Il grido di Pasolini: contro l’omologazione, per l’umano-Articolo di Giovanni Fighera-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Il grido di Pasolini: contro l’omologazione, per l’umano-
Articolo di Giovanni Fighera-
Pasolini contro il Potere: l’ultimo grido di un intellettuale inascoltato-Cinquant’anni fa moriva Pier Paolo Pasolini. Non è stato solo un poeta, regista, romanziere e saggista. È stato un profeta scomodo, un intellettuale che ha sfidato il suo tempo con una lucidità feroce e una voce che ancora oggi risuona come un monito. Il suo pensiero, disseminato tra versi, pellicole e articoli, è un grido contro l’omologazione, contro la civiltà dei consumi, contro la perdita dell’umano.

La lettera a Calvino: un’accusa rovesciata
L’8 luglio 1974, Pasolini scrive una lettera aperta a Italo Calvino, difendendosi dall’accusa di rimpiangere la «Italietta» piccolo borghese. Con tono tagliente, ribalta la critica: «Allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me!». Quella «Italietta» è proprio il sistema che lo ha perseguitato per vent’anni. Ciò che Pasolini rimpiange è il mondo contadino, prenazionale e preindustriale, l’«età del pane», dove si consumavano solo beni necessari e si viveva una vita autentica.

Un intellettuale controcorrente
Pasolini, espulso dal PCI nel 1949 per accuse infamanti, ha attraversato il Novecento come un meteorite. Il suo romanzo Ragazzi di vita (1955) fu processato per oscenità, ma venne assolto grazie a voci autorevoli come Carlo Bo e Ungaretti. La sua produzione è sterminata: dalla poesia (Le ceneri di Gramsci, La meglio gioventù) alla narrativa (Una vita violenta), dal teatro (Calderòn) al cinema (Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Il Decameron), fino alla saggistica (Scritti corsari, Lettere luterane).
Il marxismo, il Sessantotto e l’aborto: le battaglie di Pasolini
Nel 1954, con Le ceneri di Gramsci, Pasolini esprime un amore sconfinato per il popolo, ma anche una critica profonda al marxismo, che considera in crisi. Nel 1968 attacca i sessantottini, definiti «figli di papà», finti rivoluzionari che disprezzano la cultura e aspirano al potere. Nel 1975, si oppone alla legalizzazione dell’aborto, che considera «una legalizzazione dell’omicidio». Per lui, la libertà sessuale è diventata una convenzione sociale, un dovere, una nevrosi collettiva. La sua tesi secondo cui la diffusione degli anticoncezionali avrebbe limitato l’aborto si rivelerà errata, ma il suo sguardo resta profondo e provocatorio.

Scritti corsari: la denuncia dell’omologazione
Dopo la sua morte, avvenuta il 2 novembre 1975 in circostanze mai del tutto chiarite, viene pubblicato Scritti corsari, una raccolta di articoli apparsi su Il Corriere della Sera. In «Gli uomini colti e la cultura popolare», Pasolini analizza la frattura tra cultura popolare e intellettuale: la prima, legata alla tradizione e alla religiosità; la seconda, sempre più laica e profana. Questa scissione, sanata solo dai mezzi di comunicazione di massa, ha portato alla scristianizzazione della cultura popolare.
Il potere che soffoca il desiderio
Nel celebre articolo «Acculturazione e acculturazione», Pasolini denuncia il nuovo centralismo del potere: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». Il fascismo imponeva modelli che restavano lettera morta; oggi, invece, l’adesione ai modelli imposti è totale. Il nuovo potere non vuole solo creare un «uomo che consuma», ma pretende che non esistano altre ideologie. La religione, unica concorrente dell’edonismo di massa, viene liquidata. Il Giovane Uomo e la Giovane Donna proposti dalla televisione sono figure che valorizzano la vita solo attraverso i beni di consumo.

La fede come resistenza
Pasolini intuisce che solo una fede autentica può opporsi alla società dei falsi bisogni. Solo un credo vissuto può impedire la borghesizzazione dell’esistenza, la riduzione dell’umano, il perbenismo che ci fa smettere di aspettarci qualcosa dalla vita. Il suo pensiero è un invito a non accontentarsi, a non cedere all’omologazione, a cercare l’autenticità.
Articolo di Giovanni Fighera

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