Poesie di Luciana Frezza, Poetessa romana-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Poesie di Luciana Frezza, Poetessa romana-
Luciana Frezza è nata a Roma. I suoi libri di poesia sono: Cefalù ed altre poesie (Sciascia, 1958), La farfalla e la rosa (Feltrinelli, 1962), Cara Milano (Neri Pozza, 1967), Tempo di speranza (Neri Pozza, 1971), La tartaruga magica (Florida, 1984), Ventiquattro pezzi facili (Cominiana, 1988), Parabola sub (Empiria, 1990), Agenda (All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1994, postuma), Comunione col Fuoco. Tutte le poesie (Editori Internazionali Riuniti, 2013, postuma). Figura nell’antologia Donne in poesia (a cura di B.M. Frabotta, Savelli, 1976). Ha tradotto le poesie di Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Apollinaire, Proust.

POESIE da AGENDA
Nostalgia
Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.
Anni venti
Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze
guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit.
Che ne farò
Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco?
(Vittoria apuana, Agosto 1991)
Alziamo i calici
Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata
per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.
Spezzatura d’inverno
-Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.
Bisenso
Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia
il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.
Felicità raggiunta si cammina
a Marisa Di Jorio
Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando
il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore
l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione.
(Vittoria Apuana, Agosto 1991)
Svendita
Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone
a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta
ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto
di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.
La perfezione
a Vittorio Sereni
Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri
Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato
se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.

Negativi
I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle
con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo
dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare
circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente
hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada
rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi
le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso
e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda
se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti
se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati
è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.
Self-service
Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle
il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore
e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima
la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia
eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce
anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance
Vecchi distici
a Rosa “Bien loin d’ici”
Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole
la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate
la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce
la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo
i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio
i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto
la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana
la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto
Luciana Frezza: biografia e opere della poetessa-
Scritto da Roberta Barbi
“Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso” (da La perfezione)

Quando ti laurei in letteratura, ad appena vent’anni, in un ateneo prestigioso come La Sapienza di Roma, discutendo una tesi su Eugenio Montale alla presenza di Giuseppe Ungaretti che ti fa da relatore, in qualche modo hai il destino “segnato”. È così che Luciana Frezza è diventata una poetessa, ma non solo: lo è diventata anche a furia di interpretare, per tradurli, gli splendidi versi dei poeti francesi della corrente simbolista dell’Ottocento; lo è diventata perché ce lo aveva dentro, il sacro fuoco della composizione e della scrittura.
Diverso è, poi, incastrare i pezzi del puzzle della propria vita: districarsi tra la vocazione poetica, la professione di traduttrice e il ruolo di moglie e madre. Se poi si aggiunge la malattia – una cecità incombente e la depressione – tutto è ancora più difficile.
Del suo duplice impegno di poetessa e traduttrice diceva: “È una sfida che mobilita la creatività e altre virtù come la pazienza e la vigilanza… Il pericolo cui bisogna prestare una costante attenzione è costituito dalle possibili intrusioni dell’Io: occorre tenerlo fuori ma non eliminarlo del tutto, perché il suo contributo d’esperienza vissuta può talvolta giovare, come giovano la fortuna e il caso, elementi da mettere in conto”.
Una “presenza discreta nella poesia italiana del Novecento”
Così la critica definiva Luciana Frezza quando sbocciò come poetessa. Era il 1958 ed esordiva con Cefalù e altre poesie, ripreso poi in La farfalla e la rosa del 1962, ma scriveva versi già durante gli anni dell’università: un periodo particolarmente felice e fecondo per lei, che intraprende anche collaborazioni con riviste letterarie quali Botteghe Oscure, Paragone, Carte segrete, L’immaginazione o L’Almanacco dello specchio.
Parallelamente “si accompagnava” ad amici del calibro di Laforgue, Baudelaire, Verlaine, Proust e Apollinaire, per citarne solo alcuni.
Tra i vari premi prestigiosi che otterrà per la sua attività poetica, ricordiamo nel 1984 il Premio Florida grazie al libro La tartaruga magica.
Dopo la sua tragica morte avvenuta nel 1992, esce postuma l’opera omnia delle sue poesie edite e inedite sotto il titolo di Comunione col fuoco (2013) che comprende la raccolta di poesie, anch’essa postuma, Agenda del 1994 e quella di prose Il disegno del 1996.
Dal quotidiano all’onirico: una poetica particolare
L’ars poetica di Luciana Frezza muove i suoi primi passi con le radici ben ancorate nella poesia italiana di ’800 e ’900, ma presto le sue ali spiccano il volo verso il surrealismo e il simbolismo francese da cui viene fortemente influenzata. “I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici/ li prenderesti volentieri a sberle…” (da Negativi).
Comunque la sua matrice resta legata a temi intimi come quelli dell’infanzia, alle figure della famiglia, ai luoghi dell’anima come Roma, Milano o la Sicilia delle sue origini: attraverso la riflessione, spesso dolorosa quando personale, sulle relazioni interpersonali riesce anche a recuperare i miti archetipici ai quali far risalire indietro la ragione di ogni sofferenza. Sì, perché il dolore non può non essere un ingrediente fondamentale della poesia, come non manca mai nella vita: a questo arriva attraverso un profondo processo di ricerca della propria interiorità, senza aver paura di indagare le proprie ribellioni e le proprie paure.
Da questa riflessione sgorga l’amara consapevolezza che i rapporti interpersonali sono spesso e volentieri deludenti, nostro malgrado: “E io che così sola ho spostato/i massi più pesanti. Tutto succedeva perché ero donna/ma questo l’ho sempre saputo…”. E anche: “Raramente si coglie la seconda occasione/ anzi è la riconferma che non si poté non si volle/ il bene era lampante ma c’era nell’inerzia/ di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore…” (da Self-service).
Nel suo linguaggio sempre misurato, mai violento, invece spesso allusivo e sempre eversivo, il fil rouge della poesia di Luciana Frezza è certamente la ricerca del significato della vita, che in definitiva è la ricerca del senso della poesia nelle esistenze come la sua in cui, queste due, coincidono e vivono l’una per l’altra.
Foto | Dino Ignani