Poesie di Patrizia Cavalli -Poetessa umbra-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Poesie di Patrizia Cavalli -Poetessa umbra
Patrizia Cavalli è nata a Todi nel 1947 e viveva a Roma, dove è scomparsa nel 2022. Ha pubblicato le raccolte di versi: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (Einaudi, 1992), L’io singolare proprio mio (Einaudi, 1999), Sempre aperto teatro (Einaudi, 1999), Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi, 2006), Datura (Einaudi, 2013). Per le musiche di Diana Tejera ha realizzato i testi di Al cuore fa bene far le scale (con CD audio, Dati Voland, 2012). Ha tradotto dall’inglese e dal francese narrativa e teatro.

POESIE
da POESIE
Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire.
Nel cesto della biancheria sporca
riconosco l’estate,
i pantaloni leggeri le magliette.
Avevo troppa fretta d partire
per potermi fermare a ripulire
le tracce della corsa.
Ma prima bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,
pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.
Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.
Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare.
Ah sì, per tua disgrazia,
invece di partire
sono rimasta a letto.
Io sola padrona della casa
ho chiuso la porta
ho tirato le tende.
E fuori i quattro canarini
ingabbiati sembravano quattro foreste
e le quattromila voci dei risvegli
confuse dal ritorno della luce.
Ma al di là della porta
nei corridoi bui, nelle stanze
quasi vuote che catturano
i suoni più lontani
i passi miserabili di languidi ritorni
a casa, si accendevano nascite
e pericoli, si consumavano
morti losche e indifferenti.
E cosa credi che io non t’abbia visto
morire dietro un angolo
con il bicchiere che ti cadeva dalle mani
il collo rosso e gonfio
vergognandoti un poco
per essere stata sorpresa
ancora una volta
dopo tanto tempo
nella stessa posizione nella stessa condizione
pallida tremante piena di scuse?
Ma se poi penso veramente alla tua morte
in quale letto d’ospedale o casa o albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi che cedono
sotto l’invasione, all’estrema terribile bugia
con la quale vorrai respingere l’attacco
o l’infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso
e forsennato nell’ultima immensa visione
di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?
Sarebbe certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma tutto regolare
se all’improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse seduta sorridendo
con un’aria leggermente impaurita
e i capelli un po’ spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una corsa.
Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorrido che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,
aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato
il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato
alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza
ragazzo
di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore,
niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato
il languore della sedia, la nuvola della vista.
E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo
segreto intoccabile. Nelle reni
si condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini
le passeggiate, la ripetizione dei consigli,
il cielo qualche volta azzurro
e qualche volta no.

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.
Di essere ormai adulta l’ho capito
da come la notte vado al gabinetto.
Sicura di tornare al grande caldo, prima
era un’interruzione quasi a occhi chiusi,
veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento
e freddo, staccato dal sonno, dove guardo
sapendo di guardare le stesse mattonelle
lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio
lasciato in mezzo al corridoio,
e confusa nell’estatico disordine
riconosco il percorso in un codice
di piccoli sussulti finché mi riconsegno
a un tiepido torpore castigato.
Nella febbretta cuposa dei risvegli
il sudore del sonno si ingiallisce
e cola addosso alle finestre, al cielo
anche se è azzurro. E quando esco
dal sibilo dei sogni
che ha lasciato le mie orecchie ottuse
intossicate dalla ripetizione e riconquisto
lentamente i gesti
che mi portino a un’altra posizione
(forse se metto una camicia a righe
e i pantaloni bianchi, camminerò più in fretta,
avrò un’andatura eretta) dove io non sia
il recinto inerme dei terrori,
l’impresario di scontri clandestini
che alla fine si innamora dei suoi attori,
trovo una mimosa oro antico
il suo turno di splendore ormai finito,
il gregge come una nuvola piatta e mobile
sul prato senza più la frangetta degli agnelli
e il caprone capo col campanaccio al collo
abituato ormai a credere
che muoversi sia il suono.
Esseri testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

PATRIZIA CAVALLI
Poesie scelte
***
Per simulare il bruciore del cuore, l’umiliazione
dei visceri, per fuggire maledetta
e maledicendo, per serbare castità
e per piangerla, per escludere la mia bocca
dal sapore pericoloso di altre bocche
e spingerla insaziata a saziarsi dei veleni del cibo
nell’apoteosi delle cene quando il ventre
già gonfio continua a gonfiarsi;
per toccare solitudini irraggiungibili e lì
ai piedi di un letto di una sedia
o di una scala recitare l’addio
per poterti escludere dalla mia fantasia
e ricoprirti di una nuvolaglia qualunque
perché la tua luce non stingesse il mio sentiero,
non scompigliasse il mio cerchio oltre il quale
ti rimando, tu stella involontaria,
passaggio inaspettato che mi ricordi la morte.
Per tutto questo io ti ho chiesto un bacio
e tu, complice gentile e innocente, non me lo hai dato.
***
Che orrore immaginare due corpi
che fanno l’amore presi da necessità
che qualche cosa avvenga
si compia e poi sfilacciati
da una soddisfazione si ricompongono
nella loro apparenza.
Preferisco quel metro di distanza
dove vedevo l’eterno mare scuro
calmo silenzioso.
***
Maledetto sia lui, gozzoviglia di nuvole,
cielo affogato! Era proprio lassù
che doveva compiersi la mia somiglianza,
lassù così in alto, nel mutamento impalpabile
doveva avvenire la processione dei mali.
I miei occhi guardano il cielo ogni momento,
persino di notte, per vedere la minaccia
visibile, densissima e cupa. Ma spesso vedono
azzurri così vasti da far sentire la vergogna
del sospetto. Eppure so dal battito del mio cuore
cosa si nasconde dietro lo splendore, come
in un attimo la luce verrà scansata
dal bianco opaco, dalla tronfia corpulenza
di una nuvola e come di nuovo
verrà evocata la palude.

***
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire dalla prigione
ricevere una grazia di una nuova faccia.
***
Questa volta non lascerò che l’azzurro intravisto
e visto da dietro la finestra, dal margine di un tetto
all’altro, nell’unico grandioso spiegamento
della ripetizione, trasportando lo sguardo oltre
ogni limite oltre la visione delle distanze,
tentazione e ricatto di leggerezza e movimento, questa volta
non lascerò che mi corrompa nella promessa della luce.
Non lascerò che il volo degli odori, l’aria
sbattuta dai suoni e dalle ali, i rapidi baleni
di un piccione che si rispecchia nell’ombra
della grondaia, che ne ricama il bordo
passeggiando, che si getta nel vuoto per poi
risalire, mi trascinino nelle strade
per colpire il mio corpo, mutilo d’ogni geografia,
smemorato d’ogni inclinazione, per colpire
in me la piaga addormentata dello stupore.
***
Tempo di pace questo nostro disgraziatissimo
che non consente al cuore la barbarie
né guerre né battaglie, ma lagrime sbagliate
che ingombrano il mattino. Noi qui ridotti
al batticuore adulto del comprendere, senza
vera speranza di venire uccisi. Colpevoli
persino della nostra morte, che sia il corpo
a volerlo o sia il pensiero, lento o violento
è suicidio sempre. E in solitudine
non c’è morte innocente.
***
Qualcosa che all’oggetto non s’apprende
un secchio vuoto che non mi raccoglie.
Tenevo i mesi silenziosi in una trama
che doveva risplendere di voce.
Provavo a dire e mi si sfilacciava.
Non è né rete né mantello, è solo schermo,
io non catturo niente e non mi copre
ma separa un silenzio dal silenzio.
Quell’altro suono labirintico e interiore
esercitato in solitudine per strada
e nei risvegli, non risultava,
non mi si mostrava.

***
Troppa memoria. Ma vaga, senza storia.
Colpa dell’aria. Tiepida, sgranata.
Non più contratto e denso per il freddo
il corpo esterno si apre e si distende
a maglie larghe si lascia penetrare
e intenerito cede particelle
all’aria dolce: lasca superficie
tutta intrisa di mondo, al mondo arresa.
E dal suo centro che è nell’ipocondrio
languidamente sale un entusiasmo
che porta via con sé tutto il mio caldo.
E mentre con talento vagabondo
nell’aria si confonde, io, non presente,
divento immenso campo di memoria
dove mi perdo quanto più avanzo
ma senza volontà, perché sto ferma.
Così ferma che quasi mi scompaio
non leggera nel vuoto ma pesante
per troppo peso di memoria. E ascolto.
Sento quell’entusiasmo che mi chiama
e che pretende il mio trasferimento
verso quel posto dove sta il mio caldo.
Sì, perché è lì che io voglio sempre andare
dove c’è una figura fissa al centro
che assorbe tutto il vuoto che sta intorno,
e lì chiusa e stordita rimanere
senza memoria, senza sentimento.
***
Amore non è vero che svolazza,
sta fermo e dorme invisibile nascosto
in caldo ripostiglio, il nostro corpo.
Ma quale sia precisamente il posto
finché sta fermo nessuno può saperlo,
quello che sceglie non è per tutti uguale.
Io certo non lo sveglio, però smania nel sonno
e so che adesso si è messo di traverso
proprio in quel punto dove mi fa male,
dietro la quarta vertebra dorsale.
***
E me ne devo andare via così?
Non che mi aspetti il disegno compiuto
ciò che si vede alla fine del ricamo.
Ma quel che ho visto si è tutto cancellato.
E quasi non avevo cominciato.

Patrizia Cavalli nasce a Todi nel 1947 e muore a Roma nel 2022. Durante gli studi filosofici conosce Elsa Morante che scopre in lei la vocazione per la poesia. Alla grande scrittrice romana è dedicata la sua silloge d’esordio, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), cui segue Il cielo (1981). Il suo timbro appare subito personalissimo, insieme classico e quotidiano: la grazia arguta della lingua e la malinconia del tempo che trascorre consentono alla tematica amorosa d’innescare fulminanti interrogativi sul proprio sé. Nel 1992 unisce nel volume Poesie (1974-1992) le prime due opere e una terza intitolata L’io singolare proprio mio. Alla vena epigrammatica comincia ad affiancarsi «un’attitudine intellettuale prosastica, o meglio un gusto del recitativo, ironicamente argomentante in tutta serietà» (Berardinelli); ciò si evidenzia ancor più in Sempre aperto teatro (1999), che si aggiudica il Premio Viareggio, e nel poemetto La guardiana (2005), poi confluito in Pigre divinità e pigra sorte (2006). Ha scritto inoltre Flighty matters (2012), Datura (2013) e la raccolta di prose Con passi giapponesi (2019 – finalista al Premio Campiello). Vita meravigliosa (2020) è la sua ultima opera poetica.
Il Cielo di Patrizia Cavalli

da Damiano Sinfonico | Giu 27, 2022
Il Cielo di Patrizia Cavalli
da Damiano Sinfonico | Giu 27, 2022
Inizia oggi la nostra serie di omaggi a Patrizia Cavalli, con una lettura di una delle sue prime raccolte “Il cielo” (1981)[1] a cura di Damiano Sinfonico.
È noto che nella poesia di Patrizia Cavalli è preponderante una componente teatrale: la poesia scelta per la copertina di Poesie (1974-1992) termina dicendo: «sarebbe un pezzo / di teatro di successo»; il volume successivo si intitola Sempre aperto teatro (Einaudi, 1999) e porta in epigrafe un verso del dramma shakespeariano Troilo e Cressida; inoltre Cavalli ha tradotto Sogno di una notte d’estate di Shakespeare e Anfitrione di Molière. Oltre a una citazione dal libretto di Da Ponte Le nozze di Figaro[2], in Il cielo si riscontra un lessico che denota una posa teatrale: «recitare» e «simulare» (p. 5); «prove» (p. 14); «trucco» (p. 37); «abbellimenti» (p. 41); «fingere» (pp. 11, 23, 29, 42). Inoltre alcune poesie di due o tre versi – legate da rime baciate e rivolte a un tu, con un ritmo da canzonetta – sembrano scritte per essere recitate sulla scena: «Ti ho appena toccato e ti ho già tradito. / Non incolpare me, incolpa il mio vestito» (p. 13); «Che tu ci sia o non ci sia / ormai è la stessa cosa, / comunque sia io ho la nostalgia» (p. 20); «Quanti saluti prima di partire! / Come faccio a morire!» (p. 55); «Due ore fa mi sono innamorata. / Tremo d’amore e seguito a tremare, / ma non so bene a chi mi devo dichiarare» (p. 71).
Anche altri testi potrebbero essere destinati ad un uso teatrale: all’interno di ampie costruzioni paratattiche, alcune pause e riprese ritmano il discorso facilitando la fruizione di un potenziale monologo. Se analizziamo la poesia forse più celebre della raccolta, Adesso che il tempo sembra tutto mio, si riscontrerà un solo periodo disteso sui quindici versi, con frase principale in chiusura e sequenza di subordinate temporali introdotte dalla locuzione “Adesso che”: la lunghezza del testo è alleggerita da una costruzione modulare, per cui la serialità dei segmenti da una parte non affatica la lettura o l’ascolto, dall’altra alimenta la curiosità e l’attesa per lo scioglimento finale del testo. Che cosa accadrà dopo i tanti “adesso che”? Naturalmente, una inaspettata condizione ossimorica: alla linearità sintattica non corrisponde una consequenzialità logica, bensì un’incoerenza di fondo. L’antitesi finale, specchio delle contraddizioni dell’io, smentisce le premesse e porta luce solo sull’attimo presente.
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.[3]
Oltre a quelle già evidenziate, la poesia mostra alcune altre regolarità: le dittologie sdoppiano le frasi e i complementi; un lessico ora allusivamente ora chiaramente sensuale («tutto mio», «si scioglie», «esplorazione», «spogliarsi», «dentro / l’accecante dolcezza di un corpo»); alcune trame foniche si compattano attorno ad alcune parole-chiave (la frequenza dei complementi e possessivi di prima persona; la rima «esplorazione» : «ragione» : «prigione», significativa sul piano semantico e paradigmatico; il suono /pr/ come clausola: «principio», «progetti», «prigione», disseminato anche in altre parti del testo). Tutti questi elementi legano il testo in un continuum armonico che potrebbe giovare a un’eventuale esecuzione teatrale.
*
Naturalmente una funzione fondamentale è svolta dalla rima, frequente – ma con molta libertà – sia baciata sia alternata. Questo uso intensifica la misura dell’artificio e della teatralità: i testi sono sì espressione di un soggetto ripiegato su di sé, ma intenzionalmente dispiegato di fronte a un uditorio che deve saperne cogliere anche le pose e l’innaturalezza. A questo proposito appare non casuale la riflessione sulla rima che Patrizia Cavalli ha sviluppato nella sua Nota del traduttore al Sogno di una notte d’estate: la poetessa prima si domanda: «Infatti chi è che parla in rima?»[4], poi si risponde:
A parlare in rima – sempre – sono le creature del bosco (Puck e le Fate), perché spiriti fantastici, e quasi sempre gli innamorati, perché recitano le due forme estreme dell’irrealtà amorosa […]. Gli innamorati entrano ed escono dalla rima come se entrassero e uscissero da una parte. La rima li tiene nel teatrino d’amore […] La presenza della rima, quando più grande è l’esaltazione o la disperazione, rafforza l’artificio, anzi lo ratifica, producendo in chi ascolta la certezza della commedia: indica l’eccesso e allo stesso tempo lo contiene.[5]
Non meno centrale dell’artificio, prosegue Cavalli, è la funzione rassicurante svolta dalla rima:
Con la rima baciata […] il discorso, con le sue eventuali complessità, viene regolarmente e a breve termine riacciuffato e messo al sicuro dalla comune desinenza sonora di parole di significato diverso. Queste rassicuranti stazioni, proprio quando il cuore dovrebbe smarrirsi, permettono al pensiero, anche il più tortuoso e terribile, di non perdersi mai. Finita la notte, fuori dal bosco, la rima non serve più.[6]
Dunque la rima impone una regolarità e un ordine al mutevole mondo dei sentimenti e delle emozioni, ma è anche segnale di uno spazio chiuso e limitato in cui questo uso ha possibilità di esistenza e viene socialmente accettato. Solo una cornice adeguata (nella commedia shakespeariana, il bosco e la notte) consente a chi parla di esprimersi in rima: al di fuori, rischia il ridicolo. Estendendo queste considerazioni a Il cielo, diventa più facile vedere nel libro lo spazio finzionale o artificiale in cui il soggetto può parlare in rima e chiudere nell’omofonia anche traiettorie zigzaganti. Forse non è un caso che la rima si trova anche nella prima e nell’ultima poesia del libro, a segnalare meglio l’ingresso e l’uscita da uno spazio in cui questo gioco formale deve essere accettato; al di fuori è il regno della prosa e della linearità, mentre il libro di poesia può ancora concedersi il lusso della circolarità, dell’incoerenza e della finzione.

[1] Patrizia Cavalli, Il cielo, Torino, Einaudi, 1981 (d’ora in poi C nelle note). Questa lettura è apparsa in forma estesa in La poesia degli anni Ottanta. Esordi e conferme, a cura di Sabrina Stroppa, Pensa Multimedia, Lecce, 2016.
[2] «E Susanna non vien!» (Lorenzo Da Ponte, Le nozze di Figaro, III, 8) chiude il testo La polvere a mezzo maggio… (C 19).
[3] C 45.
[4] Patrizia Cavalli, Nota del traduttore, in William Shakespeare, A Midsummer Night’s Dream. Sogno di una notte d’estate, a cura di Paolo Bertinetti, traduzione di Patrizia Cavalli, Torino, Einaudi, 2002, pp. 251-255: 252.
[5] Ivi, p. 253.
[6] Ibidem*
Testi selezionati da Poesie (1974-1992) (Einaudi, 1992), Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi, 2006) e Vita meravigliosa (Einaudi, 2020)
«In nessun modo mai spirituale»: l’amore, il morbo e il corpo nella poesia di Patrizia Cavalli
Tempo di lettura stimato: 16 minuti
Al centro della poesia di Patrizia Cavalli ci sono il corpo e le sue rappresentazioni. Corpo-altro, corpo-nulla, corpo liquido: un organismo estremamente fragile che l’amore e la malattia hanno il potere di trasformare.
Il corpo-altro e il corpo-nulla
Un morbo, un morbo di certo non celeste,
un morbo nero mi prende senza febbre,
un morbo di non febbre, anche se la sento
a quarantuno: un’improvvisa stretta m’infeziona,
travasano gli umori, m’affogano le cellule,
tutte nemiche ormai, non più sorelle, mi lottano
negli organi, in anarchia mi cacciano
dalla mia sede propria, mi tolgono alla carne
che era mia, padrone immobiliari, e io
di nuovo sola in periferia.
Lo scenario è desolante. C’è l’io, c’è il suo corpo e un morbo che l’ha invaso, di cui sappiamo solo che è «nero» e «senza febbre». È un morbo senza nome e senza origine, eppure in poco tempo è capace di scombinare le carte: l’io ha perso autorità sul suo corpo (la sua «sede propria») e viene cacciata da una moltitudine di cellule in ribellione, costretta alla solitudine della periferia.
La poesia fa parte di Sempre aperto teatro, la quarta raccolta di Patrizia Cavalli, pubblicata nel 1999. Un morbo, un morbo di certo non celeste si trova nella sezione Per garanzia animale, che è una storia dentro la storia. Se Sempre aperto teatro è uno spazio dedicato alla finzionalità dell’amore, Per garanzia animale è la certezza che l’amore – quella fame che si spalanca dentro ogni essere umano – torna sempre. Per garanzia animale è una sezione che si svolge tutta all’aperto (le ambientazioni di Cavalli oscillano sempre tra spazi chiusi e aperti), perché la ricerca d’amore è una vera e propria caccia: «Il cuore gonfio, di nuovo pronto / a sciogliersi e a mischiarsi, uscivo in cerca / del mio appuntamento tra la sicura / ricchezza delle piazze» (Poi d’improvviso per garanzia animale, vv. 3-6). Ma l’io di questa sezione è una predatrice che cerca e insieme teme la sua preda («O dio ormonale, non farmi male!», Bella giornata ancora, esclamazione, v. 3), perché quando l’amore arriva, il corpo cede, si sfalda:
Immobile nel centro delle cose
senza gerarchia nella materia
tutta materia dolce in varie forme
ognuna forte nobile e assoluta
cedevolmente appaio alla natura,
io senza proprietà, di nuovo sua.
Questo testo si trova più o meno a metà della sezione, seguito proprio da Un morbo, un morbo di certo non celeste. Se l’io di Immobile nel centro delle cose è persa in una materia dolce e multiforme (il suo corpo sfatto), l’io di Un morbo non ha neanche più il privilegio della carne. Nella storia di Un morbo l’io è la vittima, condizione che viene evidenziata anche dall’uso transitivo di verbi normalmente intransitivi[1]: «un’improvvisa stretta m’infeziona», «m’affogano le cellule», «mi lottano / negli organi». Anche i verbi usati nella seconda parte del testo hanno un ruolo importante: nella climax verso la separazione marcano un prima e un dopo in cui il dopo significa inesistenza, o allontanamento da qualcosa che prima era vicino. Il «travasare» di «travasano gli umori» (v. 5) implica lo svuotamento di qualcosa che era pieno. L’«affogare» di «m’affogano le cellule» (v. 5) è la conseguenza di questo lago artificiale nato dal travaso di umori. Ancora, il «cacciare» di «in anarchia mi cacciano / dalla mia sede propria» (vv. 7-8) comporta un allontanamento. E quasi alla fine c’è «togliere», in «mi tolgono alla carne / che era mia» (vv. 8-9), il verbo di privazione per eccellenza. Ma la drammaticità esplode nel verso finale, il più breve e isolato: «di nuovo sola in periferia», dove si passa dal rumore della battaglia al silenzio della solitudine, quello di un essere ridotto a nulla, un contenuto che non è più niente senza il suo contenitore. È in questo testo che prende forma «la dimensione del corpo come resto»[2] , così tipica della poesia di Cavalli, questa immagine ricorrente di un corpo lontano, irriconoscibile. Un morbo, un morbo di certo non celeste è esemplare, perché in Cavalli la relazione tra l’io, il corpo e la malattia è così presente da essere matrice di poesia. L’io si definisce «malata» già nella prima raccolta, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974):
Sono malata sono malnata
e poi tanto dico sempre
le stesse cose.
Ma il «morbo» vero e proprio compare per la prima volta in un testo de Il cielo (1981), la seconda raccolta:
Fuori in realtà non c’era cambiamento,
è il morbo stagionato che mi sottrae alle strade:
dentro di me è cresciuto e mi ha corrotto gli occhi
e tutti gli altri sensi: e il mondo arriva
come una citazione.
Tutto è accaduto ormai, ma io dov’ero?
Quando è avvenuta la grande distrazione?
Dove si è slegato il filo, dove si è aperto
il crepaccio, qual è il lago
che ha perso le sue acque
e mutando il paesaggio
mi scombina la strada?
Un «morbo stagionato», antico, che separa (dalle strade, dal mondo esterno) e trasforma il corpo («mi ha corrotto gli occhi / e tutti gli altri sensi»). Come in Un morbo, c’è un senso di estraniamento e solitudine dell’io («ma io dov’ero?»). E anche se questi testi sono opachi, enigmatici, non è difficile immaginare la natura di un male tanto potente e spietato. Soprattutto se si va oltre la poesia. In un’intervista per Repubblica del 2016, Patrizia Cavalli dice che da quando il cancro ha riempito il vuoto della sua ipocondria, per assurdo non si sente più depressa. Lei, che di depressione ha sempre sofferto: «Fin da giovanissima, al liceo. Poi si è ripresentata in periodi diversi. Mi abbandonavo a me stessa e fissavo il vuoto. Nella poesia l’ho descritta. Uno stato di separazione».[3] E cosa può essere, se non depressione, un male che ti lascia «sola in periferia», che ti «sottrae alle strade», che ti crepa la mente e rende il mondo irriconoscibile? E sembra sempre lei, quel morbo nero, la responsabile di un corpo che in Pigre divinità e pigra sorte, la quinta raccolta del 2006, non è più solo lontano, ma assente:
Come santa all’inedia consegno
ogni pezzo del mio macchinario,
lo depongo su frigido altare,
m’inginocchio difronte al portento
del mio nulla: in preghiera l’osservo.
(Cosa fare del nostro cervello, vv.10-14)
È un corpo macchinario, un corpo in pezzi, una custodia vuota di cui l’io non fa più parte. È un corpo che non ha più importanza, un corpo-nulla simile a quello delle mistiche che nel Medioevo praticavano il digiuno. Come Caterina da Siena o Chiara d’Assisi, l’io di Cavalli si consegna all’inedia; e se per le sante privarsi di cibo era un modo per purificare il corpo e prepararlo a un ricongiungimento con Dio, per l’io di Cavalli è un modo per sentire – non più con il tatto ma con la vista – quel corpo che il morbo sta cancellando. Una volta fuori da sé, spettatrice dei propri resti («ogni pezzo del mio macchinario»), riesce finalmente a vedere quel «nulla» che è anche un «portento». Viene in mente Zanzotto e il suo Esistere psichicamente, in cui il corpo è solo un’invenzione: un’«artificiosa terra-carne», «non è nulla / ed è tutto ciò ch’io sono» (vv 1; 13-14): un’illusione della mente, eppure l’unica testimonianza visibile dell’esistenza. Un niente, un tutto.


Il corpo liquido
Sarebbe sbagliato pensare che il morbo sia l’unico in grado di modificare il corpo. Il corpo è un organismo estremamente fragile nella poesia di Cavalli, e c’è qualcos’altro che ha il potere di trasformarlo. La sezione Per garanzia animale (quella che ospita Un morbo), dopo un breve excursus sulla malattia, finisce com’è iniziata: con l’amore. Ma se all’inizio della sezione l’io desidera un nuovo amore, un nuovo corpo di donna, alla fine è proprio dall’amore che viene distrutta. Qualche pagina dopo Un morbo c’è un testo che si chiama D’improvviso come fosse un raffreddore:
D’improvviso come fosse un raffreddore
torna l’amore. Non è un raffreddore
è un mal di testa che toglie ogni pensiero
alla mia testa e lo fa diventare
miele al cuore. Ma forse è una minestra
che ricadendo da una certa altezza
scioglie il mio corpo in tiepida emulsione:
tutto commosso corpo da trasporto
verso una lontanissima stazione.
Prima un raffreddore, poi un mal di testa, poi ancora una minestra. L’amore è un dolore, un liquido che scioglie il corpo e – come il morbo – lo porta lontano. Nella poesia di Cavalli la perdita di materia, la liquidità del corpo, emerge soprattutto quando l’io si trova di fronte all’amante o all’amata. In Datura (2013), la penultima raccolta, l’io è «senza carne qui di fronte a te» (Questa notte perfetta, questa ora così dolce, v. 5). Ne L’io singolare proprio mio, la terza raccolta del 1992, capita che l’io abbia bisogno del corpo dell’altra per riacquistare forma, solidità: «Quella sostanza spessa, promessa di rimedio / fammi entrare. Riportami al mio limite / circondami, con le carezze segna i miei contorni, / col peso del tuo corpo dammi corpo» (La giornata atlantica, vv. 29-32). Ma la liquidità del corpo dell’io è messa allo stremo in un testo di Sempre aperto teatro, la stessa raccolta di Un morbo:
Come in presenza tu, per tua virtù,
del corpo che ti tiene, intera ora appari,
materia compattissima, tuo spazio
tuo presente, tutta presente in questa
superficie, scurezza della pelle, tu senza
nostalgia, senza passato, rappresa nello spazio
e nel presente, monade stretta che non si lascia
entrare, chiesa severa erta
che si basta in sé stessa e non decade,
e io sempre rubata mescolata
in liquido volatile che espatria,
fiume corrente che non raggiunge il mare,
pensiero sciolto, perduto e mai raccolto,
in sperpero autunnale.

Due strofe, una di nove e una di cinque versi. La prima, interamente dedicata al corpo dell’altra, che è un concentrato di materia ed energia («materia compattissima», «rappresa nello spazio / e nel presente»), un organismo ontologicamente superiore e impenetrabile («monade stretta che non si lascia / entrare», «chiesa severa erta»). Quando lo spazio di questo corpo finisce, al verso 9, c’è un respiro fortissimo prima della seconda strofa, una distanza grafica ma anche fisica: quella tra io e tu. E se al primo corpo Cavalli dedica nove versi, al secondo appena cinque, a sottolinearne il disvalore, la pochezza. Qui, la liquidità dell’io è assoluta («mescolata», «liquido volatile», «fiume corrente», «pensiero sciolto»), una liquidità che è anche lontananza («che espatria») e inconsistenza («perduto», «sperpero autunnale»). È facile notare, adesso, quanto il senso di separazione dal corpo accomuni i testi sull’amore e quelli sulla malattia. Nella poesia di Cavalli, amore e malattia spesso indicano la stessa cosa: una creatura con due facce, una maledizione che ha il potere di trasformare il corpo, o di renderlo estraneo.
Il corpo in rovina
Il sodalizio tra eros e morbus ha un sapore antico. C’è un testo all’interno di Pigre divinità e pigra sorte che richiama fortemente la poesia medievale italiana:
Incapace d’amore, Amore Fisiologico
con i più bassi mezzi mi tortura.
Ha a sua disposizione la vastità del corpo
reso ancora più vasto dal dolore.
Il sangue raspa e preme contro vene
e arterie e l’osso sterno che ripara
il cuore si sbriciola in acri trafitture.
Un sodalizio di lacrime e languore
si addensa nella zona occipitale
mentre una lama attraversa la cervice
e scende lunga quanto la dorsale.
Filo spinato elettrificato
penetra il manto della pia madre
e sparge scariche nel lobo temporale.
Il nervo vago ormai terrorizzato
lascia le redini e imbizzarrisce il cuore.
La linfa senza ordini e governo
non riesce più a fare il suo viaggio
si ferma sui binari dove capita
o ingorga le stazioni ghiandolari.
Solo terrore c’è e solo smarrimento.
E tutto questo per farmi confessare
che io non sono in nessun modo mai spirituale.
Incapace d’amore racconta di un corpo allo sbaraglio, smarrito, terrorizzato. Un corpo preso in ostaggio da Amore Fisiologico, un amore che è una contraddizione perché incapace di amare; un personaggio che ricorda quel «signore di pauroso aspetto» che compare a Dante nella Vita Nova e gli dice: «Ego dominus tuus». Incapace d’amore è il racconto di un dolore più fisico che mai, scritto con una lingua più anatomica che poetica: la pressione del sangue sbriciola lo sterno, e il cuore si rompe, senza il suo riparo; «lacrime e languore» stringono un patto e invadono la zona occipitale del cervello; un dolore che buca come una lama scivola lungo tutta la spina dorsale, e come un «filo spinato elettrificato» penetra la pia madre e «sparge scariche nel lobo temporale»; il nervo vago – da vagus, ‘vagabondo’ – non è più capace di tenere a bada il cuore e lo fa imbizzarrire. Insomma, il corpo è nel caos. Vale la pena soffermarsi su quel «sodalizio di lacrime e languore» che «si addensa nella zona occipitale», la parte del cervello che controlla la vista. È qui che si instaura il legame più profondo con la poesia medievale. L’offuscamento degli occhi non va inteso come cecità in sé per sé, ma come incapacità di vedere la realtà, di interpretarla, stretta conseguenza della malattia d’amore, un argomento centrale nel dibattito sulla patologia amorosa tra gli intellettuali del Medioevo. Dino del Garbo, nel commento a Donna me prega di Cavalcanti (una poesia che è prima di tutto un trattato medico), afferma che una delle caratteristiche della patologia amorosa è la «condizione di assenza di giudizio razionale nell’innamorato […] In particolare, l’obnubilamento della capacità di discernere il buono, il bello e il giusto [dunque, l’obnubilamento della ragione] che conduce a riconoscere come superiore, e a desiderare sopra ogni altra, cosa o persona che obiettivamente, secondo ragione, non giustificherebbe tale presenza»[4].
Natascia Tonelli fa notare che sia in Dante che in Cavalcanti è presente il tema della fuga degli spiriti vitali, in particolare quelli «visivi», che abbandonano il corpo una volta che Amore si impossessa dell’innamorato:

Di fatto, sarà con ogni probabilità Guido prima di chiunque altro l’interlocutore cui Dante allude come a colui «in simile grado fedele d’Amore» da non aver bisogno di nessun approfondimento quanto alla cagione del sonetto Con l’altre donne mia vista gabbate: «tra le parole dove si manifesta la cagione di questo sonetto, si scrivono dubbiose parole, cioè quando dico che Amore uccide tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori de li strumenti loro» (Vita Nuova, XIV 14) […] l’argomento degli spiriti uccisi o messi in fuga da Amore è dei più familiari fra le drammatiche rappresentazioni dell’amico [Cavalcanti], che appunto, anche al proposito specifico degli spiriti visivi, gli spiriti che vengono fatti uscire dai loro “strumenti”, gli occhi, si pronuncia conformemente: «i quali [spiritei] eran venuti per difesa / del cor dolente che li avea chiamati. / Questi lasciaro agli occhi abbandonati» (Vedete ch’i’ son un che vo piangendo, vv. 15-17); o ancora: «Allor si parte ogni vertù da’ miei [occhi]» (A me stesso di me pietate vène, v. 12).[5]
Gli occhi vuoti dell’innamorato, privati di ogni capacità di vedere – e quindi di discernere il bene dal male – ricordano gli occhi dell’io in Incapace d’amore, annebbiati di lacrime e languore, rubati anche loro della propria capacità di vedere, di capire. C’è un altro aspetto, in Incapace d’amore, che richiama fortemente la poesia di Dante e Cavalcanti. Incapace d’amore infatti non è solo una sintomatologia d’amore, ma anche una guerra ad armi impari tra un carnefice e la sua vittima. Amore Fisiologico è «tortura», è «acri trafitture», è una «lama» che «attraversa la cervice»; l’io, indifeso, subisce la pena. Anche per Cavalcanti Amore è figlio della guerra, fatto di un’oscurità che viene da Marte: «In quella parte dove sta memora / prende suo stato, sì formato come / diaffan da lume, – d’una scuritate / la qual da Marte vene e fa dimora» (Donna me prega, vv. 15-18). Ma l’io di Incapace d’amore assomiglia soprattutto a quello delle rime petrose, quell’io che rimane impotente di fronte ai «colpi mortali» dell’amata:
Ella ancide, e non val ch’uom si chiuda
né si dilunghi da’ colpi mortali
che, com’avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun’arme,
sì ch’io non so da lei né posso atarme
[…]
E’ m’ha percosso in terra e stammi sopra
con quella spada ond’elli uccise Dido
Amore, a cu’ io grido
«merzé!», chiamando, e umilmente il priego,
ed e’ d’ogni merzè par messo al niego.
(Dante, Così nel mio parlar vogli’esser aspro, vv. 9-13; vv. 35-39)
A proposito della canzone, Giunta scrive che «ciò che va osservato è soprattutto questo, che tutti quanti gli oggetti e i personaggi, anziché vivere sulla scena, vivono soltanto nelle metafore che il poeta adopera per descrivere il suo stato»[6]. Anche Incapace d’amore è una grande metafora, nulla accade veramente. Eppure, i personaggi di Dante e di Cavalli sono incredibilmente vivi, forse proprio perché la loro azione si consuma nel corpo: sembra di sentirli addosso i «colpi mortali» della «bella pietra»; la spada di Amore, così simile alla «lama» di Amore Fisiologico; gli organi, così antropomorfi.

Sentire il corpo: il doppio effetto dell’amore
Perdita della ragione, dolore, guerra. Dopo il racconto di un corpo allo sbando, Incapace d’amore si conclude così:
Solo terrore c’è e solo smarrimento.
E tutto questo per farmi confessare
che io non sono in nessun modo mai spirituale.
Eccolo, lo scopo di tanta sofferenza: dire «io non sono in nessun modo mai spirituale», nemmeno nell’amore, che qui è qualcosa di puramente fisico. Questi ultimi versi sono fondamentali per concludere il discorso iniziato con Un morbo, un morbo di certo non celeste, perché ammettere di non essere spirituale non significa solo affermare che amore è corporalità, ma significa anche affermare il proprio corpo, significa dire «io sono il mio corpo attraverso l’amore, il dolore che sento». Questa è una delle poche poesie di Cavalli in cui l’io si riconosce nel corpo, lo sente, e può dichiararne l’esistenza. Qui non c’è separazione. Amore fa male, manda in tilt il sistema, ma è un sistema che esiste. Non è lontano, in pezzi, o liquefatto. Ed è qui che forse si può arrivare a una conclusione: se è chiaro che il morbo (depressione, malessere, o qualcos’altro) porta sempre un distacco tra l’io e il suo corpo, l’amore no. L’amore, nel mondo poetico di Cavalli, ha in realtà un doppio effetto: se a volte, come il morbo, implica una perdita di corpo, altre – quando è fisico – funziona da collante potentissimo. Cavalli, in fondo, ci insegna che l’amore non è solo una tragedia: può essere l’unico modo per sentire il nostro corpo precario, per sentire che esistiamo davvero, al di fuori della nostra mente.
[1] M. Bergamin, Il Soggetto contemporaneo nella poesia di Anedda, Cavalli e Gualtieri. Appunti per un rinnovamento dello sguardo critico, in «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», 8, nov. 2017, p. 15, http://www.ticontre.org/ojs/index.php/t3/article/view/184.
[2] Ivi, p. 123.
[3] L. Bentivoglio, Patrizia Cavalli: “Io, la malattia e le mie pene d’amor perdute”, “Repubblica”, settembre 2016, https://www.repubblica.it/cultura/2016/09/07/news/patrizia_cavalli_io_la_malattia_e_le_mie_pene_d_am
or_perdute_-147331659/.
[4] N. Tonelli, Fisiologia della passione. Poesia d’amore e medicina da Cavalcanti a Boccaccio, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2015, p. 27.
[5] Ivi, p. 85-86.
[6] Dante, Rime, a cura di C. Giunta, Milano, Mondadori, 2021, p. 424.
Annalisa Bardelli
Vive ad Arezzo e lavora come insegnante di italiano a stranieri. Si è laureata all’Università di Siena in Lettere Moderne, con una tesi su Patrizia Cavalli.
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