Elsa Morante -Poesie- Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Elsa Morante -Poesie-
Elsa Morante è nata nel 1912 a Roma, dove è vissuta e dove è scomparsa nel 1985. Le sue raccolte di poesia sono Alibi (Longanesi 1958, Garzanti 1988, Einaudi 2004) e Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (Einaudi, 1968, 2006, 2012). I suoi romanzi: Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957), La storia (1974), Aracoeli (1982). Numerosi i racconti e gli scritti vari, saggi e interventi. È uno dei maggiori narratori italiani.

POESIE
da IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI
Addio
Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino.
O notte celeste senza resurrezione
perdonami se torno ancora a queste voci.
Io premo l’orecchio sulla terra
a un’eco assurda dei battiti sepolti.
Dietro la belva in fuga irraggiungibile
mi butto sulla traccia del sangue.
Voglio salvarti dalla strage che ti ruba
e riportarti nel tuo lettuccio a dormire.
Ma tu vergognoso delle tue ferite
mascheri i cammini della tua tana.
Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall’orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre
non ammiccano più ai miei trucchi d’amore.
Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso
io corro le città lungo una pista confusa.
Ogni ragazzo che passa è una morgana.
Io credo di riconoscerti, per un momento.
E mendicando rincorro lo sventolio di un ciufietto
o una maglietta rossa che scantona…
Ma tu rintanato nel tuo freddo nascondiglio
disprezzi la mia commedia miserabile.
Buffone inutile io deliro per le vie
dove ogni fiato vivente ti rinnega.
Poi, la sera, rovescio sulla soglia deserta
un carniere di piume insanguinate.
E chiedo una tenerezza al buio della stanza,
almeno una decadenza della memoria,
la senilità, l’equivoco del tempo volgare
che medica ogni dolore…
Ma la tua morte cresce ogni giorno.
E in questa piena che monta io vado e mi riavvento
in corsa dirotta, per un segno,
un punto nella tua direzione.
O nido irraggiungibile e caro,
non c’è passo terrestre che mi porti a te.
Forse fuori dai giorni e dai luoghi?
La tua morte è una voce di sirena.
Forse attraverso una perdizione? o vna grazia?
o in quale veleno? in quale droga?
forse nella ragione? forse nel sonno?
La tua morte è una voce di sirena.
Voglia di un sonno che pare una tua dolcezza
ma è stata già l’impostura dove ti ho perso!
La tua morte è una voce di sirena
che vorebbe sviarmi da te nelle sue fosse.
Forse, io devo accettare tutte le norme del campo:
ogni degradazione, ogni pazienza.
Non posso scavalcare questa rete spinata
mentre al tuo grido innocente non c’è risposta.
La tua morte è una luce accecante nella notte,
è una risata oscena nel cielo del mattino.
Io sono condannata al tempo e ai luoghi
finché lo scandalo si consumi su di me.
Io devo, qui, trescare e patteggiare con la belva
per rubarle il segreto del mio tesoro.
O pudore d’una infanzia uccisa,
perdonami questa indecenza di sopravvivere.
Tu sei partito credendo di giocare alla fuga.
Era per fare il bravo, la tua smorfia d’addio.
Al solito! Che poi ti bandisci nella tua stanzuccia
minaccioso dietro le porte sbarrate
come un gran capitano nel suo forte supremo.
Guai per l’audace che si arrischi all’assedio!
Ma ti conosco. Che invece se nessuno si arrischia
ti strazi, e piangi nella tua rabbia infantile
perché non c’è amore al mondo e ti lasciano solo.
Ma stavolta, la tua porta fu sbattuta dagli uragani.
Le piogge entrarono nel vano abbandonato
e una fanghiglia come sangue ha imbrattato i muri.
Quando eri vivo, la tua stanza era la stella del quartiere,
ricercata da tutti. E adesso
tutti ne rifuggono, come fosse appestata.
Il mio piede incíampa nella tua camiciola
che nessuno ha più raccolto da terra. Sul terrazzo
devastato dagli inverni, le piante sono morte.
Perfino i ladri hanno schifato questo tuo feudo estremo
dove infatti c’era poco di valore, da rubare!
Ritagliàti dalle riviste, i ritratti dei tuoi eroi
adornano ancora le pareti: Gautarna il Sublime,
il barbuto Fidel, Billie Holiday la suicida.
In un angolo, c’è ancora la scodella della tua gatta.
Una cravattina rossa pende nell’armadio.
Alla partenza, ti caricasti dei tuoi beni principali:
il canestro con la gatta e il fonografo a valigia.
«Il resto dei bagagli, speditelo per via mare».
Trecento volte quella nave ha ripercorso quel mare
e i tuoi tesori sono dispersi, e io sono qui, vivente.
Anche se vivo tremila anni, e se corro tutti i mari,
non posso più raggiungerti per riportarti indietro.
Lo so che tu credevi di giocare all’addio.
Era una braveria, la tua smorfia…
Ma contro una scommessa impaziente di ragazzo
è un’altra lunga agonia la posta che qui si chiede.
La ladra delle notti è una cammella cieca e folle
che gira per Sahara incantati, fuori d’ogni pista.
L’itinerario è lunatico, non c’è destinazione.
Le sabbie disfanno le tracce dei suoi furti.
Le sue pupille bianche fanno crescere miraggi
dai corpi lacerati che lei semina per le sabbie.
E i miraggi si spostano a distanze moltiplicate
irraggiungibili nei loro campi solitari.
Amputati dai corpi, si disperdono separati
senza rimedio, eterne mutilazioni.
Nessun miraggio può incontrare un altro miraggio.
Non ci sono che solitudini, dopo il furto dei corpi.
da ALIBI
Solo chi ama conosce
Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!
Come a sguardi inconsacrati le ostie sante,
comuni e spoglie sono per lui le mille vite.
Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori
e gli si apre la casa dei due misteri:
il mistero doloroso e il mistero gaudioso.
Io t’amo. Beato l’istante
che mi sono innamorata di te.
Qual è il tuo nome? Simile al firmamento
esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora?
ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome
a te serve solo per giocare, come una bautta.
Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.
La tua grazia tramuta
in un vanto lo scandalo che ti cinge.
Tu sei l’ape e sei la rosa.
Tu sei la sorte che fa i colori alle ali
e i riccioli ai capelli.
La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.
Sono i tuoi giorni un prato lucente
dove t’incontri con gli angeli fraterni:
il santo, adulto Chirone,
l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra,
e le fanciulle – delfino dalle fredde armature.
La sera, alla tua povera cameretta ritorni
e miri il tuo destino tramato di figure,
l’oscuro compagno dormiente
dal corpo tatuato.
Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente,
tu eri l’astro gemello figlio di Leda,
eri il più bel marinaio sulla nave fenicia,
eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale.
Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri.
Eri il compagno prode, la grazia del campo,
su cui piange come una madre
il nemico che gli chiude gli occhi.
Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli
purpurei, sull’alto terrazzo, tra duomi e stendardi.
Eri la prima ballerina del lago dei cigni,
eri Briseide, la schiava dal volto di rose.
Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro,
con una dolce voce di contralto.
Eri la principessa cinese dal piede infantile:
il Figlio del Cielo la vide, e si innamorò.
Come un diamante è il tuo palazzo
che in ogni stanza ha un tesoro
e tutte le finestre accese.
La tua dimora è un’arnia fatata:
narcisi lontani ti mandano i loro mieli.
Per le tue feste, da lontani evi
giungono luci, come al firmamento.
Ma tu in esilio vai, solo e scontento.
Il mio ragazzo non ha casa
né paese.
La bella trama, adorata dal mio cuore,
a te è una gabbia amara.
E in tua salvezza non verrà mai la sposa
regina del labirinto.
Per il sapore strano del bene e del male
la tua bocca è troppo scontrosa.
Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto
cento corimbi d’un unico solitario fiore!
La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi
a te è deserto e impostura.
Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti.
O favolosa domanda, al tuo delirio
non v’è risposta umana.
Riposa un poco vicino a chi t’ama,
angelo mio.
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido
e per dormire un lettuccio ti basta.
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro
è grande come le maree.
Sperdi i miei neri futili giorni
come l’uragano la sabbia nera.
Corro gridando i tuoi diversi nomi
lungo il sordo golfo della morte.
Riposa un poco vicino a chi t’ama.
Lascia ch’io ti riguardi. La mia stanza percorri spavaldo
come un galante che passa
in una strage di cuori.
Allo specchio ti miri i lunghi cigli,
ridi come un fantino volato al traguardo.
O figlio mio diletto, rosa notturna!
Povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
risplendi come gemma di miniera
cambi diadema ogni sera
ti vesti d’oro come gli autunni.
Passa la cacciatrice lunare con i suoi bianchi alani…
Dormi.
La notte che all’infanzia ci riporta
e come belva difende i suoi diletti
dalle offese del giorno, distende su noi
la sua tenda istoriata.
Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.
Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.

Canto per il gatto Alvaro
Tra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, tra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?
Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Tra lune e soli, tra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?
Avventura
per Luchino Visconti
Hai tu un cuore? La leggenda vuole che tu non l’abbia.
Al vedermi, che per te mi consumo d’amore,
tutti mi dicono: «Ah, pazza, mangiata dalle streghe, rosa dalle fole,
soldato d’imprese disperate, marinaio senza veli né remi,
dove t’avventuri? in quali deserti di sabbia,
dietro Morgane, e fuochi fatui, e larve canzonatrici
tu vuoi spegnere la tua sete nella solitaria morte!
Ah, chi ti gettò questa rete, povero pesciolino?»
Così dice la gente; ma lasciamo che dica!
A chi di te mi sparla, nemica io mi giurai.
Per te, mio santo capriccio, volto divino,
senz’armi e senza bussola sono partita.
Non v’è riposo alla speranza mai.
A difficili amori io nacqui.
Come una rosa in un giardino
d’Africa o d’Asia assai lontano,
come una bandiera alzata
in cima a una nave pirata,
come uno scudo d’argento
appeso in un barbaro tempio,
difficile splende il tuo cuore
il tuo frivolo, indolente cuore,
l’eroico, femmineo tuo cuore.
il tuo regale, intatto cuore,
il cuore dell’amore mio.
Io credo nel tuo cuore!
Le caverne terrestri son tutte una gioielleria.
Funerea primavera per le mie feste vanesie,
l’ametista viola e l’agata lunare
e i diamanti simili a rose cangianti
e il topazio vetrino, il topazio d’oro.
Hanno i cristalli aloni e code di fuoco,
mille comete e lune per la mia notte.
M’offron conchiglie i golfi, e giochi oceanici,
e il cielo boreale riposi e meditazioni.
Dolcezze ha l’aranceto, come salive d’amore,
e l’Asia graziose belve, mie tenere schiave.
Le Maestà dei re conversazioni m’accordano,
e al mio comando s’accendono circhi e teatri.
Ma alla conquista io partii d’un frutto aspro.
Il tuo cuore: altro frutto non voglio mordere.
Non voglio i doni terrestri, al mio potere mi nego.
Il solo mio volere è questa impresa!
Alla conquista d’un frutto amaro andai.
Le cose amare sono le più care.
Segreta, lo so, è la stanza del prezioso cuore ch’io cerco.
Lungo e incerto il viaggio fino al nido
di questa civetta-fenice.
Inesperta son io,
compagno né guida non ho,
ma giungerò alla camera felice
del mio bell’idolo.
Addio, dunque, parenti, amici, addio!
Prima bisogna guadare il lago stagnante
della paura,
e i Grandi Orgogli oltrepassare,
fastosa catena di rupi.
Snidare bisogna l’invidia che s’imbosca
e i mostri di gelosia mettere in fuga,
(ah, San Michele e San Giorgio, datemi il vostro scudo!)
per notti occhiute, selve purpuree,
dove incontrare potrò centauri e ippogrifi,
e bere il magico sangue dei narcisi.
Si levan poi le triplici mura di Sodoma
intorno a campo straniero
dalle sette torri merlate.
Incantare dovrò i guardiani,
riscattare le spose comprate,
e a lungo errerò per corti e fughe di scale,
fra un popolo d’echi e d’inganni
fino alla cara porta, che reca la scritta crudele:
Indietro, o pellegrina. Non riceve.
Ah, fossi alato usignolo, foss’io centaura,
ah, sirena foss’io,
foss’io Medoro o Niso,
che forse a te più amico
sarebbe il nome mio, grazioso cuore!
Invece, Lisa è il mio nome, nacque nell’ora amara
del meriggio, nel segno del Leone,
un giorno di festa cristiana.
Fui semplice ragazza,
madrina a me fu una gatta,
e alla conquista partii d’un dolce cuore.
Or che mi presentai, siimi cortese, o amore.
Di che temi, o selvatico? d’esser preso al laccio?
Ah, no, dell’amara pampa la figlia io non sono.
D’esser trafitto? Io non ho coltello, né pungiglione.
Né son io sbirra, per gettarti in carcere,
né fata, per averti compagno notte e giorno,
mutato in corvo, dentro gabbietta d’oro.
Ah, dall’impresa non giudicarmi eroe!
Leggera è la mia mente più del fuoco,
più che un riccio dei tuoi fulvi capelli.
Per la mia pena, per il tuo vinto amore,
con te soltanto un poco giocare io voglio
come una foglia scherza con l’ombra e il sole,
o una ragazza col suo gatto rosso.
E poi ti dirò addio.
Tu dirai: Lisa! supplicherai: Lisa!
Ah, Lisa! Lisa! chiamerai. Ma io
ti dirò addio.

MORANTE, Elsa. – Nacque a Roma il 18 agosto 1912 da Irma Poggibonsi, maestra, ebrea modenese, e da Francesco Lo Monaco, siciliano, morto suicida nel 1943; padre anagrafico, marito di Irma, fu Augusto Morante, istitutore al Riformatorio per minorenni. A Elsa, secondogenita – il primogenito, Mario, morì a pochi mesi – seguirono i fratelli Aldo e Marcello e la sorella Maria.
Per motivi di salute non frequentò le elementari ma studiò privatamente, trascorrendo parte dell’infanzia presso la madrina, Maria Guerrieri Gonzaga, in una villa sulla via Nomentana. Giovanissima scrisse poesie, fiabe e racconti, molti fra i quali pubblicati ne Il Corriere dei piccoli, e I diritti della scuola. Dopo il ginnasio e il liceo svolti presso celebri istituti romani (Ennio Quirino Visconti e Terenzio Mamiani), si iscrisse all’Università che presto però interruppe «per conoscere la vita»: a 18 anni, infatti, lasciata la famiglia andò a vivere da sola dando lezioni private, scrivendo tesi di laurea e pubblicando regolarmente racconti in riviste e rotocalchi. Giacomo Debenedetti, che ebbe modo di conoscerla in quegli anni, apprezzò i suoi racconti e li fece pubblicare nella rivista Meridiano di Roma.
Quando nel 1948 apparve Menzogna e sortilegio, il primo grande romanzo di Morante, molti si stupirono dell’apparizione di una scrittrice senza precedenti; tuttavia la stesura delle opere maggiori fu di fatto preceduta e accompagnata da una fitta produzione di racconti in cui compaiono personaggi e motivi talvolta ripresi e amplificati nelle opere maggiori.
Pubblicato postumo per Einaudi, il volume dei Racconti dimenticati (Torino 2002) riunisce testi esclusi dalle raccolte precedenti e in particolare – nella sezione Aneddoti infantili – quelli più chiaramente autobiografici. Nella prefazione Cesare Garboli precisa: «Morante sviluppò negli anni Trenta (1933-1941) un’attività pubblicistica, col proprio nome o sotto pseudonimo, che comprende più o meno 125 collaborazioni tra racconti, fiabe, fantasie, articoli di costume, racconti storici, aneddoti infantili, con una media […] di un racconto ogni venticinque giorni per nove anni filati […]» (p. VI). Quello che si può considerare come l’apprendistato della narrativa morantiana ha i tratti e lo stile del romanzo d’appendice, del feuilleton, della fiaba. Le «stralunate creature» di questo feuilleton giovanile compongono, pertanto, un «deforme campionario di personaggi veristi, commercianti, impiegati, bottegai, stallieri, cocchieri, corrieri, nobildonne fittizie e immaginarie, baroni ossessi e infermiere assassine, folla indiscriminata di esseri dall’apparenza normale quanto intimamente malati e tarati» (ibid., p.VII).

Riproduzioni di fotografie originali che erano in possesso di Elsa Morante e che alla sua morte sono passate a Patrizia Cavalli e Carlo Cecchi, eredi della scrittrice.
Moravia ritratto con cappello. Giugno 1934.
Nel 1936 Elsa Morante incontrò Alberto Moravia, già assurto alla notorietà col romanzo d’esordio, Gli indifferenti (1929): in questi primi anni di una relazione alquanto tormentata, segnata da separazioni e riavvicinamenti, Morante tenne un diario (pubblicato postumo e, così come altre pagine diaristiche degli anni Cinquanta, parzialmente riprodotto nella Cronologia delle Opere per la collezione mondadoriana «I Meridiani»).
Diario 38 (ma il titolo originale è Lettere ad Antonio, a cura di Alba Andreini, Torino 1989) contiene – come indicano in modo eloquente le epigrafi: «Libro dei sogni», «La vida es sueño» nonché una citazione tratta dalla Commedia – la trascrizione dei sogni della giovane autrice ventiseienne, oltre a pensieri, ricordi e immagini da questi suscitati. Vi compaiono a più riprese allusioni a una figura maschile A. (Moravia) e ad altre persone della famiglia: la madre, il padre, la sorella, i fratelli, alcuni amici. Tuttavia soggetto principale dell’introspezione è lei stessa, la giovane Elsa, con i propri desideri, la relazione col proprio corpo, i fantasmi sessuali. Da tale esplorazione dell’inconscio affiorano interrogativi talvolta angosciosi, relativi all’infanzia, alla maternità, alla sensualità femminile, all’erotismo e alla vita sessuale, ma vi convergono ugualmente riflessioni su poeti e narratori che costituiscono preziose indicazioni sulla sua ricerca di scrittura (Dante, Kafka, Proust, Rimbaud, Freud, Manzoni, Verga).

Morante e Moravia si sposarono il lunedì dell’Angelo del 1941 in una cappella della chiesa del Gesù, a Roma; il rito fu celebrato da padre Pietro Tacchi Venturi, confessore e guida spirituale di Elsa.
Nello stesso anno venne pubblicato Il gioco segreto (Milano 1941), una prima raccolta di 20 racconti fra quelli ch’erano apparsi a stampa tra il 1937 e il 1941; fra questi alcuni furono poi selezionati dall’autrice per un secondo volume, Lo scialle andaluso (Torino 1963). L’anno seguente apparve un racconto scritto alcuni anni prima, illustrato dall’autrice: Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (ibid. 1942).
I personaggi di questi racconti si delineano come cifre dell’ambiguità: i toni spesso cupi e inquietanti, la morte come personaggio o come presentimento (La nonna), il diffuso sentimento di colpa (Il ladro dei lumi), l’incertezza e l’oscillazione tra delirio e lucidità, conscio e inconscio, angelico e demoniaco (Via dell’Angelo), e più in generale le atmosfere e la nota di fondo che vi sottostanno sono propri della letteratura fantastica, in cui si moltiplicano gli effetti del «perturbante» secondo la definizione freudiana (Umheimlich); vi si ritrovano ugualmente notevoli somiglianze con il mondo onirico e metafisico dell’immaginario di Kafka e di Poe. I protagonisti, spesso bambini e adolescenti, inseguono i miraggi dell’immaginazione e del sogno, fin quando la visione è bruscamente infranta e precipitano in una vita priva di desideri, avvolta nell’inconsolabile melanconia del paradiso perduto. La madre e il padre sono raffigurati come oggetto di passioni, veri e propri miti dell’infanzia e della giovinezza, ma destinati a essere rigettati o demoliti nell’età adulta. Ne Il gioco segreto, che dà il titolo alla raccolta, il teatro è metafora della fuga verso un tempo mitico: un’epopea notturna nella quale Antonietta e i fratelli inventano e inscenano storie di donne e cavalieri d’altri tempi, fin quando, scoperti dalla madre, puniti e ricondotti alla realtà, sono ormai dolorosamente esiliati dal mondo onirico. Lo scialle andaluso, uno dei racconti più amati dall’autrice e fra i più significativi, è invece incentrato sul legame geloso e intenso di Andrea per la madre Giuditta che, dopo una carriera fallita di ballerina, rinuncia al suo grande amore per il teatro per ritornare a vivere con il figlio.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’intensificarsi della persecuzione antisemita e della repressione tedesca, Moravia venne avvisato del pericolo di un arresto in quanto ebreo, e con Morante – anch’essa ebrea per parte di madre – decisero di lasciare precipitosamente Roma. Giunto a Fondi, il treno non poté proseguire a causa della linea ferroviaria interrotta: costretti a scendere dal treno, arrivarono a piedi nel paesino di Sant’Agata dove si rifugiarono fino alla fine della guerra. Per nove mesi la coppia condivise le condizioni di vita disagiate e precarie dei residenti, con soltanto due libri (la Bibbia e i Fratelli Karamazov), cibo frugale e un’unica stanza con un pagliericcio per dormire. All’inizio dell’inverno Morante decise di ritornare a Roma per recuperare il manoscritto di Menzogna e sortilegio. Nel 1944, dopo un breve periodo a Napoli, la coppia fece ritorno a Roma (dapprima in via Sgambati, poi in un attico acquistato in via dell’Oca). Morante riprese la scrittura del romanzo e lo inviò alla casa editrice Einaudi dove fu accolto favorevolmente soprattutto da Natalia Ginzburg e quindi da Italo Calvino. Pubblicato nel 1948, fu insignito nello stesso anno del premio Viareggio.

Il primo romanzo morantiano è una storia di famiglia che si svolge tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un Sud imprecisato (presumibilmente Palermo e dintorni): Elisa, ormai orfana, reclusa e quasi «sepolta viva» nella cameretta insieme al fedele gatto Alvaro, rimemora e racconta le vite dei cari fantasmi che continuano ad affascinarla e a tormentarla con i loro enigmi: la nonna Cesira e il nonno Teodoro, la loro figlia e madre di Elisa, Anna, il padre Francesco, la seconda madre e amante del padre Rosaria, il misterioso cugino Edoardo. La narrazione assume i toni della saga, dell’epopea che registra il rapido declinare delle illusioni e dell’agiatezza verso la decadenza, la miseria sociale e il turbamento psichico: al centro la figura della madre della narratrice, Anna, che, innamorata di Edoardo, accetta di sposarne l’amico Francesco De Salvi, quando costui, gravemente malato di tisi, lascia improvvisamente la città, e muore poco dopo. Francesco è figlio naturale di una relazione fugace tra Alessandra, contadina analfabeta, e l’amministratore delle terre dei Cerentano, Nicola Monaco, ma crede a lungo di essere il figlio del marito, Damiano. Morto Edoardo, Anna inventa un epistolario tra lei e il cugino, nell’intento di consolarne la madre Concetta. Questa menzogna ed estrema finzione, la conduce rapidamente alla follia e alla morte.

Temi, personaggi e stile della narrazione riprendono, trasformandoli, quelli del grande romanzo ottocentesco, proprio quando nella letteratura e nel cinema si imponevano la poetica e le forme del neorealismo: la scrittura morantiana sembra percorrere una strada originale, eccentrica rispetto alle correnti dominanti e ai canoni prevalenti del periodo. Fin da questo primo grande libro, Morante persegue una poetica della realtà di cui la formulazione forse più completa e stringente si situa a livello teorico nel saggio Sul romanzo (1959), in cui viene definito come «ogni opera poetica, nella quale l’autore […] dà intera una propria immagine dell’universo reale (e cioè dell’uomo, nella sua realtà)» (cfr. Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri saggi, p. 44). Nell’ampiezza e nel vigore narrativo si ritrova quella cattedrale sognata di cui l’autrice annotava in Diario 38: «[…] discorrendo dell’arte nel romanzo e nell’intreccio con V. ricordo di avere di sfuggita paragonato la costruzione del racconto a un’archittettura, a una cattedrale, le scene isolate alle vetrate» (p. 20). All’uscita del romanzo la maggior parte della critica rimase sorpresa dalla novità dell’autore Morante. Molti furono i tentativi per delineare accostamenti e influenze letterarie: il Settecento francese di Marivaux, o l’Ottocento del romanzo inglese (Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen), per altri il riferimento era più vicino all’ambientazione siciliana verista (Verga, De Robertis). Tuttavia, fu soprattutto l’apprezzamento di György Lukács che, decretando Menzogna e sortilegio come «il più grande romanzo italiano moderno», inaugurò una nuova fase critica. Studi successivi hanno mostrato l’importanza della scrittura pubblicistica e narrativa precedente e gli accostamenti ai pensatori fondamentali del XX secolo: Sigmund Freud, Otto Rank e Carl Jung, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Arthur Schopenhauer, Simone Weil (si vedano, in particolare: Per Elisa, 1990; nonché Bardini, 1999). D’altro canto si è cercato di inserire l’opera nel panorama letterario novecentesco con un ampio ventaglio di possibili accostamenti (Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini), ma anche, in filigrana, con quegli autori che ne hanno ripreso i modi o il programma poetico e etico (cfr. Under Arturo’s star …, 2006).
Dal 1949 Morante curò per la RAI-Radio Televisione italiana la rubrica «Cronache del cinema»; tuttavia si dimise due anni dopo rifiutando di cedere alle pressioni della direzione, volte ad «attenuare le punte critiche » (cfr. Opere, I, Cronologia, p. LVIII). Pubblicò vari racconti tra cui Amalia (1950) e Lo Scialle andaluso (1953). In quegli anni conobbe la filosofa spagnola María Zambrano e sua sorella Aracoeli, con la quale strinse un’intensa amicizia.

Nel 1957 uscì il secondo romanzo, L’isola di Arturo, che ricevette nello stesso anno il premio Strega.
Arturo, adolescente orfano di madre, vive in compagnia del balio Silvestro e della cagna Immacolatella, nella Casa dei guaglioni, sulle alture dell’isola di Procida. Il padre, Wilhelm Gerace, è quasi sempre assente e, nell’immaginazione febbrile ed esaltata del figlio, che lo dipinge come idolo ed eroe, parte per viaggi misteriosi e avventurosi nel grande mondo, al pari dei personaggi dei suoi libri. L’arrivo di Nunziata, nuova sposa del padre, poco più grande di lui, turba profondamente il ragazzo suscitando rivalità e gelosia. La maternità di costei e, nello stesso tempo, la rivelazione degli amori omosessuali del padre che sono alla base dei suoi misteriosi viaggi, sanciscono per il protagonista l’uscita dal mondo circoscritto e felice dell’infanzia, nonché l’accesso all’universo adulto e della guerra imminente.
Romanzo di formazione, ma innervato da un’immaginazione favolistica che affonda nel sottofondo del mito, L’isola di Arturo ottenne consenso unanime coniugando felicemente i suggerimenti della realtà con la capacità evocativa e le illuminazioni liriche.
Nel maggio del 1958 fu data alle stampe una prima raccolta di poesie (Alibi, Milano) di cui alcune erano già apparse come epigrafi dei romanzi. In quegli anni Morante effettuò numerosi viaggi all’estero: in Grecia, in Unione Sovietica e in Cina con Giacomo Debenedetti, insieme con Moravia in Brasile, con Pier Paolo Pasolini e Moravia in India. Nel settembre 1959, incontrò a New York Bill Morrow, un pittore ventitreenne con cui strinse un’intensa relazione e che aiutò insieme a Moravia nell’organizzazione di diverse mostre in Italia, in Francia e negli Stati Uniti.
Nell’aprile del 1962, poco dopo il suo rientro negli Stati Uniti, Morrow morì tragicamente cadendo dalla finestra di un grattacielo, non si sa se accidentalmente o volontariamente. Morante sprofondò nella desolazione e nel lutto e abbandonò tutti i progetti di scrittura in corso, tra cui il romanzo Senza i conforti della religione.
Il ritorno alla pagina scritta avvenne gradatamente, e soprattutto attraverso la poesia. Con Pasolini, cui era unita dalla consuetudine di una profonda amicizia, curò la scelta delle musiche de Il vangelo secondo Matteo (1964) e più tardi di Medea (1970).
Nel 1965 pronunciò la conferenza Pro o contro la bomba atomica al teatro Carignano di Torino, che costituì poi la parte centrale del volume Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987) in cui sono esplicitati la concezione dell’arte del romanzo, le idee sulla letteratura, sui personaggi e sul rapporto tra vita, scrittura e realtà.
Oltre a testi brevi, come Navona mia sull’amata piazza Navona o la serie Rosso e Bianco, vi figura l’articolo I personaggi (1950) in cui Morante individua tre tipologie di personaggio la cui combinazione informa la maggior parte delle opere narrative: Achille, il greco dell’età felice, Don Chisciotte che, insoddisfatto della realtà, cerca salvezza nella finzione, e infine Amleto, che rifiuta la realtà e la finzione, e sceglie di non essere.
In Sul romanzo – nato in risposta a un’inchiesta promossa dalla rivista Nuovi Argomenti nel 1959 – Morante travalica la distinzione tra prosa e poesia, considerando nel novero di «romanzo » anche i sonetti di Shakespeare, il Canzoniere di Saba, i poemi epico-cavallereschi o il teatro; ciò che le interessa non è tanto il genere letterario quanto il fare poetico, l’essenza dell’opera che giunge attraverso la «realtà degli oggetti » a una forma di «verità». La preferenza di Morante va alle opere in cui l’autore si cela dietro la «pura rappresentazione»: prendendo le distanze sia dal realismo socialista sia dal neorealismo, approda a una propria definizione di realismo il cui fondamento è la molteplicità della realtà trasformata in verità poetica, così come l’esperienza dell’artista deve diventare universale, «valore per il mondo».
Nel saggio Pro o contro la bomba atomica la fiducia nella trasformazione poetica della realtà viene controbilanciata dalla necessità di una lotta contro l’irrealtà, configurata come i mostri che il poeta deve combattere. La bomba atomica è metafora e segno minaccioso dell’epoca della guerra fredda e della corsa all’armamento nucleare tra le potenze mondiali che rischia di annientare la Terra e l’umanità intera. Tale minaccia di disintegrazione riguarda in primo luogo l’interezza dell’universo reale che l’opera invece deve ricercare: «l’arte è il contrario della disintegrazione. […] la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola la realtà […]. La realtà è perennemente viva, accesa, attuale […] è una, sempre una» (cfr. Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pp. 101 s.). Lo scrittore-poeta non può che resistere alla disintegrazione e all’alienazione della cultura piccolo-borghese delle classi dominanti, anche se si rifugia nel deserto o in paesi lontani (Rimbaud).
Il messaggio di Pro o contro la bomba atomica è in fondo ottimistico: l’atto poetico è un’azione necessaria di fronte all’orrore, e nel contempo testimonianza e risposta. Come esempio probante della straordinaria gioia che può provocare la poesia nella sua lotta contro la morte, Morante evoca il giovane poeta ungherese Miklós Radnóti, deportato e ucciso, di cui furono recuperati i versi, scritti fin sull’orlo della fossa in cui cadde.
Sovversivi, rivoluzionari, capaci di meraviglia, di allegria, di fantasia tali sono i bambini, i giovani, i poeti come Umberto Saba cui è dedicato il saggio Il poeta di tutta la vita (pp. 33- 39), o come il Beato Angelico, il pittore che da «Beato propagandista del Paradiso», avendo veramente creduto, ha visto e dipinto le creature angeliche, tutti i corpi celesti del Paradiso, la festa invisibile dei corpi di luce.
Diversi viaggi negli Stati Uniti e in Messico, dal fratello Aldo, poi nello Yucatán, nonché la collaborazione con Pasolini permisero a Morante di elaborare il lutto per la morte del giovane pittore. Frutto dell’intensa attività poetica di quegli anni furono le poesie de Il mondo salvato dei ragazzini (Torino 1968).
La quarta di copertina chiarisce il titolo della raccolta in modo provocatorio e sorprendente: «un manifesto/ un memoriale/ un saggio filosofico/ un romanzo / un’autobiografia/ un dialogo/ una tragedia/ una commedia/ un documentario a colori/ un fumetto/ una chiave magica/ un testamento/ una poesia». Sul frontespizio, la riproduzione di un quadro di Bill Morrow richiama l’attenzione sul lungo poema Addio che ne intende evocare la figura. Rispetto alla prima raccolta Alibi, pubblicata nel 1958, Il mondo salvato dai ragazzini, dispiega una grande varietà di forme poetiche, dalla poesia in versi liberi alla canzone, dal poemetto epicodrammatico al testo teatrale, fino alle forme anarchico-futuriste della «Grande Opera», la cui esplosione riproduce visivamente e fonicamente la frammentazione e dispersione del mondo, prima di una nuova genesi. Apparso nel maggio 1968 il poema morantiano è un’eco quasi profetica dei movimenti studenteschi, giovanili e operai di quella primavera, anche se La canzone degli F.P. e degli I.M. era stata precedentemente edita in Nuovi Argomenti nel 1967: i Felici Pochi (F.P.) si distinguono dagli Infelici Molti (I.M.), per la loro persistente allegria contro tutti i tentativi di sopraffazione, intimidazione, oppressione. Sono i rappresentanti dell’utopia e dell’immaginazione poetica, portatori di una felicità incarnata soprattutto dai personaggi bambini (Arturo, Useppe, il pazzariello). I Felici Pochi portano di volta in volta nomi diversi: alcuni come Mozart e Rimbaud, sono figure fondamentali dell’ispirazione morantiana, altre come Simone Weil nutrono il pensiero etico della scrittrice. A essi si aggiungono pittori, visionari, rivoluzionari, pensatori: Edipo, il Cristo, il pazzariello impersonano la visione leggendaria e drammatica dell’umanità attratta dalla luce, dalla felicità, dalla gioia, ma spesso minacciata e travolta dalla tragedia, dalla sofferenza, dalle innumerevoli forme di tristezza e di potere.
Il mondo salvato dai ragazzini è un inno all’allegria anarchica e denuncia di tutte le forme di totalitarismo e di ideologia distruttrice e repressiva. I continui e ripetuti riferimenti al supplizio, alla tortura e all’orrore contrassegnano la riflessione di Morante sulla storia, sul Novecento come secolo delle guerre mondiali, dei genocidi, del nazismo e fascismo.
In una recensione lucida e ironica, stesa in forma di poesia, Pasolini definì l’autrice «nonna- bambina» e «madre idealizzatrice e piena di certezza» dell’anacronistico «pazzariello […] straordinariamente attuale», evocando in raffronto i vari ragazzini, gli studenti nipoti che invita a leggere la nonna Morante (cfr. Pasolini, 1971, pp. 27-43).
Nel 1971 cominciò la stesura del suo terzo romanzo, La Storia, che uscì nel 1974. Pubblicato da Einaudi in edizione economica per volontà della stessa Morante, affinché potesse essere immediatamente accessibile a un più vasto numero di lettori, il libro ottenne grande successo di pubblico. Tuttavia restie, se non dichiaratamente ostili, furono le reazioni di parte della critica: il dibattito sviluppatosi sul Manifesto e su giornali e riviste della sinistra (Quaderni piacentini, Ombre rosse, Rinascita, l’Unità) stigmatizzò la mancanza di ideologia nel libro morantiano, e in particolare furono denunciati il pessimismo e la sfiducia sulla possibilità di cambiare la storia, senza rilevare la fondamentale «ammonizione della Morante sulla tragicità della storia» e la «radicalità senza ideologia» del suo pensiero poetico e politico (per cui si veda: M. Sinibaldi, in Vent’anni dopo «La Storia», 1994, p. 215). Pasolini, che aveva riservato un’accoglienza entuasiasta a Il mondo salvato dai ragazzini, stroncò viceversa il romanzo (cfr. Tempo illustrato, 26 luglio e 2 agosto 1974) rimproverando lo stile manieristico sia nella costruzione dei personaggi sia nelle scelte linguistiche (il dialetto romano), nonché la stessa concezione della storia e delle sue vittime. L’intervento mise fine a una lunga relazione intellettuale e affettiva: e non ci fu alcun riavvicinamento prima dell’assassinio di Pasolini avvenuto un anno dopo, il 2 novembre 1975.
È indubbio che il romanzo, come accadde per Menzogna e sortilegio, giunse di sorpresa, quasi controcorrente. Anche La Storia attiva i meccanismi della memoria, soprattutto quelli della memoria collettiva, come testimonia la «cornice» che precede ogni capitolo declinando una cronologia precisa degli avvenimenti mondiali dal 1900 al 1967 e oltre. Il pretesto della narrazione è un fatto di cronaca: il ritrovamento in un appartamento del quartiere romano di Testaccio di una madre impazzita, del figlioletto morto e di una cagna imbestialita. Si palesa così l’intento di raccontare le pur brevi esistenze di coloro che vivono nei margini della trama implacabile della storia: i senza nome, soppressi senza testimonianze che ne possano riscattare l’esistenza. Tali sono i protagonisti principali: Ida, maestra di scuola elementare, vedova, i suoi figli Antonio, detto Nino e Giuseppe, detto Useppe, i cani Blitz e Bella. Ida, d’origine ebrea per parte di madre, un giorno del gennaio 1941 viene seguita da un giovane soldato tedesco ubriaco, in partenza per l’Africa (dove poi morirà), che le usa violenza. Rimasta incinta, si reca per partorire il piccolo Useppe nel Ghetto, assistita da un’ostetrica ebrea. In seguito ai bombardamenti del quartiere San Lorenzo, la famiglia è costretta a riparare in un capannone alla periferia di Roma dove, in un unico stanzone, risiede fino alla fine della guerra. Qui, una notte, si presenta Carlo Vivaldi che, legatosi di amicizia con Nino, diventa partigiano e soltanto in seguito rivelerà la sua vera identità (si tratta dell’ebreo Davide Segre) e le sue idee anarchiche. Dopo la fine della guerra, Ida e Useppe fanno ritorno in città: il bambino, di un’intelligenza e d’una vivacità fuori del comune ma affetto da epilessia, muore a soli 6 anni. Un anno prima erano scomparsi anche Nino e Davide Segre, il primo vittima di un incidente stradale, il secondo, con ogni probabilità, in seguito a una overdose di barbiturici. Ida sopravvive ai propri figli, ma è ormai lontana dal mondo e dalla vita.
Il romanzo consegna al lettore una visione tragica e fatalistica della storia, e tuttavia vuol essere atto di testimonianza dell’avvento umano e del desiderio di felicità dei suoi protagonisti. Trovare le parole per raccontare l’orrore è il fine del progetto morantiano, che la scrittrice realizza ne La Storia con maggiore respiro forse rispetto agli altri romanzi: «l’unica felicità possibile: non essere sé, ma tutti», appunta significativamente in una nota del suo diario del 1964 ( per cui cfr. Opere, I, Cronologia, p. LXXVIII).
Nel 1976 cominciò la stesura di un nuovo romanzo, Aracoeli, per il quale Morante si recò più volte in Andalusia. Dopo il sequestro di Aldo Moro, il 20 marzo 1978 scrisse una «Lettera alla Brigate Rosse» rimasta incompiuta (e apparsa postuma nel 1988). Nel 1980, dopo una caduta rovinosa che le provocò la rottura del femore, soggiornò in convalescenza per un lungo periodo presso la clinica Quisisana di Roma. Ritornata a casa, proseguì la stesura di Aracoeli ultimandolo nel dicembre 1981. Dato alle stampe nel novembre 1982, nel 1984 fu insignito del prestigioso Prix Médicis Étranger.
Protagonista e narratore del quarto e ultimo romanzo della scrittrice è Manuel, un omosessuale di 43 anni ossessionato dalla memoria d’infanzia al cui centro è la madre, Aracoeli, spagnola, andata in sposa giovanissima a un ufficiale dell’esercito italiano. La lingua materna delle nenie e delle canzoncine dell’infanzia continua a risuonare nell’orecchio di Manuel, che, ormai alle soglie della maturità, rimpiange insieme con la perdita della madre quella della propria bellezza. Rispetto alla storia di Arturo, ci troviamo dinanzi a «una Bildung all’inverso» (cfr. Rosa, 1995, p. 309): in un viaggio a ritroso della memoria e del tempo egli si reca a El Almendral, villaggio d’origine di Aracoeli, ormai scomparsa da anni, per tentare di ritrovare le tracce di sua madre bambina, dello zio scomparso di cui porta il nome, di una preistoria antecedente la propria nascita. Aracoeli, in un modo ancora più intenso e drammatico dei romanzi precedenti, mette in primo piano la coppia madre figlio, raccontando attraverso la giustapposizione dei piani temporali e l’uso calibrato del flashback tanto l’autentico splendore quanto la discesa agli inferi dell’età adulta. La tragedia comincia dopo la nascita della seconda figlia, morta pochi mesi dopo; Aracoeli cade dapprima in uno stato di sconforto totale, poi è afflitta da una frenetica smania sessuale, sintomo della malattia incurabile che la porterà alla morte. Crollato il mito dell’infanzia, la realtà appare come una sassaia deserta, solitaria e misera, in cui ritrova nel finale il padre Eugenio, ormai invecchiato e senza i fasti del passato, ma per il quale sussiste in fondo a sé l’amore.
Dopo la consegna del manoscritto, la scrittrice cominciò a soffrire nuovamente di forti dolori alla gamba, ma rifiutò una nuova operazione. Nell’aprile del 1983 tentò il suicidio, ma venne salvata in extremis e trasportata d’urgenza all’ospedale dove le fu diagnosticata una grave idroencefalia. L’operazione cui fu sottoposta non riuscì a migliorare il suo stato.
Dopo una seconda operazione, morì d’infarto a Roma, nella clinica Villa Margherita ov’era ricoverata, il 25 novembre del 1985. Le sue ceneri furono sparse nel mare di Procida.
Fin dagli inizi l’opera morantiana fu apprezzata e sostenuta da critici di vaglio; lo stesso Moravia riconobbe a varie riprese la sua profonda ammirazione. Nel corso degli anni numerosi saggi critici, monografie, biografie e volumi collettanei sono stati consacrati alla narrativa morantiana e in misura minore alla poesia. La sua opera si è ormai imposta come una delle più rilevanti del Novecento.
Opere: Il gioco segreto. Racconti (Milano 1941); Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (Torino 1942); Menzogna e sortilegio (ibid. 1948); L’isola di Arturo (ibid. 1957); Alibi, Milano 1958; Le straordinarie avventure di Caterina.Nuova ed. riveduta con l’aggiunta di altre bellissime storie (Torino 1959); Lo scialle andaluso (ibid. 1963); Il mondo salvato dai ragazzini (ibid. 1968); La Storia (ibid. 1974); Aracoeli (ibid. 1982); Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987); Opere («I Meridiani »), I-II, a cura di C. Cecchi – C. Garboli, ibid. 1988-90; Diario 1938 (Torino 1989); Racconti dimenticati (ibid. 2002); Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito) (Roma 2004). Ha inoltre tradotto Il libro degli appunti di K. Mansfield (Milano-Roma 1945).
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