Gianmauro Maria Barchiesi-Evoluzione della meccanizzazione agricola dalla Roma Antica all’Agro Romano e Bonifiche-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Gianmauro Maria Barchiesi-Evoluzione della meccanizzazione agricola dalla Roma Antica all’Agro Romano e Bonifiche-
L’Autore – Gianmauro Maria Barchiesi –Laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano,ho ricoperto ruoli di responsabilità nel mondo delle case automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Mercedes Benz, Porsche).Per alcuni anni sono stato anche responsabile tecnico delle macchine agricole New Holland, e delle attrezzature agricole Maschio Gaspardo per le provincie di Milano, Pavia, Lodi e Piacenza. Nel ricoprire questo ruolo, ho maturato la passione di approfondire l’evoluzione delle attrezzature di lavorazione della terra in Italia nel corso dei secoli.Trasferitomi da pochi anni da Cremona, dove sono nato, a Roma, sono rimasto incantato dalla bellezza della Campagna Romana.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature.
Dall’epoca Romana e fino all’anno Mille, nell’agro romano venivano utilizzati tre tipi di aratro:

l’aratro semplice (Aratrum) con il vomere in legno temperato a forma di uncino e parte terminale a punta di freccia, che si limitava a scalfire superficialmente la terra, non rovesciava le zolle e richiedeva quindi due passate ortogonali ed una successiva lavorazione manuale con la vanga. Questa tecnica portò ad avere una forma del terreno coltivato generalmente quadrangolare.
l’aratro con vomere in ferro (Aratrum versorium), introdotto verso il I° secolo A.C., che aggiungeva al vomere un coltro (coltello) metallico per penetrare più in profondità nel terreno
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum): che appunto aggiungeva le ruote al versorium per una migliore manovrabilità
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum)
A partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola portò ad una crescita demografica che favorì la nascita di nuovi borghi.
I maggiori raccolti non furono soltanto favoriti da un miglioramento del clima che si verificò in quel periodo, ponendo termine alla cosiddetta “piccola era glaciale” che aveva afflitto i secoli precedenti, ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
L’aratro pesante fu una delle innovazioni più significative del Medioevo: introdotto tra l’ XI° e il XII° secolo, rivoluzionò l’agricoltura europea.
Dotato di un vomere asimmetrico ed un versoio in ferro, permetteva di tagliare e ribaltare completamente le zolle, a differenza dell’aratro precedente, che smuoveva solo superficialmente il terreno. Includeva un coltro verticale per scavare solchi profondi e un avantreno mobile che migliorava la stabilità e la manovrabilità. Realizzato con parti in ferro, era più resistente ed adatto ai terreni argillosi e compatti, tipici dell’Europa settentrionale.
Nacque infatti nel nord della Francia, diffondendosi rapidamente e diventando il simbolo del progresso agricolo del basso medioevo.
Rivestì un ruolo importante nello sviluppo della civiltà europea:
- Contribuì alla crescita demografica dell’XI°-XIII° secolo, grazie alla maggiore disponibilità di cibo.
- Accentuò le differenze sociali: solo gli agricoltori più abbienti potevano permettersi il costo elevato dell’aratro e degli animali da traino: i meno ricchi dovettero adattarsi a diventarne cooperatori.
Questo scenario rimase pressochè immutato fino alla fine del ‘700.
La vera svolta della meccanizzazione della Campagna Romana rappresentò un processo storico fondamentale, strettamente legato alle trasformazioni economiche, sociali e politiche dell’Italia tra Ottocento e Novecento.
Ai primi dell’800, la campagna romana era dominata da vasti latifondi, proprietà di nobili famiglie (Barberini, Borghese, Torlonia) o della Chiesa. L’agricoltura era estremamente arretrata: basata su pascolo brado, cereali a rotazione lunghissima (con maggese) e poche colture intensive. Il lavoro manuale e l’uso di animali (buoi) erano la norma.
Le Paludi malariche (Agro Pontino, ma anche zone vicine a Roma), la mancanza di manodopera stabile (bracciantato stagionale), l’assenza di infrastrutture e la bassissima produttività erano problemi strutturali
Solo dopo l’Unità d’Italia (1870) Lo Stato Italiano avviò i primi studi per la bonifica e si cominciò a parlare di modernizzazione.
Sotto questo impulso, alcuni grandi proprietari illuminati iniziarono a sperimentare le prime macchine:
- Arature Profonde: Introduzione di aratri pesanti trainati da buoi per rompere la crosta superficiale (“sod breaking”).
Nel 1800, l’aratro pesante subì significativi miglioramenti grazie alla rivoluzione industriale.
Si adottò l’acciaio per vomeri e versoi, aumentandone la durata e l’efficienza. In Inghilterra, Robert Ransome nel 1789 avviò la produzione industriale di aratri completamente metallici, seguita da altri produttori, come Finlayson, Howard e Garrett .

L’introduzione del versoio elicoidale (es. aratro di Ridolfi in Toscana) permise di rivoltare meglio le zolle, definendo la struttura moderna con bure, coltro, vomere e versoio .
Sebbene ancora trainati da buoi o cavalli, gli aratri pesanti iniziarono a essere adattati alle prime macchine a vapore verso fine secolo .

Le principali innovazioni introdotte furono:
– Avantreno a ruote: Presente già dal Medioevo, ma perfezionato per stabilizzare la profondità di lavoro .
– Vomere asimmetrico in metallo: Consentiva di lavorare terreni compatti e argillosi con meno sforzo .
– Richiedeva 2-4 buoi o cavalli e due operatori: uno per guidare gli animali, l’altro per regolare l’aratro .
– Rendimento giornaliero: circa ⅓ di ettaro, quasi raddoppiato rispetto ai secoli precedenti .
L’aratro pesante facilitò la coltivazione di cereali su larga scala, riducendo la necessità di maggese e aumentando le rese .
In Europa, modelli come l’”aratro svizzero” o “brabantino” (ruotabile su due lati) divennero popolari, mentre in Italia l’adozione fu più lenta per via dei costi .
La trazione degli aratri era inizialmente esclusivamente animale (buoi o cavalli) ma verso la fine del XIX° secolo comparvero nella campagna romana i primi trattori a vapore.
Il trattore a Vapore
Il trattore a vapore è un veicolo agricolo storico, alimentato da un motore a vapore, utilizzato nell’agro romano principalmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo anche per trainare attrezzi agricoli (come aratri, mietitrici o trebbiatrici) o per fornire potenza meccanica tramite cinghie di trasmissione.

Era mosso da un motore a vapore, alimentato a carbone, legna o paglia ed includeva una caldaia per generare vapore ad alta pressione, che azionava i cilindri motore.
Richiedeva un operatore specializzato (“motorista”) per gestire pressione, combustibile e acqua.
Era molto pesante (fino a 15-20 tonnellate) e ingombrante, spesso su ruote in acciaio.
Per la sua autotrazione limitata, spesso veniva trainato da cavalli per spostarsi tra i campi
Veniva usato per lavori pesanti: aratura profonda, trebbiatura o azionamento di macchine tramite pulegge.
A fronte di una maggiore potenza rispetto ai cavalli (fino a 150 HP per l’americano Case 150 del 1910), che lo rendeva ideale per grandi aziende agricole e terreni estesi, presentava alcuni importanti svantaggi, come la lentezza nell’avviamento (1-2 ore per riscaldare la caldaia), gli elevati costi di manutenzione e gestione, il bisogno di grandi quantità di acqua e combustibile ed infine i rischi di esplosione se mal gestito. Negli anni 1920, fu rapidamente rimpiazzato dal trattore a combustione interna (più economico, compatto e sicuro).
- Mietitrici meccaniche a trazione animale (tipo McCormick) compaiono nelle grandi tenute cerealicole (es. Tenuta del Cavaliere, Maccarese) negli anni 1870-80..
La mietitrice McCormick a trazione animale, sviluppata da Cyrus McCormick a partire dal 1831 e brevettata nel 1834, rappresentò una rivoluzione nella meccanizzazione agricola del XIX secolo.
La macchina utilizzava lame da taglio che si muovevano avanti e indietro, combinate con un dispositivo rotante per spingere il grano tagliato sul retro della macchina. Era trainata da cavalli e migliorava significativamente l’efficienza rispetto alla mietitura manuale con falci .
La mietitrice automatizzava il taglio e l’ordinamento del grano in andane, riducendo la manodopera necessaria. Tuttavia, richiedeva ancora un operatore a piedi per legare manualmente i covoni, fino all’introduzione successiva dei legatori automatici .
La trazione equina rimase dominante fino all’avvento dei trattori negli anni ’30 del ‘900. Le prime mietitrebbiatrici complete, combinate con motori, emersero solo nel XX secolo .
Il design di McCormick influenzò lo sviluppo delle moderne mietitrebbiatrici, come quelle prodotte da Laverda in Italia dal 1956 .
La Svolta: BONIFICA INTEGRALE E FASCISMO (Anni ’20-’30)
Con la Legge Serpieri (1928), il regime fascista fece della bonifica e della meccanizzazione della Campagna Romana (e dell’Agro Pontino) un progetto simbolo.
L’obiettivo era triplice: combattere la malaria, aumentare la produzione cerealicola (“Battaglia del Grano”), creare piccola proprietà contadina.
L’introduzione su larga scala di trattori a cingoli (Caterpillar, Landini, Fiat) fu rivoluzionaria. Consentirono arature profonde e rapide su terreni pesanti, preparazione dei letti di semina e lavori di bonifica (scavo canali, movimenti terra).
L’Opera Nazionale Combattenti (ONC) ed il Consorzio Agrario di Roma, costituito il 25 ottobre 1896 su ispirazione di Guido Baccelli, medico e Ministro dell’Agricoltura profondamente legato alla realtà agricola romana, furono fondamentali nell’acquistare e gestire le macchine per conto dei nuovi coloni e delle grandi aziende.
Nacquero nuove città (Littoria/Latina, Sabaudia, Pontinia) e aziende agricole razionali, basate su una meccanizzazione intensiva delle principali operazioni (aratura, semina, mietitura, trebbiatura).
Negli anni ’20, pur essendo l’Italia ancora fortemente legata alla trazione animale (buoi, cavalli), iniziarono a diffondersi i primi trattori a motore, soprattutto di importazione americana (Fordson, International Harvester).
L’ Agro Romano, tradizionalmente caratterizzato da latifondi e lavoro bracciantile, vide alcune sperimentazioni con trattori, spesso promosse dal regime fascista per modernizzare l’agricoltura.
La meccanizzazione fu comunque lenta, a causa dei costi e della resistenza dei latifondisti a investire.
I Trattori a Vapore (ormai in declino), venivano ancora usati nelle grandi tenute per l’aratura profonda, pur essendo pesanti e poco pratici
I Trattori a Benzina o Kerosene, come il Landini Testa Calda, iniziarono a diffondersi.
L’ Agro Romano potrebbe aver visto anche l’uso di trattori Fordson F, economici e robusti, anche se non ne è rimasta traccia.
Nel 1918 La FIAT lanciò il “702” (1918-1920), uno dei primi trattori italiani, usato anche in bonifiche.

Il Fiat 702 fu uno dei primi trattori agricoli prodotti dalla Fiat nel suo appena costituito settore Trattori.
Introdotto nel 1919, è considerato uno dei trattori più importanti nella storia dell’agricoltura italiana e mondiale, in quanto ha contribuito alla meccanizzazione del lavoro nei campi.
Fu infatti il primo trattore progettato specificamente per l’agricoltura in Europa, sostituendosi ai vecchi motori a vapore e animali da tiro.
Ebbe larghissima diffusione e venne utilizzato anche come base per autocarri e veicoli industriali.
La sua robustezza e semplicità lo resero molto popolare presso gli agricoltori della campagna romana.
Le caratteristiche principali del Fiat 702, avanzatissime per l’epoca, erano:
Motore: 4 cilindri a benzina o kerosene, raffreddato ad acqua.
Potenza: Circa 20-25 CV (a seconda della versione).
Trasmissione: A ruote dentate con cambio a 3 marce avanti e 1 retromarcia.
Peso: Intorno alle 4 tonnellate.
Velocità massima: Circa 5-7 km/h**.
Trazione: Posteriore (2WD), ma esistevano anche versioni cingolate per terreni difficili (mod. 40 C detto “Boghetto”.
Il successo del Fiat 702 aprì la strada a modelli più avanzati come il Fiat 703 e la lunga serie di trattori Fiat che seguirono. Oggi è un pezzo da collezione molto ricercato.

La meccanizzazione della Campagna Romana attuata nei secoli XIX° e XX° non fu un semplice cambiamento tecnico. Fu un processo complesso e politicamente guidato, strettamente legato alla bonifica idraulica, alle politiche agrarie dello Stato (prima liberale, poi fascista, poi repubblicano) e alla trasformazione socio-economica dell’Italia da paese rurale a industriale. Passò dalle timide sperimentazioni ottocentesche dei latifondisti alla meccanizzazione totale e di massa realizzata dal fascismo e che verrà consolidata successivamente nel boom economico, cambiando per sempre il volto e l’economia della campagna attorno a Roma.
Fonte-Quaderni della Campagna Romana – Direttore Editoriale Franco Leggeri

