Sylvia Plath Poetessa americana

Il 27 ottobre del 1932 nasceva a Boston, Sylvia Plath-
La vita è cosi adesso o mai più, cosi prendere o lasciare! Tutto dipende da come la sistemi e la sincronizzi, in modo, che, quando l’occasione bussa alla porta , tu sia li in attesa, con la mano sulla maniglia.
Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) è stata una poeta e scrittrice statunitense.Viene riconosciuta come una delle poetesse statunitensi più importanti di tutti tempi, capace di creare un genere come La poesia confessionale insieme alla Sexton. Scrisse anche capolavori come la Campana di vetro e i suoi Diari, dove descrisse la sua vita drammatica per via dei suoi disturbi depressivi, che la portò a momenti critici fino alla morte per suicidio avvenuta L’11 febbraio del 1963 a Londra. A causa dei suoi problemi depressivi, le sue opere furono quasi sempre con un pizzico di malinconia e solitudine. Il 27 ottobre del 1932 nasceva a Boston, Sylvia Plath da Aurelia Schober e Otto Emil Plath. Muore l’11 febbraio del 1963 a Londra. Il 16 giugno del 1956 sposò lo scrittore Ted Hughes.
 
Papaveri in ottobre
Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane
gonne così. Né la donna in ambulanza,
il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal matello-
Dono, dono d’amore
del tutto non sollecitato
da un cielo
che in un pallore di fiamma accende i suoi
ossidi di carbonio, da occhi
sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.
O Dio, chi sono mai
io da far spalancare in un grido queste tarde bocche
in una foresta di gelo, in un’alba di fiordalisi.
 

Poesie di Sylvia Plath-

Io sono verticale (1961)

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me piu’ naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

.

Limite (Febbraio 1963, scritta poco prima di morire) –

La donna ora è perfetta

Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,

l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,

i suoi piedi

nudi sembrano dire:

Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,

ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.

Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali

di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi

dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,

non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.

I suoi neri crepitano e tirano.

.

Monologo delle 3 del mattino-

È meglio che ogni fibra si spezzi

e vinca la furia,

e il sangue vivo inzuppi

divano, tappeto, pavimento

e l’almanacco decorato con serpenti

testimone che tu sei

a un milione di verdi contee da qui,

che sedere muti, con questi spasmi

sotto stelle pungenti,

maledicendo, l’occhio sbarrato

annerendo il momento

che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,

ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato

dal mio solo regno.

.

Papaveri a luglio –

Piccoli papaveri, piccole fiamme d’inferno,

Non fate male?

Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.

Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.

E mi estenua il guardarvi così guizzanti,

Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.

Una bocca da poco insanguinata.

Piccole maledette gonne!

Ci sono fumi che non posso toccare.

Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?

Ah se potessi sanguinare, o dormire! –

Potesse la mia bocca sposarsi a una ferità così!

O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,

Stordente e riposante. Ma senza, senza colore.

.

Ariel –

Stasi nel buio. Poi

l’insostanziale azzurro

versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,

come in una ci evolviamo,

perno di calcagni e ginocchi! –

La ruga

s’incide e si cancella, sorella

al bruno arco

del collo che non posso serrare,

bacche

occhiodimoro oscuri

lanciano ami –

Boccate di un nero dolce sangue,

ombre.

Qualcos’altro

mi tira su nell’aria –

cosce, capelli;

dai miei calcagni si squama.

Bianca

godiva, mi spoglio –

morte mani, morte stringenze.

E adesso io

spumeggio al grano, scintillio di mari.

Il pianto del bambino

nel muro si liquefà.

E io

sono la freccia,

la rugiada che vola

suicida, in una con la spinta

dentro il rosso

occhio cratere del mattino.

 

Canto del fuoco-

Nascemmo verdi

a questo giardino in difetto,

ma nella spessura macchiettata, grinzosa come un rospo,

il nostro guardiano si è imboscato malevolo

e tende il laccio

che abbatte cervo, gallo, trota, finché ogni cosa più bella

arranca intrappolata nel sangue sparso.

Nostro incarico è ora di strappare

una forma di angelo con cui ripararsi

da questo mucchio di letame dove tutto è intricato tanto

che nessuna indagine precisa

potrebbe sbloccare

la presa furba che frena ogni nostro gesto fulgente,

riportandolo alla fanga primordiale sotto un cielo guasto.

Dolci sali hanno attorcigliato i gambi

delle malerbe in cui ci dimeniamo instradati verso fine ammorbante;

bruciati da un sole rosso

leviamo destri la selce appallottolata, tenuti nei lacci spinati delle vene;

amore ardito, sogno nullo

il metter freno a tanta superba fiamma: vieni,

unisciti alla mia ferita e brucia, brucia.

(1956)

Nel paese di Mida-

Prati di polvere d’oro. Le correnti

d’argento del Connecticut si sparpagliano

e s’insinuano in dolci crespe sotto

le fattorie sulla riva dove imbianca la segale.

Tutto è liscio fino a un luccicare piatto

nel meriggio sulfureo. Con il languore

degli idoli ci muoviamo sotto

la larga campana di vetro del cielo e intagliamo brevi

le forme dei corpi in un campo di stoppie

e mazze dorate come su una foglia d’oro.

Forse è il paradiso, questa statica

pienezza: le mele indorano sul ramo,

cardellini, pesci dorati, un soriano biondo

fermo su un arazzo gigante –

e innamorati affettuosi, come colombi.

Ma ora sull’acqua sfrecciano gli sciatori,

a ginocchia tese. A un capo dei cavi invisibili

squarciano il velo verde del fiume:

lo specchio trema e si rompe.

Volteggiano come i pagliacci di un circo.

E così ci ritroviamo, pur volendo fermarci,

su questa sponda d’ambra dove l’erba discolora.

Il contadino pensa già al raccolto,

agosto cede il suo tocco di Mida

e il vento denuda un paesaggio più pietroso.

(1958)

Elettra sul vialetto delle azalee-

Il giorno che moristi andai nella terra,

nell’ibernacolo senza luce

dove le api, a strisce nere e oro, dormono finché cessa la bufera

come pietre ieratiche, e il terreno è duro.

Quel letargo andò bene per vent’anni –

come se tu non ci fossi mai stato, come se io fossi

venuta al mondo, dal ventre di mia madre, ad opera di un dio:

sul suo letto largo c’era la macchia del divino.

Non avevo nulla a che vedere con la colpa o altro

quando mi raggomitolavo sotto il cuore di mia madre.

Piccola come una bambola nel mio vestitino d’innocenza

me ne stavo sdraiata a sognare la tua epopea, immagine per immagine.

Non uno che morisse o sfiorisse su quella scena.

Tutto avveniva in una bianchezza durevole.

Il giorno che mi svegliai, mi svegliai a Churchyard Hill.

Trovai il tuo nome, le tue ossa e tutto

nelle liste di una necropoli gremita,

la tua pietra maculata di sghimbescio presso una ringhiera.

In questo ricovero, in questo ospizio, dove i morti

si ammucchiano piede a piede, testa a testa, non un fiore

a rompere il terreno. Questo è il vialetto delle azalee.

Un campo di bardana si apre a sud.

Sopra di te sei piedi di sassolini gialli.

La salvia rossa non si muove

nella vaschetta di sempreverdi di plastica posti

davanti alla lapide vicina alla tua, e neppure marcisce,

per quanto le piogge stingano un colore di sangue:

i petali finti gocciolano, gocciolano rosso.

C’è un altro rosso a incomodarmi:

il giorno che la tua vela rilasciata bevve il respiro di mia sorella

il mare piatto si fece di porpora come l’atroce panno

che mia madre aprì al tuo ultimo ritorno.

Prendo a nolo i paramenti di una tragedia antica.

La verità è che in una fine d’ottobre, al mio primo vagito,

uno scorpione si punse la testa, brutto segno;

mia madre ti sognò riverso nel mare.

Gli attori di pietra sostano, si riposano per riprender fiato.

Ho dato tutto il mio amore, e tu sei morto.

Fu la cancrena a mangiarti fino all’osso

mi disse la mamma; moristi come uno qualunque.

Come arriverò a far mio questo pensiero?

Sono lo spettro di un suicida senza onore,

il mio rasoio azzurro mi s’arrugginisce in gola.

Oh, perdona colei che batte alla tua porta a

domandarti perdono, padre – la tua cagnetta fedele, figlia e amica.

E stato il mio amore a dare la morte a entrambi.

(1959)

Lettera d’amore-

Non è facile spiegare il cambiamento che operasti.

Se adesso sono viva, allora ero morta

benché, come un sasso, non me ne preoccupassi

e me ne stessi dove mi trovavo d’abitudine.

Non ti limitasti a spingermi con il piede, no –

neanche lasciasti che il mio piccolo occhio nudo

si rivolgesse ancora al cielo, senza speranza, certo,

di capire le stelle o l’azzurro.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente

camuffato da sasso nero tra sassi neri

nello iato bianco dell’inverno –

come i miei confinanti, senza cavare alcun piacere

dai milioni di guance perfettamente scalpellate

che ad ogni istante s’appoggiavano per sciogliere

la mia guancia di basalto. Si cambiavano in lacrime,

angeli in pianto su nature smorte,

ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.

Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

Ed io seguitavo a dormire come un dito piegato.

La prima cosa che vidi fu l’aria pura

e le gocce catturate che in guazza si levavano

limpide come spiriti. Attorno tanti sassi

giacevano ottusi, senza espressione.

Io guardavo e non capivo.

Brillavo come scaglie di mica e mi spiegai

per rovesciarmi fuori come un fluido

tra le zampe di un uccello e i gambi delle piante.

Non mi sbagliai. Ti riconobbi immediatamente.

Albero e sasso risplendevano, senz’ombra.

La mia piccola lunghezza come un vetro diventò lucente.

Presi a fiorire come un ramo di marzo:

un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.

Da sasso a nuvola, e così io in salita verso l’alto.

Ora assomiglio a una specie di dio

e galleggio nell’aria nella mia veste d’anima

pura come una lastra di ghiaccio. E un dono.

16 ottobre 1960

Lettera di novembre-

Amore, il mondo

all’impovviso cambia, cambia colore. La luce

del lampione alle nove di mattina si sfrangia

oltre i baccelli coda-di-topo del laburno.

È l’Artico

questo piccolo cerchio

nero, con le erbe bronzee e di seta – capelli di bimbo.

Nell’aria c’è un verde,

tenero, incantevole.

Con amore mi protegge.

Mi son fatta calda e rossa.

Mi viene da pensarmi enorme,

sono stupidamente felice,

ho gli stivali di gomma

che sciabordano qua e là nel rosso bellissimo.

Questa, la mia proprietà.

Due volte al giorno

la percorro, fiutando

l’agrifoglio barbaro con i suoi ricami

verdeazzurri, ferro puro,

e il muro di cadaveri antichi.

Li amo.

Li amo come storia.

Indorano le mele,

pensa –

i miei settanta alberi

reggono i loro globi rosso oro

nella broda mortifera spessa e grigia,

le loro foglie d’oro metallo

a mi lionate con il fiato sospeso.

Oh amore, amore intatto.

Nessuno oltre a me

cammina su questo bagnato che arriva alla vita.

Ori insostituibili

fanno sangue e s’abbrunano, bocche delle Termopili.

11 novembre 1962

Sylvia Plath. L’altare scuro del sole (Edizioni della Sera, pp 200, euro 17) Un’icona dall’animo tormentato, una grande poetessa ancora oggi fonte di ispirazione: si intitola “Sylvia Plath. L’altare scuro del sole” il libro nel quale Gaia Ginevra Giorgi affronta la complessa figura della celebre autrice statunitense, nata a Boston nel 1932 e morta suicida a soli 31 anni. Con la prefazione di Roberto Coaloa, il libro offre un ritratto sfaccettato e non convenzionale della Plath: non si tratta infatti di una biografia classica, ma di un saggio che continuamente mescola le prospettive di analisi, passando dagli eventi della vita personale alle angosce, alla malattia mentale e alle frustrazioni della poetessa fino all’analisi delle opere.

Un intento ambizioso che stimola il lettore, genera domande e fa nascere suggestioni, ma più che altro una necessità chiaramente espressa dall’autrice già nell’introduzione: Giorgi infatti afferma di aver voluto seguire, nell’avvicinarsi alla vita e alla produzione letteraria della Plath, un duplice approccio, “uno poetico e uno politico”.

I due livelli di analisi sono in un certo senso “dovuti”, considerata la complessità di una figura come quella della poetessa così piena di sfumature e forse ancora mai compresa del tutto. Ecco allora che il libro nei 3 densi capitoli “procede per fotogrammi, zoom tematici, incursioni e continui ribaltamenti di prospettiva”: nell’inquadrare anche storicamente la Plath, l’autrice non può non considerare quanto la poetessa, le cui angosce sono perennemente riflesse in ogni suo scritto, manifestasse “un disagio di genere, un disagio sociale legato al sistema fortemente binario della società americana del secondo dopoguerra, che la voleva corpo femminile, normativo e convenzionalmente sottomesso”. Difficile, ed emozionante, anche l’analisi della produzione poetica, in cui Plath evidenzia un talento folgorante e un’ispirazione dolorosa e purissima: come scrive Giorgi, “c’è qualcosa nei suoi componimenti che resta alieno, misterioso e ineffabile, qualcosa che si svincola di continuo dalle gabbie ideologiche, le categorie estetiche e le etichette commerciali”.

Sylvia Plath
Sylvia Plath
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.

Sylvia Plath
Sylvia Plath
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.
Silvia Plath poetessa e scrittrice statunitense.