Poesie Inedite di Gerardo Novi – Rivista L’Altrove-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Poesie Inedite di Gerardo Novi – Rivista L’Altrove-
Le poesie inedite di Gerardo Novi qui presentate rivelano una maturazione significativa rispetto alla precedente raccolta Acqua (Giulio Perrone, 2024), delineando un percorso poetico che interroga con rigore formale e profondità psicologica le dinamiche distruttive della famiglia attraverso il filtro degli archetipi classici.
Il corpus si articola intorno al nucleo tematico della relazione padre-figlio, declinato attraverso figure mitiche che fungono da strumento ermeneutico per decifrare i traumi generazionali: dal Crono divorante alla Medea filicida, fino al confronto diretto con la figura paterna nell’epistola conclusiva. Novi dimostra una notevole versatilità tecnica, alternando versi liberi, prosa poetica e strutture dialogiche con una sapienza compositiva che tradisce una solida formazione filologica.
Particolarmente efficace risulta la capacità dell’autore di trasformare il mito in dispositivo di analisi contemporanea, evitando sia la retorica dell’attualizzazione forzata sia il compiacimento erudito. Il linguaggio, sempre controllato, attinge tanto al registro colto quanto a quello quotidiano, creando un impasto linguistico che rende accessibile la complessità del discorso poetico senza tradirne la densità semantica.
La dimensione metaletteraria attraversa sottilmente l’intera opera, configurando la scrittura come tentativo di spezzare la catena della ripetizione traumatica. In questo senso, la poesia di Novi si distingue nel panorama contemporaneo per la capacità di trasformare il dolore privato in interrogazione etica universale, confermando la vitalità di una lirica che sa ancora interrogare i fondamenti dell’esistenza umana senza cedere al narcisismo autoreferenziale.
Un lavoro che preannuncia sviluppi interessanti per una delle voci più promettenti della giovane poesia italiana.
Crono divora i suoi figli
Dovrebbero i figli amare Crono?
Dovrebbero essere contenti
mentre si muovono tra i suoi denti?
Contenti che il padre conservi il trono?
Cosa serve a Crono?
Confermare se stesso?
Raccontare ai posteri la sua gloria,
il suo estro?
Vuole forse l’adorazione,
la stirpe e un mondo composto
solo
da lui medesimo?
Il padre divora il figlio per conquistare il mondo, il SUO di mondo, perché ogni altro è inaccettabile. Perché nient’altro deve esistere al di fuori di Crono, nient’altro dev’essere giusto o bello come Crono, perché se persino lui non è altro che un puntino tra gli astri, allora tutto il resto diventa più grande di Crono, che diventa sempre più piccolo e piccolo come i cocci di un piatto rotto.
Tutto rotola via, tutto scorre via se Crono non uccide i suoi figli,
e Crono non può vivere senza Crono.
Come può esistere qualcosa senza sé stesso?
Come può esistere il padre se parti di lui sono divise tra i figli?
Crono allora mangia i suoi figli
contento, come se riacquistasse una pezzo di sé,
il sangue macchia i denti
e le vesti
e la terra.
è finita la sua guerra.
Dismorfia
È un taglio fatto
di sangue e bolle
che si mischiano all’acqua dolce,
dandoti vita e puro terrore.
Il bagno è pallido,
la trincea è fredda,
il lavandino fa resistenza.
Medea
La donna impiccò verso la fine d’estate i suoi figli, uscì nel giardino mentre calava la sera e si specchiò nella fontana. Ordinò poi di far pulire i corpi, mettere due monete sui loro occhi per Caronte il traghettatore e seppellirli sotto il pesco. I servitori, i giocolieri
di corte, i bardi e i cuochi, che avevano visto quei due fanciulli crescere e ridere con ossa forti, piansero fin quanto gli fosse possibile, tanto era il bene che volevano loro. La donna, dall’alto delle sue stanze ora silenziose, non proferì parola né espressione del volto. L’unica cosa che fece fu continuare a specchiarsi ogni giorno nella fontana.
Caro babbo
Caro babbo, mi sono rivisto allo specchio
scoprendo per sbaglio
ogni tuo tratto,
sobbalzo e poi rimango affranto.
Seguo la scia della mia barba,
scorgo gli zigomi, gli occhi stanchi
e tutte le prime volte
che mai m’insegnasti.
Dov’eri quando te lo chiedevo?
Dov’eri quando ti chiamavo?
Dov’eri quando urlavo?
Dov’eri quando crollavo?
Prendevo il coltello dal cassetto,
mi gettavo per terra
per non trovare poi alcuno squarcio
in un novembre dove il brandello si agita di febbre.
Faccio scorrere la lametta piano
eppure ogni volta, sempre, mi taglio
e il sangue scende come uno sbaglio,
una lacrima di un vecchio pianto
di tutti i pianti messi insieme.
Caro babbo, ho il tuo stesso sguardo mesto,
nel letto di tua moglie rimane un fuoco spento
che lei ora ricopre di terra, un dolore onesto
di moglie che si accarezza le gambe, cerca del pane.
Da te erediterò la stessa grazia in amore?
Una casa spenta, un frigo vuoto, un rimpianto
che cade sopra ogni volto che bacio?
Caro babbo, anche ora il tuo sangue mi brucia ogni tratto.
L’AUTORE
Gerardo Novi, ha 25 anni e frequenta la facoltà di filologia alla Federico II di Napoli. Nel 2024, per la collana Affiori della casa editrice Giulio Perrone, ha pubblicato la raccolta di poesie dal titolo Acqua.