Chiara Colombini-Storia passionale della guerra partigiana-
Editori Laterza-Bari
DESCRIZIONE del libro di Chiara Colombini -Storia passionale della guerra partigiana-A partire dall’8 settembre 1943 fino all’aprile del 1945 migliaia di giovani e meno giovani abbandonarono la loro vita abituale, presero le armi e si gettarono in un’avventura che stravolte la loro esistenza.
Perché lo fecero? Quali furono i sentimenti e le passioni che li spinsero ad un passo del genere e li sostennero in quei venti mesi?
Amore e odio, speranza e vendetta, dolore e felicità: osservare le passioni della resistenza ‘in diretta’ significa avvicinarsi a quella esperienza in modo quasi viscerale ed eliminare le distorsioni prospettiche che inducono a giudicare le scelte di allora con il metro del nostro presente.
Amore e odio, speranza e vendetta, dolore e felicità: osservare le passioni della Resistenza ‘in diretta’ significa avvicinarsi a quella esperienza in modo quasi viscerale ed eliminare le distorsioni prodotte dal passare del tempo.
Le passioni e i sentimenti, lo sappiamo, hanno un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Ci fanno compiere scelte improvvise, ci fanno gioire e soffrire. Alimentano un fuoco che non può essere spento. Passioni e sentimenti certamente mossero le donne e gli uomini che scelsero la strada della ribellione e della Resistenza durante la guerra. Possiamo comprenderle davvero noi che viviamo un altro tempo e un’altra storia? È quanto prova a fare Chiara Colombini, cogliendo, attraverso diari, lettere e carteggi, queste passioni ‘in diretta’, nel loro erompere durante quei venti mesi, tenendo sullo sfondo ciò che solo lo svolgersi della storia ha permesso di razionalizzare. In un tempo condizionato dall’eccezionalità che deriva dall’intreccio tra guerra totale, occupazione e guerra civile, i partigiani si innamorano, coltivano ambizioni, si accendono di entusiasmo o si arrovellano nell’insoddisfazione. Una condizione in cui, oltre alla vita, è in gioco ciò che si è scelto di essere. E, a quasi ottant’anni di distanza, emerge intatto il fascino di quell’esperienza così centrale per la storia di questo paese, la sua dimensione di profonda umanità, il prezzo pagato da uomini e donne direttamente nelle loro esistenze, il loro lascito.
L’Autrice
Chiara Colombini-
Chiara Colombini, storica, è ricercatrice presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”.Ha curato, tra l’altro, Resistenza e autobiografia della nazione. Uso pubblico, rappresentazione, memoria (con Aldo Agosti, Edizioni SEB27 2012) e gli Scritti politici. Tra giellismo e azionismo (1932-1947) di Vittorio Foa (con Andrea Ricciardi, Bollati Boringhieri 2010) ed è autrice di Giustizia e Libertà in Langa. La Resistenza della III e della X Divisione GL (Eataly Editore 2015).
Resistenza va scomparendo- Articolo di Alba Sasso-
Partigiano
Resistenza va scomparendo- articolo di Alba Sasso .Lentamente, la Resistenza antifascista va scomparendo. Un’azione di demolizione metodica, inesorabile, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli mai immaginati prima, sta recidendo le radici che legano la nostra storia all’oggi e al domani, un progetto portato avanti nel tempo, che oggi mette sotto gli occhi di tutti i suoi risultati .La proposta della Gelmini tendente ad eliminare anche il nome della Resistenza- resta solo un più generico “percorso verso l’Italia repubblicana”- dai libri di testo è più che una provocazione, o una boutade. È il perfezionamento di un progetto di egemonia culturale portato avanti da un berlusconismo che, ben lungi dall’essere quella macchietta che troppo spesso abbiamo dipinto, si è rivelato una vera costruzione ideologica, portatrice di valori diversi ed alternativi rispetto a quelli in cui è cresciuta la Repubblica nel dopoguerra. La pochezza di personaggi come l’attuale ministro non deve trarci in inganno. La cancellazione della Resistenza è stata portata avanti nei fatti, prima ancora che nei libri di testo. L’assenza sistematica del premier da tutte le cerimonie non solo del 25 aprile, ma da qualunque cosa sapesse di Resistenza, è stata una goccia che ha scavato un solco, che rischia di diventare una voragine, distruggendo la memoria storica di un paese, la sua identità. Troppo spesso il berlusconismo è stato scambiato per folklore. Ne abbiamo sottovalutato le conseguenze.Oggi la Gelmini può permettersi gesti di questo tipo senza che vi sia ancora una reazione forte e generalizzata di protesta. Non si tratta di difendere le cerimonie rituali e spesso stanche, che pure sono un mezzo per la conservazione della memoria. Si tratta di lanciare una grande campagna culturale nel paese, riprendendo il tema della Resistenza come identità di una nazione. Oggi paghiamo le concessioni ideologiche, prima ancora che culturali, ad un indistinto buonismo che accomunava i morti di tutte le parti, i “ragazzi di Salò” ai partigiani. Un equivoco storico alimentato anche a sinistra, pensiamo ai recenti film di smaccato revisionismo, senza giustificazioni che non fossero un basso politicismo, che in nome di tattiche di corto respiro sacrificava principi ed ideali. Rilanciare i valori della Resistenza vuol dire oggi riprendere una lunga marcia nel cuore delle giovani generazioni, in primo luogo per far conoscere loro quelle radici.È questo il primo dato drammatico: i ragazzi, oggi, nella loro grande maggioranza, rischiano di vivere sempre più in un presente vuoto di storia e di futuro.E la diffusione dei disvalori berlusconiani ha seminato il diserbante delle ideologie, sollecitato il rifugio negli egoismi rassicuranti delle identità minime, il locale e le appartenenze di gruppo.La battaglia cui dobbiamo impegnarci non è solo quella dei libri di testo, da cui la Resistenza non può e non deve essere espulsa, come in una sorta di “damnatio memoriae”. È una battaglia culturale che non si può esaurire nel breve periodo. C’è bisogno di far vivere i valori di quella stagione, in un paese che non cessa di mandare segnali in questo senso.La voglia di pulizia e di cambiamento, la sete di moralità e di giustizia, sempre liquidate con la sprezzante definizione di giustizialismo, sono la testimonianza che quei valori esistono ancora, quelle radici non sono state recise. Dovremo innaffiarle e curarle con l’amore per la storia, per la cultura, per il bello. Con il rilancio della Resistenza come epopea di un popolo alla ricerca di libertà e giustizia, riproponendo perfino i modelli di vita di quella generazione, i padri della patria con la loro sobrietà del vivere la politica, con lo spirito di servizio che caratterizzava il loro impegno, con l’inflessibilità sui grandi principi. La grandezza della Resistenza non può essere messa in discussione dalla pochezza di questi figuri. Ma a noi tocca l’impegno di impedire che ci provino comunque.
Articolo di Alba Sasso
PartigianoPartigiano25 aprile 1945 MILANOl’UnitàIL NUOVO CORRIEREIl Partigiano 1945Ribelle Cichero-N1 del1945l’Unità
8 settembre 1943.Da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”
Laterza Editori
da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”-“Eravamo numeri. Non più uomini. Il mio era 7943. Ero uno dei tanti. Mi avevano preso sulle montagne ai confini con l’Austria, mentre tentavo di arrivare a casa, dopo l’8 settembre del ’43. Ci portarono a piedi fino a Innsbruck e poi, dopo quattro o cinque giorni, ci caricarono sui treni e ci portarono in un territorio molto lontano, che a noi era sconosciuto, oltre la Polonia, vicino alla Lituania, nella Masuria, in un lager dove poco tempo prima erano morti migliaia di uomini; gli storici parlano di cinquanta-sessantamila russi. Erano prigionieri, morti di fame
e di tifo. Noi andammo ad occupare le baracche che avevano lasciato libere, nello Stammlager 1-B.
Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salo, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto “Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere!”, abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito.
E fummo coperti d’insulti, di improperi. Avevamo visto cos’eravamo noi in guerra, in Francia prima, poi in Albania e in Russia. Avevamo capito di essere dalla parte del torto. Dopo qello che avevamo visto, non potevamo più essere alleati con i tedeschi. Perciò da allora fummo dei traditori. Fummo della gente che non voleva più combattere. E ci trattarono come tali. Nell’ordine dei lager venivamo subito dopo gli ebrei e gli slavi; noi che non eravamo nemmeno riconosciuti dalla Croce rossa internazionale. Ci chiamavano internati militari, ma eravamo prigionieri dentro i reticolati, con le mitragliatrici piazzate nelle torrette che ci seguivano ogni volta che ci spostavamo. Abbiamo resistito. Tanti di noi non sono tornati. Più di quarantamila nostri compagni sono morti in quei lager, durante la prigionia. Io ritornai nella primavera del 1945, a piedi, dall’Austria, dove ero fuggito dal mio ultimo campo di concentramento.
Arrivai a casa che pesavo poco più di cinquanta chili, pieno di fame e di febbre. E feci molta fatica a riprendere la vita normale. Non riuscivo nemmeno a sedermi a tavola con i miei, o a dormire nel mio letto. Ci vollero molti mesi per riavere la mia vita.
Avevamo dietro le spalle la Storia, che ci aveva aperto gli occhi su quello che eravamo noi e su quel che erano coloro i quali ci venivano indicati come nostri nemici. Quello che ci avevano insegnato nella nostra giovinezza era tutto sbagliato. Non bisognava credere, obbedire, combattere. E l’obbedienza non doveva essere cieca, pronta e assoluta. Avevamo imparato a dire no sui campi della guerra. E molto più difficile dire no che si.
Ripeto spesso ai ragazzi che incontro: imparate a dire no alle lusinghe che avete intorno. Imparate a dire no a chi vuol farvi credere che la vita sia facile. Imparate a dire no a chiunque vuole proporvi cose che sono contro la vostra coscienza. E’ molto più difficile dire no che si.”
da “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”, Laterza, 2021.
Vittorio Sereni (1913-1983)-Poeta italiano, è il capostipite della variante lombarda del novecentismo poetico, detto “Linea Lombarda”. Ufficiale di fanteria, viene fatto prigioniero dopo l’8 settembre 1943. Nel dopoguerra è direttore letterario di Mondadori e cura la prima edizione dei Meridiani.
Mario Monicelli (Roma, 16 maggio 1915 – Roma, 29 novembre 2010) è stato uno dei più celebri e apprezzati registi italiani. Insieme a Dino Risi e Luigi Comencini, fu uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana, che ha contribuito a rendere nota anche all’estero, tanto da vincere numerosi premi cinematografici, riuscendo ad ottenere ben sei candidature al Premio Oscar e, nel 1991 il meritato Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. La sua commedia all’italiana si poneva in stretta continuità con il Neorealismo di cui raccoglieva l’ispirazione popolare, tanto nei protagonisti quanto nell’ambientazione. In questo senso, ma anche in un’ottica molto più ristretta, gran parte del cinema di Monicelli assume una valenza prettamente politica.
Mario Monicelli
La critica suole individuare l’inizio di tale genere con I soliti ignoti (1958), in cui la narrazione è ambientata in un contesto ultra-popolare (a buon diritto si può parlare di sottoproletariato), che vede all’opera una sgangherata banda di rapinatori di cui fa parte anche Peppe er pantera (Vittorio Gassman), che conclude la sua carriera di ladro facendosi assumere come manovale. L’impegno civile di Monicelli è rintracciabile già in opere precedenti, quali Proibito (1954), ambientato in un paese sardo funestato da una faida, ma che risente ancora di un’impronta ingenuamente positivista, in similitudine con In nome della legge (1948) di Pietro Germi (e di cui Monicelli figura tra gli sceneggiatori) che affronta con il medesimo approccio il ben più complesso fenomeno della mafia. Anche in Un eroe dei nostri tempi (1955), che è ancora un film basato su gag e sketch, possiamo apprezzare un finale che non esita a connotare la polizia e i suoi reparti speciali (largamente adoperati dal governo Scelba) come naturale porto di approdo di un cittadino psicotico e asociale (l’immaturo e succubo della famiglia Alberto Sordi). Nel 1959 Monicelli realizza, oltre al film di tema resistenziale Lettere dei condannati a morte, La grande guerra che pone fine alla trattazione eroica della guerra e mette in evidenza anche la miseria dei sentimenti che muovono le azioni di chi in extremis trova il coraggio di essere, suo malgrado, eroe.
Del 1960 è Risate di gioia che segue le vicissitudini di due povere comparse cinematografiche (Totò e Anna Magnani) coinvolte in un turbinio di tentativi di furti e arriva a esporre con nitidezza, magari con rischio didascalico, una teoria sociologica del crimine. Con I compagni (1963) Monicelli realizza un affresco vivido ed efficace della Torino di fine ‘800 che diviene testimone delle prime lotte operaie e della costituzione dei sindacati nell’Italia che si andava industrializzando, mettendo in rilievo il ruolo reazionario e di classe dello stato post-unitario. Quanti film riescono a parlare dello scontro di classe con la stessa forza e lucidità di I compagni?
Mario Monicelli
L’arrivo degli anni ’70 vede la realizzazione di I colonnelli (1973) che fa esplicito riferimento al golpe Borghese e alle trame stragiste dell’estrema destra alleata con pezzi dello stato. Nel 1976 Monicelli è tra i registi del film collettivo Signore e signori, buonanotte che, seguendo le trasmissioni di una fantomatica emittente televisiva, mette in scena una feroce critica contro la corruzione, i militari e la chiesa. Dello stesso anno è Caro Michele, tratto da un romanzo di Natalia Ginzburg, che affronta in chiave intimistica il tema della lotta armata, collocandosi con maturità nel genere drammatico e anticipando la conclusione dell’esperienza della Commedia all’italiana che avviene per Monicelli con Un borghese piccolo piccolo (1977), incentrato sulle ansie e le insicurezze del ceto piccolo borghese (un misero contesto impiegatizio che vive ristrettezze “operaie” ma con aspirazioni borghesi) disposto a qualunque ignobile compromesso pur di avanzare e non affondare, ma che è condannato ad una disperante solitudine.
Mario Monicelli
Monicelli ritorna all’impegno politico con Un altro mondo è possibile (2001), film collettivo che voleva incaricarsi di raccontare le ambizioni e le proposte dei manifestanti anti G8 di Genova e si è ritrovato a dover raccontare delle brutali repressioni delle forze dell’ordine guidate dal governo Berlusconi, e nell’altro film documentario a regia collettiva Lettere dalla Palestina (2004), dove vengono raccolte alcune testimonianze minime sulla vita nei territori soggetti al dominio israeliano. Anche nel suo ultimo lungometraggio Le rose del deserto (2006) non rinuncia a mostrare i limiti del nostro paese e, narrando le vicende di una compagnia militare di stanza in Africa, riesce a mettere in relazione di continuità la superficialità arrogante dell’esercito fascista con quella di oggi della società italiana, senza rinunciare a mostrare anche il risvolto d’umanità che caratterizza gli italiani, come aveva già fatto con La grande guerra.
L’ideale politico si manifestava anche attraverso esplicite e pubbliche dichiarazioni di voto verso partiti operai: dopo essere lungamente stato socialista fino a prima dell’elezione di Bettino Craxi a segretario, negli ultimi anni si dichiarava sostenitore di Rifondazione Comunista. È rimasta storica la sua intervista fatta ad Annozero il 25 marzo 2010 (la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=FBZK041EJPk). Rigorosamente ateo e ormai minato da un cancro alla prostata in fase terminale, la sera del 29 novembre 2010 verso le ore 21 decise di togliersi la vita gettandosi nel vuoto dal quinto piano dalla finestra della stanza che occupava del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni a Roma, dove era ricoverato. Aveva 95 anni. Dopo le commemorazioni civili tenutesi nella sua casa romana al Rione Monti e presso la Casa del cinema, il suo corpo è stato cremato.
Mario Monicelli
OMAGGIO A MARIO MONICELLI E AL SUO CINEMA IMPEGNATO
“Siamo senza speranza. L’aveva già spiegato Pasolini: la speranza è una trappola, usata dal potente politico e religioso per ingabbiare i poveretti, con promesse di futuro benessere o di paradisiaci aldilà. Non c’è alcuna speranza di riscatto per il Paese. Il vero problema non è tanto la classe politica, che è una minoranza, ma questa generazione, che manda giù tutto senza protesta, cullandosi sulle promesse. È tutta una generazione che va cambiata, anzi rigenerata con urgenza.”
(citato in Duellanti, n. 67, gennaio-febbraio 2011, p. 85)
“Io ho una collocazione che è di sinistra, socialista, unitaria, democratica, anticonformista.”
(da Cinquant’anni di cinema)
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner o comunque proseguendo la navigazione nel sito acconsenti all'uso dei cookie. Accetto/AcceptCookie Policy
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.Accetto/AcceptCookie Policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.