Franco Leggeri- Poesie dalla raccolta :“I colori di Castelnuovo”

Biblioteca DEA SABINA

Artista Gino De Dominicis
Artista Gino De Dominicis

 Franco Leggeri- Poesie dalla raccolta :“I colori di Castelnuovo”

Disegno allegato alle poesie è dell’Artista Gino De Dominicis-

Castelnuovo, i colori e l’ideologia.

 

Questa mattina i colori di Castelnuovo

si disperdono come stelle filanti.

Colori profumati, impercettibili, e nascosti

tra il linguaggio degli ulivi.

E’ questa una mia visione interiorizzata,

ma sempre in cerca di un approdo sicuro.

Si, Castelnuovo non può essere un racconto sommario

ma, come le sequenze chimiche , deve espandersi

in una litania  nell’immenso cielo.

Castelnuovo  diventa una litania senza amen,

e senza consistenza, un oggetto fantasma

all’interno di una storia inaccessibile

che si frantuma come stelle filanti

nell’intimità di esperienze sofferte e malate

che diventano , esse stesse, oggetti appesi alle pareti del mio io.

Castelnuovo mi tenta ancora al peccato dell’illuminismo,

e così l’ideologia diventa il mio luogo del “niente”,

 l’elemento misterioso di una poesia forgiata con i colori della pietra.

Colori castelnuovesi e tristezza ideologica

che sono come  i dubbi di Amleto

in cerca di Ofelia che disperde, così tremante,  i colori

della sua fragile innocenza.

Piange Castelnuovo in cerca dei colori,

 sepolti  trai vecchi tronchi deposti a terra ,

terra scura come i sogni svaniti all’alba

di questa poesia, ora diventata logora e affaticata  

mentre rincorre il colore di questo giorno

 sempre uguale agli altri.

Artista Gino De Dominicis
Artista Gino De Dominicis

 

I vecchi libri

 

I vecchi libri sono come sculture

di una vita del dopo,

sono ritagli di tempo

e risultati di calcoli per una rotta tracciata

alla ricerca di sentieri che segnano l’anima.

Sentieri solitari e sospesi sulle emozioni

che si anellano all’interno di un cerchio

di passione e scrittura.

Ed è così, mentre i gatti si addormentano

sull’autobiografica di un’oscura psicologa analista,

che mi interrogo sui Dialoghi, ormai scheletri, di Platone,

si, proprio quelli

che ho sepolto

nei miei appunti tra i libri e nascosti in alto sugli scaffali.

Artista Gino De Dominicis
Artista Gino De Dominicis

 

L’Estate castelnuovese (1978)

 

Dai campi si leva

un coro serrato di cicale .

Il rosso , taciturno, dei papaveri

veglia il riposo delle poche parole

di desiderio silenzio.

Poi, la sera ,lo sguardo abbraccia fosforescenti geometrie

che nascono dall’immobilità della stanchezza.

Ascolto note di avventure eccessive, affogate in follie singolari.

I miei occhi (pallidi) sono sguardi (stanchi) ai margini dei campi.

Ora, del giorno, che corre al tramonto, ne dimentico l’alba.

Artista Gino De Dominicis
Artista Gino De Dominicis

 

Se Castelnuovo (Archivio 1981)

Castelnuovo,

parole meravigliose, se le saprò vestire e dipingere, con le foglie degli ulivi , nella dolcezza della sera.

Castelnuovo, se saprò descrivere, scrivere e incidere, il fascino raffinato dei colori, così come sono tradotti e vissuti nella spiritualità dell’anima.

Non ho un teschio in mano, non ho i dubbi di Amleto, non scriverò i tormenti,la nebbia dei miei dubbi, non sono Shakespeare.

Non trovo statico il legittimo dubbio che vaga , da sempre, nel labirinto di Dedalo.

Castelnuovo, non è il Castello di Elsinore o quello di Dracula. Castelnuovo è, a volte ,un inquieto schema di vie dove si rincorrono i pensieri partoriti da uno spirito notturno per un progetto del bello.

Castelnuovo è un pensiero filtrato,

Castelnuovo è potenzialità: non idea, ma sostanza.

Il fuori posto della mia poesia ,Castelnuovo se lo chiami “musica” o “poesia”,

( neanche Cartesio mi aiuta ad uscire dai meandri del nozionismo).

Le ferite aperte sono il suono di una domanda antica, la pericolosa,( gesuitica?), insoddisfazione.

Eppure la notte si adagia , sempre, sui tetti e il “genio maligno” fugge, finalmente , dalla mia esistenza.

Conosco la luce di Castelnuovo, Castelnuovo non è la mia “provincia oscura”.

Castelnuovo è una divinità ed io ai suoi piedi ho lasciato i miei sogni, i miei sguardi, i miei pensieri, i miei versi.

Castelnuovo: ora non confondo più il buio con la tenebra. Oggi, ora, non ho più paura della notte.

Artista Gino De Dominicis
Artista Gino De Dominicis

 

Il volto senza titolo

 

È l’astratto segno in una cornice oscura

Divisa da un’introspezione psicologica

E dal suono primitivo del battere le mani

In mille riflessi

Si

Ho dimorato nell’inconscio

Dove

Il suono e l’armonia

Sono una narrazione di ombre rubate

Ai sogni di geometrie e geografie

Di scarabocchiati ritratti

Su di uno scarto di pensiero

Di trame d’amore

Affogo nel piacermi agitato

Mentre resto

Annoiato nel nulla

Ora sono entrato in un meccanismo ,perverso, di un’evoluzione continua.

 

Disegno allegato alle poesie è dell’Artista Gino De Dominicis-(Ancona 1947 – Roma 1998)

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Castelnuovo di Farfa descrizione

Castelnuovo di Farfa risulta frequentato già a partire dal Neolitico. In epoca protostorica il sito più importante è sicuramente la Grotta Scura, al termine di Via Cornazzano, a poca distanza dal fiume Farfa. I primi ritrovamenti risalgono agli anni 1987-88, quando il Gruppo Speleologico “F. Orofino” rinvenne alcuni frammenti ceramici protostorici, risalenti all’età del Bronzo medio (XV-XIV secolo a.C.). La grotta è costituita da un’ampia sala in roccia calcarea, a cui si accede attraverso una stretta apertura, dove venne recuperato il materiale. Secondo la descrizione del Guidi “dalla sala un lungo corridoio porta ad una serie di piccoli ambienti dove sono stati individuati resti di focolari, ossa animali e vasi integri, gli unici materiali in giacitura sicuramente primaria”[4]. Alcuni frammenti con decorazione “appenninica” hanno permesso una datazione per tutta la durata della media età del Bronzo (XV-XIV secolo a.C.). La grotta presenta un ramo, lungo più di 200 metri, periodicamente occupato dalle acque, dove sono stati rinvenuti insieme oggetti ceramici sia di epoca protostorica che di epoca romana (lucerne in terracotta e monete). La presenza di vasi integri in ambienti difficilmente accessibili della grotta dimostra che una parte della cavità fosse riservata alla deposizione di offerte. Inoltre le tracce di focolari, riferibili a cerimonie rituali, sembrano attestare un utilizzo della grotta sia a fini abitativi che cultuali. La grotta è costituita da un ramo attivo e da due rami fossili, posti a livelli diversi e raggiungibili tramite cunicoli. La presenza di acque sorgive deve aver comportato la destinazione cultuale della grotta. Questo luogo di culto in grotta, tra i più antichi di tutta la Sabina, è stato identificato recentemente nel “santuario di Marte”[5], riportato da Dionigi di Alicarnasso presso Suna (oggi Toffia), antica città degli Aborigeni (mitologia)[6].

Medioevo

Nel VI secolo è riferito in zona l’arrivo di San Lorenzo di Siria, fondatore dell’Abbazia di Farfa, il quale avrebbe svolto opera di evangelizzazione cristiana anche nei territori limitrofi. Una chiesa dedicata a San Donato è riportata già in un documento dell’877, per cui si può tranquillamente fissare la nascita del primitivo insediamento rurale all’Alto Medioevo. In questo documento la chiesa viene ceduta dal vescovo di Arezzo, Giovanni, al monastero di Farfa, in cambio di altri beni, tra cui San Donato ed annesse “terre, case, chiese, selve, molini” ecc…, una elencazione che spiega il livello di organizzazione che si era formato attorno alla prima chiesa[7]. Questa chiesa divenne anche il centro catalizzatore del territorio, elemento di aggregazione sociale, antesignano del castrum. Il primo insediamento fortificato e protetto da mura, il Castellum Sancti Donati, è citato in un documento del 1046, che ne attesta la cessione al vicino monastero di Farfa, e risulta decaduto già nel 1104.

Il Castrum Novum risale al Duecento. A partire dal 1288 nacque una disputa a riguardo di chi appartenesse il colle in cui sorgeva questo castrum medievale: secondo i castellani apparteneva alla comunità, secondo i monaci all’Abbazia di Farfa. La lunga contesa fu lontana dall’essere risolta. Nel 1477 i cippi confinari, rimossi dagli abitanti, vennero riportati al loro posto dall’abate commendatario[8]. Il castello medievale è difeso da una cinta muraria con ben nove torri, presidiate nel Rinascimento da “guardie civiche” e comandate da un “capitano”. Nel 1592 una delibera del Consiglio ordinò l’acquisto di 50 “archibusci” (fucili) e 4 “archibuscioni” (cannoncini). Lungo le mura si aprono due porte, Porta Castello e Porta Cisterna. Il borgo è caratterizzato da strette vie lastricate e da edifici civili, tra cui quelli appartenuti, ad esempio, alle famiglie Cherubini e Simonetti. Nel nucleo del paese sorge la chiesa di San Nicola di Bari ed una bella fontana seicentesca “a parete”, con arco centrale.