La poesia di Vladimir Holan è una delle migliori espressioni della lirica del Novecento.

Vladimír Holan-
Vladimír Holan-

poesie di Vladimír Holan

 

 

 

La poesia di Vladimir Holan è una delle migliori espressioni della lirica del Novecento.

«Derubando i ricordi»

Nell’umidità

È una pioggia autunnale, testarda fino alla noia,

che racimola la schiuma della rabbia,

celata da tutti gli uomini

già da molto chiusi in una stanza.

Pallidi, stanno alla finestra e mirano

con un piacere mordace e pretenzioso

come accanto ai frutteti un bimbo fradicio

sta offrendo a nessuno fiori di carta,

proteggendoli con il cavo del suo palmo.

Li protegge invano… Invano li offre…

E invano li proteggerà e offrirà

finché non ci proverà nel linguaggio degli animali

o finché non si decide a passarlo

il parco nell’indugio sdegnato, parco

in cui non c’è nulla più che una panchina

né piallata né verniciata,

una panchina su cui s’è risparmiato,

una panchina per i morti…

Alla fine del mondo

Qui in verità è come con un fiume

nell’istante in cui abbandona un lago estinto:

un paio di sanguinolenti abissi, che non sanno dove sono,

un paio di colonne, pitturate con il seme marmoreo delle idee,

e un pugno di vecchie stracciate mappe

che non è da meno

d’un mazzo di banconote di oscura origine

che una macilenta ironia incontrerebbe alla soglia del suo uscio…

Per istanti, quasi a testimonianza, si fa sentire

un certo vertiginoso mormorio…

E come se la mestizia passasse tra le premonizioni

in bianche vesti di nessuno…

Voce e controvoce

I

Allora

È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere

col biasimo della compassione… Ma dietro di te

il corpo di un tale, un poveraccio follemente solo,

caduto per la sbronza dalla farfalla al bruco,

caduto tra sé e sé per una disperazione

cui non si sfugge,

ti ricorda irraggiungibilmente e perfidamente

due certi pendìi, lacerati dalle rocce,

dagli alberi novelli, dalla lussuria che sprizza nella coda delle donnole

e dall’azzurrognola coscienza degli sparvieri.

Tra i pendìi farneticava un fiumicello

come un pugno di tranelli scagliati in faccia all’udito.

Eri giovane a quel tempo… Non facevi caso

a come crudelmente consumata fosse la maniglia del cimitero…

“Vi prego, un altro ancora!”… Sì, e il sole

era un chiccomagno come il sangue del pavone

e tu attraverso quel corso d’acqua

da riva a riva posasti masso dopo masso…

Quando si fece buio, ci passò lei.

II

E oggi

È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere

con stanchezza truce… Ma non parliamo di questo,

non ci conosciamo, e tutto accade così,

come quando ci si incontra sulle scale:

uno va su e l’altro va giù…

Giù in basso ci sei tu ora,

per fortuna il rum non si chiede che cosa mai v’è successo,

poiché non è ancora né polvere né saliva

e non gli piove nella tomba.

È un rum davvero buono: bevi il primo dopo quello

come l’autunno beve, dopo le lacrime false, vino dai comignoli

durante le inalazioni del dio del momento…

Del momento? No, durevolmente e come scorticandoti

sai a rovescio dove vive colei che ti amava,

ah ardentemente lo sai e miracolosamente lo sai,

ma sei qui in una così lasciva supplica e così senza un passaggio

che anche la contrada dovrebbe avere un ponte crollato…

Creparsi dei ghiacci

È da tempo finito il banchetto e l’invitata giunge solo ora.

Non sapendo che fare con il tuo spavento

che, fuori, dietro le finestre

a malapena porta aiuto al fragore del ghiaccio che si crepa,

volentieri si immedesimerebbe in una più certa sembianza.

Ma mentre fa concessioni agli spiriti,

ti viene inesorabilmente incontro –

e tu di colpo e quasi confidenzialmente cominci a capire

che non puoi amare per essere amato,

che non puoi amare ed essere amato,

che non puoi amare perché ami,

a che devi amare chi non ti ama…

Dovunque II

La sera è così bella che ti vergogni anche solo di bramare

dalle profondità di un malinconico vuoto…

I morti è come se si camminassero addosso in bruchi del cimitero,

l’animale è come se qualcuno lo spaventasse con il grembiule del macellaio,

le cose è come se non sapessero dove sono…

Sì, è scritto che nessuno scorgerà Dio da vivo.

Egli dunque ci risparmia, quando dimora nell’obnubilamento,

nel fuoco, nella nebbia, nella nuvola, nel vento

e quando cammina tra i sipari e nel futuro…

Anche i santi intravidero solo la sua schiena.

***

Dalla raccolta Penultima (versi degli anni 1968-1971)

Firma

No, quella volta non c’ero, vi sbagliate

e anche il mio sosia nega

che si trattava di una voce e di un’altra voce ancora,

e che due voci non c’erano, allora…

Non c’erano… Giacché tradizione orale

e insegna sono la stessa cosa…

Sono quello che è pubblico… Ed è anche

per questa ragione che Dio

chiederà un giorno a se stesso

una firma nel proprio libro…

Qualcosa

Quando su quei vostri splendidi capelli

metteste una parrucca,

volevo ordinare che tutto

si fondesse nel bronzo, poiché il gesso

pensa solo a se stesso… Ma qualcosa

mi paralizzò allora,

anche se poi se ne disputò a lungo

con schiuma di birra sulla barba degli uomini…

Sì, dopo un morso velenoso possiamo litigare

per sapere se era un serpente… Ma non è necessario…

***

Dalla raccolta Addio ? (versi degli anni 1972-1977)

Perché vivere

Sì, proprio quella notte, e come se più a buon mercato

e sotto un soffitto basso, – sì, proprio quella notte,

che sa tutto da lontano

ma che intercede per il presente

e non perdona alla sua durata

che vuole raggiare se stessa e andare dove vuole –

sì, proprio quella notte,

e come se egli volesse dimostrare

che anche il destino se ne vergogna:

iniziò, derubando i ricordi,

a domandarsi perché vivere…

I passi

Si immagina come tutto ciò sarebbe

se avesse avuto mai una qualche idea

e con quali parole e con quale voce la pronunzierebbe…

Una tale inaccessibilità lo sgomenta,

non può capire neanche il suo tossicchiare,

e tantomeno la domanda, se avesse avuto mai

qualche rimpianto… Ma come un’altra volta

cammina da un angolo all’altro della sua stanza

e il cubismo dei suoi passi disturba il vicino…

Vladimír Holan-
Vladimír Holan-

Breve biografia di Vladimír Holan- Poeta ceco (Praga 1905 – ivi 1980). Cultore, in un primo tempo, della poesia astratta, spesso indecifrabile (Blouznivý vějíř “Il ventaglio delirante”, 1926), seppe farsi appassionato testimone degli anni tragici della Boemia (Září 1938 “Settembre 1938”) e limpido cantore della nuova Cecoslovacchia (Dík Sovětskému Svazu “Gratitudine all’Unione Sovietica”, 1945; Tobě “A te”, 1947). Dal 1948 si chiuse in un isolamento totale, immerso nella visionaria e dolorosa meditazione da cui nascono le altre sue opere: Mozartiana (1963); Bez názvu (“Senza titolo”, 1963); Na postupu (“In progresso”, 1964); Noc s Hamletem (“Una notte con Amleto”, 1964); Trialog (“Trialogo”, 1964); Bolest (“Il dolore”, 1965); Smrt a sen a slovo (“La morte e il sogno e la parola”, 1965); Ale je hudba (“Ma c’è la musica”, 1968); Asklépiovi kohouta (“Un gallo a Esculapio”, 1970); Na celé ticho (“Ovunque è silenzio”, 1977).

a cura di Maria Borio – nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite (“XII Quaderno italiano di poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

 

 

Vladimír Holan-
Vladimír Holan-

La poesia di Vladimir Holan, dai Quaderni di Traduzioni, XV, Aprile 2013 (Rebstein), cura e traduzione di Sergio Corduas.

 

 

 

 

 

 

Je jaro … V noci, v hodinu lichou
slyšel, jak pláče réva,
ačkoli veliký hluk dělala voda,
ztrácející se z rybníka dírou,
kterou do hráze navrtal úhoř …
Co mu zbývalo, než aby,
zamilován až po uši hudby do mizení,
propadal hrdlem vzlyků útrpnému právu němoty?
A přece, ejhle, krása pojednou
a milost, s kterou nám ji sdílel!

 

E’ primavera… Di notte, nell’ora vana
udì gemere la vite,
nonostante il forte rumore dell’acqua
che si perdeva dallo stagno attraverso un foro
scavato nella diga dall’anguilla…
Che altro restava a lui, se non patire,
innamorato fino al collo della musica che svanisce,
il pianto e la tortura della mutezza?

***

Spatřil ji jenom jednou.
Ale od té chvíle žasl
a začal předzpěvovat, aniž měl komu,
a začal spoluzpívat, aniž kdo s ním šel…
Po celý rok osmělil se ji takto zbožňovat,
přítomný do budoucna, jak už doufal,
zatímco netuše se těžce vracel
od Panny Marie k Evě …

Potom jí napsal.
Byl to muž a měl tedy strach.
Přečtla si jeho dopis při světle krbu,
do kterého jej potom vhodila.
A on si přečetl její odpověď při světle od sněhu,
který nikdy neroztává …

La vide soltanto una volta.
Ma da quell’istante stupì
e intonò un canto ma non sapeva a chi,
e intonò un coro ma nessuno lo seguì…
Osò adorarla così per un anno intero,
presente per il futuro, come ormai sapeva,
laddove ignaro pesantemente ritornava
da Maria Vergine a Eva….

Poi le scrisse.
Era un uomo e quindi aveva paura.
Lesse la sua lettera alla luce di un camino
nel quale poi la gettò.
Ed egli lesse la sua risposta alla luce di una neve
che mai si scioglie…

***

Zimničné paprsky lůny
a třesoucí se ty, ubohý Mozarte!
Prstomluva hluchoněmých není tak šílená,
protože při ní jsou aspoň dva živí …

Cítíš budoucně skonalý čas …
Kdyby tak najednou přišel aspoň jeden z těch,
co budou na tvém pohřbu,
a tedy nikdo!

Febbrili raggi della luna
e tu tremi, misero Mozart!
Il diteggiare dei sordomuti non è così folle,
perché in esso i vivi sono almeno due…
Senti prossimo il tempo finito…
Se almeno uno d’improvviso venisse di coloro
che saranno al tuo funerale,
e dunque nessuno!

Vladimir Holan
Vladimir Holan

Vladimir Holan, dai Quaderni di Traduzioni, XV, Aprile 2013 (Rebstein), cura e traduzione di Sergio Corduas.La poesia di Vladimir Holan è una delle migliori espressioni della lirica del Novecento.Dopo la prima raccolta di versi Il ventaglio delirante (1926) pubblica Trionfo della morte (1930), L’arco (1934), Primo testamento (1940), Terezka Planetova (1944), Viaggio d’una nuvola (1945), Ringraziamento all’Unione Sovietica (1945), Requiem (1945), Soldati rossi (1956), Una notte con Amleto (1964). Negli ultimi anni ha scritto: Ma c’è la musica (1968), Un gallo a Esculapio (1970), I documenti (1976), Ovunque è silenzio (1977).

Vladimir Holan
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