Risvolto del libro di Masha Rolnikaite- Devo raccontare-Traduzione di Anna Linda Callow- «C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta» – questo è il bilancio di Masha Rolnikaite. Il suo diario, che prende avvio nel 1941, è stato scritto su fogli volanti, mandato a memoria, annotato su sacchi di cemento, copiato su minuscole striscioline poi nascoste in una bottiglia – e infine trasferito, nella primavera del 1945, su carta. All’inizio, Masha è una bambina di tredici anni che assiste allo smantellamento della Vilna ebraica – la «Gerusalemme dell’Europa orientale» – e annota ogni cosa, sinché la madre, ritenendo troppo pericoloso anche solo registrare ciò che accade, glielo vieta. Del resto, a Masha e agli altri come lei sarà vietato tutto – tranne l’esecuzione di lavori sempre più brutali e avvilenti. Acquaiola in un’azienda agricola, spaccapietre nel Lager, bestia da soma in una tenuta della Pomerania, Masha non sembra tuttavia poter smettere di osservare, e raccontare, l’odio senza fine dei carnefici, la metamorfosi di civilissimi vicini di casa in spietati collaborazionisti, le connivenze e le ambiguità del Consiglio ebraico, insomma ogni anello di quella catena di orrori che, per rassicurarci, pretendiamo di conoscere bene, ma che libri come questo ci costringono invece a ripercorrere, impietriti, come per la prima volta.
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Árpád Weisz l’allenatore inghiottito dal lurido lager nazista.
Articolo di Fabio Casalini
Árpád Weisz nacque a Solt, in Ungheria, il 16 aprile del 1896 come figlio di Lazzaro e Sofia Weisz, entrambi ebrei.
Dopo il diploma liceale iniziò a frequentare l’Università di Budapest, dove si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, che dovette però lasciare prematuramente a causa della prima guerra mondiale.
Combattendo sotto l’Impero austro-ungarico, contro il Regno d’Italia, Árpád venne fatto prigioniero nel 1915 per essere, successivamente, internato a Trapani.
Addentriamoci nella sua carriera da calciatore: dal 1919 al 1923 militò in una piccola squadra di Budapest, mentre l’anno successivo giocò nel Maccabi Brno, società ebrea della città di Brno, nell’allora Cecoslovacchia. Con la nazionale magiara giocò sei partite tra il 1922 e il 1923, prendendo poi parte al torneo olimpico di Parigi 1924. Qui i magiari superarono agevolmente la Polonia per poi essere eliminati agli ottavi di finale dal modesto Egitto. In riferimento a questa partita, esiste un retroscena politico per spiegare la sconfitta: all’epoca l’Ungheria era governata da un nazionalista antisemita, mentre la nazionale era incentrata su giocatori di religione ebraica i quali, a causa di dissidi con la dirigenza, decisero di perdere volontariamente con gli egiziani.
L’anno successivo, per il campionato 1925-1926, arrivò in Italia, esattamente all’Alessandria. L’anno successivo, per poche partite, vestì la maglia dell’Inter. La sua carriera da giocatore s’interruppe bruscamente nel 1926 a causa di un grave infortunio al ginocchio che lo costrinse al ritiro. Visse la seguente carriera da calciatore semiprofessionista tra Ungheria, Cecoslovacchia, Italia e Uruguay.
Nel frattempo iniziò l’apprendistato da allenatore tra Ungheria, Uruguay e Alessandria, dove diventò, per il campionato di Prima Divisione 1925-1926, il vice di Augusto Rangone. Alla fine dell’anno andò all’Inter, che subito gli affidò la panchina della prima squadra, con la quale ottenne il quinto posto in classifica nel campionato di esordio e il settimo l’annata successiva. Negli stessi anni, a causa delle pressioni dell’allora governo fascista, Árpád e sua moglie Ilona Rechnitzer, ebrea ungherese sposata nel 1929, furono costretti a italianizzare il loro cognome in «Veisz»; anche l’Inter fu obbligata a cambiare denominazione in un più autarchico «Ambrosiana». Nonostante queste problematiche, con la formazione milanese Weisz vinse nella stagione 1929-1930 il primo campionato a girone unico nella storia del calcio italiano: a trentaquattro anni, l’ungherese è tuttora il più giovane allenatore straniero ad aver mai trionfato in Serie A.
Nella stagione 1930-1931, sempre alla guida dell’Ambrosiana, Weisz chiuse il campionato solo al quinto posto, sicché la società decise di non rinnovargli il contratto. Si trasferì dunque dall’altra parte del Paese, al Bari, dove guidò la squadra alla salvezza in Serie A. Nel 1932, però, venne richiamato dall’Ambrosiana, appena risollevata economicamente dal nuovo presidente, il facoltoso Ferdinando Pozzani, ben visto dal regime fascista. Nella sua nuova avventura milanese, Weisz ottenne per due volte la seconda posizione.
Nel gennaio 1935 diventò allenatore del Bologna di Renato Dall’Ara. Weisz prese in mano una squadra in crisi, ma riuscì comunque a traghettarla al sesto posto. L’anno successivo Weisz pose fine al ciclo bianconero, conquistando il terzo scudetto della storia bolognese: diventò il primo allenatore a vincere il campionato italiano con due squadre diverse. Dodici mesi dopo mise in bacheca il secondo tricolore consecutivo con i rossoblù. Weisz, però, non riuscì a ripetersi nell’annata 1937-1938, dove non andò oltre il quinto posto.
Tutto cambiò improvvisamente nel 1938, quando l’allenatore felsineo, a causa delle leggi razziali che prevedevano l’abbandono del Paese da parte degli ebrei arrivati dopo il 1919, diventò semplicemente un israelita di nazionalità straniera, vedendosi costretto a lasciare il suo lavoro e l’Italia per rifugiarsi con la sua famiglia prima a Bardonecchia, poi a Parigi e infine a Dordrecht, nei Paesi Bassi. Qui Weisz venne ingaggiato come allenatore della squadra locale. Al suo primo anno, Weisz salvò il club dalla retrocessione, vincendo il decisivo spareggio contro l’Utrecht. Nelle due stagioni successive, poi, diventò una sorta di eroe locale, conquistando due quinti posti e battendo formazioni ben più quotate come l’Ajax o i futuri campioni del Feyenoord.
Dal maggio 1942, però, la situazione iniziò a peggiorare sensibilmente: la Germania nazista aveva conquistato i Paesi Bassi,e gli ebrei furono costretti a portare una stella gialla sulle giacche. I figli erano stati espulsi da scuola e lo stesso Weisz non poté più lavorare.
Il 2 agosto 1942 i Weisz vennero arrestati dalla Gestapo. Pochi giorni dopo arrivarono nel campo di transito di Westerbork, da dove passò anche Anna Frank. Il successivo 2 ottobre la famiglia Weisz partì su di un altro treno diretto ad Auschwitz: qui, il 7 ottobre, i figli vennero subito condotti alle camere a gas. Árpád, insieme ad altri 300 uomini, venne fatto scendere a Cosel, in Polonia, per essere poi mandato nei campi di lavoro dell’Alta Slesia.
Dopo quindici mesi di lavori forzati, Weisz venne definitivamente ricondotto ad Auschwitz, dove trovò la morte in una camera a gas il 31 gennaio 1944, a 47 anni.
Fabio Casalini
Bibliografia
Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo, Roma, Aliberti, 2007
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