Ismail Kadaré è nato nel 1936 ad Argirocastro, nell’Albania meridionale, si è laureato in filologia a Tirana e ha proseguito gli studi a Mosca. Tornato in patria, inizia la sua carriera come giornalista e divenne direttore di “Les lettres albanaises”. La poesia è stata la sua prima passione: Ispirazioni giovanili (1956), Il mio secolo (1961). E alla poesia è sempre tornato regolarmente: Perché pensano queste montagne (1964), Motivi di sole (1968), Il tempo (1976), Gocce di pioggia caddero sul vetro (2003).
Ismail Kadaré
Anche quando la memoria-
Anche quando la mia memoria fosse stanca
come quei tram dopo mezzanotte
che fermano solo nelle principali stazioni,
Io non ti dimenticherò.
Ricorderò
la silenziosa serata, infinita nei tuoi occhi,
il singhiozzo soffocato, caduto sulla mia spalla
come la perpetua neve.
L’addio è arrivato
me ne vado lontano da te …
Nulla di eccezionale,
solo qualche sera
le dita di qualcun altro, si intrecceranno tra i tuoi capelli
con le mie dita, chilometri lontane …
Cristallo-
Da tempo non ci vediamo e sento
come pian – piano ti dimentico
come muore il tuo ricordo in me
come muoiono i capelli e ogni cosa.
Adesso cerco in giù e in su
un posto dove lasciarti
una strofa o una nota, oppure un brillante
dove posarti, baciarti, vederti.
E se nessuna tomba ti accetterà
troverò una pianura o un oasi di fiori
dove posarti dolcemente come polena
ovunque, ovunque ti dispenso..
Ingannandoti, ma forse così
potrei baciarti andandomene senza ritorno
e non si saprà mai né da noi né da altri
se la dimenticanza è questa oppure no.
Tu piangesti-
Tu piangesti e a bassa voce dicesti
Che io ti tratto come fossi una prostituta.
A quel tempo non feci caso al tuo pianto
Ti amavo senza sapere di amarti.
Solo una mattina, all’improvviso mi svegliai
Senza te e il mondo mi sembrò vuoto,
Allora capii ciò che avevo perso
E capii altrettanto che cosa guadagnai.
Brillava su di me come un smeraldo tedioso
E la felicità si rabbuiò come il crepuscolo dietro le nubi
Non sapevo scegliere tra le due
Una più bella dell’altra mi sembrava.
Perché dev’essere così questa collezione di gioielli
Cui la luce e l’orrore la illuminavano allo stesso modo,
Che nel moltiplicare la brama la vita si accentuava
Ma anche la morte altrettanto evocava.
Ismail Kadaré
Breve biograia di Ismail Kadaré è nato nel 1936 ad Argirocastro, nell’Albania meridionale, si è laureato in filologia a Tirana e ha proseguito gli studi a Mosca. Tornato in patria, inizia la sua carriera come giornalista e divenne direttore di “Les lettres albanaises”. La poesia è stata la sua prima passione: Ispirazioni giovanili (1956), Il mio secolo (1961). E alla poesia è sempre tornato regolarmente: Perché pensano queste montagne (1964), Motivi di sole (1968), Il tempo (1976), Gocce di pioggia caddero sul vetro (2003).
Nel 1963 pubblicò il primo romanzo, Il generale dell’armata morta, e da allora si è dedicato intensamente alla narrativa. Ha pubblicato una cinquantina di volumi fra romanzi, racconti e saggi. Nel 1990 ha chiesto e ottenuto asilo politico in Francia, dove è membro onorario dell’Accademia. Nel 1992 ha ottenuto il Premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera; nel 2005 l’International Booker Prize; nel 2009 il Premio Principe delle Asturie per la Letteratura. Sempre nel 2009 gli è stato conferito la Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione dall’Università di Palermo, riconoscimento voluto fortemente dagli “arberesge” di Piana degli Albanesi. Il Premio LericiPea “alla Carriera” nel 2010 è stato conferito a Kadaré, un poeta la cui voce magistrale è estremamente riconoscibile e si snoda in un vero e proprio “Universo Kadaré”, che dalla poesia al racconto e al romanzo si dilata in una dimensione storica e geografica dal passato al presente, collegando la letteratura albanese alle radici stesse della cultura europea. Kadaré costruisce un ponte tra la sua terra e i paesi che la circondano, trattando i caratteri specifici della storia e della cultura di quel paese, ridotto per lunghi periodi al silenzio, e gli aspetti generali che strutturano la vita di tutti i popoli, violenza e menzogna del potere, dedizione al dovere e varchi di libertà.
Con l’inedito Anche se è Aprile, da cui il titolo del volume che il LericiPea dedicò al poeta premiato, è giunta a noi in quest’occasione una perla, che ancora una volta dispiega l’opera di Kadaré nell’alveo di quella ribadita “unica Letteratura europea da Proust a Tolstoj”, che si evidenzia nel riallacciare la sua poesia, come scrive Marina Giaveri, “non solo ai grandi poeti russi del Novecento, ma ad un conosciuto e praticato panorama europeo”.
La sua opera ha ampia diffusione in Italia, dove sono usciti fra gli altri: Il mostro (Fandango 2010). L’incidente (Longanesi 2010), Il crepuscolo degli dei della steppa (Fandango 2009), Il generale dell’armata morta (Longanesi 2010), Aprile spezzato (ivi 2008), Dante l’inevitabile (Fandango 2008), Il successore (Longanesi 2008), La figlia di Agamennone (ivi 2007). Un invito a cena di troppo (ivi 2012), La bambola (La Nave di Teseo, 2017).
Se pur nelle poesie di Nerina Hysa si percepisce una palpitazione in tutto esclusiva e comunque sia per tutto giovanile e femminile, dove manca qualsiasi cardine storico-geografico (i suoi indirizzi sono pure intuizioni: tempo, spazio), la sua forma tramite sentieri misteriosi trova una sua Maniera, effettiva, alta, nitida. Questa è il caso fantastico in cui la natura porta alla Maniera, quando, perifrasando lo struggente John Keats, il poeta dà poesie naturalmente, come l’albero dà le foglie. E ci viene da pensare che la poesia non è in fondo una mania, ma è fortuna quindi talento.
Le poesie di Neri parlano in modo quasi impalpabile attraverso degli oggetti ideali: mare, cielo, pensatore, spiro, isola, vespro; carne come: chair, leib, flesh. I personaggi principali sono: un cane, i giorni della settimana, la nonna gracile e diletta (lontana e trasparente, senza l’ultima camicia per l’inverno); i fiori, l’unico fiore, la città… come le abbiamo sopraccennate. Nerinda H. è per me la poetessa più interessante della mia generazione, che vive in completo distaco dai mezzi di comucazione per comunicare ai pochi amici un po’ di vera magia.
Per ultimo l’autrice ha smesso di scrivere, ha smesso di essere poetessa, per diventare musa.
La mia sera
La mia sera
Questa è la mia sera
profonda
che respira
nel mio silenzio
Il cielo scuro,
teso,
senza stelle
il mare silvestre, intoccabile
e rigoglioso
La melodia raminga alle sponde
della cervella infastidite
Un aroma di nostalgia
veleggia
nello spazio serale
È una notte
fuggita
che non so da dove arrivi.
Essa mi sta
Di fronte ed io
A lei
Fo fronte
Nelle buie sponde
Degli animi ebri
I nostri contorni
S’elevano uno sull’altro.
Tenerezza d’acqua
Regalatemi il mio fango
i giardini con l’odore del mare
l’alito del cielo
sui tronchi rigogliosi…
Elargitemi tutte queste cose
e sparite
nella linfa di questo tronco…
Tigli
Le case con slanci primaverili
si svegliarono
dalla fanghiglia forestiera…
Il praticello è libero
così come le farfalle…
Si corre…
Oasi ci attendono
alle soglie del mare…
I bimbi si colmano di fiori
Nei piccoli fusti
Posando coroncine sulle chiome levigate
Poesie di N. Hysa
Nerinda Hysa
POEZI
(Carne in liceita’)
Sfogliando questo libro i titoli si riverseranno con celeste fluidità: Mercoledi delle ceneri, Acque, Umiltà per coloro che potranno venire, Aroma di rose, La spiaggia…, Coraggio d’orgoglio, Muri di vita, Catacombe…, Aroma…, Orizzonte, Isole dolenti (Sabrina). Ma anche: I gusti del’uomo soligno, Spiri, Elemosina tra fanghiglie, Tenerezza d’acqua… e così via, finchè non ci troviamo smarriti in un giardino profumante dove il capriccio artistico di madrenatura diviene rito, feretro, destino.
I personaggi del libro sono persone ideali (virtuali), che pure rivestono anche una parte non indifferente nell’economia dello sentire estetico quatidiano. I giorni della settimana, il cortile, il testamento, la terra, i muri, il cane, le acque, l’anima, il balcone; pergamene, archi; il mare, le porte, il silenzio, le radici, i fiori, la spiaggia, le carte, la notte, la vita, i prati, i nomi, i sogni, la polvere, l’orizzonte, le isole… Sono tutte travi del bastimento su cui naviga la personale mitologia della poetessa. Ma vi si trova cielo, cielo, cielo… Poi sfilano (esistono) anche persone-personaggi: SABRINA, IL GIACINTO, CAINO, TUNKA (fiore d’oblio), MAIA, DILA, il buon DIO. E sempre cielo, cielo, cielo.
Il tutto ha luoga tra il cielo e la terra ma ciò non sta a significare per l’io poetico solo che si trova in qualche luogo, ma anche che si trova a essere qualcuno; uno che non vivachia semplicemente tra la terra ed il cielo (convenzioni cosmogoniche), ma è anche fatto di terra e di cielo. Al quesito “chi sono” viene fornito così un primo riscontro.
Non ci stupiamo ché non si trova menzionato il sole, dacché è onnipresente. Come la parola “sole” anché “amore” non compare, eppure regna sovrano.
La poetessa si è persa nel suo ideale giardino, dove non c’è mai stato il ’97 (l’anno più nero della storia del nostro paese), chiusa in un altro tempo, che non è tempo: ma spazio tra sé e sé: illusoria distanza tra l’inizio e la fine. Qui la poesia funge anche da scudo magico contro il male.
Il procedimento tecnico di questa poesia sembra avere le radici nella pace: pace con sè e col mondo; camminando coi piedi per terra e cogli occhi rivolti al cielo. Lei ha eternato in questo libro il momento del (non)passaggio dall’infanzia nell’età adulta. Possiede certamente una verace percezione della realtà, pure sospende ogni principio di gerarchia quandi anche il conflitto in esso o con esso.
Ella non vorrebbe essere, è! Le interessa come ad ogni bambino solo ciò che la emoziona, non è adulta perché per un adulto l’unica emozione deriva dall’interesse. Essere, vuol dire, essere proiezione di un pensiero creatore compiuto. Questo pensiero compiuto, questa armonia in ritmo di divino silenzio, questo deserto, funge da principio di identità, come fondazione estetica dell’essere. Principio integrativo ed asse identitaria.
Leggendo le poesie di Nerinda Hysa, si entra in un teatro color miele, dove un unico attore gioca tutti i ruoli: un ragazzo nero con l’anima azzurra. Nero perché ha benconosciuto il sole; azzurro perché non ne è più di un bambino.
Cosa lo rende un libro? Cosa lo distingue, ad esempio, da una tempesta ormonale? Forse una forma, un’armonia cocciuta che di quando in quando sacrifica la significazione, per un significare più alto: quello della libertà. Nerinda Hysa poesiede un raro dono, l’unico che ci rende poeti: lei nei suoi componimenti non sembra fare granchè se non lasciar parlare la poesia. Ecco un assaggio:
Acque: Nei frangenti silenziosi dell’inverno/ son rimaste solo le ostriche dimenticate/ al solco della sabbia nomade // Il mare infangato/ con tono verde nereggiante/ e i coralli senza il bagliore rigoglioso …
Chi ha frequentato la grande poesia a cavallo dei secoli XIX-XX, si ricorderà de T.S.Eliot o Arthur Rimbaud. Ecco l’Eliot di A.Prufrock Love Song: […] The women to the room come and go/ talking of Michelangelo… Chi è che sta parlando, Eliot o la poesia? La poesia certamente. Se paralasse Eliot, egli ci direbbe semplicemente che le donne vanno e vengono per le stanze, parlando di Michelangelo – che consta in un’immagine (per quanto scelta) d’impronta borghese. Mentre, se intenderemo con la sensibilità che è la poesia che si apressa a dirlo, avremo:
The women to the room come and go
Talking of Michelangelo.
che è sicuramente una delle imagini più lussuose che la frequentazione della musa ci fornisce. Nel caso in cui fosse il copista Eliot a riferirla, la cifra nel migliore dei casi, sarebbe ironica; mitica è quando lo dice la poesia.
Uguale, anzi più spiccato quest’argomento in “O saisons, o châteaux“ di Rimbaud:
O saisons, o châteaux/ quel âme est sans defauts.
Ora se prendessimo ciò che dice il francese, ci deluderemmo : O stagioni o castelli, quale anima non ha difetti? Abbiamo a che fare con un scarsa domanda retorica, che impoverendole si rivolge alle stagioni e ai castelli di Francia, dell’Europa e dell’umanità. Che non richiederebbe risposta alcuna, se non negativa. Ma se sentiammo parlare la poesia intesa come canto, noi abbiamo
O saisons, o châteaux
Quel âme est sans defauts?
E si sale di livello, perché la domanda è estetica. Credo la differenza conti.
Nel volume “Carne in Liceità” vi affaccerete alla poesia come finestra dell’essere, come speculazione mitica. Ma sono poesie senza dubbio. Alcune poesia dalla Poesia, che è sintesi senza passare per tesi. Questa manciata di liriche consta in immagini della felicità, animate dal sentimento della felicità. La poetessa si è dissolta nel’oggetto del suo amore. La natura è la sua sola cultura.
Se pur nelle poesie di Nerinda Hysa si percepisce una palpitazione in tutto esclusiva e comunque sia per tutto giovanile e femminile, dove manca qualsiasi cardine storico-geografico (i suoi indirizzi sono pure intuizioni: tempo, spazio), la sua forma tramite sentieri misteriosi trova una sua Maniera, effettiva, alta, nitida. Questa è il caso fantastico in cui la natura porta alla Maniera, quando, perifrasando lo struggente John Keats, il poeta dà poesie naturalmente, come l’albero dà le foglie. E ci viene da pensare che la poesia non è in fondo una mania, ma è fortuna quindi talento.
Le poesie di Neri parlano in modo quasi impalpabile attraverso degli oggetti ideali: mare, cielo, pensatore, spiro, isola, vespro; carne come: chair, leib, flesh. I personaggi principali sono: un cane, i giorni della settimana, la nonna gracile e diletta (lontana e trasparente, senza l’ultima camicia per l’inverno); i fiori, l’unico fiore, la città… come le abbiamo sopraccennate. Nerinda H. è per me la poetessa più interessante della mia generazione, che vive in completo distaco dai mezzi di comucazione per comunicare ai pochi amici un po’ di vera magia.
Per ultimo l’autrice ha smesso di scrivere, ha smesso di essere poetessa, per diventare musa.
La mia sera
Questa è la mia sera
profonda
che respira
nel mio silenzio
Il cielo scuro,
teso,
senza stelle
il mare silvestre, intoccabile
e rigoglioso
La melodia raminga alle sponde
della cervella infastidite
Un aroma di nostalgia
veleggia
nello spazio serale
È una notte
fuggita
che non so da dove arrivi.
Essa mi sta
Di fronte ed io
A lei
Fo fronte
Nelle buie sponde
Degli animi ebri
I nostri contorni
S’elevano uno sull’altro.
–>
Tenerezza d’acqua
Regalatemi il mio fango
i giardini con l’odore del mare
l’alito del cielo
sui tronchi rigogliosi…
Elargitemi tutte queste cose
e sparite
nella linfa di questo tronco…
–>
Spiri
Isole amabili, fiumi
Arieggiati dolcemente
E terre di morte
Strade di cipressi
E campane alate
Piccole voci
E risa di lattante
Sopra il mio fiume…
–>
Tigli
Le case con slanci primaverili
si svegliarono
dalla fanghiglia forestiera…
Il praticello è libero
così come le farfalle…
Si corre…
Oasi ci attendono
alle soglie del mare…
I bimbi si colmano di fiori
Nei piccoli fusti
Posando coroncine sulle chiome levigate
–>
La spiaggia
La spiaggia, mandava lenti bagliori,
indugiava diabolicamente,
con labbra tratteggiate in blu,
combusto diamante
blu…
Essa perfidamente
mi origlia
senza chiedere
non fa che spiarmi
nei marosi
oscuri blu…
nei giorni sfinitamente blu…
Un cielo pedante,
sfuggente,
declinato, sbiadito
ma essenzialmente sfuggente,
dove hanno fine ed iniziano
si esecrano brutalmente
pure
iniziano…
–>
Davanti alla virtù…
Scendono piano i vespri sulle foglie
Sulla mia anima questo vespro è tentato
attutito, commovente…,
il mio vespro…
Questo vespro è tutto anima
e profondità…
Sapevi che parlavo ogni notte con la tua stella…?
Che mi lanciavo dalle roccie
Ogni alba?…
Morivo ogni notte, risorgevo
due volte… al tramonto…
e mi seppellivo nella polvere
delle tue ombre?…
Lo sapevi?
Ma sei morto ormai
E sei risorto
Nel mio tramonto…
………………………………………………………… ……… ….. …. .. . versione di A. Cani
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –Tirana, la città colorata, è la capitale dell’Albania è un paese indicato come una delle 10 destinazioni da non perdere dalla Rough Guide. Ecco i loro 10 motivi perché visitare Tirana. Marzo sarà un vero mese di festa non solo per i residenti di Tirana, ma anche per i suoi numerosi visitatori che arrivano da altri distretti dell’Albania e dall’estero.
Nell’ambito del centenario della capitale, il Comune di Tirana ha organizzato un’agenda di attività, che ricopre tutto il mese di marzo.
La notizia è stata annunciata dallo stesso sindaco Erion Veliaj, che ha condiviso con molti follower sui social network, l’agenda delle attività festive delle prossime quattro settimane.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Tirana è solitamente in cima alla lista delle città peggiori d’Europa. Dopo decenni di dittatura stalinista, grigia e triste, povera di infrastrutture e servizi, di certo può rimanere poco attraente per i piu’ superficiali. Nel 1992. con il collasso del regime comunista, la situazione è solo peggiorata, e il caos ha avuto la meglio, ingolfando la città e creando la migliore condizione per la crescita della criminalità.
Adesso tutto è cambiato. Oggi Tirana, anche se rimane comunque una città caotica, è una piacevolissima cittadina, centro della cultura, dell’intrattenimento e della politica dell’Albania. Ha visto crescere rapidamente la sua popolazione, arrivando quasi ad un milione di abitanti ( la totalità della popolazione albanese ne conta tre milioni ). La città ti sorprenderà, ed in tutto il paese non si troverai nulla del genere!
Ecco le 10 ragioni per andare a Tirana.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Sperimentare l’ospitalità degli abitanti
Essere invitati per un caffè o un rakia (un brandy di prugna) è un’abitudine locale e troverete gli albanesi amichevoli verso i visitatori stranieri. Essendo stata isolata dal resto del mondo per la seconda metà del ventesimo secolo, molti sono curiosi dell’afflusso di viaggiatori.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Tirana, la città colorata
Poiché è una piccola città, è possibile coprire facilmente la zona centrale di Tirana in un giorno. Ma oltre a un’esplorazione piacevole della manciata di musei, monumenti, edifici storici e parchi, trovate un po’ di tempo per ammirare le abitazioni tiranesi . Verniciati con colori arcobaleno, aggiungono luminosità a quello che un tempo era un paesaggio urbano piuttosto monocromatico.
La cultura del caffè
L’Albania potrebbe non essere famosa per la sua cucina, ma non è un motivo per non fare attenzione al cibo. Cercate l’ottimo caffè e birra (l’Islam è la religione predominante, ma è praticata in modo molto tollerante), nonché pasticcini decenti e buon gelato. I caffè sono il luogo perfetto per guardare la gente, impostato su una colonna sonora di albanese e di Euro-pop.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Una lezione di storia a Piazza Scanderbeg
Il centro di Tirana è Piazza Scanderbeg, che prende il nome dall’eroe nazionale che ha dato vita anche se brevemente all’indipendenza dell’Albania dall’Impero Ottomano nel XV secolo. Al centro della piazza c’è una grande statua bronzea di Scanderbeg a cavallo (immaginate Alessandro Magno incontra Thor), e la Moschea Et’hem Bey, uno degli edifici più preziosi della nazione che risale alla fine del XVIII secolo, che si trova nell’angolo sud-est. Sempre nella stessa piazza si trovano anche i principali musei della nazione, tra cui il Museo Storico Nazionale albanese adornato con un enorme muro socialista di partigiani vittoriosi.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Quale occasione migliore per visitare una piramide dell’era moderna?
Troverete la piramide di cemento di Tirana, Piramida, a pochi passi da Piazza Skanderbeg. Costruito nel 1987 dalla figlia del dittatore albanese Enver Hoxha (che tirannicamente governò l’Albania dal 1944 al 1985) come museo a suo padre, ora sembra abbandonata, spogliata delle piastrelle che una volta la coprivano e spruzzi di graffiti. Si parla di demolirlo, ma alcuni sostengono che dovrebbe essere mantenuto intatto come un monumento adatto allo spirito dello stalinismo.
Per il “Blloku”, il cuore della movida albanese
“Blloku” è un quartiere di Tirana. Letteralmente, il suo significato è, Il Blocco ex quartiere dei dirigenti del Comitato Centrale del Partito del Lavoro. Progettato come “quartiere giardino” dall’architetto Gherardo Bosio, divenne dopo la Seconda Guerra il quartiere residenziale del dittatore Enver Hoxha. Oggi è il cuore della “movida” albanese. Oggi si trovano alberghi costosi, caffè di design, ristoranti e negozi.
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Per la vita notturna
Ogni anno la scena notturna di Tirana si muove su di un livello e i club della città, in gran parte situati intorno a Blloku, variano notevolmente in tema e atmosfera. È meglio visitarli con qualcuno del posto per sapere dove andarci (e quali evitare). Siate tuttavia consapevoli che l’Albania è ancora una società tradizionale.
Un pò di relax in Parku i Madh (Grand Park)
Questo grande parco boscoso è dove molti cittadini di Tirana vanno per passare qualche ora, sia che si tratti di pesca nel lago artificiale, picnic sui prati o passando il tempo in uno dei tanti bar-caffetterie. Tenuto conto del traffico opprimente di Tirana, questo parco consente di brillare l’atmosfera mediterranea della città.
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Per visitare il Parco Nazionale del Monte Dajti
Se volete una pausa dal centro della città, dirigetevi verso il Parco Nazionale del Monte Dajti, popolare tra i residenti di Tirana per l’aria fresca e le passeggiate fuori dal centro abitato. Potete prendere una funivia costruita dagli Austriaci (costosa) o il bus della città (a buon mercato) e una volta lì troverete alberghi, pensioni e ristoranti se ti senti di trascorrere la notte.
Un salto al mare, perché no?
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La città storica di Durazzo sul mare Adriatico è stata per decenni, dove i potenti di Tirana andavano per rilassarsi (Enver Hoxha e Re Zog disponevano di case vacanze). Oggi sono in gran parte i turisti kosovari che si avvalgono di numerosi hotel e ristoranti economici lungo il lungomare. Le cose sono ruvide e pronte, ma Durazzo è vivace, poco costosa e facilmente accessibile.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Situata geograficamente al centro del Paese, circa 35 km a est di Durazzo e circa 40 km a nord-ovest di Elbasan, sorge in una valle racchiusa da montagne e colline (Monte Dajt a est, le colline di Kërrabë e Sauk al sud, le colline Vaqarr e Yzberisht a ovest e Kamzë a nord). È attraversata da due fiumi (il Tirana e il Lana) ed è affiancata da diversi laghi (lago di Tirana, Thatë, Farkë e Paskuqani) e da una riserva naturale nazionale (parku i madh).
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
È la sede del potere del governo albanese, con le residenze ufficiali del presidente e del primo ministro albanese e del parlamento albanese. La città è oggi il principale centro economico, finanziario, politico e commerciale, nonché culturale e religioso d’Albania, sede di istituzioni pubbliche e dell’università, e grazie alla sua posizione nel centro del paese, snodo di trasporti e traffici, e al suo moderno trasporto aereo, vicino ai poli marittimi, ferroviari e stradali, è in progressiva crescita urbana. È stata insignita dei titoli di Capitale europea della gioventù per il 2022[5] e di Capitale mediterranea della cultura e del dialogo per il 2025[6].
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Estesa su un’ampia pianura al centro dell’Albania, con il monte Dajt che si eleva a est e una valle a nord-ovest che si affaccia sul mare Adriatico in lontananza, è contornata da diversi laghi artificiali.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Territorio
Tirana dal Satellite
Il Comune di Tirana si trova a (41,33 ° N, 19,82 ° E) nell’omonimo distretto. L’altitudine media di Tirana è 110 metri (361 piedi) sul livello del mare mentre il punto più alto è a 1828 m (5,997.38 ft) sulla sommità del Gropà Mali.
Ricca d’acqua, è situata in una pianura fertile. Bagnata dal fiume di Tirana (lumi i Tiranës), il cui affluente Lana attraversa il centro abitato[7] e affiancata nella zona sud dal fiume Erzen.
La comune comprende anche diversi laghi artificiali: il lago artificiale di Tirana, intorno al quale fu costruito il Grande Parco, il lago di Farka, di Bovilla, di Allgjate, di Kus, di Kashar e di Vaqarr.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Il clima di Tirana è temperato, con estati calde e inverni freschi e umidi.[8] Grazie alla sua posizione nella pianura di Tirana e alla vicinanza al Mar Mediterraneo, la città è particolarmente influenzata da un clima stagionale mediterraneo. È tra le città più piovose e soleggiate d’Europa, con 2.544 ore di sole all’anno
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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8 settembre 1943.Da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”
Laterza Editori
da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”-“Eravamo numeri. Non più uomini. Il mio era 7943. Ero uno dei tanti. Mi avevano preso sulle montagne ai confini con l’Austria, mentre tentavo di arrivare a casa, dopo l’8 settembre del ’43. Ci portarono a piedi fino a Innsbruck e poi, dopo quattro o cinque giorni, ci caricarono sui treni e ci portarono in un territorio molto lontano, che a noi era sconosciuto, oltre la Polonia, vicino alla Lituania, nella Masuria, in un lager dove poco tempo prima erano morti migliaia di uomini; gli storici parlano di cinquanta-sessantamila russi. Erano prigionieri, morti di fame
e di tifo. Noi andammo ad occupare le baracche che avevano lasciato libere, nello Stammlager 1-B.
Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salo, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto “Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere!”, abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito.
E fummo coperti d’insulti, di improperi. Avevamo visto cos’eravamo noi in guerra, in Francia prima, poi in Albania e in Russia. Avevamo capito di essere dalla parte del torto. Dopo qello che avevamo visto, non potevamo più essere alleati con i tedeschi. Perciò da allora fummo dei traditori. Fummo della gente che non voleva più combattere. E ci trattarono come tali. Nell’ordine dei lager venivamo subito dopo gli ebrei e gli slavi; noi che non eravamo nemmeno riconosciuti dalla Croce rossa internazionale. Ci chiamavano internati militari, ma eravamo prigionieri dentro i reticolati, con le mitragliatrici piazzate nelle torrette che ci seguivano ogni volta che ci spostavamo. Abbiamo resistito. Tanti di noi non sono tornati. Più di quarantamila nostri compagni sono morti in quei lager, durante la prigionia. Io ritornai nella primavera del 1945, a piedi, dall’Austria, dove ero fuggito dal mio ultimo campo di concentramento.
Arrivai a casa che pesavo poco più di cinquanta chili, pieno di fame e di febbre. E feci molta fatica a riprendere la vita normale. Non riuscivo nemmeno a sedermi a tavola con i miei, o a dormire nel mio letto. Ci vollero molti mesi per riavere la mia vita.
Avevamo dietro le spalle la Storia, che ci aveva aperto gli occhi su quello che eravamo noi e su quel che erano coloro i quali ci venivano indicati come nostri nemici. Quello che ci avevano insegnato nella nostra giovinezza era tutto sbagliato. Non bisognava credere, obbedire, combattere. E l’obbedienza non doveva essere cieca, pronta e assoluta. Avevamo imparato a dire no sui campi della guerra. E molto più difficile dire no che si.
Ripeto spesso ai ragazzi che incontro: imparate a dire no alle lusinghe che avete intorno. Imparate a dire no a chi vuol farvi credere che la vita sia facile. Imparate a dire no a chiunque vuole proporvi cose che sono contro la vostra coscienza. E’ molto più difficile dire no che si.”
da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”, Laterza, 2021.
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