Tarquinia in “volo” verso Cultura 2028- Articolo di Vincenzo Ceniti-
Tutto comincia alla fine dell’Ottocento, quando il comune di Corneto-Tarquinia riceve da parte del ministero della Pubblica Istruzione l’ok per l’acquisto dell’antico palazzo Vitelleschi da destinare a Museo Etrusco Nazionale. Il ministero è anche disposto – come si legge in una lettera a firma del ministro Paolo Boselli – a concorrere alle spese di acquisto e ai lavori di restauro dell’immobile.
Vincenzo CARDARELLI
In precedenza, dal 1878, i reperti archeologici fino ad allora rinvenuti nelle varie campagne di scavo si trovavano provvisoriamente in un vecchio palazzo dell’Arte Agraria. E’ curioso annotare che al custode di quel museo – come leggo nel periodico locale “Il Procaccia” – viene proibito di ricevere qualunque mancia o regalo dai visitatori.
Il decreto che autorizza l’acquisto di palazzo Vitelleschi per istituirvi il Museo porta la data del 25 settembre 1892 e la firma di re Umberto I. La convenzione per l’istituzione del Reale Museo Archeologico verrà stipulata il 26 novembre 1916. “Il Comune di Corneto-Tarquinia – si legge nel documento – dà in deposito al ministero della Pubblica Istruzione per l’istituendo Museo, le proprie collezioni precedentemente collocate nel Palazzo dell’Università Agraria e, pur conservandone la proprietà si impegna a non più ritirarle per nessuna ragione, né in tutto, nè in parte”. Al ministero viene ceduta l’ala del palazzo Vitelleschi destinata a Museo che verrà inaugurato nel 1924.
VINCENZO CARDARELLI
Oggi Tarquinia (la cittadina si chiama così dal 1922 senza più il doppio nome con Corneto), ospita nei vari ambienti del palazzo Vitelleschi una delle raccolte più prestigiose dell’arte funeraria etrusca, con reperti del mondo orientale: corredi di tombe, vasi di varie fattezze e provenienze, buccheri, bronzi, monili, oreficerie, monete. Inoltre custodisce la ricostruzione di alcune tombe con affreschi “strappati” e restaurati e la mirabile scultura fittile dei “Cavalli alati” (IV sec. a.C.).
“Se non fossi stato presente, quando ero assistente del Soprintendente Pietro Romanelli, al suo rinvenimento nel 1938 presso i ruderi dell’Ara della Regina sul pianoro di Civita – mi disse l’allora direttore del Museo Leonida Marchese (si era nel 1967) – l’avrei scambiata per una scultura rinascimentale, tanto era bella e perfetta”.
Le necropoli etrusche di Tarquinia e Cerveteri sono state premiate nel 2004 col titolo di Patrimonio Mondiale Unesco e si trovano al centro di una vasta area a nord di Roma dove sono venute alla luce preziose testimonianze del periodo etrusco dal X ai IV-III sec. a.C.
Tarquinia, Museo e necropoli Monterozzi
Tutto questo va ricordato dal momento che Tarquinia e le località delle rete della Destination Management Organization Etruskey (Blera, Barbarano Romano, Monte Romano, Montalto di Castro , Allumiere, Canale Monterano, Cerveteri, Civitavecchia, Ladispoli, Santa Marinella, Tolfa) si apprestano a giocare la finale per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028 contro una squadra agguerrita di rivali composta da Anagni, Ancona, Catania, Colle di Val d’Elsa, Forlì, Gravina, Massa, Mirabella Eclano, l’Appia e Sarzana.
Tarquinia(VT)- necropoli di Monterozzi
Il titolo del progetto di Tarquinia è “La cultura è volo”. Il dossier di circa 60 pagine si basa su sviluppo sostenibile del territorio, inclusione sociale, rigenerazione urbana, educazione al patrimonio culturale. Più in generale cultura come volano per il futuro, con l’incentivo della ricerca scientifica e dell’innovazione.
Il programma degli eventi programmati per tutto l’anno con personalità del mondo dello spettacolo, rende omaggio a Vincenzo Cardarelli, poeta e scrittore di Tarquinia (1887-1959), vincitore del Premio Strega 1948 con Villa Tarantola. In precedenza nel 1929 conquistò il Premio Bagutta per il Il sole a picco. Una delle sue creature poetiche più affascinanti è Adolescente che Emilio Greco, amico del poeta, ha immortalato in una scultura del 1979, sistemata davanti al palazzo Vitelleschi.
Cardarelli fu direttore della Fiera Letteraria nel 1949. Dalla raccolta “Il sole a picco” cogliamo quel lampo di gioia che recita “Qui rise l’etrusco, un giorno, coricato cogli occhi a fior di terra, guardando la marina”. Un capolavoro di immediatezza e sintesi a ribadire i valori e i legami di Tarquinia con il popolo raseno, immortalato da quella superba icona che sono i “Cavalli Alati”.
Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano
Tuscia in pillole- Dalle stalle alle stelle articolo di Vincenzo Ceniti-
Articolo di Vincenzo Ceniti–Domanda di un medico della Tuscia a un arzillo vecchietto di Viterbo con sospetta cirrosi epatica: “Lei beve?”. Risposta geniale del paziente in dialetto locale: “Pe’ beva, bevo, ma non bevo come avrebbe da beva!”. La battuta ci introduce nel mondo vinoso dell’oste, sia quello della malora (come lo chiama Amedeo Nazzari nella “Cena delle beffe”), che quello onesto e gentile, simpatico e accogliente.
La sua figura ci intriga e ci ricorda quei ristoratori in pectore dei tempi passati, antesignani degli operatori di oggi, che offrivano cibo e alloggio in taverne spesso equivoche e malsicure ai malcapitati avventori di passaggio. Ai tempi di Mozart e del suo viaggio in Italia, con sosta anche da noi, Viterbo ne contava una decina: Osteria dell’Angelo, Osteria della Luna, Osteria dei Muli, Osteria della Posta, Osteria dei Tre Re. Gli osti gestivano servizi approssimati a prezzi “mobili”, a seconda delle saccocce del cliente, comprensivi magari di prestazioni confacenti da parte di mogli o fantesche.
Ma saremmo ingenerosi se non includessimo tra loro anche quegli onesti operatori dell’accoglienza che con il loro duro lavoro sono saliti in anni successivi a rango di ristoratori qualificati, alla guida di aziende solide e professionali. Sono stati loro a rafforzare il made in Italy, offrendo ambienti confortevoli e pietanze legate ai prodotti del territorio, con l’aggiunta magari di qualche stella al merito culinario. Parliamo degli anni Sessanta-Ottanta del secolo scorso.
“Pellegrino in arrivo in una osteria di Viterbo”, disegno di Alfonso Artioli da rivista Tuscia 30/1983
Ad Acquapendente il ristorante “Milano” gestito dai fratelli Otello e Umberto Squarcia col padre Ottorino, compariva stabilmente nelle guide di tutto il mondo, anche per l’ubicazione strategica sulla Cassia, a metà strada tra Firenze e Roma. L’albo d’oro (composto di ben 30 volumi) era griffato dai più noti vip del tempo, da Eva von Braun a Walt Dysney. Specialità della casa il minestrone (che fece esclamare a Margaret d’Inghilterra “Wonderful!”), i “bichi” con aglio, olio e peperoncino e l’agnello allo scottadito.
A Bolsena le anguille arrosto annegate nella vernaccia, che costarono il Purgatorio dantesco al pontefice Martino IV, si gustavano soprattutto presso il ristorante “Al lago da Amedeo” appostato, vista lago, al termine di viale Colesanti dove oggi si trova il Royal Hotel. Amedeo, gestore e chef autodidatta, era basso e riservato e se ne stava sempre rintanato in cucina.
Est! Est!! Est!!! a parte, Montefiascone vantava tre ristoranti da copertina. Al “Caminetto” di Silvio Fanali si godeva uno dei più bei panorami dell’Alto Lazio con una veduta mozzafiato sul lago di Bolsena. Doppio asterisco per le pappardelle affumicate: bastavano a giustificare un viaggio. “Cesare alla Cavalla” di Cesare Salviati rispondeva con uno spartito stellare, guidato da tortelloni ai funghi e arrosti alla griglia. “Rondinella” (prima maniera ante 1967) gestito da Venanzio Nicolai con la moglie Elena in cucina, partiva dalle fettuccine al “lansagnolo“, dai tordi allo spiedo (allora si poteva) e dal pollo al forno di legna.
A Tarquinia, a fianco del museo archeologico di palazzo Vitelleschi, regnava il ristorante “Giudizi” dei fratelli Giulio e Isauro. Rimangono un sogno i rigatoni all’etrusca, i carciofi della Maremma alla “giudia” e i ferlenghi alla griglia. Furono proprio loro ad aprire alla fine degli anni Quaranta il primo ristorante al Lido col nome di “Nuova Gravisca”.
Pietro Vincenti non aveva rivali a Tuscania col suo ristorante “Al Gallo” in pieno centro storico. Lo costruì subito dopo la guerra al posto di un pollaio. E’proprio il caso di dire “dalle stalle alle stelle”. Nel menu, zuppe di verdure e fagioli, tagliatelle fatte in casa al sugo di lepre, galletti arrosto e sella di agnello ai profumi dell’orto. Il fedele cameriere Ughetto si vantava di aver servito di persona il re di Svezia Gustavo VI Adolfo in occasione delle sue campagne archeologiche nel Viterbese. Il sor Pietro custodiva gelosamente un conto pagato dal sovrano di tasca propria.
A Viterbo, in piazza delle Erbe s’affacciava il ristorante “Antico Angelo” gestito da Gervasio Morini, un faccione rotondo con folte sopracciglia, un po’ calvo e occhioni acquosi inclini alla furbizia. Si era costruito per i clienti un sorriso virtuale di circostanza capace, tuttavia, di improvvisi lampi di spontaneità. Preparava piatti esclusivi: risotto alla Gervasio, spaghetti con crema di cacio e pepe, bollito con le carote viterbesi, agnello alla cacciatora.
Sua maestà il ristorante “Aquilanti” gestito dai fratelli Vittorio e Giuseppe, con le mogli Agostina e Ludovina a presidio della cucina, si trovava a La Quercia al posto della vecchia Osteria del Villaggio avviata dal padre Luigi agli inizi del Novecento. Il locale faceva la differenza per ampi spazi interni, arredamento, guardaroba, bar, servizi igienici adeguati, sala banchetti, salette riservate, sagrestia dei vini, qualità dei camerieri. Clientela vip, da Luigi Einaudi ad Alberto Sordi. Specialità, carne alla brace.
L’antenato del ristorante “Checcarello” a Bagnaia è stato Francesco Serafini (1859-1936) che con la moglie aprì agli inizi del Novecento un’osteria “Vino e Cucina” nella piazza centrale del paese. Una ventina d’anni dopo si trasferì come trattoria nelle scuderie del palazzo ducale di Bagnaia, dove è rimasto fino ad oggi. Dal 1965, per merito del nipote Ubaldo, è un ristorante che s’è fatto largo coi “Tonnarelli alla Checcarello”. Nessuno sa come si facevano e si fanno. Si narra che occorrono salsicce casarecce, burro, parmigiano e pasta di casa tagliata in formato “curiolo”. Oggi lo conduce il pronipote.Nella foto: “Pellegrino in arrivo in una osteria di Viterbo”, disegno di Alfonso Artioli da rivista Tuscia 30/1983
Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano
L’Autore-Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.
Tarquinia, Museo e necropoli Monterozzi sito Unesco-
Tarquinia (Viterbo)-Approfittando della gratuità degli ingressi,Antico Presente propone una visita guidata alla necropoli Monterozzi di Tarquinia, sito UNESCO, con tombe decorate da affreschi che raffigurano banchetti funebri, danzatori, giocolieri, paesaggi, demoni e altre divinità, come fossero delle “fotografie” di 2500 anni fa.
Tarquinia(VT)- necropoli di Monterozzi
L’antica città, conosciuta con il nome di Tarchna, sorgeva nella parte più elevata di un colle poco distante dall’attuale centro abitato, dove oggi si trovano le rovine dell’Ara della Regina, un tempio utilizzato per la celebrazione di riti e preghiere, uno dei più importanti ritrovamenti archeologici di tutta Tarquinia. Tra le rovine di questo grande tempio (del IV secolo a.C.), è avvenuto il ritrovamento di una delle più importanti opere di arte etrusca: la lastra raffigurante i Cavalli Alati (alta 1.15m e larga 1.25m), che insieme ad un’altra raffigurante una biga andata sfortunatamente perduta, ornava il frontone del tempio.
Dell’antica gloriosa città, oggi silenziosa e volta di fronte alle mute necropoli, un tempo la vita scorreva palpitante, tra fiorenti commerci, abili artigiani e generosi raccolti, nell’estasi religiosa e nell’adorazione dei defunti. Il tempo ha tentato di cancellare e imprigionare nei sepolcri le loro gesta e la loro cultura, ma la storia ha salvato i segreti di questa vivace e grandissima civiltà: antica capitale d’Etruria, ricordata come una delle più vaste e potenti città dell’età classica, Tarquinia è la fonte più importante di testimonianze dell’antico popolo Etrusco.
Museo Archeologico Nazionale di TarquiniaTarquinia
Si visiterà la Necropoli di Monterozzi, Patrimonio Unesco, con ciò che resta del popolo villanoviano che proprio qui ha preceduto quello etrusco, per poi proseguire con la conoscenza diretta degli abitanti dell’antica città, all’interno delle loro tombe: i loro volti e quelli dei loro famigliari, vesti che indossavano, la moda, le acconciature, i gioielli e i loro oggetti per entrare nel vivo delle loro abitudini, certezze, paure, rituali e persino in alcuni aspetti della sfera sessuale. Affacciandoci nei profondi ipogei, saranno visibili i vivaci colori, dalla ricchezza di dettagli, ma soprattutto dalle immagini reali di persone, per la maggior parte semisdraiati su triclini, che in atmosfera e abiti festosi, sembrano aver aspettato i visitatori per farli partecipare al loro eterno banchetto, tra musici, giochi e danze. Sono dei preziosi “scatti” di oltre duemila anni, che mostrano con esattezza notizie e consuetudini sconosciute.
La serie straordinaria di tombe dipinte, rappresenta il nucleo più prestigioso della necropoli, che resta per questo aspetto, la più importante del Mediterraneo, tanto da essere definita ‘il primo capitolo della storia della pittura italiana’. L’uso di decorare con pitture i sepolcri delle famiglie aristocratiche, è documentato anche in altri centri dell’Etruria, ma solo a Tarquinia il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo: esso è, infatti, attestato dal VII al II secolo a.C. Le immagini che vi sono riprodotte tendono a ricostruire intorno alla figura del defunto scene che si riferiscono alla sua vita quotidiana quasi a voler sottolineare, riflettendo una credenza comune a tutti i popoli primitivi, la continuità della vita oltre la morte all’interno di quella tomba che ne rappresentava la casa eterna.
La visita prosegue nell’attuale centro storico, prevalentemente medioevale, per raggiungere una delle più belle e interessanti strutture, quella del Palazzo Vitelleschi, realizzato a partire dal XV sec. e attualmente adibito a Museo Nazionale Etrusco. Qui sono custoditi i tesori della Necropoli, i ricchi corredi funebri e sarcofagi, con espressioni artistiche di altissimo livello che spaziano dalla scultura, all’oreficeria e ceramica arricchite persino di oggetti provenienti dalla Grecia e dall’antico Egitto. Vedremo quale poteva essere un corredo funerario principesco, con quali manufatti si preparava un simposio, con quali gioielli venivano decorate le donne, con quale tecnica si simulavano gli oggetti in metallo e con cosa si facevano le protesi dentarie. Si potranno ammirare i volti di pietra nei sarcofagi che mostrano il reale defunto e ci emozioneremo di fronte ai famosi “Cavalli Alati” che sembrano pronti per spiccare il volo, sulle ali del mito.
Visita guidata a cura delle Guide Turistiche di Tarquinia diAntico Presente
Guida: – Sabrina Moscatelli, Guida Turistica dal 2006
Durata: – 3 ore
Appuntamento – Domenica 2 novembre, alle ore 10.00, a Tarquinia.
Il comune di Tarquinia ha attivato un servizio di visita dei monumenti civici a partire dall’Ufficio Turistico sito in Barriera san Giusto, prossimo al parcheggio di Piazza Cavour.
Rivolgendosi all’ufficio è possibile visitare i seguenti monumenti:
Torrione detto della Contessa Matilde di Canossa.
Il torrione è parte di un apparato difensivo voluto dal Cardinale Giovanni Vitelleschi negli anni 1436-1437, a protezione della città in virtù dello spopolamento dell’area di castello.
Chiesa di S. Giacomo (Chiuso nel periodo invernale a partire dal 1 dicembre)
È una delle chiese più antiche di Tarquinia, costruita già nel corso dell’XI secolo ed è situata su uno dei punti panoramici più belli della città. La chiesa costituiva uno dei luoghi di culto di una via pellegrinale che dalla vecchia Aurelia risaliva il costone roccioso settentrionale della città tramite l’accesso alla porta del Fiore.
La chiesa è di dimensioni ridotte, di architettura romanica e presenta una cupola di forma ellittica molto simile ai modelli arabo-normanni palermitani e ad alcune architetture dell’area pisana.
All’interno sono presenti lacerti di affreschi trecenteschi.
Chiesa del Salvatore (Chiuso nel periodo invernale a partire dal 1 dicembre)
Vicina alla chiesa di San Giacomo, la chiesa del Salvatore era un altro punto del percorso pellegrinale che si snodava all’interno dell’abitato medievale. Anch’essa di dimensioni ridotte ed ad un’unica navata, presenta all’interno residui di affreschi nelle pareti laterali, mentre l’abside è decorato da un Cristo Pantocrator risalente al XV secolo, recentemente restaurato. Studi recenti hanno messo in relazione la chiesa ai cavalieri templari, anche in virtù di alcuni simboli presenti sui blocchi di pietra arenaria del perimetro murario della chiesa.
Galleria e Sala delle Feste di Palazzo Bruschi Falgari
Dal 2006 Palazzo Bruschi Falgari è stato oggetto di importanti e continui interventi di restauro con l’obiettivo di trasformarlo nel palazzo della cultura di Tarquinia. Voluto dalla famiglia Bruschi Falgari ad inizio Ottocento, è stato donato nel 1981 al Comune di Tarquinia.
Al piano nobile dal 2021 è ospitata la Biblioteca Comunale. Adiacenti agli ambienti della Biblioteca e recentemente restaurati, sono collocate la galleria e la sala delle feste della famiglia Bruschi Falgari. Sia la Biblioteca che le sale suddette, sono state dipinte a tempera dagli artisti Annibale Angelini e Giuseppe Folchi. Angelini in particolare era un’artista che è stato attivo anche a Roma, a Palazzo Chigi ed al Quirinale, ad Orvieto al Teatro Mancinelli e a Perugia ed è stato uno dei maestri più importanti della scuola romana del XIXI secolo.
Nel sistema di visita tramite bigliettazione sono inserite sia la Galleria che la Sala delle Feste del Palazzo, mentre l’accesso alla Biblioteca è libero e gratuito per tutti.
Importante da sapere!
L’accesso al torrione non è agevole e non è adatto ad utenza disabile carrozzata.
A volte i monumenti ospitano concerti o performance culturali e quindi potrebbero essere soggetti a limitazione della visita.
Presso l’ufficio turistico è attivo un servizio vendita di souvenir, pubblicazioni e articoli da regalo.
Tramite l’ufficio turistico è possibile provvedere anche alla prenotazione del servizio di visita guidata per la città.
ORARI SETTEMBRE 2025
Torrione di Matilde Di Canossa
Palazzo Bruschi Falgari
Chiese S. Giacomo e S. Salvatore
Dal 1° al 7 settembre: tutti i giorni dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 17:30 alle 19:30
Dall’8 al 30 settembre: venerdì, sabato e domenica dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 18:30
Chiesa S. Maria in Castello
Dal martedì alla domenica: 10.00 – 13.00 / 16.00 – 19.00
Domenica ore 11:00 ricorre la Celebrazione Eucaristica
Viviamo d’un fremito d’aria,
d’un filo di luce,
dei più vaghi e fuggevoli
moti del tempo,
di albe furtive,
di amori nascenti,
di sguardi inattesi.
E per esprimere quel che sentiamo
c’è una parola sola:
disperazione.
Dolce, infinita, profonda parola.
Vaga e triste è degli uomini la sorte:
degli uomini che passano
con non maggior fragore d’una foglia
che si tramuta in terra.
Precario stato il loro.
La morte è uno sciogliersi,
non un finire,
e senza tempo, senza memoria
il terrestre viaggio.
Il sole è stanco di contemplare
una tanto monotona vicenda.
Così parlava un monaco
neghittoso e bizzarro,
là, nell’antico Oriente:
piccolo uomo assediato
da immani fantasmi.
O gioventù, innocenza, illusioni,
tempo senza peccato, secol d’oro!
Poi che trascorsi siete
si costuma rimpiangervi
quale un perduto bene.
Io so che foste un male.
So che non foco, ma ghiaccio eravate,
o mie candide fedi giovanili,
sotto il cui manto vissi
come un tronco sepolto nella neve:
tronco verde, muscoso,
ricco di linfa e sterile.
Ora che, esausto e roso,
sciolto da voi percorsi in un baleno
le mie fiorenti stagioni
e sparso a terra vedo
il poco frutto che han dato,
ora che la mia sorte ho conosciuta,
qual essa sia non chiedo. Così rapida
fugge la vita che ogni sorte è buona
per tanto breve giornata.
Solo di voi mi dolgo, primi inganni.
POESIE.
Vincenzo Cardarelli
Editore: Mondadori, Milano, 1942
Prima edizione, 25 aprile 1942. Un volume (20 cm) di 132 pagine. Prefazione di Giansiro Ferrata
POESIE.
Vincenzo Cardarelli
Editore: Mondadori, Milano, 1942
Prima edizione, 25 aprile 1942. Un volume (20 cm) di 132 pagine. Prefazione di Giansiro Ferrata
Il bosco di primavera
ha un’anima, una voce.
È il canto del cuccù,
pieno d’aria,
che pare soffiato in un flauto.
Dietro il richiamo lieve,
più che l’eco ingannevole,
noi ce ne andiamo illusi.
Il castagno è verde tenero.
Sono stillanti persino
le antiche ginestre.
Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole,
danzano le amadriadi.
L’autunno romano tempesta
con furia senile.
E’ Giove che si cruccia
di non poter risplendere
in tutta la sua gloria,
dio irragionevole e antico.
E tuona con fragore
di mobili in isgombero,
lampeggia con improvvise
accensioni di lampadina,
rinnovando in autunno i suoi capricci
primaverili,
e gli alberi si illudono
di rinverdire.
Nume violento e spossato
che, al dolce tempo restio,
poi che passò l’estate
nel caos ci precipita,
per farci rivedere la sua faccia,
di là da questo diluvio,
insostenibilmente luminosa.
Io pago tutto.
Non c’è peccato
ch’io non abbia finora
debitamente scontato.
Ho un organismo vitale
che vuole, contrariamente
al Diavolo di Goethe,
vuole il Bene e fa il Male.
Pensate quale puntualità
e che liste di conti da saldare.
Ai messi del Signore
l’uscio della mia casa è sempre aperto.
E spesso delle loro intimazioni,
prevenendole,
io stesso senz’attenderli
mi faccio esecutore.
Sì che quand’essi giungono
ritto sull’uscio li fermo
e li rimando dicendo:
Amici, sono anch’io
cursore e complice di Dio.
Che dunque venite a fare
se il debito è già pagato ?
Forse è perciò che una donna cattiva
suole dire celiando
ch’io sono un santo e innanzi di morire
farò miracoli.
Talvolta infatti io mi vedo come uno
di quei poveri santi
che sulle tele delle sacrestie
stanno in adorazione della Vergine,
inutilmente aspettando
un suo sguardo.
Ma vi dico, in verità,
che volentieri darei, se pur l’avessi,
una tanto gloriosa vocazione
per un poco d’allegra umanità.
Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
L’alito freddo e umido m’assale
di Venezia autunnale.
Adesso che l’estate,
sudaticcia e sciroccosa,
d’incanto se n’è andata,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d’acque e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d’Ofelia:
tombe sparse di fiori
marci e d’altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v’ho sul cuore adesso più che mai.
Qui non i venti impetuosi e funebri
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di piogge lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l’autunno veneziano.
Così a Venezia le stagioni delirano.
Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.
Che cosa mi colpisce oramai!
Un velo d’ombra di mare
sui monti lontani,
un lembo di nuvola tutelare.
Ma basta levare la testa.
Le cose non stanno che a ricordare.
Piano piano i minuti vissuti,
fedelmente li ritroveremo.
Coraggio, guardiamo.
Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta che io l’abbandoni per sentirti
crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.
La vita io l’ho castigata vivendola.
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudini
e vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all’alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.
Al bar della stazione ci fermiamo tutti per un caffè. Se viaggiando nel tempo fino, ci fossimo fermati alla stazione di Corneto Tarquinia, negli ultimi anni dell’Ottocento, avremmo scambiato due chiacchiere con un certo Antonio Romagnoli. Magari ci avrebbe dato qualche informazione sugli orari dei treni; magari avremmo scambiato qualche chiacchiera in modo distratto, sul governo o sul tempo.
Intanto avremmo visto un bambino giocare da qualche parte e quel bambino è il figlio illegittimo di Antonio Romagnoli e di Giovanna Caldarelli. E quel bambino, di nome Nazareno, nato sfortunato per via di una menomazione al braccio sinistro, nato già solo in un mondo che sembra non avere troppo posto per lui, quel bambino è un poeta, uno di quelli bravi davvero.
Cambierà nome e sarà Vincenzo Cardarelli il poeta che più di tutti ha cantato l’incanto dell’amore, della giovinezza, dell’adolescenza e come il tempo possa travolgerci.
La vita di Vincenzo Cardarelli
Vincenzo Cardarelli (nato Nazareno Caldarelli) nasce nel 1887 in una famiglia di umili condizioni, a Corneto Tarquinia (Viterbo) dove un tempo splendeva la civiltà etrusca: il padre gestisce il bar della stazione ferroviaria e ha una relazione con Giovanna Caldarelli, che ne resta incinta.
Nazareno è un figlio illegittimo e per la madre è difficile riuscire a tirarlo su. Dopo le scuole elementari, lascia gli studi e a diciassette anni si trasferisce a Roma trovandosi a fare i mestieri più vari, ad esempio il correttore di bozze per il giornale l’«Avanti». Era il primo contatto con il mestiere di giornalista che avrebbe iniziato proprio con quel giornale.
La rivista letteraria La Ronda
La sua carriera giornalistica fu intensa in quegli anni e furono molte le collaborazioni di Cardarelli con altri giornali come «Il Marzocco», «Il Resto del Carlino», ecc.
Non partecipò alla prima guerra mondiale poiché riformato e passò invece di città in città (Firenze Venezia, Milano, Lugano…) per poi tornare a Roma dove fu tra i fondatori e direttori della rivista letteraria «La Ronda», di cui fu anche il maggiore esponente e teorico.
La morte
Fu il momento di massima gloria per il poeta, perché poi, nonostante altre importanti collaborazioni, finì mano a mano sempre più isolato e lontano dai riflettori.
Morì in solitudine a Roma nel 1959. È sepolto a Tarquinia, per sua volontà, davanti ai luoghi della civiltà etrusca da lui tanto amata e più volte evocata poeticamente.
VINCENZO CARDARELLI
L’esperienza de «La Ronda» per un ritorno all’ordine
Parlare di Cardarelli richiede una doverosa premessa sulla rivista «La Ronda» e sugli ideali letterari da essa proposti. Dopo gli squilibri e le esagerazioni del Futurismo, dopo la febbre di cambiamento sfociata nella grande guerra, ecco che si avverte l’esigenza di tornare all’ordine e all’armonia.
Roma si candida a nuovo centro della letteratura italiana, scalzando idealmente Firenze (dove erano state fondate le riviste la «Voce» e «Lacerba»).
La rivista «La Ronda», uscita per la prima volta nell’aprile del 1919, con la sua bella copertina color mattone e il disegno di un tamburino che chiama a raccolta, si impone di ritrovare l’ordine perduto e recuperare la misura e l’equilibrio del mondo classico, perseguendo una ricerca stilistica capace di rispecchiare sia l’eleganza e la concretezza della forma, sia la profondità intellettuale.
Antonio Baldini (1889-1962), scrittore, giornalista e saggista italiano, co-fondatore della rivista ‘La Ronda’. Roma, 1950 circa — Fonte: getty-images
Soprannomi dei fondatori
Sono sette i redattori e co-fondatori della «Ronda»: Riccardo Bacchelli (1891-1985), Antonio Baldini (1889-1962), Bruno Barilli (1880-1952), Vincenzo Cardarelli (1887-1959), Emilio Cecchi (1884-1966), Lorenzo Montano (alias Danilo Lebrecht, 1880-1952) e Aurelio Emilio Saffi, segretario di redazione.
I fondatori si chiamano anche «i sette savi» o «i sette nemici» e ciascuno ha un soprannome ironico. Antonio Baldini è Margutte, il celebre goliardo mezzo-gigante che troviamo nel Morgante di Luigi Pulci; Vincenzo Cardarelli detto “pubblicista”, Emilio Cecchi “esquire” (lo scudiero, perché deve difendere i poeti con la sua esperienza nella critica letteraria), Riccardo Bacchelli è “possidente”, Antonio Baldini è “baccelliere in lettere”, Lorenzo Montano è “industriale”, “Bruno Barilli è “compositore”, Aurelio Emilio Saffi è “docente nelle scuole governative”.
Gli obiettivi de La Ronda
Questa rivista non ambisce a creare un’opinione politica, ma vuole solo occuparsi di letteratura. Troppo fresco è il ricordo degli intellettuali interventisti come Pascoli e D’Annunzio o il bellicismo dei poeti futuristi come Marinetti.
Quali sono allora gli obiettivi? Riassumiamo:
Culto dei classici
Gusto aristocratico della letteratura
Ricerca del decoro espressivo
Ordine e misura.
«La Ronda» difende anche l’idea della cosiddetta prosa d’arte e il cosiddetto «capitolo», una prosa descrittiva che punta a creare un frammento compiuto (che è un ossimoro) capace di esprimere controllo e piena chiarezza del dettato.
Queste due forme poetiche rappresentano un’evoluzione particolare della prosa lirica. I modelli letterari di riferimento della prosa «rondista» sono:
Questi sono dei modelli di riferimento, ma i rondisti non sono chiusi in sé stessi, avulsi da quanto è accaduto o sta accadendo nella letteratura europea. La fine della «Ronda» è nel 1922.
Ordine, armonia e disciplina sono diventate parole di propaganda del regime fascista e questo creerebbe una sovrapposizione inammissibile. Si chiude così la sua stagione, in un dignitoso e duro silenzio.
La poetica di Cardarelli
Versi discorsivi
Dopo la premessa con «La Ronda» e i suoi ideali risulta più semplice capire quale sia la poetica di Cardarelli, visto che lui è uno dei co-fondatori della rivista letteraria.
Cardarelli punta a una poesia dove i versi abbiamo uno svolgimento discorsivo che possa mettere in luce i segreti moti psicologici dell’autore; con armonia, ma sempre con urgenza; con un ritmo implacabile, con uno scopo a rivelarsi subito chiaro.
Una poesia che ragiona, come un lungo colloquio dell’anima. Colloquiale ma non per ironia come accadeva ai poeti crepuscolari; prosaica ma non per questo meno ricercata e intimamente lirica. Una poesia, quella di Cardarelli, che è discorso sempre in atto, fluente, vivido.
Le parole di Cardarelli
Dice di sé stesso il poeta:
«che la mia poesia “discorra” non c’è dubbio. Anzi corre precipitosamente allo scopo, con un ritmo che non ammette divagazioni, non concede indugi, quantunque non sempre in modo graduale e pacifico. Più spesso procede per giustapposizione di idee o d’immagini, per rifrazioni di un medesimo concetto che, accennato fin dalle prime sillabe, si svolge, se mi è permesso di dirlo, come un tema musicale. È la mia maniera di esprimermi».
Il tempo: ossessione ed occasione
La soggettività di Cardarelli si spande nel tempo perché il tempo è la tela del suo io, come l’autoritratto non potesse mai davvero finire; se non con la morte, ovviamente. E allora il tempo è ossessione ed occasione insieme. Non interessa tanto il tempo storico, quanto il tempo in cui l’io ha modo di scoprire il suo passaggio silenzioso nell’esistenza.
Il brano Idea della morte
Si legge nel brano Idea della morte (1918), incluso in Viaggi nel tempo (1920):
«Sono turbato dalla sensazione del tempo come un pericolo assiduo. Il desiderio, spesso spropositato in me, di abbandonarmi, è vinto da una vaga inquietudine senza causa, che urge e mi consiglia di levarmi su, presto, come se ad ogni istante si potesse correre il rischio di perdere tutto il tempo in una volta, tutte le probabilità e le occasioni. […] E mentre noi che ne andiamo, ilari e distratti, per la nostra strada, egli ci cammina dietro, e allorché, trasalendo, ci rivolteremo per guardarlo, ci avrà già passati».
Il tema del vagabondaggio
Il tema del tempo si lega a quello dell’occasione perduta e dell’infanzia passata inesorabilmente.
C’è anche il tema del vagabondaggio, spiccatamente autobiografico, perché Cardarelli si percepisce come un uomo sempre messo al bando.
La sofferenza permea ma non spezza il rigore espressivo e logico della poesia di Cardarelli che riesce sempre a trovare la giusta armonia e una mai acquietata dolcezza.
Il concetto di «impassibilità»
Mengaldo sottolinea il concetto di «impassibilità», come capacità di volgere l’ispirazione «indifferentemente su tutte le cose, come si diffonde la luce». E aggiunge che questa definizione dello stesso poeta «chiarisce benissimo le motivazioni del cosiddetto classicismo cardarelliano, in quanto rifiuto delle salienze espressive e dell’esposizione violenta di singoli particolari in nome di un’equa distribuzione dell’energia stilistica su tutta la superficie del testo…» (Poeti italiani del Novecento, 366).
Vediamo alcune delle poesie più rappresentative di questo poeta, cercando di dare un piccolo commento a ognuna. Non serve la parafrasi perché non si parla più in italiano antico!
Abbiamo detto che il tema del tempo è di assoluta importanza per Cardarelli. Lo è per tanti poeti, in verità, se non per tutti. Cardarelli ha comunque un modo tutto suo di esprimerlo: ora dolce, ora terribile; ora occasione, ora rimpianto.
Il tempo è anche il passaggio in cui la realtà si rinnova. Come se fossimo in un sonetto della corona dei mesi, Cardarelli sceglie di parlarci di febbraio, il mese più corto dell’anno, un mese piccolo e sempre bambino.
Febbraio
Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.
Cardarelli innamorato
L’amore è il tema dei poeti: quanto è difficile parlarne? Quanto è difficile scriverne? Scommetto che tutti ci abbiamo provato ad esprimere questo sentimento su carta per poi capire che non ne siamo capaci.
Compito sopraffino da lasciare ai poeti, che parlano per noi tutti. In questa poesia Cardarelli si accorge di essersi innamorato: se ne accorge dallo sguardo di lei triste e felice a un tempo.
Nella mancanza di lei, come in un provenzale “amore da lontano”, il poeta si agita e pensa a cosa sta accadendo e a come quel sentimento, come un uccellino si sia aggrappato ai rami del suo cuore.
Amore
Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei cosí m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
piú e piú insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita,
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, piú per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
L’addio
Gli amori dei poeti di norma finiscono tutti. Ma come è dolce il finire delle cose, a volte, quanto è strano di colpo capire che qualcosa è finito. Sotto i nostri occhi, d’improvviso.
E qualcosa si spezza in noi e quella vita, quella possibilità, quella promessa di giorni felici svanisce per sempre. Resta solo il ricordo, amaro, poi magari più dolce e sbiadito, come una luce che passa attraverso le tende. In questa poesia l’addio è netto, deciso: «Non mi lasciasti nessuna speranza», dice Cardarelli.
Ed è così che di lei resta solo lo spettro, un compagno silenzioso e fastidioso; quel silenzio è un baratro dove l’assenza sembra chiamare a sé ogni cosa.
Crudele addio
Ti conobbi crudele nel distacco.
Io ti vidi partire
come un soldato che va alla morte
senza pietà per chi resta.
Non mi lasciasti nessuna speranza.
Non avevi, in quel punto,
la forza di guardarmi.
Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro,
assiduo compagno, il tuo silenzio
pauroso come un pozzo senza fondo.
Ed io m’illudo
che tu possa riamarmi.
E non fo che cercarti, non aspetto
che il tuo ritorno,
per vederti mutata, smemorata,
aver noia di me che oserò farti
qualche amoroso e inutile dispetto.
Nostalgia e rimpianto
Nascono ombre smisurate da corpi troppo brevi, perché breve è il loro passaggio nel tempo. I ricordi sono così: uno «strascico di morte».
Con una metafora truce e dolorosa, Cardarelli ci porta nella dimensione della nostalgiae del rimpianto che l’amore genera in lui. I ricordi sono «fantasmi agitati da un vento funebre», per riprendere l’immagine dello spettro della poesia precedente, cara al poeta.
La donna amata è un ricordo e quindi, implicitamente, uno spettro che si aggira nella memoria del poeta (la parola «trapassata» si usa infatti per i morti).
L’ultimo sussulto della storia, prima del commiato, è nella consapevolezza che il tempo raggiunge ogni cosa e che l’amore è un fuoco che brucia e agita quel tempo, breve, concesso alla vita.
VINCENZO CARDARELLI
Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Amore e solitudine
“Attesa” è giustamente una delle poesie più famose di Cardarelli, per dolcezza, malinconia e finanche lieve candore delle immagini. Come nei poemi cavallereschi l’amore è una ricerca attiva o passiva: possiamo andare incontro all’amata come il furioso Orlando di Ariosto o possiamo attendere l’arrivo dell’amata, alla finestra, febbricitanti nell’attesa.
L’amore ha un modo tutto suo di disattendere l’una e l’altra dinamica. Se cerchiamo, non troviamo. Se aspettiamo, non arriva. E allora l’amore si fa compagno della solitudine, intensa esplorazione dell’altro dentro di noi.
È un’assenza che si colma di senso. L’assenza della donna amata brilla tumultuosa come una stella. Come un temporale che, eccolo, è lì, pronto a scrosciare con impeto, ma poi se ne va verso altri luoghi.
L’amore è tutto. Saffo lo definiva dolce-amara bestia. Cardarelli lo vorrebbe coprire di fiori, ma anche di insulti.
Attesa
Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.
Orizzonte Terra-Premio Città Di Tarquinia “Vasco Palombini”
Il Museo Archeologico Nazionale e Auditorium S. Pancrazio ospita la seconda edizione del Premio Città di Tarquinia per la scultura ceramica dedicato a “Vasco Giovanni Palombini”. Le opere degli artisti partecipanti al premio saranno esposte all’Auditorium S. Pancrazio, in via delle Torri n. 15, mentre la sede del Museo Archeologico ospiterà una sezione omaggio dedicata al maestro Luigi Mainolfi, voluta dal critico e storico dell’arte Lorenzo Fiorucci, Direttore del Museo di Arte Ceramica contemporanea di Torgiano, in quanto vincitore della seconda edizione del Premio Luciano Marziano destinato a “eccellenti personalità della critica d’arte”.
Premio Città Di Tarquinia “Vasco Palombini”–
Il Premio “Vasco Palombini” consiste in un premio acquisto del valore di € 5.000, messo a disposizione dalla famiglia Palombini e dalla S.T.A.S. – Società Tarquiniense d’Arte e Storia di Tarquinia, che verrà attribuito a uno dei quattro artisti tra: Victor Fotso Nyie, Samanta Passaniti, Marta Palmieri, Michele Rava attraverso l’attento esame di una giuria di qualità che decreterà la miglior opera in mostra. La giuria di quest’anno è composta da Flaminio Gualdoni, critico, storico d’arte e vincitore della I edizione del Premio Luciano Marziano; Francesco Sposetti – Sindaco di Tarquinia; Maria Elisabetta De Minicis – Consigliere di Amministrazione Fondazione Carivit – Museo della Ceramica della Tuscia; Giovanni Mirulla, direttore della rivista DA’. Design e artigianato; Marco Tonelli, critico e storico d’arte; Attilio Quintili, scultore e ceramista; Paola Palombini, in qualità di rappresentante della famiglia erogatrice del premio.
PERCHÈ UN PREMIO DEDICATO A VASCO GIOVANNI PALOMBINI
L’istituzione del Premio rappresenta un nuovo iter dedito alla ricerca, promozione e valorizzazione della ceramica contemporanea, associato al potente richiamo dello straordinario patrimonio storico-archeologico che la città conserva, e vuole essere un viatico non solo culturale, ma anche turistico.
La città di Tarquinia, Patrimonio dell’Umanità e sito Unesco dal 2004, vanta tra i suoi cittadini più illustri Vasco Giovanni Palombini, scomparso nel 2017 e vuole ricordarlo con un premio a lui dedicato per la straordinaria sensibilità artistica e per la cultura, passione che lo ho portato a raccogliere una prestigiosa collezione personale e a caldeggiare nel corso della sua vita, l’attività di artisti di fama internazionale. Palombini è stato Ufficiale della Guardia di Finanza, titolare di un importante studio di commercialisti a Roma e Milano, Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e presso la LUISS, vicino da sempre al mondo dell’arte quale consulente, tra l’altro, della RAI, della LUXVIDE, dell’Accademia Nazionale di Danza e presidente del collegio dei revisori dell’azienda Palaexpò che gestiva il Palazzo delle Esposizioni di Roma e il sito espositivo delle “Scuderie del Quirinale”. Più volte consigliere comunale a Tarquinia, ha ricoperto la carica di presidente della Società Tarquiniense d’Arte e Storia dal 2008 fino al 2013. Ha caldeggiato l’attività di molti artisti nel territorio, divenendone uno dei più facoltosi mecenati. Molto vicino tra gli altri allo scultore cileno Sebastian Matta, presente a Tarquinia per oltre trent’anni e ideatore del laboratorio “Etruscu-ludens”, nell’ambito del quale realizzò un’importante produzione di scultura ceramica. Si devono a Palombini, inoltre, la riqualificazione del Museo della ceramica d’uso a Corneto e le mostre in omaggio a Manlio Alfieri e Alessandro Kokocinski, ideate per promuovere l’immagine e la cultura del territorio tarquiniese attraverso le opere di quegli artisti che per nascita o adozione lo avevano prescelto quale luogo di vita e fonte di ispirazione per il proprio lavoro.
ORIZZONTE TERRA: UN DIALOGO TRA ANTICO E CONTEMPORANEO Orizzonte Terra è il titolo scelto per il Premio e la personale di Luigi Mainolfi che, spiega il curatore della mostra Lorenzo Fiorucci, prende le mosse dalla storia di
Tarquinia ed in particolare dalla Terracotta come primo elemento lavorato consapevolmente dall’uomo. Ne sono prova l’eccellenza della lavorazione le forme autoctone plasmate a mano, poi i vasi di produzione etrusca e, infine, quelli greci d’importazione conservati nel
Avverte Fiorucci: […] quello che interessa il nostro scopo è individuare una linea di ricerca attuale che si basi sulla scultura di terra. Se infatti questa tipologia di ricerca è stata battuta intercettando il gusto di molti, oggi appare più riservata a un’attenta nicchia di operatori”. Tanti sono gli artisti che nel corso della storia hanno contribuito a dare lustro in questo ambito di ricerca: da Arturo Martini che si definiva “il vero etrusco: loro mi hanno dato un linguaggio e io li ho fatti parlare”, Marino Marini, Lucio Fontana, il Leoncillo e poi proseguita negli anni Sessanta con Nanni Valentini, Pino Spagnuolo, Amilcare Rambelli, Giancarlo Sciannella; e ancora, Giuseppe Penone, Luigi Mainolfi, Bruno Liberatore, Massimo Luccioli, Armanda Verdirame e tanti altri.”L’obiettivo della mostra” – spiega Fiorucci – “è quello di indicare un orizzonte di terra partendo da un omaggio fuori concorso proprio a Luigi Mainolfi, dove il maestro presenterà alcune opere in terracotta ricucendo un ideale dialogo tra l’antico e il contemporaneo proprio al muse di Tarquinia. […] Nasce in questo modo un dialogo tra generazioni e linguaggi diversi, ma che hanno tutti come origine e prospettiva un orizzonte di terra”.
Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia
Orizzonte Terra Museo Archeologico Nazionale – Luigi Mainolfi
Vernissage: Museo Archeologico Nazionale sabato 28 settembre, ore 18.00
28 settembre – 27 ottobre, orario di apertura al pubblico del museo.
Auditorium S. Pancrazio – Marta Palmieri, Samanta Passaniti, Michele Rava, Victor Fotso Nyie
Vernissage: Auditorium S. Pancrazio sabato 28 settembre, ore 19.00
28 settembre – 27 ottobre, orario di apertura al pubblico, tutti i giorni dalle 10.00 alle
13.00 e dalle 16.30 alle 19.30.
Premio Città di Tarquinia promosso e organizzato dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia è realizzato con il sostegno del MIC (Ministero della Cultura), con il patrocinio di: Associazione Italiana Città della Ceramica, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza (MIC); Fondazione Carivit – Museo della Ceramica della Tuscia di Viterbo; Museo d’Arte ceramica contemporanea di Torgiano, Collettivo BAI di Comiso, Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti; Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia.
Mostra: Orizzonte Terra Premio Città Di Tarquinia “Vasco Palombini”
Tarquinia – Museo Archeologico Nazionale e Auditorium S. Pancrazio
Apertura: 28/09/2024
Conclusione: 27/10/2024
Organizzazione: S.T.A.S., Società Tarquiniense d’Arte e Storia
Curatore: Lorenzo Fiorucci
Indirizzo: Piazza Cavour n. 1/a – Tarquinia (VT)
Museo Archeologico Nazionale (Piazza Cavour n. 1/a – Tarquinia) – Luigi Mainolfi Vernissage: Museo Archeologico Nazionale sabato 28 settembre, ore 18.00
28 settembre – 27 ottobre, orario di apertura al pubblico del museo.
Auditorium S. Pancrazio (Via delle Torri n. 15. Tarquinia) – Marta Palmieri, Samanta Passaniti, Michele Rava, Victor Fotso Nyie Vernissage: Auditorium S. Pancrazio sabato 28 settembre, ore 19.00
28 settembre – 27 ottobre, orario di apertura al pubblico, tutti i giorni dalle 10.00 alle
13.00 e dalle 16.30 alle 19.30.
Per info: Società Tarquiniense d’Arte e Storia E. tarquiniense@gmail.com T. +39 0766.858194
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