Pasolini. Una sconcertante attualità di Sergio Labate-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Pasolini. Una sconcertante attualità di Sergio Labate
Non c’è, da parte nostra, alcun elemento retorico nella scelta di raccogliere insieme all’interno di una “Talpa” gli articoli che negli ultimi mesi abbiamo pubblicato su Pier Paolo Pasolini. Certamente la ricorrenza dei cinquant’anni dalla sua morte violenta ha prodotto un’ondata di commozione e di “nostalgia sentimentale”, così si potrebbe definire. Nulla di male. Ma non è questo pur legittimo sentimento che unisce gli articoli che qui presentiamo. Nel metterli insieme uno dopo l’altro ci siamo infatti resi conto che emerge un accordo di fondo che val la pena non disperdere. Perché riguarda noi, molto più che lui. Dice molto più del nostro tempo, che del suo. In sintesi, ciò che emerge trasversalmente è una doppia tesi politica.
La prima tesi è quella per cui la figura intellettuale di Pasolini non possa in alcun modo essere strumentalizzata dalla destra, nonostante i tentativi un po’ grotteschi. Piuttosto proprio Pasolini aveva colto con largo anticipo la mutazione antropologica del capitalismo e, con essa, anche la trasformazione valoriale della destra. Il nuovo fascismo: innervato di consumismo, individualismo, elitismo e profondo disprezzo per tutto ciò che è mediazione e cultura. La trasformazione neoliberista delle destre sta già dentro le pagine pasoliniane. Se Pasolini è un critico accanito delle destre – del resto lo rivendica esplicitamente – è proprio perché aveva colto verso dove le destre stavano andando. Pasolini critico del nostro presente, molto più che del suo.
La seconda tesi è analoga. Quella mutazione antropologica non stava contagiando solo le destre, ma stava corrompendo nel profondo anche la sinistra. È probabilmente proprio il referendum sul divorzio l’esempio più eloquente di questo malessere che preoccupava lo sguardo di Pasolini. E in particolare la sua critica al PCI e ad Enrico Berlinguer (un altro che probabilmente aveva compreso la trappola dentro cui il suo partito stava precipitando suo malgrado). Non si poteva che sostenere il divorzio, ma non si poteva neanche non riconoscere in quel particolare frangente una rottura rispetto all’alterità del comunismo, un cedimento all’ordine dell’individuale che avrebbe avuto come conseguenza il trauma della discontinuità con la propria tradizione e i propri valori. Un evento necessario ma perverso, dentro cui intravvedere un futuro sinistro delle sinistre, incapaci di rappresentare culturalmente un’alternativa e destinata al conformismo del neoliberismo. Cosa sia accaduto dopo, lo vediamo ancora adesso. Quanta ragione avesse Pasolini.
Un intellettuale del nostro tempo, dunque. Di un tempo che non è abitato più da intellettuali, ma solo da popstar che vendono le proprie parole in cambio della soddisfazione del proprio narcisismo. Senza più sgradevolezza, senza più conflitto, senza più autonomia. Soprattutto senza più poesia. Un intellettuale di un altro tempo che è uno dei pochi che dice cose che riguardano il nostro tempo. Questo è Pasolini, adesso più di ieri. Una sconcertante attualità. E questo il tema che unisce le pagine che offriamo in lettura.
Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).
Fonte -VOLERE LA LUNA – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche
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