Il codex farfensis 29 è considerato la più antica raccolta agiografica dell’Abbazia di Farfa, redatto dai monaci del cenobio dalla seconda metà del IX secolo, seguendo le vicende e l’espansione territoriale dell’Abbazia.
L’Abbazia di Farfa, fondata in territorio reatino, si espande nell’ Umbria e nell’alto Lazio fino alla Tuscia meridionale dove, nel VIII secolo aveva vasti possedimenti amministrati dalla cella di S. Maria al Mignone e, nel XI secolo estende il suo dominio fino al mare.
Il leggendario farfense, certamente riporta testi più antichi, riguardanti il territorio sabino, si arricchisce aggiungendo vite di martiri e confessori venerati dalle popolazioni che vivevano nei territori acquisiti dalla Abbazia nel corso della sua espansione.
In un atto del 939, il monastero ottiene un possedimento confinante “de una parte via publica quae pergit ad sanctam Severam”. Questa doveva essere una chiesa importante perchè era raggiunta da una via publica, verrà poi chiamata Santa Severella, fino a scomparire del tutto ed oggi localizzata presso le rovine di Cencelle, in località Farnesiana. Forse in questo periodo i monaci farfensi si interessano al culto di s. Severa ed inseriscono la sua passione nel loro leggendario.
Il codice farfense 29, descritto dal Poncelet nel Catalogus del 1009, è membranaceo scritto su due colonne. La scrittura è una tipizzazione romanesca della carolina, un tempo chiamata minuscola farfensis, con inizio scritto in rosso. La narrazione comprende due passioni che si sviluppano nei fogli 91v-94v con la passione di san Massimo (fol. 91v-93v) e quella della moglie e dei suoi figli (fol. 93v-94v).
La prima passione: “VIII kal Novembres Natale sancti Maximi martyris” (25 ottobre), narra la vicenda di san Massimo, “comite milinario”, di famiglia cristiana, che viene mandato con i suoi soldati dall’imperatore Costanzo a Civitavecchia “Centumcellis” per controllare i lidi romani. Qui Massimo converte i suoi soldati e viene richiamato a Roma dall’imperatore per essere interrogato; si incontra a Pigris (Pyrgi – Santa Severa) con la moglie Seconda ed i figli Severa, Calendino e Marco; lascia la famiglia e prosegue per Roma, dove Costanzo lo manda a scavare la sabbia in località “Fidina” (Fidene) insieme a 124 dei suoi soldati convertiti, qui verranno sottoposti ad immani fatiche, quindi, condannati alla decapitazione ed i loro corpi dati alle fiamme. Furono sepolti dal beato Marcello, nella stessa cripta dove erano condannati a scavare la sabbia, ”sub die octavo kalendas novembris in clibo cucumeris ab urbe miliario secundo ubi florent orationes…”.
ABBAZIA di FARFAABBAZIA di FARFAABBAZIA di FARFAPaolo GENOVESI Fotoreportage Abbazia di FARFAABBAZIA DI FARFA-Foto di Franco Leggeri
L’arte pittorica impreziosisce non solo la basilica ma anche altri spazi interni ed esterni dell’Abbazia di Santa Maria di Farfa.
Al centro della volta di una campata del chiostro rinascimentale è raffigurata l’𝗜𝗺𝗺𝗮𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗼 che presenta particolari legati alla diffusione di linguaggi internazionali – in particolare nordici – che investì anche l’Abbazia farfense a causa dei suoi legami, più o meno variabili, con il centro monastico di Subiaco dove già nel primo Quattrocento è documentata una cospicua presenza di monaci tedeschi e spagnoli.
“Gli stessi caratteri stilistici distinti da una linea fortemente marcata, la medesima ridondanza dei panneggi, il piglio espressivo fortemente caricato seppure reso con trame più arrotondate, si ritrovano identici nel pittore che realizzò la decorazione dell’abside della cappella del Crocifisso del complesso agostiniano di Sant’Oliva a Cori, datato 1507. Da quest’ultima decorazione è discesa la proposta di individuare una maestranza, denominata Maestro di Cori, autrice di una serie di cicli pittorici, da San Pietro di Anticoli Corrado alla parrocchiale di Pietrasecca, poco oltre il confine abruzzese.
Strettamente coerenti nei contenuti formali e tutte riferibili al primo decennio del Cinquecento, sembrano tuttavia l’ultima e finale evoluzione stilistica di Desiderio da Subiaco il quale, sulla spinta della pittura umbra, aggiunge un timbro devozionale che addolcisce linee ed espressioni riducendo la verve caricaturale in contenuti e toni più pacati” (“Spazi della preghiera, spazi della bellezza. Il Complesso abbaziale di Santa Maria di Farfa”, Palombi Editori, 2015, p. 144-146).
Foto: Fabrizio Farese
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