato a Padova, dove risiede. Laureato in Scienze Biologiche, è docente alla Scuola Media di Secondo Grado di Padova. È anche scrittore.
“La raccolta di racconti di Gaetano Forno Raccontipadovani (Padova: Casa dei Libri, 2009) narra quadri di vita quotidiana che riproducono le problematiche inerenti al vivere nella società attuale, toccando i più vari ambiti concettuali ed ambientali, in uno stile spesso che spesso alberga spunti satirici brillanti ed intensi, sempre motivati e mai gratuiti. I racconti, pur tanto vari nelle tematiche e nell’ambientazione, riescono a dare al lettore una visione d’insieme interessante che vale la pena di conoscere.”
Redazione DEA SABINA
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Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Descrizione del libro di Susanna Pozzoli -Venetian Way-Marsilio Editori-Un patrimonio di immagini del saper fare veneziano e veneto, uno straordinario omaggio alla città lagunare e alle sue maggiori realtà produttive in terraferma, raccolto in un volume perché non vada perduto e viva oltre i tempi e i modi del momento espositivo. Susanna Pozzoli è qui autrice a tutto tondo, avendo lavorato sia come fotografa sia come autrice dei testi: racconti brevi delle sue esperienze, professionali e umane, vissute nel tempo trascorso nelle ventuno botteghe e imprese artigiane di eccellenza, protagoniste speciali di questo lavoro autoriale. Aprono la pubblicazione una nota di Michelangelo Foundation e la prefazione di Franco Cologni. Un testo introduttivo di Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage Foundation, mette in risalto il valore storico e di patrimonio vivente che queste realtà incarnano per Venezia e il Veneto. La storica dell’arte Barbara Stehle è stata invitata a presentare l’aspetto artistico del progetto Venetian Way, esposto a Homo Faber 2018.
Susanna Pozzoli
Autore SUSANNA POZZOLI, fotografa italiana residente a Parigi, ha curato progetti espositivi di ampio respiro principalmente dedicati al savoir faire artigianale. La sua ricerca personale associa alla fotografia testi e video da lei realizzati. Nel 2018 crea Venetian Way, ampio lavoro esposto alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia per Homo Faber. Nel 2019 è finalista del Premio Fondazione VAF ed espone al Museo MART di Rovereto la serie Casa Costanza. Incontro con Meret Oppenheim.
Conosco Susanna Pozzoli ormai da una decina di anni e trovo difficile collocare il suo lavoro in una tipologia fotografica. Credo che sia importante sottolineare che spesso i suoi lavori raccontano delle storie, in cui ci viene proposto di entrare. Ci interessa riuscire a ravvisare una “metodologia” operativa comune alle diverse storie. È importante qui sottolineare che Pozzoli racconta delle storie ma il suo lavoro nulla ha a che fare con il fotoreportage. Abbiamo, quindi, chiesto a Susanna se c’è un modus operandi comune, che la guida.
Susanna Pozzoli – La dimensione narrativa nel mio lavoro è molto presente ed è un fil rouge che seguo nel processo di lavoro. Molti dei progetti che ho sviluppato sono a cavallo tra la ricerca e la creazione: il racconto di un luogo reale che ho fotografato in un momento specifico, un’evocazione molto libera del suo passato grazie alle tracce che rimangono. Credo che le mie fotografie siano un po’ come uno schizzo che mostra giusto qualche elemento scelto. Non mi pongo mai come unico obiettivo quello di documentare o informare. Non sono né una giornalista, né un’artista che lavora in modo puramente astratto con la fotografia. Allo stesso tempo, mi rendo conto che l’estetica, la composizione, la buona esecuzione sono importanti per me. Sono esigente in questo senso e curo l’esecuzione e la stampa, che realizzo dal 2009 con lo stesso stampatore, Roberto Berné. Questo stare tra le discipline, non semplice per definirsi e a volte complicato anche per chi osserva il lavoro, è per me naturale, innato. Si è definito molto presto, continua a svilupparsi, cambia, ma resta una costante. Non sono alla ricerca della “bella immagine”, né di quella che cruda e diretta cerca una sorta di neutralità. La relazione tra le singole fotografie, il loro ordine, la presenza o meno di testi, di suoni o di oggetti in un’installazione sono fondamentali.
Quando l’idea di un progetto arriva, è sempre chiara e allo stesso tempo complessa e strutturata in più momenti: inizio con una fase di studio e documentazione; segue un periodo di riprese fotografiche, interviste o video, scrittura e si conclude con una lunga fase di selezione, rielaborazione, montaggio e creazione di un volume e/o di una mostra. I progetti sono sempre lunghi, a volte richiedono anni per vedere la luce e ovviamente, creando, incontrando la realtà, tutto prende una forma diversa da quella prevista nei miei progetti teorici elaborati e scritti. Ho sempre più lavori in corso e il ritmo è variabile. Sono lenta, molto, ho bisogno di far riposare le esperienze. Il materiale che alla fine mostro è una piccola parte del lavoro prodotto e scegliere cosa non mostrare per arrivare all’essenza di un racconto è molto importante e non istintivo. In questa fase mi avvalgo dell’occhio fresco e fidato di alcune persone che negli anni sono diventati i miei consiglieri. Ci sono progetti che per mancanza di fondi o per altre ragioni rimangono nel cassetto, sono stati pensati, studiati, fotografati, ma poi restano lì, in attesa del momento propizio o di quell’urgenza personale che li rende prioritari. Inutile dire che non sono legata al concetto di “attualità”.
Lavoro pensando a serie di immagini, quasi sempre correlate da altri elementi. Direi che ogni insieme è un racconto per frammenti.
I soggetti scelti, possono essere legati alla mia storia personale, o interessarmi per la loro unicità. Di solito un’idea diventa insistente e comincio a sondare, a leggere, oppure torno a fotografare lo stesso luogo, a prendere appunti, diventa un pensiero fisso, un asse di ricerca.
Un aspetto che mi interessa è la dimensione corale di ogni esperienza personale, allo stesso tempo unica, irripetibile e condivisibile, spesso simile a quella di altri, spesso legata a molte altre storie coeve. Davanti a un racconto in immagini, spero di risvegliare le emozioni personali di chi osserva. Il legame tra le esperienze umane affettive, la relazione tra persone e luoghi, gli oggetti amati o gli strumenti di lavoro/passione sono le trame del mio lavoro. Raramente includo ritratti nei miei progetti personali, anche se nella mia ricerca la presenza umana è tangibile, oserei dire, sempre presente.
A volte vorrei slegarmi da questo “metodo”. Ho cassetti di fotografie che mi sembrano certo riuscite e “belle”, ma che nell’epoca in cui vivo, dove l’accessibilità al mezzo fotografico è così diffusa, non hanno, per me, molto senso. Non fotografo tutto quello che incontro, non ho sempre la macchina con me (quella è stata una fase di apprendimento), ma quando sono dentro un progetto è un’immersione completa e la notte mi sveglio pensando a cosa devo fotografare.
Dagli anni della mia formazione ho sentito la necessità di delimitare i miei soggetti, di identificare una storia o un luogo da raccontare dandomi però la libertà di farlo con uno sguardo autoriale, libero, che inviti lo spettatore a intuire quello che non si vede. Lettrice appassionata, amo le descrizioni precise, ma asciutte in cui la fantasia del lettore deve cucire tra le parole una propria visione. Questo è quello che cerco di fare con il mio lavoro che negli anni ha abbracciato la scrittura, il video e in alcuni casi è diventato una presentazione multimediale. Nel futuro vorrei diventasse più aperto al caso, alla sperimentazione. Da un po’ faccio esperimenti in questo senso.
Angela Madesani – Vogliamo parlare del tuo recente lavoro, in fieri, Simonne la cui protagonista è una vecchia casa “addormentata” nel centro della città di Doudeville, Seine-Maritime, in Normandia, la capitale del lino. Un edificio che non è più abitato dal 2014 e che dal 1720 è di proprietà della stessa famiglia, i Guérin.
S.P. – I villaggi semi abbandonati nel cuore della Francia sono molti e mi sono sempre piaciutitantissimo. Alcuni dietro a un’apparante povertà mostrano segni di antiche attività, di una presenza importante di persone e beni, di passaggio e dinamismo… Ci sono case abbandonate perché senza eredi, altre per litigi e altre sono semplicemente sospese, in attesa di decidere quello che sarà di loro.
La casa che è diventata la protagonista di questo progetto è proprio nel centro di un paese, poco abitato e fuori dai percorsi turistici in Normandia. Le imposte chiuse, la lunga bottega al primo piano e una bellissima facciata a nord (“pignon nord”) in stile tradizionale, hanno attirato la mia attenzione. Con Delphine Garcia, pittrice che vive nel territorio e lavora spesso a Doudeville, abbiamo notato che in alcuni giorni, la luce del pian terreno era accesa e l’imposta semiaperta… La casa non era quindi abbandonata! Abbiamo deciso di cercare un contatto per entrare in questo edificio e abbiamo infine incontrato il proprietario, nipote dell’ultima residente Simonne Guérin che nel corso della sua vita ha abbandonato i piani superiori, per vivere al pian terreno. La casa è stratificata per epoche. In alto la soffitta, poi i due piani dove hanno vissuto sino agli anni Ottanta e poi il pian terreno dove tutto è più caotico e moderno. Il proprietario ci ha accolte e ha raccontato la storia di questa casa dove è nato e cresciuto e a cui è molto affezionato. Ci ha parlato della sua famiglia, i Guérin, di sua madre e della zia Simonne, che non si è mai spostata, e ha tenuto il negozio aperto sino a quando ha potuto, molto anziana. Era una famiglia conosciuta per la vendita e la confezione di lino. Mi ha edotta sull’evoluzione storica di questa “città” che è stata un centro economico internazionale importante. Qui, proprio in questa piazza oggi sempre deserta, trasformata in un parcheggio senza charme, si affaccendavano i compratori di lino. Un mondo lontano, difficile da immaginare. Il declino di Doudeville è legato alla delocalizzazione della filiale del lino, un grande cambiamento avvenuto durante la prima ondata di mondializzazione. Eppure questo mercato e la sua attività sono documentati da moltissime fotografie e stereo-fotografie di fine Ottocento e inizio Novecento.
Nell’arco di un anno, con Delphine sono ritornata più volte a fotografare. Nella casa “addormentata” tra le ragnatele, troviamo abiti e cappelli per i giorni di festa, ma anche utensili e strumenti da lavoro, bottoni, materie prime e ricordi che si sono andati a perdere tra cose accumulate senza valore, polvere e confusione. Il progetto è stato realizzato in fotografia medio formato a colori ed è un “gioco”: alcuni oggetti sono stati messi in scena, altri sono stati fotografati proprio lì dove li ho trovati. L’idea alla base di questa serie è quella di una visita della casa sotto la guida della defunta Simonne che, secondo me, vive ancora qui sospesa e che ci ha accolte con benevolenza. I giorni spesi a Doudeville, con il cielo grigio in piena estate, la luce bianca e fioca tra i fantasmi del passato, sono stati una fantastica caccia al tesoro.
A.M. – Ancora una volta la storia di una casa, di una famiglia. Forse in tutto questo c’è un legame con la tua vicenda personale, alla quale hai dedicato il libro Passato Prossimo?
S.P. – Passato Prossimo è stato per me estremamente importante. Iniziato insieme alla mia passione per la fotografia, in modo informale e poi negli anni pensato e ripensato, ripreso e abbandonato. Il soggetto è certo legato alla mia famiglia, ma anche alla storia in senso più ampio. Partendo da un salumificio, costruito nel 1954 a Chiavenna, in provincia di Sondrio e quindi dismesso negli anni Ottanta, ho deciso di tracciare il racconto di una storia familiare concentrandomi sulla relazione tra attività di piccola impresa tramandata e nucleo familiare. In filigrana emerge l’attaccamento al territorio che questa eredità ha creato per più generazioni e che si è perso con la mia. La mia famiglia, come molte altre in Italia, ha sviluppato un’attività che è stata tramandata di generazione in generazione. Dal 1872 il salumificio Pozzoli ha seguito le tracce della storia, ritmata dalle guerre, dalle crisi, da povertà e ripresa, dalle divisioni familiari e dalla fratellanza e dal mutuo sostegno. Tutto ciò in un territorio che ha avuto un’importanza storica e internazionale, trovandosi al centro della Mitteleuropa sul confine tra Italia e Svizzera proprio al centro delle Alpi. Con l’apertura del passo del Brennero ha perso centralità, ricchezza, passaggio e forza produttiva. I racconti sono stati raccolti all’interno di interviste audio fatte ai membri della mia famiglia, ai nonni, a persone cha hanno lavorato, al Tiglio, la fabbrica realizzata con piastrelle rosa e essiccatoi in legno, con tutte le guide per l’aria da aprire e chiudere a mano, per i prosciutti crudi e le bresaole. Un luogo che da bambina trovavo magico, con il suo grande giardino dismesso, spazi vuoti, scale… Mio nonno paterno mi portava a giocare proprio lì. Erano momenti di fertile immaginazione nutriti dal suo racconto: “qui c’erano le vasche dove a mano facevano i salami, si mettevano in fila gli operai e…”. Negli anni successivi è mio padre che mi ha accompagnata e ha raccontato tra nostalgia e stupore quel tempo passato. Al Tiglio, le tracce del passaggio di chi ha lavorato, gli utensili dismessi, ganci, pese, ma anche gli elementi dell’ufficio, lampadari, cartoni vuoti, sono stati tra i primi soggetti che ho fotografato. È un mestiere che si lascia indovinare tra la polvere e il silenzio assoluto di questo luogo, con la natura che poco a poco ha conquistato e piegato l’edificio. La possibilità di stare sola con la mia macchina fotografica mi ha regalato momenti di creatività e introspezione.
Ho ripreso in mano questo progetto quando vivevo a New York, nel 2008, ero già stata per molti anni a Parigi e tornavo regolarmente al Tiglio per fotografare, ma è nel contesto di Harlem, lontano dal tessuto familiare che mi sono detta che andava finito. Il lavoro è stato presentato nella sua forma finale nel 2010 con una mostra e una pubblicazione sostenuta dalla Fondazione Credito Valtellinese a Sondrio. In mostra una serie di cassettoni, raccontavano, grazie a montaggi audio, aneddoti e ricordi di lavoro e di vita condivisa. In otto tappe è la storia di una piccola attività e di una famiglia che possiamo vedere. Una selezione di fotografie d’epoca forma dei collages, che fanno da sottofondo alle fotografie in medio formato della fabbrica. Le voci animano una mostra dove le fotografie di questo luogo dismesso comunicano la forza del silenzio e della natura che ora dominano.
Dopo un importante sviluppo negli anni, la cessione dell’attività a un grande gruppo diventato socio, ha creato una cesura anche familiare. Senza un progetto di lavoro perché restare in un paese? Questa è un po’ la conclusione, senza giudizio di questo lavoro. Un’apertura, una perdita, un segno dei tempi?
Il lavoro era tanto, la fatica e l’impegno presenti ogni giorno perché un salumificio non può mai chiudere e ai tempi era il sapere tramandato che permetteva di reagire ai cambiamenti atmosferici per far sì che il prodotto maturasse e fosse pronto per la vendita. Per generazioni le famiglie sono rimaste legate a tradizioni, obblighi e responsabilità a volte pesanti e certamente complesse, ma forti. Il coinvolgimento iniziava da bambini, tutta la famiglia era coinvolta. “Casa” era prima di tutto nella mia famiglia il lavoro vissuto come impegno, tramandato con passione e fonte costante di interesse e attività. La mostra includeva Girotondo, un video composto di Super 8 d’epoca e di una camminata di mio padre dentro il Tiglio dismesso. Un’immersine nel ricorso sulle musiche originali di Ctrl-alt-suppr, un gruppo musicale underground parigino.
A.M. – Ci puoi raccontare la tua storia, gli anni della formazione?
S.P. – Ho iniziato a sognare di viaggiare e fotografare quando ero ragazzina. Dal mio paesino tutto attorniato di montagne questa prospettiva mi sembrava fantastica. Mi affascinavano le macchine fotografiche e cercavo di usare quelle di mio padre di nascosto. Da allora, mi è restata l’idea che ci sia qualcosa di magico nell’atto di fotografare: decidere di inquadrare un luogo, una persona, un oggetto in un certo modo, scegliendo quali dettagli far emergere, cosa includere e cosa escludere in un momento preciso, forse unico, per poi poterlo ritrovare fissato per l’eternità. Ho studiato Lingue e Letterature straniere a Bergamo e ho seguito un corso serale per l’apprendimento di base della tecnica fotografica a colori e in bianco e nero e l’uso del flash. Ho lavorato come fotografa per i matrimoni. Allora, la fotografia era solo analogica e l’apprendimento non era rapido. Oggi mi dico che è stata una bella scuola. Poi ho avuto la bellissima opportunità di frequentare l’Atelier Reflèxe, una scuola indipendente di insegnamento fotografico a Montreuil, appena fuori Parigi, dove ho frequentato fotografi importanti. Ero a Parigi con il progetto Erasmus ma ho deciso di conseguire una doppia laurea. Studiavo storia dell’arte alla Sorbonne, dove ho finito il mio percorso con un master in Multimédia. A Milano sono stata assistente di Ramak Fazel, eccezionale fotografo che allora lavorava molto su commissione per il mondo del design e ho lavorato in diversi archivi, catalogando fotografie. Tutto questo mi ha insegnato a affinare lo sguardo e a sviluppare delle capacità tecniche. Direi che in qualche modo la mia formazione si è conclusa con l’esperienza alla galleria Carla Sozzani di Milano, dove per circa due anni ho partecipato alla creazione di mostre, occupandomi di molti aspetti e apprendendo sul campo come si crea un progetto espositivo, come si struttura la comunicazione, come si lavora in équipe e tutti gli aspetti pratici necessari. Nel 2007 ho lasciato Milano e questo lavoro, con un po’ di follia, mi sono trasferita a New York e ho ricominciato da capo, mettendo la mia creatività al centro, concentrandomi su progetti fotografici e video.
A.M. – Tra i tuoi lavori che prediligo, che trovo più densi di contenuto, è quello che hai dedicato a Meret Oppenheim e alla sua casa di Carona in Svizzera, intitolato appunto Un’estate con Meret Oppenheim. Un’artista, tu, che entra nel luogo dell’anima di una delle più grandi artiste del XX secolo, Meret. È un lavoro in cui sei riuscita a trasmettere perfettamente l’atmosfera di quel luogo, o forse quella che io suppongo essere l’atmosfera di quel luogo: non ci sono mai stata.
S.P. – Barbara Stehle che ha scritto un bellissimo testo per la pubblicazione nella collana della Fondazione VAF Stiftung-Manfredi dal titolo Un’estate con Meret Oppenheim nel 2021, punto finale della mia ricerca, ha definito questo progetto come un omaggio a Meret Oppenheim: mi piace. Forse effettivamente, ho cercato nel lungo processo di creazione di questo volume ispirazione, una guida personale verso la libertà e la forza di autodeterminazione e autonomia che Meret ha incarnato nelle sue scelte di vita e nel suo essere artista. In un certo senso studiandola, parlando di lei con chi bene l’ha conosciuta ho potuto incontrarla e apprezzarne tante sfumature. Lisa Wenger, nipote di Meret è stata il mio principale supporto, con il suo aiuto abbiamo ritrovato le tracce di Casa Costanza nella corrispondenza di M.O. e in numerosi ricordi. Suo fratello Michael e la loro madre Birgit Wenger, cognata di Meret Oppenheim, che ho potuto intervistare, a quasi cento anni, proprio a Carona, si sono prestati al gioco con generosità e apertura. L’architetto Aurelio Galfetti che ha lavorato, quando era molto giovane, fresco di studi con Meret Oppenheim al restauro di Casa Costanza ha condiviso i suoi ricordi. Jacqueline Burckhardt e Bice Curiger amiche intime e collaboratrici negli ultimi anni di vita dell’artista ne hanno fatto un ritratto pieno di vita. Questa vitalità, il gusto leggero ma non lezioso, ironico ma molto attento e profondo di Meret Oppenheim aleggiano in tutta Casa Costanza, un luogo unico, firmato M.O. Si tratta quindi di una casa – opera d’arte totale, Gesamtkunstwerk, che è stata per l’artista un luogo molto importante, rimasto dall’infanzia sino agli ultimi mesi della sua vita, il centro affettivo, l’heimat.
Il progetto è nato dalla mia lettura delle biografie su Meret Oppenheim. Intorno al 2014 il lavoro di Oppenheim e la sua storia, le sue poesie mi hanno catturata, ispirata e incoraggiata a approfondire la sua conoscenza. In Afferrare la vita per la coda di Martina Corgnati un intero capitolo è dedicato a Carona e alla storia unica di Casa Costanza, che ha accolto Meret bambina in un ambiente stimolate, aperto all’arte e alla cultura, per poi essere da lei trasformato e restare per le generazioni future. L’edificio, acquistato nel 1917 dai Wenger, ha una curiosa facciata settecentesca e la casa, su più piani con un giardino interno, si è trasformata nel tempo da casa contadina a palazzetto con passaggi, scale, un ballatoio e un grande soggiorno signorile al primo piano. Nel 1967-68 Meret Oppenheim ha potuto realizzare un suo grande sogno: restaurare e reinventare Casa Costanza trasformandola e modificandola, scegliendo quali pezzi e opere tenere, cosa buttare, cosa valorizzare. Ha eseguito degli interventi pittorici, ha realizzato pezzi di design e scelto il luogo giusto per ogni oggetto. Senza entrare nel dettaglio, direi che Meret ha reso questa casa un insieme particolare, unico e riconoscibile. Per chi ama il suo lavoro ogni angolo parla di lei e della famiglia in cui è nata. Ci sono testimonianze delle sue amicizie, artisti che hanno lasciato a lei o creato proprio qui in vacanza piccoli pezzi dai suoi disegni o ready made, il tutto unito a ricordi della sua infanzia, bellissimi giochi vintage e libri illustrati dell’amata nonna di Meret, Lisa Wenger (omonima della nipote), illustratrice e scrittrice di libri per ragazzi, una donna brillante tra le prime a studiare all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf che ha stimolato e nutrito la creatività della nipote.
Nel mio lavoro le voci delle persone che ho intervistato per raccontare questa storia si intrecciano e le fotografie a colori, realizzate con pellicola medio formato 6×6, non mostrano tanto la casa, la sua architettura quanto le tracce dell’artista surrealista. Il mio desiderio era quello di evocare la sua presenza, di far emergere il suo stile, le sue scelte originali (ancora più se si pensa al periodo storico). Casa Costanza è un luogo privato e vissuto e non un museo. La famiglia rispetta il volere di Meret Oppenheim e le sue richieste: nulla è stato spostato dal 1968, tutto resta in un insieme molto originale e pensato in ogni minimo dettaglio. C’è qualcosa di magico e sospeso, un bel silenzio e tantissima cura.
A.M. – Nel corso degli anni hai fatto anche molti lavori su committenza. Come ti poni in questi due diversi frangenti operativi? Ci sono degli atteggiamenti comuni?
S.P. – Il lavoro su commissione è una parte importante della mia attività e negli anni si è sempre più avvicinato al mio lavoro personale per temi e interessi, anche se restano numerose differenze in termini di metodo, scopo e risultati. Non ho mai preso questo aspetto alla leggera. Sono felice di essere stata scelta per ritrarre o raccontare un determinato luogo, una bottega artigiana, o per fare una documentazione di una realtà. Che sia un ritratto d’attore per un porfolio o un progetto lungo e ambizioso è sempre un’avventura. Va detto che ci sono molte restrizioni da considerare e a volte il committente ha una visione che non sposa totalmente la mia, ma ho sempre messo impegno e passione nel mio lavoro. Da diversi anni ho realizzato il lavoro su commissione quasi esclusivamente in digitale per motivi di costi e tempistiche, nonostante io ami l’analogico.
Ho avuto delle bellissime opportunità che mi hanno permesso di viaggiare e conoscere l’Italia e la Francia, dove vivo da diversi anni, e di fare tantissimi incontri. Cerco nei miei lavori su commissione di proporre una visione, di mettere un po’ del mio modo di guardare il mondo anche nelle fotografie che possono sembrare meno “importanti”. Negli anni, questo mestiere è cambiato moltissimo. Ci vorrebbe troppo tempo per raccontarne l’evoluzione, ma certamente quello che è stato sino all’avvento del digitale e prima della diffusione dei social networks è lontanissimo da ciò che oggi i fotografi fanno come lavoro. Il mondo è cambiato in modo evidente, la fruizione dell’immagine è rivoluzionata, e il mestiere di fotografo è stato stravolto.
Negli anni quello che ha caratterizzato il mio lavoro su commissione è la specializzazione nei mestieri dell’arte, iniziata nel 2010. Fotografo artigiani al lavoro, botteghe, manufatti in produzione per fondazioni quali la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte di Milano, la Michelangelo Foundation di Ginevra, ho lavorato per l’INAM, Istituto Nazionale dei Mestieri d’Arte di Francia, ma ho anche fotografato direttamente per maison tra cui Cartier e per artigiani in tutta Europa. Nel 2018 ho realizzato una mostra, dal titolo Venetian Way, che ha avuto luogo presso la Fondazione Giorgio Cini a Venezia, per la biennale, dedicata all’eccellenza artigiana Homo Faber. Per questo grande progetto espositivo sostenuto da Michelangelo Foundation ho lavorato sul mondo dell’artigianato del Veneto. 21 mestieri scelti, ma fotografati con libertà autoriale piena. Ho scattato in pellicola medio formato e il progetto ha richiesto quasi due anni. Nel 2021, con una diversa selezione e un testo, un racconto che ho scritto per ogni artigiano o realtà, è nato l’omonimo volume pubblicato da Marsilio che racconta le storie dei protagonisti del nobile lavoro dell’artigiano.
Gestire l’agenda tra lavoro personale e commissione non è semplice. Lavorare su commissione resta una bellissima chance che mi ha dato la possibilità di essere autonoma economicamente e di restare legata al mondo del lavoro attivamente. Ho avuto la possibilità di scoprire universi che non avrei mai scoperto seguendo solo i miei interessi Le difficoltà sono, però, molteplici: a volte vorrei proporre un lavoro più originale o avere più comprensione e libertà, molto spesso è la rapidità richiesta e limiti economici a creare forti barriere.
A.M. – Tracce a Montespluga è un progetto iniziato nel 2022 per raccontare un luogo, dovetuo nonno aveva una casa, in un momento storico di cambiamento ambientale, che comporta un profondo mutamento del rapporto tra uomo e territorio. Un altro ambito del nostro contemporaneo di grande interesse.
S.P. – Ti sto scrivendo da quello che per quest’estate sarà il mio studio. Sono a 1908 metri d’altezza sul livello del mare, in Valchiavenna a due passi dal confine con la Svizzera, sulla via dello Spluga. Lo spazio in cui lavoro è un container trasparente che si affaccia sul lago artificiale di Montespluga e le macchine con targhe internazionali rallentano davanti a mia questa grande vetrata, un po’ incuriosite.
Mi trovo in un luogo molto particolare, dove la bellezza naturalistica si confronta da tempi remoti con un forte impatto dell’uomo, il suo controllo e lo sfruttamento delle risorse idriche, geologiche, di pascolo. Il paesaggio è disegnato dal serpente di strada, dalla diga con le sue imponenti sponde. La natura è forte, quasi lunare, tratteggiata dall’erosione del vento e della neve. Per molti anni Montespluga in inverno era ricoperta di neve, c’erano ghiacciai di nevi perenni a pochi chilometri, ghiacciai che oggi si sono sciolti.
Questo luogo è legato a ricordi d’infanzia e per me ha una magia unica. Il clima è mutevole, c’è una fortissima presenza degli elementi: acqua, vento, sole… Tutto è contrastato qui.
Negli ultimi anni i cambiamenti climatici in atto sono sempre più evidenti. La flora, perennemente in evoluzione, si è modificata sensibilmente con la presenza di nuove specie pioniere e una diffusione di larici in altezze che una volta sarebbero state impossibili. Per tutto il 2022 la siccità impressionante ha dato forma a un territorio secco, con colori insoliti per Montespluga: l’erba gialla, le rocce sempre più esposte, zolle secche nella piana del lago… Invece questa estate piogge e freddo insoliti, temporali violenti ritmano le giornate. I pascoli sono verdissimi ma zuppi e a volte insidiosi per il pascolo.
L’idea di questo lavoro è quella di fotografare Montespluga tra il 2022 e 2023 e di raccogliere le impressioni di chi la conosce, abita e vive. La prospettiva scelta è quella della percezione personale più che scientifica, il racconto legato alla flora. È un viaggio sensibile, non una documentazione, anche se per questo lavoro posso contare sull’appoggio di studiosi del clima che mi stanno permettendo di capire esattamente cosa significano le curve sulle precipitazioni, come cambia il terreno, la sua struttura. La collaborazione più importante è quella con Saul Caligari, giardiniere e studioso, grande conoscitore del territorio, che partecipa attivamente al progetto sin dal suo inizio. Alterniamo momenti dedicati alle riprese fotografiche, passeggiate esplorative, interviste e momenti di lavoro a distanza. Inoltre ho il sostegno di Barbara Bonnefoy, professore in psicologia ambientale all’Università di Parigi-Nanterre (Francia), che si occupa in particolare delle reazioni psicologiche che si attivano nei singoli individui e nelle comunità nei confronti dell’ambiente e dei suoi cambiamenti.
Nei mesi di luglio e agosto 2023 lavoriamo a Montespluga. Ho creato degli atelier aperti al pubblico tutti i sabati, raccolgo materiale vintage (vecchie foto, cartoline, pubblicità). Fotografo, intervisto i “caricatori” che hanno portato le mucche in alpe per i mesi estivi e i pochi residenti e i turisti di passaggio. Tutti e tre, Caligari, Bonnefoy e io, insieme dibattiamo di quello che giorno per giorno scopriamo o verifichiamo in termini di flora, rapporti sociali e paesaggio-clima.
L’idea è quella di dare voce a chi questo luogo lo conosce per staccarsi dalla nostalgia e cercare di attivare uno sguardo attento sul presente, prima di tutto sulla flora e sulle condizioni climatiche effettive.
Come sarà Montespluga tra 50 anni? Questa è l’ultima grande domanda che pongo a tutti e che aiuta a osservare il presente per immaginare il futuro.
Una volta terminata la fase di raccolta di tutti materiali, il progetto tornerà completamente nelle mie mani per fare una selezione, rielaborazione e creazione dei contenuti che saranno raccolti in una mostra e spero in una pubblicazione composta di frammenti, in qualche sorta un racconto allo stesso tempo corale e autoriale.
Redazione DEA SABINA
Per la Pubblicazione GRATIS delle vostre Opere ecco tutti i dettagli su come inviare il vostro materiale: Sito-www.abcvox.info
Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
Libro Edito: Foto Copertina( formato Jpg) e Breve Sinossi-
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
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A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
In ricordo della antifascista Gerda Taro,( l’altra metà di Robert Capa)
la prima reporter donna uccisa nella guerra di Spagna.
In ricordo della antifascista Gerda Taro-Ma la lotta di resistenza antifascista non fu appannaggio dei soli uomini come apprendiamo dalle mille testimonianzeche attestano i mille sacrifici ed eroismi delle donne in quel teatro mondiale di lotta al nazifascismo ancor prima che esso si affermasse con i suoi regimi in mezza Europa. Lo testimonia il sacrificio di Rosa Luxemburg , ma anche delle donne della Repubblica spagnola contro il fascista Franco appoggiato da Mussolini ed Hitler. A render pubblico il loro ruolo contribuirono i reporter internazionali antifascisti che con le loro foto testimoniarono tuti gli aspetti di quella sanguinosa guerra civile. Tra essi/e , oggi , in questo luglio 2017, a 80 anni dalla sua crudele morte , vogliamo ricordare, per non dimenticare la bellissima, coraggiosissima nonostante la sua giovane età (26 anni) Gerda Taro, l’altra metà di Robert Capa. Quanto il suo esempio di donna tedesca antifascista e ribelle fosse temuto e lo sia ancor oggi lo testimonia l’accanimento col quale i nazisti di ieri e di oggi cerchino di distruggere il suo ricordo. Durante la seconda guerra mondiale i nazisti profanarono la sua tomba , a Parigi e distrussero l’epitaffio che nessuno ha voluto ricostruire. L’anno scorso nel 2016 , nella sua natìa Germania, fu esposta una mostra di sua fotografie e al termine di quel festival fotografico a Leipzig rimase una grande riproduzione della sua opera. Il 4 agosto 2016, esattamente un anno fa, ignoti hanno distrutto l’opera con della vernice nera. I sospetti sono caduti sulle organizzazioni neo-naziste antisemite che protestano contro la presenza dei migranti. Un accanimento contro la sua memoria che ricorda quello dei nazisti contro quella della rivoluzionaria comunista Rosa Luxemburg . Tra le tantissime foto scattate da lei nella guerra di Spagna ne abbiamo scelte due , la prima quella di un combattente antifascista che cancella l’Arriba Spagna e con il pennello sul muro scrive Arriba Russia, disegnado una falce e martello, testimonianza di come la Rivoluzione d’Ottobre fosse un punto di riferimento dei “proiletari di tutto il mondo”. L’altra è quella di un miliziano repubblicano rannicchiato con il suo moschetto che difende più che con il suo corpo che con il fucile che impugna , la donna che gli sta a fianco, sorridente. Infine la fotyo scattata dal suo compagno di fede e di amore Firedman alias la metà maschile di Robert Capa. Una foto che la vede riposarsi stremata dopo la vittoriosa battaglia di Brunete, appoggiata ad un cippo miliare di una strada.Una stanchezza di chi vive intensamente una vita vissurta pericolosamente al servizio della Rivoluzione. In quel corpo fragile , in quel viso quasi angelico, si nascondeva una grande donna che noi salutiamo a pugno chiuso! Il ricordo della sua vita , rintracciabile anche su wikipedia lo lasciamo all’articolo scritto da un’altra donna, Maria Grazia Giordano Paperi, sul sito librario l’Undici alla pagina http://www.lundici.it/2016/07/gerda-taro-laltra-meta-di-capa/
Di lei vogliamo ricordare un paio di8 libri anche se diverse sono le pubblkicazioni internazionali che la ricordano:” L’ombra di una fotografa” di François Maspero Ed. Archinto. “Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola” di Irme Schaber Ed. Derive Approdi
Portrait of photographers Gerda Taro (1910 – 1937) (left) and Robert Capa (1913 – 1954), 1936. (Photo by Fred Stein Archive/Archive Photos/Getty Images)
Gerda Taro. L’altra metà di Capa
All’alba del 26 luglio 1937 a Madrid, in un ospedale allestito all’Escorial, moriva Gerda Taro, il 1° di Agosto avrebbe compiuto 27 anni.
Al suo funerale, celebrato a Parigi proprio quel 1°di Agosto, parteciparono personalità di spicco della politica e della cultura, mentre una banda suonava la Marcia Funebre di Chopin, una folla di oltre 100.000 persone seguiva il feretro.
Pablo Neruda, fra gli altri, lesse un elogio funebre in memoria di Gerda e Alberto Giacometti realizzò il monumento sepolcrale per la tomba che fu collocata al Père Lachaise, nella zona dedicata ai rivoluzionari.
Negli anni dell’occupazione tedesca e del regime collaborazionista francese il sepolcro di Gerda fu violato e l’epitaffio danneggiato, non fu mai restaurato. La memoria stessa di Gerda per decenni fu smarrita nell’oblio del tempo.
Anni fa ho passato un’intera mattinata alla ricerca di quella tomba, senza successo.
Chi era Gerda Taro? Nacque a Stoccarda nel 1910 con il nome di Gerta Pohorylle in una famiglia della buona borghesia ebraica di origini galiziane. Crebbe a Lipsia, adolescente spensierata, studentessa eccellente. Bella, estroversa, ribelle, il 19 marzo 1933 venne arrestata e imprigionata perchè sospettata di aver partecipato alla distribuzione di volantini antinazisti. Il 30 gennaio di quello stesso anno tale Adolf Hitler era diventato cancelliere, eletto dalla maggioranza del popolo tedesco. Gerta non era, e probabilmente non fu mai, iscritta ufficialmente ad alcuna organizzazione o partito comunista, ma la sua educazione e la sua cultura erano squisitamente laici e di sinistra e la sua natura profondamente rivoluzionaria.
Di quella esperienza di detenzione ci è arrivata la testimonianza di una compagna che racconta come Gerta al suo ingresso in cella si fosse scusata con le altre detenute per il proprio abbigliamento “(…) le SA mi hanno arrestata proprio mentre stavo uscendo per andare a ballare”. Divenne presto la Liebling, l’idolo, delle prigioniere: distribuiva le sigarette che il padre riusciva a farle arrivare, cantava arie americane, insegnava alle compagne parole di inglese e francese, lingue che lei padroneggiava con disinvoltura. Gerta escogitò ed insegnò anche a comunicare con le celle vicine con l’alfabeto dei colpi.
Restò in prigione 17 giorni, salvata anche dal proprio passaporto polacco, dopo il suo rilascio decise, o i suoi genitori per lei, di lasciare la Germania. Alla fine dell’estate del 1933, raggiunse Parigi , come tanti esuli antifascisti italiani o tedeschi.
A Parigi i primi tempi furono duri, sistemazioni di fortuna presso amici o conoscenti, piccoli lavori: ragazza alla pari, segretaria, modella. Parigi era il centro di un’intensa attività artistica, letteraria e politica e molti dei protagonisti erano emigrati come Gerta. Nei caffè che anche lei frequentava si potevano incontrare grandi nomi, Walter Benjamin, Joseph Roth, Ernest Hemingway e personaggi meno conosciuti. Era il settembre del 1934 quando Gerta incontrò un giovane fotografo ungherese, Endre Friedmann, francesizzato in Andrè Friedmann. Fu l’incontro del destino.
Nelle parole di chi conobbe Gerta e Andrè sono descritti belli, affascinanti, traboccanti di vita e intensamente liberi. Dopo il loro incontro si innamorarono, vissero insieme, si separarono, si ritrovarono, non si persero mai di vista.
Gerta si avvicinò alla fotografia e grazie ad Andrè ottenne un impiego fisso all’ agenzia anglocontinentale Alliance di cui, per un anno, fu la factotum, dove perfezionò la tecnica della fotografia e della stampa e imparò a conoscere e trattare il mercato del fotogiornalismo in crescita.
E’ a questo punto che la storia di Gerta e Andrè si confonde alla leggenda.
I due giovani innamorati, ambiziosi, talentuosi e decisi a conquistare il mondo, si inventarono un personaggio, un fotografo americano, ricco, famoso e molto costoso, temporaneamente in Europa. Il personaggio doveva avere un nome, la scelta cadde su Robert Capa, che ricordava il cognome del famoso regista Frank Capra. Pare che l’idea venne a Gerta, magari dopo essersi amati, nell’esaltazione della passione reciproca, o forse dopo una sera al cinema, quando ci si lascia trasportare dai sogni, o dopo qualche bicchiere di vino buono non accompagnato da regolare cena, la vita da giovani bohemien non sempre contemplava pasti regolari.
Anche Gerta cambiò il proprio nome in Gerda, Taro. Entrambi gli pseudonimi avevano il vantaggio di suonare esotici e dall’origine poco riconoscibile.
Lo stratagemma funzionò. Robert Capa nel giro di qualche mese diventò un fotografo richiestissimo e molto apprezzato.
Nel luglio del 1936 scoppiò l’insurrezione franchista, Gerda e Bob si recarono in Spagna. Avevano due macchine fotografiche una Rolleiflex e una Leica, entrambi usavano entrambe, fotografavano la folla, il fermento, le barricate, le milizie, il fronte. Entrambi firmavano indifferentemente le proprie fotografie “CAPA”.
Ritornarono a Parigi e poi diverse volte in Spagna. Il sodalizio professionale e sentimentale era intenso e proficuo. Erano una coppia, ma Gerda rifiutò ripetutamente di sposare Andrè. Voleva “rimanere un essere libero. La sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie”.
Nel Luglio del 1937 i Capa erano ancora in Spagna a documentare la guerra. Andrè doveva rientrare a Parigi per trattare con alcune agenzie e cercare finanziatori per un viaggio in Cina. Gerda rimase a Madrid. Si lasciarono con l’intesa di ritrovarsi a Parigi dopo una decina di giorni. Non si videro più.
Se una foto non è buona non eri abbastanza vicino”. (Robert Capa)
In quei giorni di assenza di Robert Gerda realizzò il suo più importante reportage sulla battaglia di Brunete e fu proprio di ritorno da quel fronte che la giovane fotoreporter perse la vita, era stata troppo vicina. Aveva lavorato intensamente, incurante del pericolo, dopo ore passate in un buco a fotografare aveva terminato i rullini, così aveva trovato un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti.
Inaspettatamente aerei tedeschi attaccarono il convoglio. Un carro armato “amico” perse il controllo e investì l’auto a cui era attaccata Gerda che cadde rimanendo schiacciata sotto i cingoli.
“Avete messo al sicuro le mie macchine? Sono nuove” Chiedeva. Raccontarono che “Durante tutto il trasporto, con le mani sulla pancia, tenne premute le sue stesse viscere”. Si mostrò incredibilmente forte e coraggiosa, ma era ferita molto gravemente. Fu sottoposta a trasfusione e operata. Il medico che l’aveva in cura raccomandò di non farle mancare la morfina per renderle più sopportabili quelle ore. Le ultime. All’alba del 26 Luglio chiuse gli occhi. Per sempre. Ecco dunque chi era Gerda Taro, una giovane donna bella, affascinante, talentuosa e libera che è stata, sia pur brevemente, l’altra metà del grande artista e fotografo celato dallo pseudonimo Robert Capa e poi troppo a lungo fu dimenticata. Più volte Robert Capa raccontò che all’alba di quel 26 luglio 1937 era morto anche lui.
Maria Grazia Giordano Paperi
Gerda Taro i funeraliGerda Taro gettyimages-Gerda Taro
Gerda-Taro-Tomba-originale-1937Gerda Taro-Tomba-attualeGerda-Taro-prima-fotogiornalista-guerra-di SpagnaGerda TaroGerda Taro_Photo Robert CapaGerda Taro a ParigiGerda TaroGerda TaroGerda TaroGerda TaroGerda TaroGerda Taro
Lo Studio di Pirandello ha sede in via Antonio Bosio in un villino costruito intorno agli anni Dieci nell’allora Via Alessandro Torlonia in una zona di Roma immersa nel verde e che ritorna in numerose pagine pirandelliane.
Corrado Alvaro così ricorda il verde che circondava la casa:“Nel mezzo dello studio c’era un divano con le spalle a una grande vetrata che dava, a destra, in un giardino. Il giardino era uno scenario vicino di lauri e di cipressi. Ma oltre a questo verde perenne e grave, che appena imbiondiva al sole di primavera, ci doveva essere qualche grande albero che perdeva le foglie, un platano o una magnolia; ricordo bene a certe stagioni quel fruscìo … È strano che questo fruscìo faccia parte dei miei ricordi su quello studio, e questo sfogliare sia trasferito in un parco anziché fra le carte del letterato”.
L’appartamento è costituito da un ampio soggiorno-studio, da una camera da letto e da una terrazza. L’arredo è quello originale: risale al 1933, quando lo scrittore vi si trasferì al suo rientro in Italia, dopo gli anni trascorsi a Berlino e a Parigi. Parte della mobilia, in stile fiorentino, risale al 1910 e proviene da precedenti abitazioni dello scrittore (una scrivania, due librerie a vetrine, due savonarola). Acquisti successivi furono invece il grande divano, le poltrone, una seconda scrivania, alcune scaffalature e l’intera camera da letto, in stile razionale.
La biblioteca comprende circa 2.000 volumi appartenuti allo scrittore. Lo studio conserva inoltre gli oggetti d’uso, compresa la piccola macchina da scrivere portatile divenuta un inseparabile strumento di lavoro. Tra i quadri figurano quattro opere del figlio Fausto. Numerosi i manoscritti relativi a poesie, romanzi e drammi.
Lo Studio, oltre ad essere il luogo della scrittura (nei primi anni della permanenza in via Bosio, Luigi Pirandello portava a compimento Pensaci Giacomino! e Così è (se vi pare), era anche luogo di conversazione e ritrovo: il divano e le poltrone accoglievano i suoi incontri con i familiari e con le personalità a lui vicine; ricordiamo, tra gli altri, i nomi di Lucio d’Ambra, Silvio d’Amico, Eduardo De Filippo.
Dalla luminosità e dall’ampiezza dello Studio si passa alla sobrietà di una stanza da letto dalle linee essenziali con un terrazzo dal quale, allora, si potevano scorgere i pini di Villa Torlonia. Gli abiti, i cappelli, il bastone, la divisa della Reale Accademia d’Italia sono ancora conservati nell’armadio.
È in questa stanza che il 10 dicembre del 1936 Pirandello muore.
Di quel giorno, Corrado Alvaro ha tracciato pagine indimenticabili:
Noi entrammo in quel suo studio, ed era pieno di gente, ma di gente agitata, in piedi, convulsa, curiosa, che fumava, si chiamava, parlava ad alta voce, come se il padrone di casa l’avesse invitata a un ricevimento e tardasse a entrare. … Entrai nella camera dove egli giaceva. Era come abbandonata, c’era quel silenzio sterminato sul lenzuolo che lo copriva delineando quel corpo di “povero cristo” … E di là, nello studio, quel chiacchiericcio da ricevimento, come aspettando che egli apparisse. … Il giorno seguente, la nebbia infradiciava gli ultimi fiori secchi di quel giardinetto dietro a quel cancello di via Antonio Bosio. Un povero cavallo attaccato al carro dei poveri era fermo sulla strada bagnata .. La bara di abete tinto da poco con una mano di terra bruna, fu collocata sul carro, e i pochi amici rimasero fermi davanti al cancello a vederla partire verso gli alberi brumosi in fondo al viale.
[Le citazioni di Corrado Alvaro sono tratte dalla Prefazione a Novelle per un anno, Arnoldo Mondadori Editore, 1956, pp. 6-41]
indirizzo
Via Antonio Bosio, 13B – 15 00161 Roma Telefono e fax:
+39 06 44291853_
da Lunedì a Venerdì: ore 10.00 – 17.00 solo il Martedì: ore 10.00 – 19.00-
Luigi Pirandello
Biografia di Luigi Pirandello
Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 nella contrada Caos nei pressi di Girgenti (oggi Agrigento) da Caterina Ricci-Gramitto e Stefano Pirandello. La famiglia, di tradizione garibaldina e antiborbonica, è proprietaria di alcune miniere di zolfo. Nel 1886 dopo gli studi liceali compiuti a Palermo, Luigi Pirandello rientra a Girgenti, per lavorare con il padre nella gestione di una miniera di zolfo. Nel 1886 si iscrive all’Università di Palermo, per poi trasferirsi nel 1887 a Roma dove frequenta la Facoltà di Lettere, nel 1889, a causa di un contrasto con Onorato Occioni, professore di Lingua e Letteratura Latina, si trasferisce all’Università di Bonn, dove nel 1891 si laurea in Filologia romanza con la tesi Suoni e sviluppo dei suoni nella parlata di Girgenti.
Intanto ha già esordito come poeta con Mal giocondo (1889) e con Pasqua di Gea (1891), raccolta che dedica a Jenny Schulz-Länder, di cui a Bonn si è innamorato.
Nel 1892, fermamente deciso a dedicarsi alla sua vocazione letteraria, si stabilisce a Roma, dove vive grazie ad un assegno mensile del padre. Nell’ambiente letterario della capitale conosce e stringe amicizia con il conterraneo Luigi Capuana che lo esorta a scrivere narrativa. Compone così le prime novelle e il suo primo romanzo, uscito nel 1901 con il titolo L’esclusa. Non abbandona comunque la poesia: escono nel 1895 le Elegie renane, nel 1901 Zampogna, e nel 1912 Fuori di chiave, la sua ultima raccolta poetica. Nel 1894 sposa a Girgenti, con matrimonio combinato tra le famiglie, Maria Antonietta Portolano, figlia di un ricco socio del padre. Si stabilisce definitivamente a Roma, dove nascono i tre figli Stefano (1895), Rosalia (detta Lietta, 1897) e Fausto (1899).
La vita familiare scorre abbastanza tranquillamente ma a partire dal 1903 l’allagamento della miniera di Aragona condiziona negativamente il tenore di vita familiare, e i disturbi nervosi di Maria Antonietta, fino ad allora latenti, si aggravano. Lo stato di alterazione psichica di Maria Antonietta si riverserà sempre più spesso sulla famiglia. Luigi assiste la moglie fino al 1919, anno in cui la donna verrà ricoverata in una casa di cura (dove resterà fino alla morte nel 1959).
Luigi modifica il rapporto fino ad allora totalmente disinteressato con la letteratura ed inizia una fitta collaborazione con diversi giornali e riviste letterarie. Scrive il romanzo Il turno (edito nel 1902) e lavora ai suoi primi testi teatrali. In opposizione all’estetismo dominante, fonda con Ugo Fleres ed altri amici il settimanale letterario «Ariel», dove tra l’altro pubblica il testo teatrale L’epilogo (poi La morsa). Dal 1898 al 1922 insegna Stilistica presso l’Istituto Superiore Femminile di Magistero di Roma.
Nel 1904 esce a puntate sulla «Nuova Antologia» il romanzo Il fu Mattia Pascal; Pirandello riscuote un tale successo che uno dei più importanti editori di Milano, Emilio Treves, decide di occuparsi della pubblicazione delle sue opere.
Nel 1908 pubblica due saggi, Arte e scienza e L’umorismo, grazie ai quali ottiene la nomina a professore universitario ordinario. L’anno successivo pubblica la prima parte del romanzo I vecchi e i giovani che ripercorre la storia del fallimento e della repressione dei Fasci; la seconda parte uscirà in volume nel 1913. Del 1911 è anche il romanzo Suo marito. Nel 1915 pubblicherà il romanzo Si gira …, ristampato nel 1925 con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Nel 1915 l’Italia entra in guerra e il figlio Stefano parte volontario, presto viene fatto prigioniero nel campo di Mauthausen prima e in quello di Plan poi. La prigionia di Stefano durerà tre anni, il periodo è testimoniato da un intenso scambio epistolare tra padre e figlio.
Gli anni della Grande Guerra, sono vissuti da Luigi ancora più dolorosamente per la perdita, nel 1915, dell’amata madre Caterina.
Nel 1916 e nel 1917 scrive alcune delle più celebri opere in dialetto siciliano poi tradotte in italiano: Pensaci, Giacuminu!, ‘A birritta cu’ i ciancianeddi, Liolà, ‘A giarra; Cappiddazzu paga tuttu, ‘A vilanza, La patente; sempre nel 1917 scrive Così è (se vi pare), Il piacere dell’onestà, L’innesto, Ma non è una cosa seria; nel 1918 – anno in cui viene rappresentato Il giuoco delle parti – esce il primo volume di Maschere nude, titolo sotto cui Pirandello raccoglie i suoi testi teatrali.
Nel 1920 vengono pubblicate Tutto per bene, La Signora Morli, una e due, Come prima, meglio di prima.
Il 1921 è un anno fondamentale per il suo teatro: il 10 maggio la compagnia Dario Niccodemi mette in scena al Teatro Valle di Roma Sei personaggi in cerca d’autore: mentre a Roma la commedia da fare viene accolta tra contrasti, Pirandello raggiunge il grande successo internazionale.
Nel 1921 inizia la stesura di Enrico IV che in una lettera a Ruggero Ruggeri egli stesso definisce una delle sue opere più originali; la tragedia di Enrico IV rappresenta il primo incontrastato successo di Luigi Pirandello. Nel 1922 esce il primo volume della raccolta Novelle per un anno. La sua produzione teatrale prosegue con Vestire gli ignudi (1922), L’uomo dal fiore in bocca (1923), La vita che ti diedi (1923), Ciascuno a suo modo (1924).
Nel 1923 Adriano Tilgher pubblica Studi sul teatro contemporaneo con cui offre la prima interpretazione del teatro pirandelliano in cui chiarisce la presenza nell’opera di Luigi Pirandello del contrasto tra la vita e la forma. A Pirandello inizialmente piacque l’analisi tilgheriana ma nel tempo la ritenne troppo limitante e qualche anno dopo il rapporto tra i due si interruppe.
Nel 1924 Pirandello si iscrive formalmente al partito fascista; l’anno seguente inizia l’esperienza del capocomicato con l’avventura del Teatro d’Arte che durò tre stagioni teatrali, dal 1925 al 1928, prima nella sede stabile del Teatro Odescalchi a Roma poi con l’esperienza della Compagnia nomade che portò nel mondo le innovazioni teatrali dell’autore-regista. Per la serata inaugurale del Teatro d’Arte (2 aprile 1925), Pirandello scelse l’atto unico La Sagra del Signore della Nave composto nel 1924. L’interprete per eccellenza delle sue scene è l’attrice Marta Abba, conosciuta nel 1924 a cui Pirandello resterà legato tutta la vita.
Nonostante l’adesione formale di Pirandello al Partito Fascista, il suo stile di vita ed il pensiero espresso dalla sua arte non erano certo allineati alla “filosofia” fascista, tanto meno lo erano i suoi personaggi; non si può infatti definire Pirandello un intellettuale fascista.
Nel 1926 esce in volume il romanzo Uno, nessuno e centomila al quale l’autore aveva lavorato per molti anni; nel 1926 e nel 1927 scrive Diana e la Tuda, L’amica delle mogli, Bellavita.
Nel 1928, sciolta la sua Compagnia, Pirandello inizia gli anni del suo volontario esilio, Berlino prima, Parigi poi.
La nuova colonia (1928) inaugura l’ultima stagione pirandelliana, quella fondata sui «miti» moderni, che prosegue con Lazzaro (1929) e culmina nell’opera incompiuta I giganti della montagna. Nel 1929, mentre si trova a Berlino, è nominato membro della Reale Accademia d’Italia, parteciperà all’inaugurazione dell’Accademia alla presenza di Mussolini.
Sempre nel 1929 termina la stesura di O di uno o di nessuno e dell’atto unico Sogno (ma forse no), che verrà rappresentato la prima volta a Lisbona nel 1931; nel gennaio del 1930 a Königsberg avrà invece luogo la prima rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto; seguono Sgombero (1931), Trovarsi (1932), nel Quando si è qualcuno (1933). Nell’aprile del 1933 prima proiezione a Roma del film Acciajo, tratto dal regista tedesco Walter Ruttmann dallo scenario di Pirandello Gioca, Pietro! (musiche di Gian Francesco Malipiero). Alla fine del 1933 si stabilisce a Roma in un appartamento in via Antonio Bosio, nella stesso villino alloggia il figlio Stefano con la famiglia. Una volta rientrato in Italia, ritorna ad occuparsi del suo progetto di fondare il Teatro di Stato, un teatro d’arte con una sede stabile; fino alla fine dei suoi giorni sperò – invano – che il Partito lo aiutasse concretamente a realizzare il suo grande sogno.
Nel gennaio 1934, a Braunschweig, va in scena l’opera di Malipiero su libretto di Pirandello La favola del figlio cambiato: nonostante il successo di pubblico e di critica le autorità naziste vietano le repliche dell’opera; nel mese di marzo La favola andrà in scena al Teatro dell’Opera di Roma alla presenza del Duce il quale, irritato, ne proibisce ogni replica.
Nel mese di ottobre Pirandello presiede il IV Convegno della Fondazione Alessandro Volta dedicato al Teatro Drammatico; per l’occasione metterà in scena La figlia di Iorio di d’Annunzio al Teatro Argentina di Roma.
Il 10 dicembre 1934 a Stoccolma gli viene consegnato il Premio Nobel per la Letteratura «per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte del dramma e della scena».
Nel 1935 proseguono i suoi tentativi con il Duce per realizzare un Teatro di Stato che non si farà mai, alla fine del 1935 prima rappresentazione di Non si sa come al Teatro Argentina di Roma.
Nel 1936, deluso dal disinteresse del Partito per il suo grande progetto teatrale, Pirandello si dedica alla promozione di Marta Abba sulle scene americane. Numerosi i viaggi in Italia e all’estero, ma anche i momenti trascorsi con i familiari e gli amici più intimi. In dicembre si ammala di polmonite mentre segue le riprese del film di Pierre Chenal L’homme de nulle part tratto da Il fu Mattia Pascal. Muore nella sua casa di via Antonio Bosio il 10 dicembre 1936.
Tra le sue carte si scoprono le ultime volontà da rispettare. Il giorno dopo la morte, un carro funebre solitario si avvia verso il cimitero del Verano dove il suo corpo verrà cremato. Le ceneri sono conservate al Caos, in una roccia all’ombra del famoso pino solitario non lontano dalla casa natia di fronte al mare africano.
Dina Saponaro – Lucia Torsello, Profilo Biografico,
in Luigi Pirandello, Opere,
a cura di Franca Angelini
Illustrazioni di Mimmo Paladino
Classici Treccani,
I grandi autori delle Letteratura Italiana
Collana diretta da Carlo Maria Ossola,
Istituto dell’Enciclopedia Treccani, Roma, 2012.
MUSEI GRATUITI A ROMA
ROMA- La città eterna offre delle perle di storia e arte senza chiedervi di mettere mano al portafogli. Sono almeno 20 i musei di Roma che prevedono ingresso gratuito tutto l’anno tra cui la collezione privata di Carlo Bilotti, l’imprenditore che ha donato al comune di Roma il proprio “bottino” di opere di DeChirico, Warhol, Rotella e Severini. Anche il museo Napoleonico e della MemoriaGaribaldina, a Roma, sono gratis. Noi però vi consigliamo di visitare lo studio di Pirandello, visto che di arte a cielo aperto farete indigestione a Roma, e considerato che sicuramente avrete scelto di visitare le cose imperdibili come la Cappella Sistina o il Colosseo. E quindi in una Roma “letteraria” e meno iconica e simbolica della sua stessa storia, potete andare a vedere lo studio, che si trova sulla Nomentana, di uno dei maggiori artisti della parola. La casa è stata trasformata in museo e conserva arredi, biblioteca e cimeli originali, così come sono stati lasciati dal Pirandello.
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