Poesie di Biagio Marin-Poeta dialettale friulano-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Poesie di Biagio Marin-Poeta dialettale friulano-
Il Poeta dialettale Biagio Marin, l’autore friulano ha scritto la maggior parte dei suoi componimenti nel vernacolo del suo paese. Tutti i critici che si sono occupati della sua opera, da Pasolini a Zanzotto, da Carlo Bo a Claudio Magris, concordano su una peculiarità delle sue liriche: la limitatezza del mondo evocato dallo scrittore di Grado, ridotto a pochi elementi tipici del territorio lagunare in cui è nato, e la povertà del suo lessico.

Questa cifra stilistica e tematica scarna, quasi dimessa, non è però un difetto, ma si traduce piuttosto in un dettato poetico di misteriosa bellezza.
Osserva Carlo Bo: “Vedete come nel giro di una pagina è costretto a ritornare su pochi oggetti: il lido di sabbia, il mare, la laguna. Un mondo circoscritto e nello stesso tempo infinito. Fare poesia sarebbe stato per Marin insistere fino alla disperazione e alla solitudine su quei pochi tasti. Ma ciò che la parola non gli consentiva in lunghezza, lo riscattava in profondità: probabilmente a forza di riprendere, di rimasticare quelle parole, egli rompeva i limiti del suo mondo originario, restava nell’ambito della realtà, trasfigurandola.”
Dal canto suo, in un’intervista concessa poco prima di scomparire, dichiarava lo stesso Marin: “L’essenza della poesia consiste nella possibilità di astrarre la quotidianità e convertirla in eternità.”
Versi di Biagio Marin (Grado, 1891 – Grado, 1985).
ESTATE CHE BRUCI IL CUORE
(Biagio Marin)
Primavera pazza,
estate che bruci il cuore,
sole che fai luce,
nel sangue che baccano!
E NULLA MAI MUORE
Niente è passato
e tutto vive ed è presente;
un cielo solo levante e ponente,
un solo sole m’ha illuminato.
I primi occhi che m’hanno innamorato
sono quelli che adesso ridono,
e infinite onde
baciano giorno e notte il lido di Grado.
Ogni ieri è oggi,
anzi è adesso,
ogni vento è il messo
di Dio, nel cielo di velluto.
E nulla mai muore
nel mondo:
uno solo, ma fondo,
è il corso delle ore.
La mutazione origina il canto;
non aver paura di sparire;
dura un attimo il giorno,
ma è eterno l’incanto.
ANTIFONA
Stelle filanti siamo,
piccole scaglie che si bruciano in volo;
si snoda il filo, così si disfa il gomitolo,
quando il gioco ha fine,
più nulla in cuore ci duole.
PREGHIERA
Preghiera a Dio non è parola:
è fioritura silenziosa in cielo
l’aprirsi nel sole di un fiore di melo
e, in cima ad un rosaio, di una rosa sola.
Le parole il silenzio le distrugge
e solo nel silenzio Dio si prega
quando l’anima si piega
ad essere solo luce.
Si prega persi, senza sentimento,
fiumi che scorrono verso la loro pace,
forse un cantare che, sparso in aria, tace,
abbandonato nel vento.

BIAGIO MARIN-Poeta italiano (Grado 1891 – ivi 1985). Nel dialetto nativo evoca, spesso con modi insieme popolari e raffinati (dagli echi vagamente pascoliani), il piccolo mondo della sua terra, nel quale si riflettono, con un tono che sempre più inclina all’elegia, i suoi affetti, affanni, travagli. Le sue numerose raccolte (tra cui: Fiuri de tapo, 1912; Cansone picole, 1927; Sénere calde, 1953; L’estadela de San Martin, 1958; Elegie istriane, 1963; Pan de pura farina, 1976; ecc.) sono via via confluite nei volumi: I canti de l’isola (1951); I canti de l’isola 1912-1969 (1970); I canti de l’isola 1970-1981 (1981). M. ha scritto poesie in italiano (Acquamarina, 1973) e, sempre in lingua, prose sui luoghi a lui cari (L’isola d’oro, 1934; Gorizia, 1940) e alcuni saggi (Parola e poesia, 1974). Importanti antologie della poesia di M. sono state curate da P. P. Pasolini (Solitàe, 1961) e C. Magris (La vita xe fiama, 1970).
POESIE
Sielo stelao
Sielo stelao
sito, solene
che vol le pene
del zorno tribolao.
Calda parola
che ne conforta
che in alto porta
la creatura più sola.
Stele che no ha fin
e ne insegna el respiro
de sto mondo divin
arioso in giro.
E quel splendor mortal
ne mantien e alimenta;
qua zo la vita stenta,
ogni ora xe mortal.
Cielo stellato, / silenzioso, solenne, / che vuole le pene / del giorno pieno di triboli. / Calda parola / che ci conforta, / che in alto porta / la creatura più sola. / Stelle infinite, / e ci insegnano il respiro / di questo mondo divino / arioso in giro. / Quello splendore mortale / ci mantiene e alimenta; / quaggiù la vita stenta: / ogni ora è mortale.
Maravegiusi ingani
Maravegiusi ingani
dei fiuri che no’ dura
dei nuòli sensa afani
che navega per l’aria asura.
Me mai ve disdirè
de voltri hè senpre sé,
e co’ la mente inferma
piú v’amo de la tera ferma.
Feste dei mili
che l’alto siel ‘nbriaga
e púo un’ariosa maga
disperde i petali sutili;
primavera matana
istàe che ‘l cuor tu brusi,
sol che tu lusi
nel sangue che bacana:
senpre ve benedisso
co’ boca tonda me ve lodo:
in ogni modo,
me vogio el vostro abisso.
Meravigliosi inganni / di fiori che non durano / di nuvoli senza affanni / che navigano per l’aria azzurra. // Io mai vi disdirò, / di voi ho sempre sete, / e con la mente ammalata / vi amo più della terraferma. // Feste dei meli / che l’alto cielo ubriaca / e poi un’ariosa maga / disperde i petali sottili; // primavera pazza, / estate che bruci il cuore, / sole che fai luce / nel sangue che baccana: // sempre vi benedico, / a bocca tonda io vi lodo / in ogni modo, / io voglio il vostro abisso.

E ‘ndéveno cussì le vele al vento
E ‘ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co’ l’ánema in t’i vogi e ‘l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co’ Leto capitano a la rigola;
e ‘ndéveno cantando soto ‘l sol
canson, che incòra sora ‘l mar le sbola.
E l’aqua bronboleva drío ‘l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no’ la gera stanca.
E andavamo così, le vele al vento / lasciando dietro di noi una gran scia, / con l’anima negli occhi e il cuor contento / senza pensieri di malinconia. // Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo / con alla barra Leto capitano; / andavamo cantando sotto il sole canzoni / che ancora volano sul mare. // L’acqua ribolliva dietro il timone / e dal piacere diventava bianca, / persino la penna suonava: / fin che la bava non era stanca.
Paese mio
Paese mio,
picolo nío
e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.
Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d’alti rosmarini.
Paese mio, / piccolo nido / e covo di gabbiani, / posato leggero su di un dosso biondo, / per te di canti ne farei un mondo / e mai non smetterei di cantarli. // Per te questi canti, perché ti incoronino / come un volo di nuvoli mattutini / e uno solo sulla fossa della nonna mia / tutta coperta di alti rosmarini.

Una canson de fémena
Una canson de fémena se stende
comò caressa colda sul paese;
el gran silensio fa le maravegie
per quela vose drío de bianche tende.
El vespro setenbrin el gera casto:
fra le case incantàe da la so luse
se sentiva ‘na machina de cûse
sbusinâ a mosca drento el sielo vasto.
Inprovisa quel’onda l’ha somerso
duto ‘l paese ne la nostalgia:
la vose colda i cuori porta via
nel sielo setenbrin, cristalo terso.
Una canzone di donna si stende / come carezza calda sul paese; / il gran silenzio fa le meraviglie / per quella voce dietro bianche tende. // Il vespro settembrino era casto: / fra le case incantate della sua luce / si sentiva una macchina da cucire / ronzare a mosca entro il cielo vasto. // Improvvisa quell’onda ha sommerso / tutto il paese nella nostalgia: / la voce calda i cuori porta via / nel cielo settembrino, cristallo terso.

Biagio Marin (1891-1985) is one of the twentieth century greatest dialect poets in Italy. The dialect employed by the poet to celebrate life, death, the surrounding nature and his own innermost feelings is an ancient Venetian dialect, the “gravisano”. Marin’s theme lyrics are love and feminine charm, but also the profound loneliness of the twentieth century man. The poet publicly announced that he had left the Catholic Church, but in spite of this his “Canzoniere” contains also lyrics celebrating God and his immensity. Marin’s poems portraying the most impressive and charming places of his beloved homeland, Grado island, are here presented.
Biagio Marin (1891-1985) è uno dei poeti dialettali maggiori del Novecento italiano. Il dialetto usato dal poeta per cantare la vita, la morte, la natura che lo circonda e le sue sensazioni intime è il gravisano, un dialetto veneto antico. Il poeta si contraddistingue come cantore della donna, dell’amore, ma anche della profonda solitudine patita dall’uomo del xx secolo. Nonostante Marin abbia dichiarato apertamente di essere uscito dalla Chiesa cattolica, nel suo Canzoniere troviamo anche un poeta che canta Dio e la sua immensità. Vengono qui offerte le poesie di Marin legate ai luoghi più suggestivi della sua amata terra, l’isola di Grado.