Cristina Tedde -“Figlia del vento, figlia della noia”- Affiori (Giulio Perrone Editore ) | Rivista L’Altrove-Biblioteca DEA SABINA

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Cristina Tedde -“Figlia del vento, figlia della noia”- Affiori (Giulio Perrone Editore ) | Rivista L’Altrove-

Recensione del libro di Cristina Tedde “Figlia del vento, figlia della noia”, pubblicata nel 2025 per i tipi di Affiori (Giulio Perrone Editore) si configura come un organismo poetico di notevole complessità strutturale, articolato in tre movimenti tematici che delineano una fenomenologia dell’esistenza femminile contemporanea. La silloge, composta da settantadue componimenti numerati, si presenta come un’indagine sistematica sui processi di costruzione e decostruzione dell’identità, conducendo il lettore attraverso un percorso di iniziazione alla conoscenza del sé che trova nelle categorie dell’abbandono, del possesso e dell’appartenenza i suoi assi portanti.

Cristina Tedde

La tripartizione del volume – Senso dell’abbandono, Senso del possesso, Senso di appartenenza – rivela una concezione dialettica dell’esperienza esistenziale, secondo una progressione che dall’esperienza della perdita conduce alla riappropriazione di sé attraverso il riconoscimento della propria collocazione nel mondo. Questa strutturazione richiama inevitabilmente la tradizione del bildungsroman poetico, ma la specificità dell’operazione di Cristina Tedde risiede nella capacità di trasfigurare il dato autobiografico in paradigma universale dell’esperienza femminile.
L’apparato retorico-stilistico si caratterizza per una sintassi prevalentemente paratattica, che privilegia la coordinazione alla subordinazione, creando un effetto di immediatezza espressiva che maschera la sofisticata architettura concettuale sottesa. La poeta adotta sistematicamente il verso libero, con una predilezione per l’enjambement che produce effetti di sospensione semantica particolarmente efficaci nella resa del dato emotivo.

Cristina Tedde

Il Senso dell’abbandono: fenomenologia della perdita

La prima sezione inaugura il discorso poetico con una riflessione metapoetica sulla natura paradossale della guarigione:

A volte corriamo alla ricerca di qualcosa
e quando lo troviamo
ci spaventa l’idea di fermarci.
A volte i malati
semplicemente,
non vogliono guarire.

Questo incipit programmatico introduce il tema della resistenza al benessere come forma di autoconservazione identitaria. La malattia diviene qui metafora di una condizione esistenziale che, pur nella sua negatività, garantisce una forma di riconoscibilità del sé. Il linguaggio, volutamente prosastico, nasconde una riflessione di notevole profondità sulla dialettica salute-malattia, benessere-sofferenza, che attraverserà l’intera raccolta.

Particolarmente significativo appare il componimento XI, nel quale la poeta articola una complessa fenomenologia dell’auto-alienazione:

È strano,
ma io a giorni mi manco tantissimo.
Ed allora mi penso
ma non mi vengo in mente.
Mi cerco
ma raramente mi trovo.
E non trovo nulla
che ricordi qualcosa di me.
Ed allora mi chiamo
ma non rispondo.
E non so mai
quando farò ritorno.
E mi attendo, per poco o tanto tempo.
Dipende.
«Anche a me,
sei mancata moltissimo».
«E come hai fatto?».
«Sono andato su una spiaggia e non c’eri.
Poi dove pioveva spesso,
ma non ti ho trovato.
Tra lenzuola e calici di vino,
ma niente sapeva di te.
Tra concerti jazz e persino negli errori degli altri, ma non mi
sono piaciuti.
In vecchie canzoni,
ma nessuna le conosceva».
«Mi hai cercata anche in una poesia?».
«Sì, ma erano tutte tristi, e non scritte da te».

La strutturazione anaforica (“mi penso”, “mi cerco”, “mi chiamo”) conferisce al testo un ritmo ossessivo che mima il processo circolare dell’autocoscienza. L’uso del pronome riflessivo in funzione oggettuale (“mi manco”, “non mi vengo in mente”) produce un effetto di straniamento linguistico che riflette l’alienazione dell’io da se stesso.

Il dialogo immaginario che conclude il componimento introduce la figura dell’altro come specchio necessario per il riconoscimento di sé:

“«Mi hai cercata anche in una poesia?».
«Sì, ma erano tutte tristi, e non scritte da te».”

Questa conclusione rivela la concezione metaletteraria che sottende l’operazione poetica di Tedde: la scrittura come luogo privilegiato dell’auto-riconoscimento e, insieme, come spazio dell’alterità irriducibile.

Il Senso del possesso: dialettica del potere e della seduzione

La seconda sezione segna una svolta nella dinamica discorsiva, introducendo la dimensione del potere come categoria fondamentale dell’esperienza amorosa. Il componimento XXXI si configura come un autoritratto della donna fatale che dialoga criticamente con la tradizione letteraria del tema:

Quello che brucia negli occhi
ogni qualvolta che ti parlo.
Apparentemente a tutto distratta,
al particolare attenta.
Superba.

La costruzione sintattica, basata su proposizioni nominali giustapposte, produce un effetto di frammentazione che mima la natura sfuggente del soggetto descritto. L’uso dell’aggettivo “superba” in posizione isolata assume valenza programmatica, rivendicando per la soggettività femminile uno spazio di potere tradizionalmente negato.

Particolarmente raffinata appare la metafora marittima del componimento XXXII:

Chi mi ha toccata per davvero,
aveva sempre sabbia fra le dita.
Chi mi ha baciata davvero,
sapeva sempre di sale.

L’iterazione dell’avverbio “davvero” stabilisce una distinzione qualitativa tra esperienza autentica e inautentica dell’amore, mentre gli elementi marini (sabbia, sale) configurano una topografia simbolica dell’esperienza erotica che trova nel mare il suo correlativo oggettivo.

Il componimento XXXV introduce una riflessione di marca ideologica che situa l’esperienza individuale in un orizzonte storico-politico più ampio:

E poco importa che siano parole di Marx,
ma le indosso come la migliore delle vesti.

Questa citazione, apparentemente incidentale, rivela la consapevolezza della poeta rispetto alla dimensione politica della scrittura femminile, configurando la poesia come pratica di resistenza culturale.

Svogliatamente,
ma con la solita classe: sbadiglio.
Attorno, fioriscono e subito appassiscono, passione senza
verità,
verità senza passione,
eroi senza azioni eroiche,
storie senza avvenimenti.
Un’evoluzione, la cui unica molla
sembra essere il calendario.
Con ripetizione costante
degli stessi momenti
di tensione e distensione.
E poco importa che siano parole di Marx,
ma le indosso come la migliore delle vesti.
E in un attimo, pensa,
terminerà anche l’inverno.

Il Senso di appartenenza: geografia dell’identità

La terza sezione segna il momento risolutivo del percorso poetico, articolando una complessa riflessione sul rapporto tra identità e territorio. Il componimento LVIII propone una ridefinizione del concetto di casa in chiave liquida:

Casa,
sinonimo di far pace con tutta una serie
di luoghi, ricordi, persino oggetti.
[…]
Per me casa,
è un elemento liquido
dove la mia anima galleggia.
Fatta per metà di acqua,
e di parole che vi nuotano dentro.

La metafora dell’elemento liquido trascende la dimensione puramente spaziale per configurare uno spazio-tempo della memoria in cui l’identità trova la sua costituzione dinamica. L’immagine delle “parole che nuotano” stabilisce un’equivalenza simbolica tra casa e testo poetico, rivelando la concezione della scrittura come dimora dell’anima.

Il componimento LIX sviluppa una riflessione di stampo quasi filosofico sulla differenza tra regno animale e vegetale, che si configura come allegoria dell’esistenza umana:

L’uomo non risolve, poiché spesso evita.
Si muove male
e spesso in direzioni a lui avverse.
Non comunica.
Intralcia l’evoluzione, ignora.
La differenza sta tutta qui, credo.
Nell’avere qualcosa e non usarlo.

Questa riflessione, che chiude significativamente con il componimento LX (“Nel non avere il cervello, / ma vivere come se lo si avesse”), propone una critica radicale dell’antropocentrismo attraverso il paradosso di un’umanità che possiede le facoltà razionali ma non sa utilizzarle.

Dispositivi stilistici e registro linguistico

Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Tedde si caratterizza per una tensione costante tra registro colloquiale e sublimazione lirica. La poeta adopera sistematicamente il parlato come materiale grezzo da trasfigurare poeticamente, secondo una tecnica che richiama la lezione della poesia americana contemporanea.

Particolarmente efficace appare l’uso del discorso diretto, che spezza la continuità del monologo lirico introducendo effetti di teatralizzazione. Si vedano, a titolo esemplificativo, i dialoghi del componimento XXI:

«Dimmi una cosa a cui somiglio».
«Sei un vento freddo.
Una parola che ancora
non esiste.
Sei l’istante
prima che qualcuno ti sfiori».

La strutturazione dialogica permette alla poeta di sdoppiare la voce poetica, creando un effetto di distanziamento critico che impedisce ogni deriva sentimentale.

Intertestualità e tradizione letteraria

L’opera si inserisce consapevolmente nel solco della tradizione poetica femminile italiana, stabilendo un dialogo serrato con le voci di Alda Merini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque. Tuttavia, la specificità della proposta di Tedde risiede nella capacità di attualizzare questa tradizione attraverso l’incorporazione di elementi linguistici e tematici della contemporaneità.

Particolarmente significativo appare il riferimento a Lucio Battisti nel componimento XXIII:

Potremmo fare dialoghi lunghissimi
utilizzando solo frasi
delle canzoni di Battisti.
[…]
Che poi a me di Battisti
è sempre piaciuto Mogol.
Perché che si dica
la musica senza poesia,
è una donna a metà.

Questa riflessione metaletteraria configura una poetica della citazione che rivendica per la poesia contemporanea il diritto di attingere all’immaginario della cultura di massa, trasformandolo in materiale poetico.

Figlia del vento, figlia della noia è un’opera di notevole maturità stilistica e concettuale, che affronta i nodi fondamentali dell’esperienza femminile contemporanea senza cadere nelle secche del confessionalismo né dell’ideologia precostituita. La forza dell’operazione poetica di Tedde risiede nella capacità di trasfigurare il dato biografico in paradigma universale, articolando una fenomenologia dell’esistenza che trova nella categoria dell’attraversamento il suo principio unificante.

L’attraversamento – geografico, esistenziale, linguistico – diviene infatti la cifra dominante di una scrittura che fa della mobilità e della metamorfosi le proprie categorie fondative. In questo senso, il titolo dell’opera assume valore programmatico: essere “figlia del vento” significa appartenere all’elemento del movimento e del cambiamento, mentre essere “figlia della noia” implica l’accettazione della dimensione temporale dell’esistenza in tutta la sua problematicità.

Il risultato è un’opera che, pur inserendosi nel solco della tradizione lirica italiana, riesce a rinnovarne il linguaggio e le forme attraverso un’operazione di sincretismo culturale che attinge tanto alla tradizione colta quanto all’immaginario della contemporaneità. Una voce, quella di Cristina Tedde, che merita di essere seguita con attenzione nel suo ulteriore sviluppo poetico.

Cristina Tedde

L’AUTRICE

Cristina Tedde, nata in Sardegna nel 1979, attualmente vive a Firenze città dove ha studiato e lavora. Collabora con diverse riviste indipendenti. Da anni, penna di punta del trimestrale Elitism Florence and Tuscany, per cui ha sempre un occhio poetico e mai banale nell’osservare la città e non solo. Sangue nel vento, pubblicato nell’aprile del 2019, per il gruppo l’Erudita, del Gruppo Giulio Perrone Editore, è stato il suo battesimo editoriale. Presente in tante antologie del marchio Affiori e non solo, si mette in gioco nuovamente con questa nuova raccolta di versi.

 

 

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