David Hevia- Poesie Inedite “La canción del amor”-Rivista Clandestino

 

 

Biblioteca DEA SABINA

David Hevia
David Hevia

David Hevia- Poesie Inedite “La canción del amor”

-Rivista Clandestino-

 

Todavía

Un beso deambula en tus hombros
y es desde su autor a cierta noche
que vas, inédita y pretendida,
adelantándote en cada paso
a lo que hicimos y lo que no.
Y te abrazo para no caer
antes que el despliegue del minuto
pose el gris temor en la ventana,
y no alcanzo a verte desde lejos,
pero amo no verte desde lejos,
porque quien te imaginase lejos
declina este espacio que tributa
el pétalo cobrizo a tus piernas.

Y es desde el dolor de este reproche,
desde el peso reducido a asombros,
que estás, entre uno y otro acorde,
tan quimérica como rendida,
digamos que al borde, aunque vestida,
digamos como yo ya no.
Vamos sin licores esta vez,
que a mi embriaguez le basta tu boca,
escuchar la canción de tu copa
aunque no se entienda con la mía,
cumplir el ritual antes del día
y latir contra tu desnudez.

Ancora

Un bacio vaga sulle tue spalle
ed è dal suo autore in una certa notte
che tu vai, inedita e finta,
precedendo ad ogni passo
ciò che abbiamo fatto e ciò che no.
E ti abbraccio per non cadere
prima che lo svolgersi del minuto
metta la paura grigia nella finestra,
e non riesco a vederti da lontano,
ma amo non vederti da lontano,
perché chi ti immagina lontano
rifiuta questo spazio con cui omaggia
il petalo ramato le tue gambe.

Ed è dal dolore di questo rimprovero,
dal peso ridotto a stupore,
che sei, tra un accordo e l’altro,
tanto chimerica quanto arrendevole,
diciamo sull’orlo, seppur vestita,
diciamo come io non più.
Facciamo a meno dei liquori questa volta,
che alla mia ubriachezza basta la tua bocca,
ascoltare la canzone del tuo bicchiere
anche se non c’è intesa con la mia,
compiere il rituale prima del giorno
e battere contro la tua nudità.

Cárcel de mujeres

Y tú me preguntas
cómo es esto de venir
a enseñar en las celdas.
Yo te contesto de prisa,
antes que el guardia me vea,
pero sobre todo para que tú veas
que lo más triste aquí
no está
en el egoísmo
de la luz natural
ni de la luz artificial.
Tampoco en el disparo reumático
de las regaderas,
ni en los guantos de goma
haciendo su redada en las vaginas,
ni en el sarcasmo uniformado
apuntando a las vaginas,
ni en el gas pimienta
entrando en las vaginas,
ni en las monjas implorando
para que no existan las vaginas.

Hasta la soledad estuvo
antes de llegar aquí.
La pobreza estuvo
antes de llegar aquí.
La pobreza estuvo
con todos sus moretones.
La pobreza estuvo
con todos sus hijos,
aunque aquí
todo se reúne en un segundo
insoportablemente lento.
En un segundo
los dueños del mundo
arman su laboratorio,
su fábrica de la pobreza,
del porvenir de la pobreza,
tan moderna y masificada
que no necesita barrotes.

Y las compañeras
no tienen acá
cómo decirte,
cómo avisarte,
cómo explicarte
que en lugar
de conmiserarte con ellas
entiendas que lo triste
es cuánto se parece
la cárcel a la escuela
donde enseñas,
o al enorme templo votivo
donde se manipula
y se manufactura el futuro:
el cerco de púas
crece frondoso
en las grandes avenidas.

Acá ocurren otras cosas.
Acá llegan los cuchillos,
pero especialmente
-si acaso es distinto-
llegan funcionarios públicos
a inaugurar bibliotecas
con libros de autores
que no trabajan en la cárcel,
pero que en el fondo
comen de la cárcel.
Acá hay buenos libros;
todos sin leer,
igual que allá afuera,
solo que ese afuera
no está muy afuera
y cadavez es menos grande.

Entonces enseñar acá
es compartir
un secreto hermoso
que las compañeras
hacen crecer en las vaginas
para hacer estallar el mundo.
Acá no hay gente
mirando el techo.
Los parientes toman distancia.
La prensa toma fotografías.
El fiscal toma pruebas.
Las gendarmes toman represalias.
El médico toma medidas
para que las presas tomen calmantes.
El perito toma muestras
después de cada suicidio.
La contraloría toma razón
y tú todavía no tomas partido.

Carcere femminile

E tu mi chiedi
com’è venire
a insegnare nelle celle.
Ti rispondo di corsa,
prima che la guardia mi veda,
ma soprattutto perché tu possa vedere
che la cosa più triste qui
non sta
nell’egoismo
della luce naturale
né della luce artificiale.
Né nel colpo reumatico
degli annaffiatoi,
né nei guanti di gomma
che fanno le loro retate nelle vagine,
né nel sarcasmo in uniforme
indicando le vagine,
né nello spray al peperoncino
che entra nelle vagine,
né nelle suore che implorano
perché le vagine non esistano.

Anche la solitudine c’era
prima di arrivare qui.
La povertà c’era
prima di arrivare qui.
La povertà c’era
con tutti i suoi lividi.
La povertà c’era
con tutti i suoi figli,
anche se qui
tutto si risolve in un secondo
insopportabilmente lento.
In un secondo
i padroni del mondo
assemblano il loro laboratorio,
la loro fabbrica della povertà,
del futuro della povertà,
così moderno e massificato
che non ha bisogno di sbarre.

E le compagne
non hanno qui
come dirti,
come avvertirti,
come spiegarti
che invece di
commiserarle
tu capisca che la cosa triste
è quanto è simile
il carcere alla scuola
dove insegni,
o al grande tempio votivo
dove si maneggia
e si manifattura il futuro:
il recinto spinato
cresce rigoglioso
nei grandi viali.

Qui succedono altre cose.
Qui arrivano i coltelli,
ma soprattutto
-semmai è diverso-
arrivano funzionari pubblici
per inaugurare biblioteche
con libri di autori
che non lavorano in carcere,
ma che alla fine
mangiano del carcere.
Qui ci sono buoni libri;
tutti non letti,
proprio come là fuori,
solo che quel fuori
non è molto fuori
ed è sempre meno grande.

Quindi insegnare qui
è condividere
un bellissimo segreto
che le compagne
fanno crescere nelle loro vagine
per far esplodere il mondo.
Qui non c’è gente
che guarda il soffitto.
I parenti prendono distanza.
La stampa prende foto.
Il pubblico ministero prende le prove.
I gendarmi si prendono vendette.
Il medico prende provvedimenti
perché le prigioniere prendano calmanti.
L’esperto prende campioni
dopo ogni suicidio.
L’ufficio di controllo ne prende atto
e tu continui a non prendere posizione.

Al doble arco del alba (inédito)

Cuando no estés aquí, vive desnuda allá
y mírate a destajo… de mí sabrás en ti.

Por ser terco mendigo de la impía belleza
el minuto más mísero me regaló la piel.

Oigo al viento tu nombre dicho en el pétreo eco.
Roca aún en el Rímac, arena en el Pacífico;
Majestad de lacónicas, troyana tras el rapto.

Me quedo con tu sal, mar del amanecer.
Cada pliegue el repliegue de todas mis palabras.
Qué veo, me preguntas. Un semblante de luna,
un susurro de vuelta, una canción en ciernes.

No hay principio del mundo ni es secreto mi beso.
¡Cuánta certeza cabe en la naturaleza!
Los brazos van seguros blandiendo un sacrilegio
mientras se alzan tus senos y la brisa dibuja
de nuevo las mejillas ancladas al cabello.

Que la palabra, en cambio, responda y se haga cargo
de tanto titubeo. Que la palabra muera
si no consigue ser, a través del espejo,
tu arbolada sonrisa, tu silueta en la espuma,
los cristales alados pestañeando al puerto:
piernas que hiciste lecho incendiando el océano.

Roja forma del mundo acicalando sábanas,
planetario sostén convertido en guirnalda.
Jardinea en un sueño la alianza de los labios
y tú me llevas rauda al doble arco del alba
para que sea carne la amada oscuridad.

Despedaza el silencio de cualquier madrugada.
El reloj solo alarma. Haz ya que con tu voz
una ciudadanía despierte entre nosotros,
y haya piel y repliegue, y espuma y mar y beso.

Que siga la palabra tan sorda como muda.
Ella quiere vestirte y yo voy por tus pétalos.

Al doppio arco dell’alba (inedito)

Quando non sei qui, vivi nuda là
e guardati a cottimo… di me saprai in te.

Per essere testardo mendicante di empia bellezza
il minuto più miserabile mi ha regalato la pelle.

Sento nel vento il tuo nome detto nella pietrosa eco.
Roccia ancora nel Rímac, sabbia nel Pacifico;
Maestà di laconiche, troiana dopo il rapimento.

Rimango con il tuo sale, mare del sorgere del sole.
Ogni piega il ripiegamento di tutte le mie parole.
Cosa vedo, mi chiedi. Un volto della luna,
un sussurro di ritorno, una canzone in divenire.

Non c’è inizio del mondo né è il mio bacio segreto.
Quanta certezza c’è nella natura!
Le braccia stanno con sicurezza brandendo un sacrilegio
mentre i tuoi seni si alzano e la brezza disegna
di nuovo le guance ancorate ai capelli.

Che la parola, invece, risponda e si faccia carico
di tanta esitazione. Che la parola muoia
se non riesce ad essere, attraverso lo specchio,
il tuo boscoso sorriso, la tua silhouette nella schiuma,
i cristalli alati che lampeggiano al porto:
gambe che hai reso letto dando fuoco all’oceano.

Rossa forma del mondo agghindando lenzuola,
supporto planetario trasformato in ghirlanda.
Coltiva in sogno l’alleanza delle labbra
e mi porti veloce al doppio arco dell’alba
perché sia carne l’amata oscurità.

Si infrange il silenzio di qualunque alba.
L’orologio allarma soltanto. Fa’ già che con la voce
una cittadinanza si risvegli tra di noi
e ci sia pelle e ripiegamento, e schiuma e mare e bacio.

Che la parola segua tanto sorda quanto muta.
Lei vuole vestirti e io vengo per i tuoi petali.

Nella foto la Petra tou Romiou, conosciuta anche come Roccia di Afrodite. È un faraglione marino a Paphos, Cipro. Secondo la mitologia greca è il luogo dove nacque la dea della bellezza. Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay.

Afrodite nacque donna adulta dalla spuma del mare (secondo Esiodo); crea profonda commozione in tutto ciò su cui si posano i suoi sensi, liberando così anche l’artista come un fiore in sboccio.
È questa consapevolezza che si intuisce nella ricerca che accompagna la vita di David Hevia, come poeta, saggista e fotografo.
La presente raccolta di poesie è un omaggio alla donna, desiderata e ammirata nella sua vastità; come vaso del mondo – contenitrice e insieme giardiniera grazie alla quale esso fiorisce.
Tutto si specchia in lei, lei esprime e incarna ogni cosa. Dalla luna, al bosco, all’oceano, è come se acquisissero profondità attraverso il sorriso, la pelle di una donna. Come se, per parlare dell’universo, uno non potesse fare altro che cercare nella donna l’ampiezza per riuscire a farlo.
O forse è viceversa.
L’amore della canzone è antico, mitologico. Attinge a incertezze confortanti solo per il viaggiatore che riconosce la tessitrice resiliente, la conquistatrice per opposti, il gemito della sirena come l’oltraggio da risanare.

Biografia di David Hevia è poeta, giornalista, professore di filosofia e letteratura e direttore della Società degli Scrittori del Chile. Le sue pubblicazioni di poesia sono “Historia de la Desnudez” (2011), “Anoche el Día” (2015) e “La canción del amor” (2018), oltre a vari saggi e l’ultima pubblicazione è “La luna y las pléyades” (2021), la sua traduzione di Saffo.

RIVISTA clanDestino
RIVISTA clanDestino

 

RIVISTA clanDestino nasce come una sfida di giovani amanti della poesia a Forlì.

Nel 1988 nove ragazzi, tra cui Gianfranco Lauretano e Davide Rondoni, decidono di dar vita alla rivista, proseguendo con nuovo nome e taglio, il lungo lavoro per la poesia italiana che aveva fatto la casa editrice Forum di Forlì di G. Piccari, con la rivista “Quinta Generazione”.
Da quel momento in poi una serie di voci importanti hanno viaggiato con clanDestino; ma non solo grandi nomi, anche tanti poeti e scrittori hanno esordito e si sono incontrati con la rivista e ne hanno tratto spunti per la loro arte.

Fin dall’inizio clanDestino si è distinto per il suo essere in un certo modo, mai neutro né banale, ospitale e attento, vivace compagno di strada che cerca la vita nella vita.

 Direttore responsabile:

Davide Rondoni

 

Direttore: 

Gianfranco Lauretano

Per contattarci, scrivici una mail a questo indirizzo: clanDestino_@outlook.it

Collaboratori

Edoardo Sant’Elia  –  Luca Doninelli  –  Filippo Farkas  –  Valentino Fossati

Francesca Delvecchio  –  Fabio Barone  –  Federica Ziarelli 

Antonietta Gnerre  –  Silvio Guerra  –  Valentina Colonna

Elisabetta Motta  –  Melania Panico  –  Anita Piscazzi  –  Alessia Iuliano

Rossella Renzi  –  Andrea Ulivi  –  Corrado Bagnoli  –  Angelica Grivèl Serra

  Gaia Boni  –  Flaminia Colella  –  Daniele Giustolisi