Descrizione-Steve McCurry- Una vita per immagini-E’ scritta dalla sorella Bonnie, presidente degli Studios, legata al fratello Steve McCurry da uno stretto rapporto affettivo e professionale, non ché custode dell’archivio delle immagini di Steve. Il racconto parte dall’infanzia, continua con il viaggio in Europa e la decisione irrevocabile di intraprendere la carriera di fotografo, e poi ripercorre i 40 anni di attività di McCurry, trascorsi tra luoghi di guerra (la Cambogia, il Medio Oriente, l’Afghanistan), disastri naturali (i monsoni in India) e luoghi dello spirito (le grandi vette himalayane e i templi). Il volume raccoglie 600 scatti del fotografo, di cui oltre 200 inediti, e una serie di documenti e memorabilia dei suoi avventurosi viaggi.
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Steve McCurry
Biografia
Membro della Magnum, Steve McCurry si e’ laureato nel 1974 in Cinematografia e Teatro presso l’Universita’ della Pennsilvanya.
Inizia a lavorare come freelance alla fine degli anni ‘70, realizzando reportage dall’ India e dall’ Afghanistan, i paesi con cui maggiormente si identifica il suo lavoro.
La svolta nella sua carriera avviene nel 1979, quando entra nelle zone Afaghane controllate dai mujahiddin, appena prima dell’invasione russa. Quando tornò indietro, per attraversare il confine portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti.
Le sue immagini a colori, che combinano al meglio l’arte del reportage, dellla fotografia di viaggio e dell’indagine sociale, sono state pubblicate in numerose pubblicazioni in tutto il mondo, ma il nome di Steve McCurry rimane in particolarmente legato al National Geographic, di cui ha realizzato la copertina piu’ famosa di tutti i tempi.
Il Fotografo
C’e’ una sorta di paradosso nella fotografia di Steve McCurry. Sul piano tecnico, le sue foto risultano praticamente perfette, serene, caratterizzate dalla forza e dalla vivacita’ del colore, ma raccontano di storie inquietanti di poverta’ e sradicamento, di fame e disperazione. Potrebbe sembrare mancanza di empatia con i soggetti fotografati, ma in realta’ e’ il contrario. Le sue immagini sono frutto di una scrupolosa ricerca, realizzata attraverso lunghissimi viaggi ed estenuanti attese del momento perfetto. Cosi’ racconta come e’ riuscito scattare la famosa foto in cui ritrae dei pescatori dello Sri Lanka in equilibrio su canne di bambu’ : “ Prima ho studiato i luoghi e le tecniche di pesca, poi ho trovato il posto giusto ed un punto di vista convincente e prima di scattare ci sono tornato tre volte : nel tardo pomeriggio, al mattino presto e dopo il tramonto. Alla fine ho scelto la luce delle 7 del mattino con il cielo completamente coperto”.
L’approccio di McCurry e’ prevalentemente antropologico, nelle sue immagini sono presenti cultura, religione e tradizioni. McCurry non ricerca lo scatto folgorante ed esplicito, le sue fotografie raccontano gli eventi collocandoli in un ampio contesto.
Come racconta al giornalista italiano Mario Calabresi, per fare il fotografo bisogna “immergersi” nella realta’ che si vuole rappresentare. Cosi’ racconta la sua esperienza durante i monsoni in India, durante i quali realizzo’ un reportage che gli avrebbe dato fama mondiale: “ Quell’anno ho capito che, per farcela, dovevo entrare nell’acqua lurida, coperta di melma, piena di rifiuti e animali morti : per compiere il mio progetto, dovevo accettare tutti i rischi, compreso quello di ammalarmi e morire”
Come emerge chiaramente dalle sue foto e dai libri di McCurry, il fotografo americano ama rivolgere pa propria attenzione all’essere umano: “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
Il fotografo americano e’ stato uno dei primi a raccontare l’India e l’Asia utilizzando la fotografia a colori. Prima di lui il subcontinente era stato raccontato praticamente solo in bianco e nero. L’ India di Mccurry invece costituita da un’ infinita varieta’ di visioni luminose e contrastanti, odori e sapori a cui solo il colore puo’ rendere giustizia.
Da qui derivano anche alcune critiche, soprattutto da coloro che ritengono che il bianco e nero abbia indiscutibilmente una ‘’profondita’’’ e ‘’sostanza’’ che la fotografia a colori non potra’ mai raggiungere. Ma una delle caratteristiche dei grandi fotografi, e’ quella di sapere andare oltre i limiti di un medium e, facendolo, creare un nuovo standard.
Steve McCurry, indubbiamente, ha questa caratteristica e la sua fotografia e’ universalmente apprezzata per la sua bellezza ed umanita’.
Forugh Farrokhzad è la più importante poetessa persiana del Novecento, popolarissima in Iran. Alcuni suoi testi si trovano in traduzione italiana e anche francese. Nata a Teheran nel 1935 e scomparsa a soli trentadue anni. Ha fatto della libertà il principio fondamentale per la sua opera artistica e per la sua esistenza privata, riuscendo a rinnovare la poesia. Nel 1956, Forugh ha compiuto un viaggio in Italia e di questo viaggio resta il suo memoriale, pubblicato a puntate su una rivista persiana e intitolato “In un’altra terra”. Il testo del memoriale è stato pubblicato in Italia nel 2015 dalla casa editrice fiorentina Le Càriti, per le cure di Marzieh Khani, alla quale Altritaliani ha chiesto un articolo, che pubblichiamo qui di seguito, per presentare ai nostri lettori la figura di Forugh.
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Forugh Farrokhzad-Poetessa persiana
Forugh Farrokhzad nasce il 5 gennaio 1935 a Teheran, da una famiglia della media borghesia. Terza di sette figli, quattro maschi e tre femmine, trascorre un’infanzia felice, assieme alla famiglia, in una grande casa in uno dei quartieri più vecchi della capitale.
Il padre, Mohammad Baqer Farrokhzad, è un militare severo, appassionato di letteratura, mentre la madre, Turan Vaziri Tabar, è casalinga.
A dispetto delle regole imposte dai genitori, la piccola Forugh persiste a vivere libera da ogni costrizione familiare e sociale. I ricordi di questa infanzia anarchica emergono nel racconto I ragazzi del viale Khadem Azad redatto da Puran, sorella di Forugh:
Era una bambina irrequieta, curiosa, una diavoletta che dopo la nascita di Fereydun, il fratello minore, ha perso le attenzioni dei genitori; le è capitato, infatti, quello che capita alla maggior parte dei bambini nati nelle famiglie numerose!… in seguito, iniziò a comportarsi come i maschi, si arrampicava sugli alberi, camminava sul bordo del muro, ora con gli occhi aperti e su due gambe, ora con le mani aperte e gli occhi chiusi e su una sola gamba. Le piaceva più giocare con i ragazzi che con le ragazze e se non l’accoglievano nel loro gruppo, li picchiava e li copriva di parolacce… Non temeva i castighi e neppure piangeva, batteva il piede per terra e gridava con fermezza: «ho fatto bene, ho fatto bene e lo rifarò ancora!» Nessuno sapeva o voleva sapere il vero motivo del cambiamento in lei. Ma Forugh, solo osservando gli atteggiamenti del padre e considerando i vantaggi che concedeva ai figli maschi, dai quali le figlie erano escluse, cercava di eliminare le disuguaglianze tra uomo e donna e le sue grida di protesta volevano dire che non c’è nessuna differenza tra di noi, anzi siamo più dure e più forti di loro… Purtroppo mio padre non era l’unico prepotente di casa, anche mia madre con tutta la sua semplicità, gentilezza e sensibilità svolgeva il ruolo di una dittatrice autoritaria. Nessuno osava disobbedire alle sue norme rigide. Una minima disobbedienza finiva in una punizione dolorosa. Per qualsiasi cosa aveva un programma preciso che si doveva eseguire ad ogni costo: l’ora di svegliarsi, di mangiare, di dormire, di giocare, di studiare, il modo di mangiare, di vestirsi, di parlare e di ascoltare; ci rendeva uniformi, scegliendo i modelli e i colori dei nostri abiti con il proprio gusto… Se evitavamo di mangiare il pasto che avevamo davanti (talvolta Forugh gettava a terra il piatto), oppure non andavamo a letto nell’orario fissato, non spegnevamo la luce e non rimanevamo zitti, ci toglievamo il vestito che ci faceva mettere con la forza o lo strappavamo (come faceva Forugh), allora la madre arrossiva dalla furia, strillava, gridava, diceva parolacce; faceva tutto questo, ma non riusciva a capire perché i suoi figli si opponessero alle sue regole, perché Amir Masud scappasse di casa, perché Puran non mangiasse, perché Forugh seppellisse le sue scarpe nuove nel giardino e perché Fereydun strappasse la sua giacca?!… Lei voleva educarci con il proprio metodo, lui con il suo, e quindi in casa c’erano sempre dei litigi senza fine e noi poveri bambini eravamo i soliti spettatori di queste liti che andavano via via aggravando…!
[[P. FARROKHZAD, Kasi ke mesle hichkas nist, V ed., Tehran, Karvan, 2008, pp. 210-216.]]
Impara a leggere e a scrivere in tenera età, prima ancora di iniziare il periodo scolastico. Dopo aver concluso le elementari, nel 1946, si iscrive alla scuola pubblica di Khosro Khavar. Durante questo periodo legge innumerevoli libri e talora scrive anche dei versi. Ma inizia a comporre le sue prime poesie nella forma classica di Ghazal [[Componimento monorimico breve di carattere lirico, nato nel VI secolo con il poeta persiano Sanai Ghaznavi.]] a partire dal 1949, l’anno in cui frequenta la scuola di pittura e di cucito di Kamalolmolk, dove conosce Sohrab Sepehri [[Poeta e pittore iraniano, nato nel 1928 e scomparso nel 1980.]] con cui instaura una intensa amicizia.
Il 14 settembre del 1950 sposa, contrariamente alla volontà dei genitori, il cugino trentenne Parviz Shapur, impiegato di un’azienda petrolifera che più tardi diventerà autore di caricature fatte con le parole, per le quali è molto conosciuto nella sua patria. In seguito, si spostano, per l’occupazione del marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Lavora intensamente e dal 1951 inizia a collaborare a periodici letterari (come «Ferdousi», «Omid-e Iran», «Andishe-o Honar» e «Roshanfekr»). Nella primavera del 1952 dà alle stampe il suo primo volume di poesie, Prigioniera, composto da quarantaquattro liriche, nelle quali riverserà tutto il fervore della propria anima. La raccolta rivela l’attitudine e l’efficacia del linguaggio di una giovanissima autrice che in poco tempo riuscirà a diventare uno dei personaggi eccellenti della poesia persiana contemporanea. I versi audaci di questo volume, tuttavia, le procureranno i più offensivi giudizi della società bigotta iraniana, tanto da essere nominata «la poetessa del peccato».
Con la nascita di suo figlio, Kamyar, il 19 giugno 1952, si intensificano i contrasti tra la giovane poetessa e il marito tradizionalista che pretende da sua moglie la totale dedizione alla vita familiare. Forugh viene costretta a compiere una scelta difficile: nell’autunno del 1955 divorzia da Parviz Shapur e torna a vivere a Tehran, ma secondo la legge perderà per sempre il diritto di vedere suo figlio. Il trauma dell’allontanamento dal figlio unico lascia un segno sia nella sua vita privata che in quella artistica: in alcune poesie e nelle lettere scritte ai familiari si sente la sofferenza che accompagna sovente la poetessa per la separazione dal bambino, ma anche un cupo senso del peccato. Questo allontanamento (a cui si aggiungeranno altri drammi familiari e sociali) la porterà, nel 1956, a ricoverarsi per un mese in un ospedale psichiatrico e nei primi anni Sessanta a tentare tre volte il suicidio.
Dopo l’uscita, nel 1955, della seconda edizione di Prigioniera con una presentazione di Shafa [[Shojaeddin Shafa (1918-2010) è un letterato, storico, giornalista, traduttore e diplomatico iraniano.]]
(che chiede ai lettori di leggere le poesie evitando giudizi morali: «L’opera di Forugh verrà affiancata alle liriche dell’America Latina, specialmente a quelle di Alfonsina Storni. Le sue poesie hanno a che fare più con i sentimenti che con la ragione e Forugh cerca più ardore che felicità».) [[SH. MORADI KUCHI, Shenakht nameye Forugh Farrokhzad, II ed., Tehran, Ghatreh, 2005, p. 202.]] e la pubblicazione, nel giugno 1956, della seconda opera poetica, Il muro (dedicata all’ex marito in segno di affetto e gratitudine), intraprende un viaggio in Europa (per liberare la mente dai problemi e trovare l’energia e l’equilibrio necessario per riprendere le attività quotidiane ed artistiche) partendo il 6 luglio 1956, prima per l’Italia e poi, verso la fine del dicembre di quello stesso anno, per la Germania. Dopo quattordici mesi, nell’agosto 1957, ritorna a Tehran e continua la sua attività di scrittura: pubblica i suoi ricordi dal viaggio in Italia (il memoriale, intitolato In un’altra terra è pubblicato tra l’ottobre e il novembre 1957 su «Ferdousi»), sei racconti (simili sia dal punto di vista tematico che strutturale, editi su quest’ultima rivista, tra l’ottobre e il dicembre 1957: La sconfitta, Il dolore del domani, La fine, Il mio piccolo amico, L’indifferente e L’incubo). E il terzo volume di poesie, Ribellione (edito con gran successo nell’estate 1958, comprende i pensieri filosofici e ribelli della poetessa in diciassette componimenti poetici scritti a Roma, a Monaco e a Teheran e si apre con due versetti della Torah e un versetto coranico). Grazie al successo della sua terza raccolta poetica, Farrokhzad si inserisce nell’ambiente letterario e si intensificano le sue collaborazioni su riviste.
Nel 1958 conosce tra l’altro il regista e scrittore Ebrahim Golestan, con il quale nasce un profondo legame amoroso che la accompagnerà fino alla sua morte e da questo incontro inizia anche la sua fortuna cinematografica: nel 1959 si occupa del montaggio del documentario Un fuoco (girato in una zona desertica, durante l’incendio di un pozzo petrolifero), nel 1960 recita e collabora alla produzione del film Il rito del matrimonio in Iran (ordinato dall’Associazione Nazionale del Film di Canada anche in India, Italia e nello stesso Canada), nel 1961 realizza alcuni documentari commerciali (per la casa editrice «Keyhan» e per la fabbrica dell’olio Pars) e la colonna sonora per il lungometraggio Onda, corallo e roccia, nel 1962 recita nel film Il mare, mai portato a termine, tratto dal racconto Perché il mare era in burrasca?, redatto dal noto scrittore iraniano Sadeq Chubak (1916-1998), nel 1963 codirige e recita nel primo e nell’ultimo episodio de Il mattone e lo specchio. Si impegna, inoltre, nel montaggio del primo episodio della serie televisiva “Panorama” e collabora, come assistente del regista, dal secondo al sesto episodio.
Nell’autunno del 1962 realizza il documentario La casa è nera, su una comunità di lebbrosi rinchiusi in una casa di cura a Tabriz; un capolavoro cinematografico che, con i bellissimi testi della poetessa, recitati dalla sua stessa voce, diviene poesia. Malgrado la critica iraniana accusi Farrokhzad di usare i malati, e di creare «scene orribili», «sgradevoli» e «sconvolgenti» adoperate come metafora dell’Iran sotto lo shah Pahlavi, La casa è nera, nel 1964, ottiene, tra sessantacinque documentari, il primo premio alla regia al Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen e altri importanti riconoscimenti internazionali. Dopo la fine delle riprese, Farrokhzad adotta anche un bambino, figlio di lebbrosi, e con il consenso dei genitori lo porta con sé a Tehran.
Le attività cinematografiche la conducono diverse volte in Europa: nell’estate 1959 e nella primavera del 1961 viaggia in Inghilterra per seguire i corsi professionali ed intensivi di produzione cinematografica. Nell’estate 1964 parte per la Germania, l’Italia e la Francia. E nella primavera del 1966 partecipa alla seconda edizione del Festival del Cinema d’Autore a Pesaro, dove conosce Bernardo Bertolucci, che sta realizzando il film documentario La via del petrolio.
Questo ultimo viaggio di Forugh in Italia dura quattro mesi e, come confida alla sorella Puran, una zingara, durante il suo soggiorno in Italia, le legge la mano e le predice amori e morte violenta. È proprio nel 1966 che Bernardo Bertolucci, per portare a termine La via del petrolio, viaggia in Iran, dove decide di intervistare Forugh (quello che quasi tutti i biografi ricordano come un documentario realizzato da Bertolucci sulla vita di Forugh Farrokhzad, in effetti non è che un’intervista). L’operatore che aveva accompagnato il regista italiano ha ripreso l’intera conversazione, ma queste immagini non sono state mai messe in onda dalla televisione iraniana. In Iran sono visionabili solo pochi minuti di questa conversazione in alcuni documentari realizzati sulla vita della poetessa dopo la sua morte. Esiste, tuttavia, il nastro magnetico dell’intervista fatta a Forugh, in cui Bernardo Bertolucci le rivolge tre domande in francese alle quali lei risponde in persiano. La loro conversazione ruota attorno al rapporto degli intellettuali persiani con il popolo, alla situazione dell’Iran degli anni Sessanta e al documentario La casa è nera, in cui la lebbra diventa un simbolo della sofferenza umana.
A proposito del momento storico in cui viene realizzata l’intervista e dell’incontro tra Farrokhzad e Bertolucci, il poeta Ahmadreza Ahmadi ha ricordato: «Il governo aveva condannato a morte un gruppo di persone accusato di avere l’intenzione di assassinare Mohammad Reza Shah. Essendo informata di questa notizia, Forugh pianse per tutto il tempo trascorso con gli amici e poi decise di salvare queste persone da tale pena preparando un annuncio e affidandolo al regista italiano Bernardo Bertolucci, che era ancora a Tehran. La pubblicazione della notizia che si trattava di uomini imprigionati e condannati a morte in Iran soltanto per motivi politici, ha avuto, naturalmente, un riflesso molto importante nei mass media di tutto il mondo e così la loro condanna fu convertita in ergastolo» [[Intervista al poeta Ahmadreza Ahmadi (n. 1940), nel documentario Sarde sabz (la vita e la morte della grande artista Forugh Farrokhzad), con la regia di N. Saffarian, 2002.]].
L’altruismo della poetessa la induce anche a nascondere, per alcuni mesi, nella sua abitazione, un attivista che la polizia inseguiva e, nel gennaio 1963, a difendere gli studenti durante gli scontri con la polizia, davanti alla sede dell’Università di Tehran, dove Farrokhzad viene arrestata. Jalal Khosro Shahi racconta di quel giorno:
Ho ricevuto una chiamata da parte di un ufficiale, appassionato di letteratura, che aveva riconosciuto Forugh. Mi ha riferito l’accaduto e ha confermato che per liberarla avremmo dovuto affrettarci, altrimenti alle cinque del mattino l’avrebbero trasferita al carcere delle donne. In seguito, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo e alla fine, verso le quattro, siamo riusciti a farla uscire da lì. Avevano anche sbattuto la sua testa contro il muro e lei era svenuta [[Il ricordo è contenuto nel documentario citato nella nota precedente.]].
A partire dal 1962, Forugh si accosta anche al teatro. Dopo il suo primo lavoro, Mrs Warren profession di Bernard Shaw, rimasto incompiuto, interpreta, il 9 gennaio 1964, la parte della figliastra in Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello (lo spettacolo diretto da Pari Saberi [[Regista teatrale, drammaturga e scrittrice iraniana, nata nel 1932.]]
andrà in scena nell’Istituto Italiano per il Medio e Estremo Oriente a Teheran) e recita nel 1966 la parte di Nina nel dramma Il gabbiano di Anton Čechov.
La pubblicazione, nel marzo 1964, della raccolta poetica Un’altra nascita segna nella sua carriera un grande successo. Forugh segue la strada scelta da Nima Yushij, punta sulle problematiche dell’essere umano e su delicati temi ideologici e filosofici, e diviene la pioniera di nuovi princìpi. Un’altra nascita è stata non tanto una nuova nascita per Farrokhzad quanto una rinascita per la poesia persiana. La poesia che porta il titolo di questa raccolta è dedicata «A E.G.» (Ebrahim Golestan).
Riprende una fitta attività letteraria, componendo versi su complessi temi esistenziali riflettendo, in particolare, sulla solitudine, il declino e la morte (postumo esce, nel 1974, Crediamo nell’inizio della stagione fredda, che raccoglie svariate liriche apparse, a partire dal 1964, sui periodici letterari) e portando a termine, nel 1966, la stesura del copione di un film attinente alla vera esistenza della donna iraniana.
Nella biografia della poetessa vanno ricordate, inoltre, le traduzioni in persiano di St. Joan di Bernard Shaw nel 1962, di The Colossus of Maroussi di Henry Miller e le collaborazioni con Hamid Samandarian per tradurre Il cerchio di gesso del Caucaso di Bertolt Brecht.
Dal 1965 iniziano le realizzazioni dei cortometraggi, tratti dalla sua vita, dall’UNESCO e dal 1966 le traduzioni delle sue opere all’estero.
Forugh Farrokhzad-Poetessa persiana
Il lunedì 13 febbraio 1967, alle quattro del pomeriggio, Forugh Farrokhzad, a soli trentadue anni, perde la vita in un incidente stradale:
… Il tempo è trascorso,
il tempo è trascorso e l’orologio ha suonato quattro
volte,
quattro volte
…
Dissi a mia madre: «è finita»
dissi, «accade sempre prima di pensarci
bisogna mandare al giornale l’annuncio funebre».
[[F. FARROKHZAD, Crediamo nell’inizio della stagine fredda (cit. in F. MARDANI, È solo la voce che resta, Roma, Aliberti editore, 2009, pp. 159-165).]]
Viene sepolta nel cimitero Zahiroddoleh ai piedi delle montagne innevate di Elburz al nord di Tehran.
Forseveritàerano quelle due giovani mani, quelle due giovani mani sotterrate dal peso della neve senza sosta.
[[F. FARROKHZAD, Crediamo nell’inizio della stagione fredda (cit. in D. INGENITO, La strage dei fiori, Napoli, Orientexpress, 2008, p. 32).]]
Dopo la scomparsa di Forugh Farrokhzad, nel quattordicesimo festival di Oberhausen, svoltosi in Germania Ovest tra il 31 marzo e il 6 aprile del 1968, gli organizzatori, per rendere omaggio a questa grande artista, denomineranno il Gran Premio per i film documentari «In ricordo di Forugh Farrokhzad» e selezioneranno il motto del festival tra le parole recitate da Ebrahim Golestan, all’inizio de La casa è nera:
«Non vi è carenza di brutture in tutto il mondo. Se l’uomo avesse chiuso gli occhi ad esse, ci sarebbero state ancora di più. Ma l’uomo è un risolutore di problemi».
Anche le «persone libro» dell’Associazione Donne di carta, il 20 febbraio del 2011, le hanno reso omaggio attraverso la lettura a più voci (in italiano e in persiano) di poemi come È solo la voce che resta, Per le strade fredde della notte, Crediamo nell’inizio della stagione fredda e Sulla terra.
Gli intellettuali del suo paese, e soprattutto i giovani, in occasione dell’anniversario della morte della poetessa, ogni anno, si riuniscono insieme, accanto al suo sepolcro, accendendo candele e leggendo le sue poesie, di fronte ai versi dell’epigrafe che recitano: «Io parlo dall’estremità della notte / Dall’estremità della tenebra / dall’estremità della notte / io parlo / Se verrai a casa mia, oh mio caro / portami una luce / e una piccola finestra / per guardare la stradina affollata e felice».
Marzieh Khani (Università per Stranieri di Perugia)
Tutto il mio essere è un canto oscuro
che nel continuo ripeterti
ti porterà
all’alba di eterne crescite e fioriture
in questo canto, io, ti ho sospirato, sospirato,
in questo canto, io,
ti ho congiunto all’albero, all’acqua e al fuoco
La vita forse
è un lungo viale dove ogni giorno
una donna attraversa con un cesto
la vita forse
è una corda con la quale un uomo
si impicca a un ramo d’albero
la vita forse
è un bimbo che torna da scuola
la vita forse
è accendere una sigaretta
nella pausa narcotica fra due amplessi
oppure lo sguardo assente di un passante
che si toglie il cappello di testa
e con un sorriso insignificante dice a un altro: «buongiorno»
la vita forse
è quell’attimo sbarrato
quando il mio sguardo si perde nelle pupille dei tuoi occhi,
e in ciò v’è un sentimento che unirò
alla percezione della luna e alla comprensione dell’oscurità
In una stanza grande quanto la solitudine
il mio cuore
grande quanto l’amore
guarda alle semplici pretese della sua felicità,
alla bellezza dell’appassire dei fiori nel vaso
alla piantina che tu hai interrato
nel giardino della nostra casa
al canto dei canarini
che cantano nello spazio di una finestra
Oh…
la mia parte è questa
la mia parte è questa
la mia parte
è un cielo portato via da una tenda appesa
la mia parte
è scendere una rampa di scale abbandonate
e giungere a qualcosa di logoro e nostalgico
la mia parte
è una malinconica passeggiata nel giardino dei ricordi
e morire nella tristezza di una voce
che mi dice:
«Amo
le tue mani»
Pianterò le mie mani nel giardino
crescerò, lo so, lo so, lo so
e le rondini deporranno le uova
nelle cavità delle mie dita, colorate d’inchiostro
Mi metterò gli orecchini
di due rosse ciliege gemelle
e incollerò alle mie unghie petali di dalia
C’è una stradina
dove i ragazzi che erano innamorati di me
con gli stessi capelli spettinati
e i colli sottili e le gambe magre
pensano ancora ai sorrisi innocenti di una ragazza
che una notte il vento portò via con sé
C’è una stradina che il mio cuore
ha rubato ai quartieri della mia infanzia
Il viaggio di una sagoma lungo la linea del tempo
e fecondare con una sagoma l’arida linea del tempo
la sagoma di un’immagine cosciente
che ritorna da una festa nello specchio
Ed è così
che qualcuno muore
e qualcuno resta
Nessun pescatore troverà mai una perla
in un esile rivo che finisce in una fossa
Io,
conosco una piccola triste fata
che abita in un oceano
e suona, dolcemente,
il suo cuore in un flauto magico
Una piccola triste fata
che muore di notte con un bacio
e rinasce all’alba con un altro bacio.
[[F. FARROKHZAD, Un’altra nascita (cit. in F. MARDANI, È solo la voce che resta, cit., p. 153-156).]]
La poesia per Forough Farrokhzad è libertà e tormento. Arriva la sua prima raccolta completa
Anche chi non la conosce ma ama la letteratura e la poesia farà bene a leggere i suoi versi: Forugh Farrokhzād è una poetessa iraniana che morì nel 1967 poco più che trentenne, diventata simbolo di fierezza anche per le nuove generazioni. Forugh ebbe una vita privata e pubblica assai tormentata, è il prezzo che pagò per la sua indipendenza: sposatasi giovanissima, lasciò il marito per dedicarsi alla scrittura e all’arte, sia in patria che in Europa, il figlio le venne tolto. Nei suoi bellissimi versi si respirano tutta la profondità, la tensione civile, la carnalità e il tormento interiore che fanno unico e speciale il popolo e le donne iraniane. È lei, la scrittrice persiana oggi più tradotta all’estero, è lei la più amata dagli iraniani.
In questi giorni Domenico Ingenito, docente di Letteratura persiana presso l’Università UCLA di Los Angeles, presenta in Italia (l’ha fatto a Roma e Milano, il 13 dicembre sarà a Venezia, il 18 a Firenze, il 19 a Napoli) Io parlo ai confini della notte (Bompiani), la prima edizione al mondo che raccoglie la sua intera opera poetica, sia in persiano che in traduzione. Altri volumi sono usciti negli scorsi anni, curati ad esempio da Faezeh Mardani, che insegna Lingua e letteratura persiana moderna e contemporanea all’Università di Bologna, e da Francesco Occhetto, ricercatore e traduttore di Letteratura persiana.
Forugh Farrokhzad-Poetessa persiana
Dopo il reportage dell’ottobre 2022 che ho pubblicato sulle pagine del Fatto, sto ultimando Diario persiano, docfilm-reportage sul mio viaggio e sulla cultura iraniana: sono stato tra i pochi giornalisti occidentali ad essere presenti in quel misterioso e splendido Paese in un momento di grande tensione anche internazionale. Senza dimenticare le tragedie della cronaca e della politica, sono convinto sia necessario stabilire anche dei ponti e conoscere più a fondo una realtà che parla molto anche a noi Occidentali. Chi meglio dei traduttori, come racconterà Faezeh Mardani in Diario persiano, può unire e gettare ponti al di là delle guerre e della violenza, tra i popoli, far sì che si capiscano? Come diceva il compianto amico regista Alberto Signetto, “Quando sento parlare di armi metto mano alla cultura”. Come dice Francesco Occhetto, la poesia è la dimensione per eccellenza del popolo persiano. Puoi entrare in un taxi e sentire il conducente recitare un ghazal di Rumi, di Hafez, di Hattar, puoi vedere sulla tomba di Forugh, a Tehran, torme di ragazze e ragazzi inginocchiati, con il libro aperto per cercare un responso tra i suoi versi, che dica qualcosa sulla loro vita, sul loro presente, sul loro destino. La poesia è una specie di talismano, che riguarda la vita di tutti gli iraniani.
Forugh Farrokhzād, accostata ad Anna Achmatova e Sylvia Plath, non tralascia critiche al consumismo di stile occidentale, da cui molti (soprattutto giovani) sono inevitabilmente attratti, nell’isolamento del Paese. La poesia per Forugh e libertà e tormento, è protesta civile. È personale dannazione, anche: “O ingannevoli parole o ascetiche rinunce sogni e brame/ cosa mi avete portato? / Se mi fossi messa un fiore tra i capelli / non sarebbe stato più bello di questa finta,/ maleodorante corona di carta? / Vedi, lo spirito del deserto mi incanta/ e dal sicuro rifugio del branco/ la magia della luna mi allontana”.
Qual è il prezzo, sul cartellino dei nostri sogni? E del popolo iraniano? Stay tuned. L’Iran è anche questo, ha molto da insegnarci. L’avreste detto?
Anteprima / Forugh Farrokhzad, “Io parlo dai confini della notte”
Si propone un’anteprima di testi da “Io parlo dai confini della notte. Tutte le poesie” (Bompiani, 2023) di Forugh Farrokhzad (1934-1967), a cura di Domenico Ingenito
Io mi chiedo sempre per quale motivo la musica della mia poesia risulti così estranea alle vostre orecchie. Perché sono tanti quelli che non possono digerirla agevolmente? Forse perché mi accusano di contribuire con i miei versi alla diffusione di dissolutezza e corruzione? Forse a una donna non è permesso di comunicare in poesia la verità del proprio sentire rispetto a qualsiasi oggetto di desiderio? Se io mi limitassi a scrivere una poesia che descrive il corpo, gli occhi e le fattezze del viso di un’altra donna e non di un uomo, esprimerei forse il mio vero sentimento? Versi del genere potrebbero infine attrarre i miei lettori? In occidente è ormai una questione obsoleta, ma qui in Iran tutto questo suscita ancora stupore e avversione.
Con queste parole, nella postilla a Prigioniera, del 1955, l’allora ventenne Forugh Farrokhzad difendeva il contenuto erotico della propria poesia in un Iran che ancora non sapeva come accogliere la novità sovversiva di uno sguardo poetico femminile che osasse posarsi apertamente sul corpo di un uomo. Nove anni dopo, la poetessa apriva con i versi seguenti il canto conclusivo di una delle più straordinarie raccolte poetiche del Novecento, Una rinascita (1964), opera totale che trascende l’identità di genere e la separazione tra i tempi della vita e il tempo del ritmo poetico. Ritmo che ripete se stesso oltre la scomparsa di chi scrive e di chi legge: “Il mio intero essere è un versetto oscuro / che nel ripeterti al suo interno / ti condurrà all’alba di eterne crescite e fioriture. / Io ti sospiro in questo verso, ah / in questo verso ti unisco all’albero, / ti unisco all’acqua, ti unisco al fuoco.”
[…]
Il successo di cui gode oggi il ricordo di Forugh Farrokhzad sia in Iran (nonostante la censura) che in altri paesi di espressione persiana (Afghanistan, Tajikistan, Uzbekistan), accompagnato dalla complessa ricezione delle sue opere, rende difficile riassumere nello spazio di un’introduzione l’eccezionalità della sua voce nel panorama della poesia iraniana del Novecento. Morta nel 1967 a trentadue anni in un incidente d’auto, Farrokhzad continua a esercitare la sua influenza letteraria ben oltre i confini della lingua persiana. Scrittrice, ma anche documentarista, produttrice cinematografica e attrice, Farrokhzad ha fatto della poesia la sua principale risorsa vitale e della propria esperienza di vita la sua unica realtà poetica in un contesto letterario dominato dal patriarcato di formalismi statici. Con la sua opera, infatti, inaugura negli anni Cinquanta l’ingresso iraniano nella modernità lirica. E si tratta, questa, di una modernità che nell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran ha mostrato tutta la portata dei suoi risvolti socio-politici soltanto un anno fa, nel corso delle manifestazioni di matrice femminista legate all’assassinio di Mahsa Amini, che hanno messo in luce la povertà ideologica di un regime teocentrico e inattuale.
Domenico Ingenito
***
IL SOGNO, da Prigioniera
Siamo rimasti io e questo freddo stare soli
ricordi di un lontanissimo passato
memoria di un amore che portò via con sé
pena e amarezza a spegnersi
nel cuore di una tomba.
Una mano incantatrice accese una candela
sulle rovine della mia speranza,
dal ventre della fossa
un morto saldò ai miei occhi
i suoi occhi infuocati.
Gemendo e piangendo mi dissi che è lui,
il suo sguardo versava in me terrore;
un sorriso attraversò le sue labbra:
“Mi conosci, tu, dissoluta?”
Il mio cuore tremò nell’estremo lacerarsi
povera me, che pazza che ero
povera me, io lo avevo ammazzato
ah, quanto estranei noi due!
Lui mi concesse il suo cuore, ma cosa
ottenne dall’amarmi se non sofferenza?
Con l’orgoglio che mi accecava gli occhi
gli camminai sopra il cuore.
Gli donai solo angoscia e sofferenza
lo sotterrai nel nerissimo suolo,
povera me, o mio Dio, mio Dio
lo trascinai all’abbraccio della tomba.
Un urlo s’insinuò nel silenzio delle labbra
la fiamma della candela tremò inebriata
i miei occhi dal cuore delle tenebre
videro una lacrima in quegli occhi.
Corsi da lui come bimba penitente
per spargermi ai suoi piedi in lacrime
supplicando che “ero pazza, pazza,
potrai avere pietà di me?”
La mia gonna rovesciò le candele
gli occhi affondarono nel buio
gli scongiurai di non andare via
ma partì, andò via, senza fiatare.
Povera me, ero pazza, pazza,
lo sotterrai nel nerissimo suolo
povera ma, io lo avevo ammazzato
trascinandolo all’abbraccio della tomba.
Tehran, luglio / agosto 1954
*
LEGAME SPEZZATO, da Il muro
C’era un fuoco: si estingueva
e una catena: si slacciava,
quando il cuore da te si liberava
si rompeva la coppa magica del tormento.
Ero venuta per aggrapparmi a te
ma ti vidi ramo senza foglie
e sul volto delle mie speranze
eri il sorriso della morte.
E quanto mi è dolce,
amore intriso di bisogno,
calpestare la lastra
della tua tomba.
E quanto mi è dolce
chiudere a te gli occhi, o bacio
bruciante di morte.
Ah, quanto è dolce separarmi da te
e lanciarmi nelle braccia di un altro,
slacciare sul suo petto il peso del dolore
e il paradiso è qui, lo giuro,
il margine dei campi, i riflessi delle nuvole.
Farai bene a non pensare a me
o al dolore che mi spacca dentro
perché io non troverò mai sollievo
e nessuna fiamma mi accende.
*
LA RIBELLIONE DI DIO, da Ribellione
Questo poemetto in realtà è il frutto del mio primissimo tentativo di composizione della raccolta Ribellione e forse sarebbe dovuto apparire in quel contesto. A ogni modo, dal momento che è trascorso un lungo lasso di tempo tra la nascita dei due poemi, per me questo frammento è dotato di una personalità differente, e per questo motivo ho deciso di pubblicarlo come testo a sé stante in questa raccolta.
Se io fossi Dio urlerei una notte agli angeli
ché scaglino la moneta del sole nel crogiolo del buio.
E con ira ordinerei ai servi del giardino del mondo
di strappare la foglia gialla della luna dal ramo delle notti.
Dalla corte dei miei arcangeli e tra i suoi veli
distruggerei l’intero mondo con la furia del mio pugno.
Dopo millenni di silenzio le mie mani stanche
affonderebbero montagne nelle bocche spalancate degli oceani.
Scatenerei milioni d’astri sfavillanti,
e del fuoco spargerei il sangue nelle vene silenziose dei boschi.
Strapperei la cortina di fumo,
perché inebriata danzi la ragazza del fuoco
nell’abbraccio delle foreste e nell’urlo del vento.
Soffierei nel flauto un vento notturno d’incanto,
perché si levino dal letto dei ruscelli serpenti assetati
stanchi di strisciare per una vita intera sopra un umido petto,
per sprofondare nella palude oscura del cielo.
Con grazia direi ai venti di far scorrere sui fiumi di febbre
il profumo di fiori rossi come battello ebbro.
Spalancherei le tombe, per far ritornare
migliaia di spiriti erranti alla fortezza segreta dei corpi.
Se fossi Dio urlerei una notte agli angeli
ché facciano ribollire l’acqua celestiale nella fucina
dell’inferno, e con fiamme ardenti tra le mani
scaccino il gregge degli incorruttibili
dai pascoli peccaminosi dell’Eden.
Stanca dell’ascesi divina, a mezzanotte,
nel letto di Satana, stanca dell’ascesi divina
cercherei riparo nella tentazione di un nuovo errore.
Al prezzo della corona dorata del Signore dei Mondi
sceglierei un piacere nero e doloroso
nell’abbraccio del peccato.
2 settembre 1956, Roma
*
FUGACEMENTE, da Una rinascita
Per quanto ancora si dovrà vagare
ogni volta di terra in terra?
Io non posso, non posso cercare
a ogni istante un altro amore, un altro amico.
Magari fossimo quelle due rondini
in viaggio per l’intera vita
di primavera in primavera.
Sospiro per le macerie scure che da tempo
ormai sembrano crollarmi addosso
da nuvole pesantissime.
Quando mi mescolo ai tuoi baci
penso al profumo che veloce
si estingue sulle mie labbra.
Il tormento del mio amare
è così intriso di terrore della fine
che quando io ti guardo la mia vita intera vacilla:
è come se guardassi dalla finestra
il mio albero solitario rigoglioso di foglie
nell’ingiallire febbrile dell’autunno.
È come se guardassi un’immagine
nello specchio confuso delle acque correnti.
Giorno e notte
giorno e notte
giorno e notte
lascia
che io dimentichi.
Ma cosa sei tu se non un istante, un istante che
mi spalanca gli occhi
nella voragine cieca della coscienza?
Allora lascia
che io dimentichi.
*
IL DONO, da Una rinascita
Io parlo dai confini della notte
dal termine del buio
e parlo
dei confini della notte.
Se vieni a casa mia, caro, portami un lume
e uno spiraglio da cui poi guardare
la folla nel vicolo felice.
Si segnalano a dicembre 2023 le seguenti presentazioni del libro:
6 dicembre, Roma: libreria Panisperna 220, ore 19, con Giuseppe Cederna e Camilla Miglio;
7 dicembre, Roma: La Sapienza, ore 14;
11 dicembre, Milano: Libreria Alaska, con Tommaso Di Dio, ore 19;
13 dicembre, Venezia: Ca’ Foscari;
18 dicembre, Firenze: Libreria Brac, con Rosaria Lo Russo;
19 dicembre, Napoli: Libreria Ubik – Biblioteca Nazionale.
Santa Spanò:”La voce di Nadia Anjuman diventa così la voce di tutte le donne note e sconosciute, uccise e suicide, ferite e umiliate, usate e cancellate”.
Il diritto di gridare
Non ho voglia di aprire la bocca
di che cosa devo parlare?
che voglia o no, sono un’emarginata
come posso parlare del miele se porto il veleno in gola?
cosa devo piangere, cosa ridere,
cosa morire, cosa vivere?
io, in un angolo della prigione
lutto e rimpianto
io, nata invano con tutto l’amore in bocca.
Lo so, mio cuore, c’è stata la primavera e tempi di gioia
con le ali spezzate non posso volare
da tempo sto in silenzio, ma le canzoni non ho dimenticato
anche se il cuore non può che parlare del lutto
nella speranza di spezzare la gabbia, un giorno
libera da umiliazioni ed ebbra di canti
non sono il fragile pioppo che trema nell’aria
sono una figlia afgana, con il diritto di urlare.
Imprigionata in quest’angolo
Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.
Le mie ali sono chiuse e non posso volare.
Il canto più triste.
Divento fumo nello spazio del mio credo
Lentamente mi avvolgo e mi anniento
Finché vengo allevata dalle mani dell’ansia
Nell’abisso del cuore i miei battiti aumentano
E quel battito intende conoscere la terra della fossa del tardi
Mi preparo al momento trascorso
A volte dall’amore arido e dal buon miraggio di una nuvola
Mi trasformo nel più arido deserto salato
Ma l’immaginazione dei miei occhi mi trasforma in acqua
Nel letto della morte per sete, mi trasformo in ruscello
Se arriva a me il capo di uno dei fili della speranza
Divento l’ordito nella sottile trama del cuore
Questo se n’è andato senza commiato, l’immaginazione mi porta via
Sono ancora io che mi riempio di ricordi
Anche la notte un po’ alla volta va per la sua strada e io
Divento il più triste canto d’addio.
(Nadia Anjuman, Il canto più triste. Raccolte Come un uccello in gabbia e Elegia per Nadia Anjuman, a cura di I. Scarparolo e C. Contilli -Ed. Carta e Penna- Torino)
Nessuna voglia di parlare
Che cosa dovrei cantare?
Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.
Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.
L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.
Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?
Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.
Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.
Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.
Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.
Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.
Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore
Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.
Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento
Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.
Magari
A voi, ragazze isolate del secolo
condottiere silenziose, sconosciute alla gente
voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.
(Nadia Anjuman, da Poesie scelte, Torino, Edizioni Carta e Penna, 2008)
Nadia Anjuman (Herat, Dicembre 1980 – Herat, Novembre 2005) è stata una poetessa afghana.
Il 4 novembre 2005, ad Herat nel centro occidentale dell’Afghanistan, Nadia Anjuman, poetessa, è morta massacrata di botte dal marito: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina.
Una breve premessa è necessaria, è necessario ricordare che il territorio afghano si è guadagnato il soprannome di “tomba degli imperi”, direi di aggiungere anche “tomba delle donne”, dopo una parentesi durata vent’anni, i talebani hanno riconquistato l’Afghanistan (da qui si capisce il soprannome). Con il ritiro dei vari organismi internazionali i diritti civili a fatica conquistati, soprattutto dalle donne, con tutta probabilità diventeranno fumo. Per le donne lo sport in pubblico è già vietato, le scuole per le donne, separate dagli uomini, diventeranno una sorta di seminari religiosi e comunque studi o non studi, le donne non le cariche pubbliche se le potranno scordare, frustate a chi indossa abiti occidentali, le donne saranno costrette a indossare il burqa, sarà vietato uscire di casa senza il marito o un mahram (parente), sono ripresi i rapimenti di donne ridotte a schiave sessuali, future mogli promesse a chi si arruola, fustigazioni pubbliche, lapidazione, amputazione di arti e mani ed esecuzioni sommarie (da qui si capisce anche il soprannome che ho suggerito io).
Il titolo “Ritorno al futuro” – ricorderete sicuramente questa pellicola degli anni ’80 con Michael J. Fox e Christopher Lloyd – è una sintesi perfetta di quanto accaduto, la sensazione è proprio questa, come se tutti questi anni fossero trascorsi invano mentre i talebani viaggiavano indisturbati nel tempo per far in modo che in questo territorio martoriato, oggi ribattezzato Emirato islamico dell’Afghanistan, tutto tornasse al periodo 1996-2001.
E nel loro “ritorno al futuro” avranno attraversato anche la vita di Nadia Anjuman che nella sua autobiografia scriveva […]“Da quando ho memoria di me so di aver amato la poesia. L’amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell’era dei Talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia… ma… ahimè… tuttora, ogniqualvolta che compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso”…
Nadia gli anni del regime talebano li ha vissuti in pieno, in quell’età, l’adolescenza, in cui le ragazze vogliono sentirsi subito grandi, fanno tardi la sera, s’innamorano perdutamente, leggono e scrivono poesie, sognano ad occhi aperti e fanno un mucchio di sciocchezze, le ragazze, ma in Afghanistan in quegli anni non sono esistite le “ragazze”, né l’adolescenza delle ragazze.
Alle donne era vietato persino ridere ad alta voce, figurarsi andare a scuola, a loro era vietata qualsiasi forma di istruzione, si poteva studiare solo clandestinamente, col rischio di essere arrestate e impiccate. Tra le poche concessioni del fondamentalismo islamico: i corsi di cucito.
La “Scuola di cucito l’ago d’oro” di Herat accoglieva le ragazze desiderose d’imparare a cucire, ufficialmente, clandestinamente era un circolo letterario, le lezioni tenute da professori di letteratura della locale università aprivano alle donne la possibilità di studiare i grandi autori, di approfondire la lettura e la scrittura, tutto questo a costo della vita.
Nadia Anjuman era una delle allieve del “l’ago d’oro”, e non tardò a farsi notare per stile e talento, l’amore per la poesia, come lei stessa scrive nell’autobiografia, le consentì di “appoggiarsi alla penna” e scrivere, tanto che uno degli organizzatori del circolo, il professore Muhammad Ali Rahyab iniziò a guidare l’allora sedicenne Anjuman, e “la aiutò a trovare la voce che presto avrebbe affascinato migliaia di lettori”.
Nel 2001 l’Alleanza del Nord appoggiata dagli Stati Uniti liberò l’Afghanistan dalla dittatura talebana, Anjuman aveva 21 anni e finalmente, cessate le criminali limitazioni imposte dai religiosi integralisti, era libera di seguire il proprio percorso di studi iscrivendosi al corso di laurea di Letteratura e Lingue Farsi all’Università di Herat, dove si è immatricolata nel 2002.
La situazione socio-politica si rinnova con l’entrata in vigore della nuova Costituzione dal 26 gennaio 2004, rifacendosi a quella del 1964, alle donne vengono (sulla carta) riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, di fatto la condizione della donna, soprattutto nelle aree rurali e nelle famiglie conservatrici non muta (e non è mai mutata), le mentalità misogine e patriarcali, una cultura oramai radicata, continuano a considerare le donne sottoposte agli uomini, oggetti, incubatrici, domestiche, schiave, appendici di servizio.
In mezzo a tanto fermento anche la nostra giovane promessa Nadia Anjuman compie con tenacia la sua personale “rivoluzione”, si laurea in letteratura e pubblica il suo primo libro di poesie “Gul-e-dodi” (“Fiore di fumo”), libro che divenne molto popolare anche fuori dei confini afgani, in Pakistan e anche in Iran.
Nel frattempo non si sottrasse ai suoi doveri filiali e sposò Farid Ahmad Majid Neia, laureato anche lui in lettere all’Università di Herat e direttore della locale biblioteca. Neia e la sua famiglia consideravano le pubblicazioni di Nadia imbarazzanti, che leggesse in pubblico e avesse tanto seguito una vergogna per la loro reputazione.
Nonostante la difficile situazione familiare Nadia Anjuman continuò a lavorare al secondo volume di poesie che sarebbe andato in stampa nel 2006 intitolato “Yek sàbad délhoreh” (“Un’abbondanza di preoccupazioni”), la sua voce sul registro della sincerità nel raccontare il suo isolamento e la tristezza del matrimonio.
Non riuscì a vederlo pubblicato, il 4 novembre 2005, a pochi mesi dalla nascita della sua bambina, e dal suo compleanno, il 27 dicembre avrebbe compiuto 25 anni, il marito Farid Ahmad Majid Neia la picchiò a morte.
Se per sopraffare un “nemico” occorre un M4, per sopraffare una donna sono sufficienti schiaffi, pugni e qualche calcio ben assestato, questo il destino di Nadia Anjuman, secondo alcune fonti tutto iniziò con un litigio, per il fratello di Nadia il vero movente dell’omicidio fu il rancore. Il marito non poteva sostenere il confronto con la moglie diventata una delle voci più apprezzate della poesia, non poteva tollerare una moglie con il vizio della notorietà, brava, seguita e amata, e la uccide fracassandogli la testa.
Per le autorità si tratterà di infarto o suicidio. Le autorità in un primo tempo avalleranno le dichiarazioni di Farid Ahmad Majid Neia che la giovane dopo la loro lite prese del veleno, nessuna autopsia venne eseguita per espresso divieto del marito e della sua famiglia. L’intervento delle Nazioni Unite, l’evidente morte per trauma cranico dovuto alle percosse, portarono in un secondo tempo all’arresto del marito, arresto che durò qualche mese, i capi tribali del distretto di Herat fecero pressione sul padre di Nadia perché perdonasse pubblicamente il genero, assicurando che l’uomo sarebbe rimasto in carcere per almeno cinque anni. Farid Ahmad Majid Neia grazie al perdono dopo un solo mese di detenzione ritornò alla sua vita e l’omicidio della poetessa Nadia Anjuman archiviato come suicidio.
Oltre ogni dibattimento, il movente di questo efferato assassinio resta uno: essere donna.
E non è certo il solo, l’Afghanistan non è un paese per donne, anche la legge sull’Eliminazione della Violenza sulle Donne nel 2009, riconfermata poi nel 2018, ha potuto poco nelle aree interne del Paese, dove gli uxoricidi, le violenze domestiche sono di fatto fatti privati. Una maggiore consapevolezza e miglioramento delle condizioni lo si è avuto in questi vent’anni soprattutto nelle grandi città, non senza dimenticare le uccisioni e le aggressioni di donne che si sono impegnate per l’emancipazione e il miglioramento delle condizioni di vita della donna. Oggi con il ritorno al potere dei Talebani il timore che delle donne ci si dimenticherà dei diritti, ma ancora più straziante anche del volto, segregato sotto un manto o dietro i vetri oscurati, è quasi certo, lo testimoniano le prime 300 “vittime” ufficiali, 300 donne afghane filo-talebane che l’11 settembre hanno partecipato a una conferenza all’Università di Kabul indossando il velo integrale a sostegno delle politiche sulla segregazione delle donne. Coperte integralmente, finanche le mani con guanti neri, in conformità con le nuove rigorose politiche di abbigliamento per l’istruzione, hanno sventolato le bandiere bianche dei talebani felici di non esistere più.
La voce di Nadia Anjuman diventa così la voce di tutte le donne note e sconosciute, uccise e suicide, ferite e umiliate, usate e cancellate.-
Fonte –La Bottega del Barbieri
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Le donne del CISDA sono attive nella promozione di progetti di solidarietà a favore delle donne afghane sin dal 1999. Il nucleo iniziale è stato costituito da un gruppo di “Donne in Nero” che ha invitato le donne afghane di due associazioni (RAWA e HAWCA) all’Onu dei Popoli di Perugia.
Da allora, questo nucleo di donne ha continuato la sua attività, collaborando con altre associazioni.
Dal 2014, su sollecitazione degli attivisti afghani, l’attività di sostegno del Cisda si è rivolta anche alla resistenza curda.
Le finalità del CISDA si collocano nell’ambito della solidarietà sociale, della formazione, della promozione della cultura, della tutela dei diritti civili e dei diritti delle donne in Italia ed all’estero.
L’Associazione ha come fondamento la condivisione dei valori umani di ogni persona quali ne siano religione, origine, cultura e nazionalità; lo scopo prioritario è la promozione di iniziative di carattere politico-sociale sia a livello nazionale che internazionale, sulla condizione delle donne che si trovano in situazioni svantaggiate dal punto di vista familiare, economico, sociale e politico, con particolare riferimento alle donne afghane.
All’interno del tessuto sociale CISDA intende, promuovendo la diffusione di una cultura e di una prassi di solidarietà:
contribuire al superamento di atteggiamenti emarginanti, con l’apertura all’accoglienza e all’integrazione e per l’educazione a una convivenza sociale multi razziale, in spirito di fraternità e di non violenza
favorire l’eliminazione dei fattori che ostacolano il pieno e libero sviluppo umano, sociale ed economico
realizzare una crescita e uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli, nel rispetto del razionale sfruttamento delle risorse e dei limiti ambientali del pianeta
La nostra attività si svolge a stretto contatto con i nostri partner afghani, con cui condividiamo progetti concreti, lettura della realtà locale e internazionale, con uno scambio continuo di visioni ed esperienze. Queste le organizzazioni di riferimento: [
RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan)
HAWCA (Humanitarian Association of Women and Children of Afghanistan)
OPAWC (Organization Promoting Afghan Women Capabilities
SAAJS (Social Afghan Association of Justice Seekers);
AFCECO (Afghan Child Education and Care Organization).
Il CISDA è oggi attivo nelle città di Milano, San Giuliano Milanese, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Firenze, Como, Roma, Torino, Piadena, Verbania e nel Tigullio. Periodicamente invitiamo in Italia delegate delle organizzazioni afghane e curde con cui collaboriamo per tenere conferenze e incontri sulla situazione del loro paese e sulle loro attività.
Promuoviamo delegazioni in Afghanistan e in Kurdistan, quando possibile.
Organizziamo incontri pubblici, presentazioni di libri e filmati, incontri nelle scuole, cene di solidarietà, raccolte fondi a sostegno dei progetti.
In Italia collaboriamo con varie associazioni e reti tra cui: Insieme si puo’ di Belluno, Emmaus di Piadena, “La Sosta” di Roma, “Liberi Pensieri” di S. Giuliano Milanese, La Casa in movimento di Cologno Monzese (MI), Da donna a donna, di Sesto san Giovanni (MI), Casa delle donne di Viareggio, Milano, Torino, Roma e altre città, Trama di terre di Imola, Centro Balducci di Zugliano (Udine), Donne in Nero, Circoli Arci
CISDA ha pubblicato libri e filmati che potete trovare nella sezione multimedia.
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