Leone Ginzburg -Contributo alla celebrazione di Dostoevskij Fëdor Michajlovič-
Articolo scritto per la Rivista PEGASO n°4 del 1931 diretta da Ugo Ojetti
Biografia di Dostoevskij Fëdor Michajlovič-nasce a Mosca nel 1821 come Fëdor Michajlovic Dostoevskij ed è considerato il maggior romanziere russo grazie alla sua prolifica produzione letteraria. La sua formazione avviene in un ambiente piuttosto religioso e autoritario, tanto che alla morte della madre viene costretto dal padre, medico aristocrativo decaduto, a frequentare la scuola del genio militare di San Pietroburgo che frequenta malvolentieri dal momento in cui il suo vero amore è già la letteratura.
Subito dopo il diploma, rinuncia alla carriera militare per scrivere invece il suo primo romanzo, Povera gente, che ha un grande successo. Successivamente scrive Il sosia e Le notti bianche, deludendo parzialmente i suoi primi estimatori. Tra questi un critico, Belinskij, che lo aveva acclamato come scrittore esordiente.
Nel 1849 Dostoevskij aderisce a un circolo di intellettuali socialisti e per questo viene condannato a morte, anche se poco dopo arriva la grazia da parte dello Zar Nicola I e la condanna a quattro mesi di esilio in Siberia e quattro di arruolamento forzato.
Nel 1857 Dostoevskij sposa una giovane vedova: subito dopo il matrimonio torna alla letteratura con Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio.
Nel 1861 inizia a scrivere in qualità di giornalista per la rivista Il tempo. Qui compaiono due nuove opere: Memorie da una casa di morti (racconto dell’esperienza siberiana) e Umiliati e offesi.
Dopo un viaggio in Inghilterra, Francia e Germania esprime giudizi netti e negativi sulla civiltà occidentale, poi fonda il periodico Epoca e pubblica due opere che lo consacreranno definitivamente nell’Olimpo degli scrittori: Memorie del sottosuolo e Delitto e castigo. Entrambe gli procureranno buona fama ma scarso successo economico.
Rimasto vedovo, nel 1867 sposa in seconde nozze la propria stenografa, Anna Snitkina. Pubblica poi Il giocatore, romanzo autobiografico in cui confessa la sua rovinosa passione per la roulette.
La sua situazione economica non è delle migliori: per sfuggire ai creditori si trasferisce all’estero con la moglie e scrive un altro romanzo che gli procurerà una fama imperitura: L’idiota. Una volta tornato in Russia nel 1873 pubblica I demoni.
Segue un periodo molto prolifico che lo porterà a scrivere I fratelli Karamazov e che si protrae fino al 1880. Nel 1881 muore improvvisamente a Pietroburgo.
Dostoevskij Fëdor MichajlovičLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJLeone GINZBURG Contributo alla Celebrazione di DOSTOJEVSKIJDostoevskij Fëdor Michajlovič
Biografia di Dostoevskij Fëdor Michajlovič-
Dostoevskij Fëdor Michajlovič
Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821 come Fëdor Michajlovic Dostoevskij ed è considerato il maggior romanziere russo grazie alla sua prolifica produzione letteraria. La sua formazione avviene in un ambiente piuttosto religioso e autoritario, tanto che alla morte della madre viene costretto dal padre, medico aristocrativo decaduto, a frequentare la scuola del genio militare di San Pietroburgo che frequenta malvolentieri dal momento in cui il suo vero amore è già la letteratura.
Subito dopo il diploma, rinuncia alla carriera militare per scrivere invece il suo primo romanzo, Povera gente, che ha un grande successo. Successivamente scrive Il sosia e Le notti bianche, deludendo parzialmente i suoi primi estimatori. Tra questi un critico, Belinskij, che lo aveva acclamato come scrittore esordiente.
Nel 1849 Dostoevskij aderisce a un circolo di intellettuali socialisti e per questo viene condannato a morte, anche se poco dopo arriva la grazia da parte dello Zar Nicola I e la condanna a quattro mesi di esilio in Siberia e quattro di arruolamento forzato.
Nel 1857 Dostoevskij sposa una giovane vedova: subito dopo il matrimonio torna alla letteratura con Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio.
Nel 1861 inizia a scrivere in qualità di giornalista per la rivista Il tempo. Qui compaiono due nuove opere: Memorie da una casa di morti (racconto dell’esperienza siberiana) e Umiliati e offesi.
Dopo un viaggio in Inghilterra, Francia e Germania esprime giudizi netti e negativi sulla civiltà occidentale, poi fonda il periodico Epoca e pubblica due opere che lo consacreranno definitivamente nell’Olimpo degli scrittori: Memorie del sottosuolo e Delitto e castigo. Entrambe gli procureranno buona fama ma scarso successo economico.
Rimasto vedovo, nel 1867 sposa in seconde nozze la propria stenografa, Anna Snitkina. Pubblica poi Il giocatore, romanzo autobiografico in cui confessa la sua rovinosa passione per la roulette.
La sua situazione economica non è delle migliori: per sfuggire ai creditori si trasferisce all’estero con la moglie e scrive un altro romanzo che gli procurerà una fama imperitura: L’idiota. Una volta tornato in Russia nel 1873 pubblica I demoni.
Segue un periodo molto prolifico che lo porterà a scrivere I fratelli Karamazov e che si protrae fino al 1880. Nel 1881 muore improvvisamente a Pietroburgo.
Dostoevskij Fëdor Michajlovič
le principali opere di Dostoevskij:
Povera gente (1846);
Il sosia (1846);
Le notti bianche (1848);
Il villaggio di Stepancikovo (1859);
Il sogno dello zio (1859);
Memorie da una casa di morti (1861-62);
Umiliati e offesi (1861);
Memorie del sottosuolo (1865);
Delitto e castigo (1866);
Il giocatore (1867);
L’idiota (1868-69);
I demoni (1873);
L’adolescente (1875);
Diario di uno scrittore (1876-81);
I fratelli Karamazov (1879-80)
Biografia di Leone Ginzburg
Leone Ginzburg
Leone Ginzburg- Nacque a Odessa dagli ebrei Fëdor Nikolaevič Ginzburg e Vera Griliches. Era l’ultimo di tre fratelli: lo precedevano Marussa (1896) e Nicola (1899). Era in realtà figlio naturale dell’italiano Renzo Segré, con cui la madre aveva avuto una fugace relazione mentre si trovava in villeggiatura a Viareggio; Fëdor lo aveva però riconosciuto come suo e Leone stesso lo considerò sempre come il proprio padre. Figura importantissima nell’infanzia di Leone fu l’italiana Maria Segré (sorella del suo padre naturale) che sin dal 1902 viveva presso la famiglia in qualità di istruttrice. Insegnò ai tre fratelli il francese e l’italiano e fu lei a creare i rapporti tra i Ginzburg e l’Italia. Leone fu per la prima volta in Italia nel 1910, quando trascorse le vacanze a Viareggio con la madre e i fratelli. Questa consuetudine si ripeté anche negli anni successivi sino allo scoppio della Grande Guerra, nel 1914: in quell’occasione la madre e i fratelli maggiori tornarono a Odessa mentre il figlio minore, per evitargli un pericoloso viaggio in mare, rimase nella Penisola con la Segré che divenne per lui quasi una seconda madre. Il giovane Ginzburg visse in Italia per tutta la durata del conflitto, dividendosi tra Roma e Viareggio. Frattanto, passati attraverso la Rivoluzione di ottobre, i parenti rimasti in Russia si trovavano in difficoltà: nonostante avessero sostenuto la rivolta, i Ginzburg dovevano soffrire nuove pesanti limitazioni. Il primo a lasciare Odessa, nel 1919, fu Nicola il quale, temendo il richiamo alle armi, si trasferì a Torino dove si iscrisse al Politecnico. L’anno successivo tutta la famiglia si era stabilita a Torino e fu raggiunta da Leone che si iscrisse alla seconda classe del “Liceo Classico Vincenzo Gioberti”. Nel 1921 i Ginzburg si spostarono ancora una volta: furono a Berlino dove il padre aveva avviato una nuova società commerciale assieme a un amico. Leone dovette quindi riprendere la lingua russa e fu iscritto alla scuola russa della città dove proseguì gli studi ginnasiali. Nell’autunno 1923, mentre il padre restava in Germania per lavoro, la famiglia si riportò a Torino e qui Leone preparò, nel 1924, l’esame ginnasiale. Tra il 1924 e il 1927 concluse gli studi classici frequentando il liceo Massimo d’Azeglio. Fu studioso e docente di letteratura russa, partecipò allo storico gruppo di intellettuali di area socialista e radical-liberale (tra gli altri, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Carlo Levi, Elio Vittorini, Massimo Mila, Luigi Salvatorelli) che collaborarono alla nascita a Torino della casa editrice Einaudi. In campo politico fu un federalista convinto, attivo antifascista, dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana nel 1931 aderì al movimento “Giustizia e Libertà”. Fu per questo arrestato il 13 marzo 1934 in seguito alle ammissioni dell’antifascista giellino Sion Segre, arrestato con Mario Levi l’11 marzo, e su segnalazione del chimico francese René Odin, informatore dell’OVRA. Condannato a quattro anni di carcere, con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, beneficiò di due anni di condono condizionale. Rilasciato nel 1936, proseguì la sua attività letteraria e di antifascista. Nel 1938 sposò Natalia Levi (meglio nota come Natalia Ginzburg), dalla quale ebbe due figli e una figlia: Carlo Ginzburg, poi divenuto noto storico, Andrea, economista, e Alessandra, psicanalista. Nel giugno del 1940 fu mandato al confino a Pizzoli, in Abruzzo, fino alla caduta del fascismo. Liberato nel 1943 alla caduta del fascismo, si spostò a Roma dove fu uno degli animatori della Resistenza nella capitale. Nuovamente catturato e incarcerato a Regina Coeli, fu torturato dai tedeschi perché rifiutò di collaborare. Morì in carcere, in conseguenza delle torture subite, la mattina del 5 febbraio 1944. È sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.
Note biografiche tratte e riassunte da Wikipedia
https://it.wikipedia.org/wiki/Leone_Ginzburg
Renato Caputo-La filosofia e la rivoluzione culturale umanistica
Renato Caputo la Controstoria del Rinascimento in una prospettiva marxista III incontro: introduzione alla cultura umanistica e rinascimentale in una prospettiva filosofica. illustreremo la filosofia e la rivoluzione culturale umanista attraverso le figure di Petrarca, Colluccio Salutati, Leonardo Bruni e Lorenzo Valla, focalizzandoci su concetti quali la libertà individuale, la centralità della politica e l’edonismo.
Le principali figure dell’Umanesimo italiano
Petrarca (1304-74) e il sorgere, con l’affermarsi dell’individuo, della libertà dei moderni
Occorre innanzitutto mettere in evidenza che l’Umanesimo nasce e si afferma per la prima volta in Italia, in netto anticipo rispetto alla cultura non solo internazionale ma della stessa Europa occidentale in quanto è il paese nel quale la classe borghese, che stava emergendo come nuova classe universale, si era affermata con maggiore forza. Petrarca, pur non potendo saperlo, in quanto il concetto di umanesimo non era ancora sorto, ha assunto un ruolo di rilievo nello sviluppo della cultura internazionale in quanto si è affermato come il geniale precursore dell’Umanesimo, dal momento che la sua opera è la prima ad aver superato compiutamente la cultura medievale, sintetizzata da Dante, aprendo la strada alla rivoluzione culturale decisiva per la transizione all’età moderna.
Il conosci te stesso e l’attenzione per il soggetto
In una nota lettera Petrarca narra di una sua ascensione su un monte. Giunto in vetta invece di ammirare il paesaggio legge un brano delle Confessioni di Agostino che esorta a non lasciarsi distrarre dal mondo esterno, ma a indagare se stessi, esortazione che Petrarca lega alla sapienza antica di Socrate. Di contro alla coscienza che ricercava la verità fuori di sé, l’autocoscienza si scopre essere la fonte di ogni verità.
Petrarca, tuttavia, non è in grado di seguire questa esortazione, troppo grande è ormai l’interesse per il mondo esterno, per la natura. In altri termini Petrarca vive la drammatica consapevolezza storica dell’intellettuale in transizione vero la modernità che, perciò, non riesce a rinunciare all’osservazione della natura, un interesse già presente nell’averroismo che preannuncia la rivoluzione scientifica. In tal modo Petrarca viene approfondendo l’apparente dualismo tra lo sviluppo dell’autocoscienza e l’interesse per la natura, aspetti che, seppur contrastanti, sono entrambi centrali nel pensiero del poeta. Anzi il carattere già moderno della sua personalità risiede proprio nel superamento del dualismo fra il sorgere dell’autocoscienza e l’interesse per la natura. Nella sua opera l’accentuato soggettivismo non comporta una diminuzione, ma piuttosto un aumento dell’interesse per il mondo esterno, per la natura. Del resto per Petrarca il contrasto è la legge stessa della vita e la lotta più aspra si combatte all’interno dell’uomo. In tale modo Petrarca sembra anticipare il successivo sviluppo della filosofia della natura rinascimentale, in cui l’autocoscienza dopo aver rinvenuta la verità in sé stessa, nella ragione, dovrà dimostrarlo ritrovandosi nel mondo esterno, a partire dalla natura.
Allo stesso modo nel Secretum Petrarca ripensa alle proprie esperienze soggettive alla luce del magistero agostiniano. Petrarca riprende e sviluppa il procedimento autobiografico di Agostino, ossia riparte dall’autocoscienza che fa sì che ogni problema sia il proprio problema, il problema del soggetto. In altri termini il richiamo di Petrarca alla sapienza classica e agostiniana è stato funzionale a spostare l’attenzione sulla meditazione interiore attraverso cui si forma e si chiarisce a se stessa la personalità del singolo. In tal modo, superando la intellettualistica filosofia medievale ancora ancorata alla prospettiva della filosofia antica della coscienza, che ricerca una verità oggettiva al di fuori del soggetto, Petrarca ha consentito lo sviluppo dell’autocoscienza, un passaggio essenziale per l’affermazione della libertà individuale.
Emerge così la centralità della libertà moderna dell’individuo mediante cui Petrarca si contrapponeva alla prospettiva scientifica averroista, che tendeva a ridurre la filosofia alla scienza naturale e, in tal modo, enfatizzava la necessità e toglieva spazio alla libertà. Così facendo Petrarca ha anticipato la svolta fondamentale della filosofia moderna che ricerca nel soggetto e non più nell’oggetto la fonte di ogni verità. D’altra parte, dal momento che la realtà è sempre contraddittoria, anche in una rivoluzione culturale si celano, nei suoi limiti storici, il suo tragico destino. Perciò nel richiamarsi di contro agli averroisti, che avevano contrapposto la visione scientifica del mondo alla prospettiva mitologico religiosa, ad Agostino, il campione della patristica cristiana, vi è anche in nuce il successivo progressivo abbandono degli aspetti di rottura rivoluzionaria sul piano delle sovrastrutture, tanto che l’umanesimo sarà ricondotto nell’alveo di una rivoluzione passiva. Così Petrarca dopo aver sostenuto la rivoluzione a Roma di Cola di Rienzo finisce con una involuzione aristocratica che sarà poi tipica dell’umanesimo, per cui contrappone alla lingua del volgo di Dante, il latino classico delle sue tarde opere, le meno riuscite.
Salutati e la centralità della politica
Coluccio Salutati (1331-1406), vero e proprio fondatore della rivoluzione culturale umanista, è stato un eminente uomo d’azione e un politico di spicco. Discepolo di Petrarca, precursore dell’Umanesimo, Salutati fu per trent’anni cancelliere della Repubblica fiorentina, il punto più avanzato dell’affermazione della borghesia come classe dirigente nel mondo premoderno. Salutati fa scuola rispetto alla prima fase, quella rivoluzionaria dell’umanesimo, anteponendo, in rottura con la concezione aristotelica dominante, la vita attiva alla vita contemplativa. In questo modo si cerca per la prima volta di riabilitare, proprio con l’affermarsi della moderna libertà dell’individuo, la riscoperta della centralità della politica, due aspetti fondamentali che Salutati consegna alla rivoluzione culturale umanista solo apparentemente contraddittori. A suo avviso la vera sapienza non consiste nel puro intendere, nella mera attitudine contemplativa del conoscere, ma è soprattutto prudenza, ossia ragione direttiva della vita, una virtù essenziale per la vita politica e attiva. Dalla ragione osservativa si passa così alla ragione attiva. Perciò Salutati antepone le scienze umane alle scienze naturali o alla stessa teologia, poiché il mondo umano, in quanto regno della libertà, è superiore al regno della necessità della natura.
Leonardo Bruni e la riscoperta di Aristotele quale intellettuale dell’impegno politico
Leonardo Bruni (1370-1444), discepolo di Salutati, ha tradotto opere etico-politiche come l’Etica nicomachea, la Politica e l’Economia che, insieme a dei dialoghi platonici che anche traduce, non erano conosciute o valorizzate nel Medioevo. In tal modo con la sua opera si riscopre un Aristotele diverso da quello della tradizione scolastica, che pone al centro la ragion pratica e attiva, esaltando la vita politica e l’impegno degli intellettuali. Del resto lo stesso Bruni esalta la vita attiva e, perciò, scrive due biografie dedicate a Dante e Cicerone, prototipi di intellettuali impegnati politicamente. Questi primi umanisti fiorentini sono anche i primi intellettuali organici alla borghesia e che consentono a questa nuova classe di entrare per la prima volta a far parte della classe politica dirigente. Bruni si occupa in particolare di filosofia morale, ritenendola più interessante della filosofia speculativa.
Lorenzo Valla e la rivoluzione materialista volta a riabilitare l’edonismo
Altro eminente esponente della filosofia umanista, Valle sebbene nasce a Roma nel 1407, vive a lungo alla corte di Napoli, allora in conflitto anche aspro con quello che diventerà lo Stato della chiesa. Muore a Roma nel 1457, dopo che l’umanesimo conquista anche il soglio pontificio. La sua opera più famosa è il dialogo Sul piacere (1431) in cui difende la tesi allora rivoluzionaria che il piacere è l’unico bene per l’uomo di contro all’ascetismo cristiano. C’è una fondamentale riscoperta e rivalutazione della prospettiva radicalmente materialista dell’epicureismo. Il piacere torna così a essere l’unico reale fine di tutte le attività umane. Posizione che segna il passaggio dalla ragione osservativa alla ragione attiva. Le stesse leggi derivano dall’utilità, che genera il piacere, e ogni governo non può che avere questo scopo. Si tratta di una posizione radicalmente immanentista e protomaterialista che si contrappone al trascendentalismo della cultura feudale. Tutte le arti liberali hanno per fine il piacere o almeno l’utilità, fondamento della visione del mondo dell’ascendente borghesia. La stessa virtù altro non è che la capacità di saper discernere i piaceri più grandi e duraturi. Del resto, per Valla, si comporta bene chi antepone il maggior vantaggio al minore. Anche il cristiano agisce per il piacere più grande, che per lui è il piacere celeste. Quindi con Valla la rivoluzione culturale umanista arriva a investire persino l’ambito religioso, assolutamente intoccabile per tutto il medioevo.
La critica di Lorenzo Valla alla chiesa in nome della libertà dell’individuo
Con uno studio filologico della “Donazione di Costantino”, Valla ha dimostrato che si trattava di un falso storico, minando le pretese teocratiche della Chiesa e del papa al dominio sull’Italia. Colpo durissimo che ha dato un contributo fondamentale ad affossare definitivamente la teocrazia cristiana addirittura dominante durante una parte significativa del mondo medievale. Inoltre Valla si è battuto per la libertà della vita religiosa, contro la pretesa della chiesa di essere l’unica a consentire il rapporto fra uomo e dio. Da ciò emerge la coraggiosa critica di Lorenzo Valla alla Chiesa, condotta in nome della libertà individuale. A suo avviso, la religiosità autentica dipende solo dall’atteggiamento dell’individuo che liberamente si pone in rapporto con dio, non sulla base di un obbligo formale collettivo, anticipando temi centrali del protestantesimo. Valla, in effetti, pur tendendo a mitizzare il mondo antico in contrapposizione ai secoli oscuri del medioevo, si batte principalmente per la libertà del singolo individuo, anche contro il mito del passato affermatosi con la cultura umanista. Valla, dunque, considerava il cuore della rivoluzione culturale umanista non il ritorno ai classici, ma l’affermazione della libertà dei moderni. Del resto nel momento in cui l’esaltazione del classicismo diviene funzionale a prendere le distanze aristocraticamente dal volgare mondo del lavoro e della stessa borghesia, la forza dirompente dell’Umanesimo sarà strumentalizzata nel senso di una vera e propria rivoluzione passiva.
Diffusione dell’Umanesimo e poi del Rinascimento in Europa e successiva involuzione di tale rivoluzione culturale
Dall’Italia l’Umanesimo si espande nei paesi che in prospettiva erano destinati a divenire più progrediti dal punto di vista economico e politico della stessa Italia: la Francia, l’Inghilterra, la Germania e, soprattutto, le Fiandre e i Paesi Bassi, dove si erano particolarmente affermate le autonomie cittadine e con esse la borghesia. Tale irradiazione, non sarà una semplice esportazione, in quanto la nuova cultura rispondeva a esigenze sorte autonomamente nei diversi paesi dove si stanno affermando le fondamento dello Stato e in prospettiva della nazione di contro ai premoderni imperi.
Il rapido fiorire e l’altrettanto rapida crisi dell’Umanesimo italiano
Dal punto di vista economico e sociale l’Italia, all’inizio di questa epoca di transizione al mondo moderno, è ancora il paese più avanzato, ma la situazione è precaria e presto precipiterà. Così l’umanesimo in Italia subisce una rapida crisi, diventando formalismo erudito. Perciò il rinascimento italiano è stato una splendida fioritura senza sbocchi, mentre negli altri paesi europei durerà più a lungo e sfocerà, anche grazie alla Riforma protestante, senza particolari soluzioni di continuità nella rivoluzione scientifica.
I principali esponenti del Rinascimento europeo sono Erasmo da Rotterdam, che affronteremo in seguito, e Montaigne.
Montaigne e la consapevolezza dei limiti umani
I Saggi (Essais) di Michel de Montaigne (1533-92) sono l’espressione più compiuta del ritorno dell’uomo a se stesso alla base del Rinascimento. Il titolo Essais va inteso come esperienze, non tentativi. In effetti l’opera raffronta esperienze di autori antichi e moderni con quelle di Montaigne per raggiungere la conoscenza della natura umana, un compito considerato infinito.
La consapevolezza dei limiti dell’uomo
Montaigne tende, in controtendenza con l’esaltazione dell’uomo da parte degli umanisti, a sottolinearne i limiti e gli aspetti oscuri. L’uomo deve accettare in modo lucido e sereno la propria “miserabile condizione”. Si afferma una comprensione più dialettica dell’autocoscienza e al contempo la tendenza del Rinascimento ad affermarsi fuori dall’Italia nella forma della rivoluzione passiva.
Dallo stoicismo allo scetticismo e al socratismo
Lo sviluppo dell’autocoscienza, oltre il rapporto servo padrone dominante nel medioevo, comporta la ripresa e lo sviluppo dello stoicismo e dello scetticismo. In effetti, guardando da umanista ai filosofi dell’antichità Montaigne passa da un atteggiamento stoico a uno scettico, per giungere a una posizione socratica che costituisce la sostanza del suo pensiero. Dallo stoicismo attinge il riconoscimento dello stato di dipendenza in cui l’uomo si trova rispetto all’ordine naturale delle cose. Dallo scetticismo deduce lo strumento per liberarsi dalla presunzione di sapere, da cui la disposizione a una ricerca senza fine. Perciò Montaigne soppesa tutto ciò che possiede l’uomo, a partire dalla conoscenza sensibile. Se è indubitabile tutto ciò che conosciamo viene dai sensi, la conoscenza sensibile non è in grado di offrire l’indispensabile criterio per discernere le apparenze vere dalle false. Noi non possiamo verificare la validità delle nostre percezioni confrontandole con le cose che le producono.
Fonte-Ass. La Città Futura Via dei Lucani 11, Roma. Direttore responsabile Fabio Sebastiani |
Coi miei piccoli occhi ho visto grandi folle applaudire un uomo, mascella prominente e pugni ai fianchi, che incitava alla guerra contro lontana gente dalla pelle scura, per conquistare un impero. Ho visto coi miei occhi ciurme cupe inquadrate dietro ferrigni mostri, sguainando i pugnali, giurare fedeltà a fasci e svastiche: invincibili si credevano, ai più parevano invincibili. E ho visto tutto questo sfarsi miseramente.
Danilo Dolci
Danilo Dolci, che fu definito “il Gandhi italiano”. E’ stato una delle figure più luminose della nonviolenza, generosissimo militante per la pace, la giustizia, la solidarietà, un educatore e un poeta. Come tante altre persone anch’io molte cose ho imparato da lui, anch’io ho avuto il suo aiuto ogni volta che glielo chiesi, anch’io ne serbo una memoria grata che non si estingue. Era l’umanità come dovrebbe essere. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo si adoperi per farne conoscere ai giovani la figura, l’azione, le riflessioni, le opere. Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”. Grazie a Roberta Covelli
Danilo Dolci
Danilo Dolci, la lezione (da non dimenticare) del Gandhi italiano.
Fonte- Vita Società Editoriale S.p.A.
Sociologo, educatore, ancora oggi è riconosciuto tra le figure di massimo rilievo della nonviolenza a livello mondiale. Una biografia da rileggere, a partire da uno dei suoi fondamentali: nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati.
Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata nota biografica scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo “Costruire il cambiamento” ad apertura del libricino di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002)
Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta’ strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu’ povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da’ inizio al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita’ si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere all’opinione pubblica italiana e mondiale le disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo “sciopero alla rovescia”, con centinaia di disoccupati – subito fermati dalla polizia – impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”. Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile, “continuazione della Resistenza, senza sparare”.
Si intensifica, intanto, l’attivita’ di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse – gravi e circostanziate – rivolte a esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso l’allora ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta’, in Italia e all’estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci e’ solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e’ davvero rivoluzionario e’ il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita’ preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E’ convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati.
Danilo Dolci
La sua idea di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi nell’estremo angolo occidentale della Sicilia. E’ proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l’idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro economico alla zona e per sottrarre un’arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero’, la richiesta di acqua per tutti, di “acqua democratica”, incontrera’ ostacoli d’ogni tipo: saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e’ ora coltivabile; l’irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce l’attenzione alla qualita’ dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per valorizzare l’artigianato e l’espressione artistica locali. L’impegno educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre connesso all’effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita’. Col contributo di esperti internazionali si avvia l’esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu’ intenso: muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa’ connessi al procedere della massificazione, all’emarginazione di ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della “scienza della complessita’” e alle nuove scoperte in campo biologico, propone “all’educatore che e’ in ognuno al mondo” una rifondazione dei rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul “reciproco adattamento creativo” (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu’ recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997).
Quando la mattina del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo spegne, Danilo Dolci e’ ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita. Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e di analisi e’ Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di riflessione piu’ recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988; La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Recente e’ il volume che pubblica il rilevante carteggio Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008. Tra le opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze 1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988 (sull’opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005; Raffaello Saffioti, Democrazia e comunicazione. Per una filosofia politica della rivoluzione nonviolenta, Palmi (Rc) 2007. Tra i materiali audiovisivi su Danilo Dolci cfr. i dvd di Alberto Castiglione: Danilo Dolci. Memoria e utopia, 2004, e Verso un mondo nuovo, 2006.
-Francesco PASTONCHI -Raccolta di Poesie ” I VERSETTI”-Editore MONDADORI –
-Articolo di Vladimiro Arangio-Ruiz scritto per la Rivista PEGASO N°3 del 1931-diretta da Ugo Ojetti
Biografia di PASTONCHI Francesco (Giuseppe, Flaminio). – Nacque a Riva Ligure il 31 dicembre 1874 da Davide, di origini toscane, e da Fanny Grossi da Riva, appartenente a una delle più vecchie famiglie di Sanremo.
Rimase presto orfano, prima della madre e successivamente del padre. Dopo aver frequentato il liceo Cassini di Sanremo, nel 1892 si stabilì a Torino per iscriversi alla facoltà di lettere, senza però mai conseguire la laurea. All’università fu allievo di Arturo Graf, professore di letteratura italiana, promotore delle cosiddette sabatine, incontri del sabato pomeriggio dove il ‘maestro’ discuteva con i suoi allievi di letteratura contemporanea. Pastonchi partecipò attivamente alla vita culturale torinese, frequentando la Società di cultura e stringendo amicizia con altri intellettuali quali Cosimo Giorgieri-Contri, Gustavo Balsamo-Crivelli, Enrico Thovez, Giovanni Cena, e il più giovane Guido Gozzano.
Francesco PASTONCHI Fotografia pubblicata in: Nelly Valsangiacomo, Dietro al microfono. Intellettuali italiani alla Radio svizzera (1930-1980), Bellinzona 2015, p. 36.–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931
Francesco Pastonchi
Già durante gli anni universitari iniziò a dar mostra delle sue notevoli doti di dicitore di versi propri e altrui, in primo luogo di Dante, ma anche di Petrarca, Graf, Leopardi, Carducci. Negli anni successivi intensificò tale attività facendone quasi una professione che gli portò guadagni e successo a livello nazionale e internazionale, in particolare quando le sue dizioni furono trasmesse alla radio.
Pastonchi cominciò presto a collaborare alle riviste torinesi, e non solo: dal 1893 scrisse per la Gazzetta letteraria, il Venerdì della contessa, la Gazzetta del popolo della domenica, mentre, dal gennaio 1900 al dicembre 1904, collaborò assiduamente alla Riviera ligure di Mario Novaro, pubblicandovi diciassette testi. Oltre che per La Stampa, dal 1902 iniziò a scrivere anche per il Corriere della sera, in particolare per il supplemento mensile La lettura: un sodalizio, quello con il quotidiano milanese, destinato a protrarsi per tutta la vita. Per iniziativa sua, di Domenico Chiattone e Leonardo Bistolfi nel 1903 nacque il settimanale Il Piemonte (pubblicato a Saluzzo a partire dal 27 giugno, cui collaborarono, tra gli altri, Bontempelli e Gozzano), al quale seguì Il Campo, un nuovo settimanale torinese che Pastonchi diresse dal primo numero (20 novembre 1904), fino al febbraio del 1905, quando passò a Balsamo-Crivelli (e ch’ebbe fra i collaboratori Gozzano e Roccatagliata Ceccardi).
Precoce fu anche l’esordio poetico di Pastonchi: alla raccolta Saffiche. 1891-92 (Savona 1892), seguirono Aurei distici (Sanremo 1895) e La Giostra d’amore e le canzoni. 1893-95 (Milano 1898). Nel 1900 dedicò alla madre, precocemente scomparsa, le tre canzoni A mia madre (Bologna). Nel 1903 videro la luce due opere: Italiche (Torino), con cui prese avvio la sua poesia politico-civile, e Belfonte. Sonetti (Torino), di poco anteriori a Sul limite dell’ombra (Torino-Genova 1905).
Pastonchi professò una poetica ormai in via di estinzione, rimanendo fedele agli schemi metrici tradizionali, seguendo il magistero di Carducci, cui rimase sempre legato, e dichiarando così la sua preferenza per i valori formali della poesia, come traspare esplicitamente in Ammonimento: «Che importano tempi e vicende? / Son tutte le forme una sola / Bellezza […]» (Sul limite dell’ombra, p. 167).
Dopo l’entrata in guerra, tra il 1917 e il 1918 prestò servizio al corpo d’armata di stanza a Milano con il ruolo di tenente, dedicandosi anche alla scrittura di poesie per l’infanzia: Rititì (Milano 1920), con illustrazioni di Primo Sinopico e Tre favole belle (Roma 1920), con illustrazioni di Bruno Angoletta. Proprio con la pubblicazione di questo volume, seguita dal poema Il randagio (Roma 1921), Pastonchi iniziò una lunga collaborazione con Arnoldo Mondadori e la sua casa editrice.
Nel quadro di un progetto mai portato a termine, che vedeva la scrittura di tre poemi (con chiaro riferimento alle tre cantiche dantesche: l’ultimo dal titolo Beatrice), Il randagio rappresenta la prima parte, formata da 365 sonetti divisi in 7 libri e 35 canti. Nel frontespizio viene riportato il verso pastonchiano «errai cercando me di verso in verso» e, subito dopo la dedica, il poeta spiega che si tratta della «storia di una liberazione, è il cantico del solo: il quale erra cercando se stesso, e […] starebbe quasi per naufragare oblioso in superficiali aspetti di leggerezza, quando non si sentisse attratto, per vaghe lontananze prima e poi risolutamente, a fronte dell’anima profonda: sino a riconoscere, irradiato dall’infanzia, il fondamento e il vertice della propria vita e dell’arte sua» (p. 9). Il randagio, che conferma la fedeltà di Pastonchi alla tradizione e la distanza dai contemporanei sviluppi della lirica novecentesca, ebbe grande successo di vendite grazie anche alle numerose dizioni pubbliche che il poeta ne fece.
Nel 1923 riannodò le fila civili delle Italiche in una nuova raccolta dallo stesso titolo: Italiche. Nuove poesie (Roma-Milano). Debitore della poesia carducciana e dannunziana, Pastonchi si fece interprete del nazionalismo, ambendo ad assumere un ruolo di poeta-vate nell’Italia fascista.
Sempre nel 1923 Mondadori istituì un premio ‘per la giovane letteratura’, e Pastonchi fu chiamato a far parte del collegio giudicante. Nel 1924 il collegio si trasformò in accademia: venne infatti istituito un Consiglio nazionale per i premi nazionali Mondadori (detto anche Accademia Mondadori), di cui Pastonchi divenne vicepresidente dal dicembre 1926. Inoltre gli venne affidata la direzione di una nuova collana che avrebbe dovuto avere il titolo di «Raccolta nuova dei classici italiani», per la quale egli cercò persino un nuovo carattere tipografico. Nel 1927 fu pubblicato un volume di presentazione della collana, ma il progetto fu accantonato da Mondadori per procedere alla pubblicazione dell’opera omnia di d’Annunzio. Solo il nuovo carattere tipografico, che prese il nome di Pastonchi, fu approntato e successivamente utilizzato per i volumi dei «Classici italiani», la cui direzione venne però affidata a Francesco Flora: del progetto di Pastonchi rimase il motto dantesco «In su la cima» che accompagna il marchio editoriale mondadoriano.
Con gli anni Trenta si registra, invece, un evidente cambiamento nella scrittura poetica pastonchiana, testimoniata dall’uscita de I versetti (Milano 1931), stampati con il ‘suo’ carattere tipografico e dedicati all’amico Balsamo-Crivelli, da poco scomparso.
Se in questa raccolta Pastonchi si scontra consapevolmente con la modernità, prendendo atto della desolazione e del vuoto che lo circonda («Notte di stelle, infinita, sul mare… / O mia inquïeta vita, posare!»: Sospiro, p. 136), anche sperimentando unità strofiche più brevi e persino il verso libero, nelle raccolte successive – le Rime dell’amicizia (Milano 1943) e gli Endecasillabi (Milano 1949) – l’autore non insiste su questa deriva di cauta sperimentazione: così, da una parte, abbandona il verso libero e recupera l’endecasillabo, sebbene più prosaico, mentre dall’altra riprende il tema della solitudine, non più però come quella sorta di beatitudine cui allude nelle sue prime raccolte, bensì come sentimento pieno d’angoscia in cui rispecchiarsi («Magra strada tra scarni ulivi: bimbo / mi sorprendo a rifarti con le donne / che salgon sotto il peso delle corbe. / Felicità de’ miei passetti a sghembo / dietro una farfalluccia. Ma tornare / negato è all’uomo ancora udendo il mare / frangere a l’orizzonte tra le canne / e risorbirsi un rotolio di ghiaie. / Ahi stolta gente che la città rode»: Mare, in Endecasillabi, cit., p. 67).
Nel marzo 1933, in qualità di direttore, Pastonchi invitò Paul Valéry a partecipare ai ‘Lunedì letterari’ del Casinò di Sanremo. Divenuto scrittore ‘di regime’, mosse alla ricerca di riconoscimenti ufficiali che culminarono nel 1935 con la nomina per ‘chiara fama’ (imposta da Roma) a professore di letteratura italiana presso l’Università di Torino, dove si attendeva la nomina di Carlo Calcaterra, succedendo così a Vittorio Cian.
Nei suoi insegnamenti universitari si dedicò soprattutto al commento della Commedia. Gli anni Trenta lo videro impegnato anche nel teatro, verso il quale aveva manifestato interesse fin dalla giovinezza. È del 1936 la tragedia Simma (Milano), una vera e propria celebrazione di Benito Mussolini, che ne seguì l’allestimento al Lirico di Milano, dove andò in scena il 27 gennaio 1936, senza successo. Di nuovo alla ricerca di riconoscimenti ufficiali, nel 1939 Pastonchi fu nominato accademico d’Italia per la classe di lettere e in tale veste, nel 1941, venne chiamato a celebrare in Campidoglio il sesto centenario dell’incoronazione capitolina di Petrarca.
Nel 1939, a testimonianza del suo amore per i classici, tradusse il primo libro delle Odi di Orazio (Milano).
Nel 1947 Pastonchi abbandonò l’insegnamento universitario per limiti d’età, ottenendo nel 1950 il titolo di professore onorario; nello stesso anno pubblicò un volume di ricordi, Ponti sul tempo (Milano), i cui tre nuclei principali riguardano altrettante figure fondamentali della sua vita: Carducci, Gozzano e Valéry.
Morì il 29 dicembre 1953 nell’appartamento torinese di via Sineo ed è sepolto a Riva Ligure.
Attivo per tutto il primo cinquantennio del Novecento, Pastonchi scelse di rimanere fedele a una poetica legata al culto della forma e al ruolo ufficiale del poeta: una posizione epigonica la sua, lontana dagli innovativi sviluppi della lirica novecentesca, ch’è alla base della sempre minor attenzione verso la sua opera. Ligure ma trapiantato a Torino, tuttavia Pastonchi partecipò a quell’asse ligure-torinese che caratterizzò parte della poesia primonovecentesca, mostrandosi una presenza attiva nella Torino universitaria di Graf e soprattutto di Gozzano, cui è dedicata la poesia Nostra Genova, in ricordo delle sue visite al poeta torinese a San Francesco d’Albaro. Spettò a lui definire Gozzano «Il terzo Guido» e sottolineare come non gli si addicesse l’etichetta di poeta crepuscolare. Da atmosfere gozzaniane come «le malinconie di vecchie cose smorte!» e le «Povere vecchie nonne rococò» di Festa in costume (v. Il randagio, pp. 97 s.) Pastonchi trascorse, con gli anni Trenta, alle suggestioni della poesia ligure: I versetti, la raccolta di maggiore interesse, uscirono sei anni dopo gli Ossi di seppia montaliani e una fra le poesie si intitola Pianissimo, con chiaro riferimento a Camillo Sbarbaro. La Liguria, sua terra d’origine, caratterizza molti suoi versi come avviene in Paese natale («Lungo l’unica strada strette case / saldate insieme, frustate dal vento / marino che sa d’alghe e di catrame. / E il mare è lì, frange alle soglie, arremba / in secco i gozzi all’orlo della piazza, / getta barbagli nei fondachi bui./ Di là campagna tra muretti d’orto»: cfr. Endecasillabi, cit., p. 85).
Fra le opere non citate nel testo: Oltre l’umana gioia. Favola in terza rima (Torino 1898); Il violinista [romanzo] (Torino 1908); Fiamma. Tragedia in quattro atti, (Torino 1911, in collaborazione con Giannino Antona-Traversi); Calendario italico per il 1912 [poesia] (Torino 1912); La sorte di Cherubino. Commedia in tre atti (Ivrea 1912); Il mazzo di gelsomini. Novelle (Firenze 1913); Il pilota dorme [poesia] (Genova 1913); Momento politico (Alessandria 1913); Patria. Antologia di prose e poesie per le scuole secondarie inferiori (Milano 1913); Il campo di grano [novelle] (Milano 1916); Le trasfigurazioni [novelle] (Milano 1917); Don Giovanni in provincia. Teatrino ironico (Milano 1920); Le più belle pagine di Annibal Caro, scelte da F. Pastonchi (Milano 1923); Alessandro Dumas figlio, La dama dalle camelie, traduzione di F. Pastonchi Milano 1932); Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, prefazione di F. Pastonchi (Torino 1948); Patria e mondo. Antologia per la scuola media (Milano 1954).
Fonti e Bibl.: L’Archivio P., ereditato alla sua morte da Luigi Manuel-Gismondi, è conservato dagli eredi a Bordighera.
Bergami, Il fenomeno P. nella vicenda letteraria e culturale torinese, in Almanacco piemontese, 1986, pp. 45-51; E. Decleva, Arnoldo Mondadori, Torino 1993, ad ind.; G. Bergami, Paesaggi torinesi e performance di P. nelle lettere a Gustavo Balsamo-Crivelli, in Belfagor, L (1995), 4, pp. 450-475; F. Contorbia – C. Carena – M. Guglielminetti, Ricordo di F. P. (1874-1953), Atti del convegno di Santa Maria Maggiore…, Novara 1997; P.: ricordo di un poeta ligure. Atti del convegno…, Riva Ligure – Sanremo… 1997, con antologia, a cura di G. Bertone, Novara 1999; M.L. Altieri, Il regime e il poeta. Documenti sul fascismo di F. P. (1934-1941), in Levia Gravia, 2001, 3, pp. 305-328; La Riviera Ligure, XVI (2005), 48 (n. monografico).
Clementina Cavicchia, seguì a Firenze il corso di lettere nell’Istituto di studi superiori dal 1905 al 1910, laureandosi in letteratura greca con G. Vitelli.
Fu questo un periodo ricco di relazioni e di amicizie: da R. Serra a E. Cecchi, da G. Amendola a E. Corradini. L’A. fu intimo, con Chiavacci e il musicista G. Bastianelli, di Carlo Michelstaedter e insieme a lui studiò con passione la poesia greca (Il coro nella tragedia greca fu l’argomento della tesi) e Platone. Collaboratore de La Voce, primo editore degli scritti dell’amico, scomparso tragicamente, (Dialogo della salute – Poesie, Genova 1912, La persuasione e la retorica, ibid. 1913), assunse quel suo caratteristico atteggiamento di critica dall’intemo, di “ricostruzione”, come la chiamerà più tardi (Ricostruzione filosofica, in Arch. di filosofia, X[1940], p. 20) dell’idealismo storicistico e dell’attualismo, con il Discorso del metodo (in L’anima, I[nov. 1911], pp. 323-344), e con l’articolo Svolgimento e progresso (in La cultura contemporanea, IV[1912], n. 58, pp. 174-181), scritti ai quali si richiamerà l’Introduzione all’attualismo (in Giorn. crit. d. filos. ital., XXXV, 2 [1954], pp . 178-208).
Dopo avere insegnato come ordinario nei ginnasi di Stato e avere partecipato come ufficiale d’artiglieria alla guerra dei ’15-’18, dove fu ferito, si laureò in filosofia nel 1921 con P. Martinetti (tesi: Conoscenza e moralità, Città di Castello 1922). Fu quindi professore di ruolo nei licei e poi preside nei licei scientifici, a Modena e a San Remo, e dal 1934 preside della scuola italiana di Alessandria d’Egitto.
Con Platone (Gorgia, Firenze 1925), il Manzoni (Morale filosofica e morale religiosa, Lanciano s. d.), Leopardi e Machiavelli, sono gli interlocutori intorno al suo tema costante: la vita morale e l’esperienza artistica. Del 1935 sono le Prose morali (Roma) fra cui la “meditazione” Questa incomprensibile vita (A Augusto Guzzo), la raccolta Arte e filosofia (Genova), dove è ristampato Il problema estetico della Divina Commedia già apparso nella Critica del 1920. Ma nel 1926 era uscito nel Giornale critico, in polemica con Gentile e accompagnato da una sua postilla di risposta, l’articolo L’individuo e lo Stato (a. VII, fasc. II, pp. 132-52; cfr. recens. di B. Croce in La Critica, vol. XXIV [1926], pp. 182-3) affermazione di quel liberalismo che sarà un motivo ispiratore dei suoi scritti del secondo dopo guerra. L’A. vedeva nell’attualismo una teoria dell’esperienza morale della persona, da non identificarsi, contrariamente all’affermazione del Gentile, con “la vita nello Stato” la legge in interiore homine è universale, la vita politica non è “omnis homo“, è solo una parte delle azioni che la legge comanda. Per questo, attualismo e idealismo oggettivo hegeliano sono inconciliabili (cfr. la prima delle Quattro lettere di R. Le Senne e L’Umanismo di VI. A. R. cit. nella Bibl.).
Tornato dall’Egitto per assumere la vicepresidenza della Scuola Normale Superiore di Pisa, passava per concorso ad occupare nel 1940 la cattedra di storia della filosofia nella facoltà di magistero di Firenze fino alla morte, avvenuta dopo lunga infermità l’8 nov. 1952.
È questo il periodo più laborioso e fecondo dell’A. Oltre gli articoli negli Annali della Scuola Normale (fra cui Dialettica delle distinzionì e dialettica delle opposizioni. Note sullo storicismo di B. Croce, 1941), le edizioni di classici (fra cui le Liriche e tragedie del Manzoni [Torino 1949], alla poetica del quale dedicò un corso [Firenze 1948], la traduzione e interpretazione del Sofista [Bari 1951]), il volumetto di saggi Umanità dell’arte, Firenze 1951 (“saggi” dice l’A. “che hanno tutti lo stesso intendimento: di combattere la separazione dell’artista e dell’uomo, di arte e vita”, p. 7), con la ininterrotta collaborazione a riviste filosofiche e letterarie (come a Leonardo con le note Sic et non) e a vari quotidiani (dalla Nazione del popolo al Giornale d’Italia e al Giornale dell’Emilia) prendeva compiuto profilo la sua fisionomia di saggista “morale” aperto ad ogni interesse della vita reale ed insieme raccolto nell’intima coscienza di un valore assoluto (cfr. Otherworldness, in Rassegna d’Italia, I, 6 [1946], pp. 80-88). Pur senza dar luogo a grossi libri sistematici ed eruditi, il suo “moralismo assoluto” (così lo Sciacca; ed è titolo che egli accettò; cfr. Il mio moralismo, in Filosofi ital. contemp., Como 1944, pp. 47-58). Si colloca in modo significativo nel movimento del pensiero italiano del suo tempo e, soprattutto, ha un tono inconfondibile, se si guarda allo scrittore e all’uomo. Negli ultimi anni, sofferente e costretto a lunghi periodi di immobilità, continuò a lavorare e far lezione, in casa, e discutere con gli amici (assidui, oltre il “fraterno” Chiavacci, E. Garin e L. Scaravelli), mantenendo, consapevole del suo stato, la sua consueta serenità fino alla fine.
Bibl.: G. Bontadini, Dall’attualismo al problematicismo, Brescia s. d. [ma 19461], pp. 266 ss., 303 ss.; M. F. Sciacca, Il secolo XX, Torino 1947, pp. 437 ss., 815 (bibl.); I. Mancini, Il platonismo di VI. A. R., in Giorn. di metafisica, VIII(1953), pp. 312-323; E. Garin, in Enc. filos., I, Venezia-Roma 1957, coll. 320 s.; Id., Cronache di filosofia ital., Bari 1955, passim; D. Faucci, L’umanesimo di VI. Arangio–Ruiz,in Filosofia, XI(1960) pp. 297-315; Filosofi d’oggi, VI. A.-R., a cura di D. Faucci, G. Chiavacci, V. E. Alfieri, con Quattro lettere di R. Le Senne, Torino 1960 (con elenco delle opere e bibl. sull’A.).
Fonte Enciclopedia TRECCANI on line
Vladimiro ARANGIO-RUIZ
Biografia di Vladimiro ARANGIO-RUIZ-Nato a Napoli il 19 febbraio 1887, da Gaetano, professore di diritto costituzionale, e da Clementina Cavicchia, seguì a Firenze il corso di lettere nell’Istituto di studi superiori dal 1905 al 1910, laureandosi in letteratura greca con G. Vitelli.
Fu questo un periodo ricco di relazioni e di amicizie: da R. Serra a E. Cecchi, da G. Amendola a E. Corradini. L’A. fu intimo, con Chiavacci e il musicista G. Bastianelli, di Carlo Michelstaedter e insieme a lui studiò con passione la poesia greca (Il coro nella tragedia greca fu l’argomento della tesi) e Platone. Collaboratore de La Voce, primo editore degli scritti dell’amico, scomparso tragicamente, (Dialogo della salute – Poesie, Genova 1912, La persuasione e la retorica, ibid. 1913), assunse quel suo caratteristico atteggiamento di critica dall’intemo, di “ricostruzione”, come la chiamerà più tardi (Ricostruzione filosofica, in Arch. di filosofia, X[1940], p. 20) dell’idealismo storicistico e dell’attualismo, con il Discorso del metodo (in L’anima, I[nov. 1911], pp. 323-344), e con l’articolo Svolgimento e progresso (in La cultura contemporanea, IV[1912], n. 58, pp. 174-181), scritti ai quali si richiamerà l’Introduzione all’attualismo (in Giorn. crit. d. filos. ital., XXXV, 2 [1954], pp . 178-208).
Dopo avere insegnato come ordinario nei ginnasi di Stato e avere partecipato come ufficiale d’artiglieria alla guerra dei ’15-’18, dove fu ferito, si laureò in filosofia nel 1921 con P. Martinetti (tesi: Conoscenza e moralità, Città di Castello 1922). Fu quindi professore di ruolo nei licei e poi preside nei licei scientifici, a Modena e a San Remo, e dal 1934 preside della scuola italiana di Alessandria d’Egitto.
Con Platone (Gorgia, Firenze 1925), il Manzoni (Morale filosofica e morale religiosa, Lanciano s. d.), Leopardi e Machiavelli, sono gli interlocutori intorno al suo tema costante: la vita morale e l’esperienza artistica. Del 1935 sono le Prose morali (Roma) fra cui la “meditazione” Questa incomprensibile vita (A Augusto Guzzo), la raccolta Arte e filosofia (Genova), dove è ristampato Il problema estetico della Divina Commedia già apparso nella Critica del 1920. Ma nel 1926 era uscito nel Giornale critico, in polemica con Gentile e accompagnato da una sua postilla di risposta, l’articolo L’individuo e lo Stato (a. VII, fasc. II, pp. 132-52; cfr. recens. di B. Croce in La Critica, vol. XXIV [1926], pp. 182-3) affermazione di quel liberalismo che sarà un motivo ispiratore dei suoi scritti del secondo dopo guerra. L’A. vedeva nell’attualismo una teoria dell’esperienza morale della persona, da non identificarsi, contrariamente all’affermazione del Gentile, con “la vita nello Stato” la legge in interiore homine è universale, la vita politica non è “omnis homo“, è solo una parte delle azioni che la legge comanda. Per questo, attualismo e idealismo oggettivo hegeliano sono inconciliabili (cfr. la prima delle Quattro lettere di R. Le Senne e L’Umanismo di VI. A. R. cit. nella Bibl.).
Tornato dall’Egitto per assumere la vicepresidenza della Scuola Normale Superiore di Pisa, passava per concorso ad occupare nel 1940 la cattedra di storia della filosofia nella facoltà di magistero di Firenze fino alla morte, avvenuta dopo lunga infermità l’8 nov. 1952.
È questo il periodo più laborioso e fecondo dell’A. Oltre gli articoli negli Annali della Scuola Normale (fra cui Dialettica delle distinzionì e dialettica delle opposizioni. Note sullo storicismo di B. Croce, 1941), le edizioni di classici (fra cui le Liriche e tragedie del Manzoni [Torino 1949], alla poetica del quale dedicò un corso [Firenze 1948], la traduzione e interpretazione del Sofista [Bari 1951]), il volumetto di saggi Umanità dell’arte, Firenze 1951 (“saggi” dice l’A. “che hanno tutti lo stesso intendimento: di combattere la separazione dell’artista e dell’uomo, di arte e vita”, p. 7), con la ininterrotta collaborazione a riviste filosofiche e letterarie (come a Leonardo con le note Sic et non) e a vari quotidiani (dalla Nazione del popolo al Giornale d’Italia e al Giornale dell’Emilia) prendeva compiuto profilo la sua fisionomia di saggista “morale” aperto ad ogni interesse della vita reale ed insieme raccolto nell’intima coscienza di un valore assoluto (cfr. Otherworldness, in Rassegna d’Italia, I, 6 [1946], pp. 80-88). Pur senza dar luogo a grossi libri sistematici ed eruditi, il suo “moralismo assoluto” (così lo Sciacca; ed è titolo che egli accettò; cfr. Il mio moralismo, in Filosofi ital. contemp., Como 1944, pp. 47-58). Si colloca in modo significativo nel movimento del pensiero italiano del suo tempo e, soprattutto, ha un tono inconfondibile, se si guarda allo scrittore e all’uomo. Negli ultimi anni, sofferente e costretto a lunghi periodi di immobilità, continuò a lavorare e far lezione, in casa, e discutere con gli amici (assidui, oltre il “fraterno” Chiavacci, E. Garin e L. Scaravelli), mantenendo, consapevole del suo stato, la sua consueta serenità fino alla fine.
Bibl.: G. Bontadini, Dall’attualismo al problematicismo, Brescia s. d. [ma 19461], pp. 266 ss., 303 ss.; M. F. Sciacca, Il secolo XX, Torino 1947, pp. 437 ss., 815 (bibl.); I. Mancini, Il platonismo di VI. A. R., in Giorn. di metafisica, VIII(1953), pp. 312-323; E. Garin, in Enc. filos., I, Venezia-Roma 1957, coll. 320 s.; Id., Cronache di filosofia ital., Bari 1955, passim; D. Faucci, L’umanesimo di VI. Arangio–Ruiz,in Filosofia, XI(1960) pp. 297-315; Filosofi d’oggi, VI. A.-R., a cura di D. Faucci, G. Chiavacci, V. E. Alfieri, con Quattro lettere di R. Le Senne, Torino 1960 (con elenco delle opere e bibl. sull’A.).
Fonte Enciclopedia TRECCANI on line
–Rivista PEGASO-Francesco PASTONCHI I VERSETTI Mondadori Editore 1931
Giacomo Leopardi – Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere
Brani scelti: GIACOMO LEOPARDI, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, 1832 (Operette morali).
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo? Venditore. Si signore. Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo? Venditore. Oh illustrissimo si, certo. Passeggere. Come quest’anno passato? Venditore. Più più assai. Passeggere. Come quello di là? Venditore. Più più, illustrissimo. Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo. Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo? Venditore. Io? non saprei. Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? Venditore. No in verità, illustrissimo. Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? Venditore. Cotesto si sa. Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Giacomo Leopardi.Operette Morali
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? Venditore. Cotesto non vorrei. Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? Venditore. Lo credo cotesto. Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? Venditore. Signor no davvero, non tornerei. Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque? Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti. Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo? Venditore. Appunto. Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Venditore. Speriamo. Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete. Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere. Ecco trenta soldi. Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Roma | Posa di tre pietre d’inciampo in memoria di Ermanno Loewinson e della sua famiglia. Un archivista di Stato vittima della Shoah-
Roma- Per celebrare il Giorno della Memoria, l’Archivio di Stato di Roma ha ricordato le figure di Ermanno Loewinson, di sua moglie Wally Buetow e del figlio Sigismondo con la posa di tre pietre d’inciampo davanti all’abitazione della famiglia in Via di Porta Maggiore 38.
Nella foto, da sinistra a destra: Riccardo Gandolfi, Direttore Archivio di Stato di Roma, l’ambasciatore tedesco Thomas Bagger, Antonio Tarasco, Direttore generale Archivi, Adachiara Zevi, Presidente dell’associazione “Arte in memoria”
Ermanno Loewinson (Berlino 1863 –Auschwitz 1943) fu uno storico e archivista tedesco naturalizzato italiano. Dopo essere stato funzionario all’Archivio di Stato di Roma, giunse alla direzione dell’Archivio di Stato di Parma (1927-1930) e successivamente a quella di Bologna (1930-1934). ll 16 ottobre 1943 Ermanno e i suoi familiari vennero deportati ad Auschwitz, dove persero la vita.
Legato ai valori liberali, risorgimentali e orgoglioso del contributo che gli ebrei avevano dato alla causa italiana, Ermanno Loewinson pubblicò numerosi saggi sulla storia risorgimentale e sulla comunità ebraica. La sua bibliografia comprende più di 80 titoli tra monografie, saggi, edizioni di fonti pubblicati nelle più rinomate riviste storiche italiane e tedesche, in buona parte basati su fonti archivistiche.
Posa di tre pietre d’inciampo in memoria di Ermanno Loewinson e della sua famiglia
Dopo la morte nel 1957 dell’unica superstite della famiglia Loewinson ─ la figlia Ruth ─ il marito Antonio Tatti, volle donare la biblioteca del suocero all’Archivio di Stato di Roma. Oggi il Fondo Loewinson, ricco di volumi e di periodici italiani e tedeschi sulla cultura ebraica e sul sionismo, rappresenta la tangibile testimonianza di una vita spesa nella ricerca documentaria e in particolare nello studio accurato di episodi e personaggi della comunità ebraica italiana.
“La posa delle pietre d’inciampo in memoria di Ermanno Loewinson e della sua famiglia rappresenta un atto doveroso di testimonianza. Gli Archivi di Stato custodiscono documenti, ma anche storie di donne e uomini che hanno servito il Paese e che non devono essere dimenticati. Per questo noi lavoriamo ogni giorno per dare visibilità al nostro immenso patrimonio umano e culturale”: così il Direttore generale Archivi Antonio Tarasco sull’iniziativa in ricordo di Loewinson.
Le pietre d’inciampo, sanpietrini d’ottone che riportano incisi i nomi e i dati anagrafici dei deportati, sono state create dall’artista tedesco Gunter Demnig a Colonia fin dal 1992. Da allora si sono diffuse nel selciato delle nostre vie e piazze cittadine formando una mappa della memoria per restituire individualità a coloro che erano stati ridotti a numeri. Per non dimenticare chi era stato strappato alla propria vita con violenza.
L’evento si inserisce all’interno della più ampia iniziativa Memorie d’inciampo a Roma. XVII edizione 2026, promossa e organizzata da Arte in Memoria, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio dei Municipi romani coinvolti nelle installazioni, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), Biblioteche di Roma e Città di Viterbo.
Presenti alla posa delle pietre Antonio Tarasco, Direttore generale Archivi del Ministero della Cultura, Riccardo Gandolfi, Direttore dell’Archivio di Stato di Roma, l’ambasciatore tedesco Thomas Bagger, Adachiara Zevi, Presidente dell’associazione “Arte in memoria” e Alessandra Sermoneta, vicepresidente e assessore del I Municipio di Roma e l’artista Gunter Demnig.
Rome | Laying of three stumbling stones in memory of Ermanno Loewinson and his family. A state archivist who was a victim of the Holocaust
On 15 January 2026, to mark the InternationalHolocaust Remembrance Day, the State Archives of Rome commemorated Ermanno Loewinson, his wife Wally Buetow and their son Sigismondo by laying three Stolpersteine (stumbling stones) in front of the family home at Via di Porta Maggiore 38.
Ermanno Loewinson (Berlin 1863 – Auschwitz 1943) was a German historian and archivist who became a naturalised Italian citizen. After working as an official at the State Archives in Rome, he became director of the State Archives in Parma (1927-1930) and later in Bologna (1930-1934). On 16 October 1943, Ermanno and his family were deported to Auschwitz, where they lost their lives.
Committed to liberal values and the Risorgimento, and proud of the contribution that Jews had made to the Italian cause, Ermanno Loewinson published numerous essays on the history of the Risorgimento and the Jewish community. His bibliography includes more than 80 titles, including monographs, essays and editions of sources published in the most renowned Italian and German historical journals, largely based on archival sources.
After the death in 1957 of the only survivor of the Loewinson family, his daughter Ruth, her husband Antonio Tatti decided to donate his father-in-law’s library to the State Archives in Rome. Today, the Loewinson Collection, rich in Italian and German volumes and periodicals on Jewish culture and Zionism, is a tangible testimony to a life spent in documentary research and, in particular, in the careful study of episodes and figures from the Italian Jewish community.
“The laying of stumbling stones in memory of Ermanno Loewinson and his family is a necessary act of remembrance. The State Archives preserve documents, but also the stories of women and men who served their country and who must not be forgotten. This is why we work every day to give visibility to our immense human and cultural heritage,” said Director General of Archives Antonio Tarasco on the initiative in memory of Loewinson.
The stumbling stones, brass cobblestones engraved with the names and personal details of the deportees, were created by German artist Gunter Demnig in Cologne in 1992. Since then, they have spread across the pavements of our city streets and squares, forming a map of memory to restore individuality to those who had been reduced to numbers. So that we never forget those who were violently torn from their lives.
The event is part of the wider initiative Memorie d’inciampo a Roma (Stumbling Blocks in Rome). 17th edition 2026, promoted and organised by Arte in Memoria, under the High Patronage of the President of the Republic, with the patronage of the Roman municipalities involved in the installations, the Union of Italian Jewish Communities (UCEI), Biblioteche di Roma and the City of Viterbo.
Attending the laying of the stones were Antonio Tarasco, Director General of Archives, Riccardo Gandolfi, Director of the State Archives of Rome, the German ambassador Thomas Bagger, Adachiara Zevi, President of the association ‘Arte in memoria’ (Art in Memory), and Alessandra Sermoneta, Vice-President and Councillor of the First Municipality of Rome, and the artist Gunter Demnig.
Pasolini. Una sconcertante attualità di Sergio Labate
Non c’è, da parte nostra, alcun elemento retorico nella scelta di raccogliere insieme all’interno di una “Talpa” gli articoli che negli ultimi mesi abbiamo pubblicato su Pier Paolo Pasolini. Certamente la ricorrenza dei cinquant’anni dalla sua morte violenta ha prodotto un’ondata di commozione e di “nostalgia sentimentale”, così si potrebbe definire. Nulla di male. Ma non è questo pur legittimo sentimento che unisce gli articoli che qui presentiamo. Nel metterli insieme uno dopo l’altro ci siamo infatti resi conto che emerge un accordo di fondo che val la pena non disperdere. Perché riguarda noi, molto più che lui. Dice molto più del nostro tempo, che del suo. In sintesi, ciò che emerge trasversalmente è una doppia tesi politica.
La prima tesi è quella per cui la figura intellettuale di Pasolini non possa in alcun modo essere strumentalizzata dalla destra, nonostante i tentativi un po’ grotteschi. Piuttosto proprio Pasolini aveva colto con largo anticipo la mutazione antropologica del capitalismo e, con essa, anche la trasformazione valoriale della destra. Il nuovo fascismo: innervato di consumismo, individualismo, elitismo e profondo disprezzo per tutto ciò che è mediazione e cultura. La trasformazione neoliberista delle destre sta già dentro le pagine pasoliniane. Se Pasolini è un critico accanito delle destre – del resto lo rivendica esplicitamente – è proprio perché aveva colto verso dove le destre stavano andando. Pasolini critico del nostro presente, molto più che del suo.
La seconda tesi è analoga. Quella mutazione antropologica non stava contagiando solo le destre, ma stava corrompendo nel profondo anche la sinistra. È probabilmente proprio il referendum sul divorzio l’esempio più eloquente di questo malessere che preoccupava lo sguardo di Pasolini. E in particolare la sua critica al PCI e ad Enrico Berlinguer (un altro che probabilmente aveva compreso la trappola dentro cui il suo partito stava precipitando suo malgrado). Non si poteva che sostenere il divorzio, ma non si poteva neanche non riconoscere in quel particolare frangente una rottura rispetto all’alterità del comunismo, un cedimento all’ordine dell’individuale che avrebbe avuto come conseguenza il trauma della discontinuità con la propria tradizione e i propri valori. Un evento necessario ma perverso, dentro cui intravvedere un futuro sinistro delle sinistre, incapaci di rappresentare culturalmente un’alternativa e destinata al conformismo del neoliberismo. Cosa sia accaduto dopo, lo vediamo ancora adesso. Quanta ragione avesse Pasolini.
Un intellettuale del nostro tempo, dunque. Di un tempo che non è abitato più da intellettuali, ma solo da popstar che vendono le proprie parole in cambio della soddisfazione del proprio narcisismo. Senza più sgradevolezza, senza più conflitto, senza più autonomia. Soprattutto senza più poesia. Un intellettuale di un altro tempo che è uno dei pochi che dice cose che riguardano il nostro tempo. Questo è Pasolini, adesso più di ieri. Una sconcertante attualità. E questo il tema che unisce le pagine che offriamo in lettura.
Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).
Fonte -VOLERE LA LUNA – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche
contatti
Per contattare l’associazione: associazione@volerelaluna.it
Per contattare la redazione del sito: redazione@volerelaluna.it
L’associazione
Volere la luna. Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche è un’associazione che si è costituita il 27 marzo 2018. Il 26 settembre 2020 ha assunto lo status di ODV (Organizzazione di volontariato).
Qui il suo statuto.
Gli organi sociali sono l’assemblea dei soci, il presidente, il consiglio direttivo e il comitato dei garanti.
Questo l’attuale organigramma: presidente: Livio Pepino vicepresidenti: Enzo Di Dio e Valentina Pazé consiglio direttivo: Enzo Di Dio, Domenico Gallo, Sergio Labate, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Rosaria (Rita) Palumbo, Valentina Pazé, Livio Pepino e Marco Revelli comitato di garanzia: Alessandra Algostino, Elisabetta Grande, Roberto Lamacchia (presidente) e Gianni Tognoni
Il percorso dell’associazione è iniziato il 27 marzo 2018 con 29 soci fondatori.
Ad aprile 2025 avevano aderito all’associazione 901 persone. Il bacino di riferimento è, peraltro, assai più ampio posto che la newsletter raggiunge oltre 3000 indirizzi.
L’associazione ha carattere nazionale, anche se il suo radicamento è prevalentemente in Piemonte, dove risiede quasi la metà dei soci. Seguono Lombardia, Toscana , Lazio, Emilia-Romagna , Veneto, Liguria e via via le altre regioni. Nel 2022 è stata formalizzata la costituzione di un gruppo di Volere la Luna a Catania. Seppur con piccoli numeri ci sono soci anche in Francia , Svizzera, Belgio, Brasile, Germania, India, Cina e Usa.
Il sito di VOLERE LA LUNA è stato aperto, dopo alcuni mesi di sperimentazione, il 2 giugno 2018. Dall’inizio al 22 dicembre 2024 ci sono stati 5.236.081 accessi con una media annuale attestatasi, da ultimo, sui 900.000 (pari a circa 2.500 al giorno).
La redazione è attualmente composta da: Alessandra Algostino, Ezio Bertok, Riccardo De Vito, Sabrina Di Carlo, Sergio Labate, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Francesca Paruzzo, Valentina Pazè, Livio Pepino (coordinatore), Marco Revelli e Michele Sferlinga.
Per contattare la redazione: redazione@volerelaluna.it
Il lavoro redazionale si regge sull’impegno volontario e gratuito di chi vi partecipa.
L’attività di gestione e di aggiornamento del sito è curata da Daniele Pepino.
La grafica della testata è di Betta Ognibene.
I costi per la manutenzione del sito e per le attività di segreteria sono totalmente autofinanziati.
Il sito è ospitato presso la struttura di siteground e gestito sotto il profilo tecnico da Antonio Scarlatelli.
I documenti pubblicati nel sito si distinguono in due gruppi:
articoli scritti ad hoc da nostri collaboratori e presentati in diverse sezioni a seconda del tema trattato
articoli ripresi da altri siti o altre testate
In homepage vengono presentati per primi gli articoli recenti a cui vogliamo dare particolare evidenza mettendoli IN PRIMO PIANO. A questi seguono quelli delle sezioni COMMENTI e CONTROCANTO e, a seguire, gli altri articoli recenti suddivisi nelle diverse sezioni.
Gli articoli e i documenti ripresi da da altri siti o altre testate (che consideriamo altrettanto importanti, dato che non coltiviamo l’isolamento ma le relazioni) sono, a loro volta, inseriti nelle sezioni RIMBALZI e MATERIALI.
Ad approfondimenti più organici è dedicata la sezione TALPE (contenente fascicoli tematici)
Uno SPAZIO APERTO è dedicato a contributi che possono alimentare il dibattito sui diversi temi
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Educare alla pace. Alla Sapienza la prima Conferenza nazionale delle Scuole di Pace-
Roma-Venerdì 16 e sabato 17 gennaio, Sapienza accoglie e organizza, insieme alla Fondazione PerugiAssisi, la Conferenza nazionale delle Scuole di Pace, la prima a riunire in un unico appuntamento, tutte le principali reti italiane impegnate nell’educazione alla pace, dall’infanzia all’università.
Sapienza Università di Roma
L’iniziativa, pensata per sostenere la crescita professionale dei docenti impegnati nell’educazione civica alla pace, vedrà la partecipazione di 300 dirigenti scolastici, docenti, professori universitari, dottorandi ed esperti, provenienti da 156 scuole di 116 città e 18 regioni italiane.
Ad aprire i lavori sarà una delegazione di alunni e studenti insieme alla Rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni.
Antonella Polimeni, Rettrice della Sapienza Università di Roma
“Accogliendo la Conferenza nazionale delle Scuole di Pace, Sapienza rinnova un impegno quotidiano per la pace intesa come oggetto di studio, di ricerca e di responsabilità civile – dichiara la rettrice Antonella Polimeni – Una pace positiva, fondata sul sapere scientifico e sull’educazione, capace di incidere concretamente sulla vita delle persone, sulle relazioni sociali e sulle istituzioni. L’università è il luogo in cui la pace può essere pensata, insegnata e praticata come competenza, come cultura e come progetto collettivo, dalla scuola dell’infanzia fino alla formazione universitaria e alla ricerca avanzata. Per questo Sapienza è impegnata, insieme alle reti nazionali delle Scuole e delle Università per la Pace, nella costruzione di percorsi formativi che rendano docenti ed educatori protagonisti consapevoli di questo processo, ‘ripetitori’ di un messaggio che solo diventando quotidiano può trasformarsi in pace reale, tra le persone e tra le istituzioni che esse compongono.
Questa due giorni – prosegue la Rettrice – rappresenta un punto di arrivo e insieme di ripartenza: un’alleanza tra scuola, università ed enti locali per affermare che solo costruendo una cultura condivisa della pace è possibile contrastare la cultura della violenza e della guerra e progettare un futuro più giusto, solidale e pacifico”.
Bandiera della PACE
“Sbellichiamoci! cioè ridiamo a crepapelle e smettiamo di fare le guerre!”, è il claim lanciato dall’artista Alessandro Bergonzoni che interverrà alla Conferenza e che ha fornito lo spunto per il titolo di questa edizione e per il programma nazionale di educazione civica alla pace.
Per la prima volta siederanno allo stesso tavolo quattro grandi reti nazionali: la Rete Nazionale delle Scuole per la Pace, la Rete delle Università per la Pace (RUniPace), il Dottorato di interesse nazionale in Peace Studies e il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani. Un’alleanza inedita che mira a costruire una strategia comune e continuativa di educazione alla pace nel sistema formativo italiano.
Bandiera della Pace
Nell’ottavo centenario di San Francesco d’Assisi, la Conferenza lancerà anche il programma nazionale “Sui passi di Francesco”, dedicato alla riscoperta, oltre gli stereotipi, dell’attualità del messaggio del Santo come autentico costruttore di pace e fraternità.
Durante l’evento sarà inoltre consegnata alla Rettrice della Sapienza la Lampada della Pace di Assisi, gesto simbolico che darà avvio al Giro d’Italia per la Pace, un progetto realizzato in collaborazione con l’ANCI per fare di ogni città un cantiere e una scuola di pace.
“La scommessa – dichiarano Alessandro Saggioro e Flavio Lotti, coordinatori della Conferenza – è creare un dialogo stabile tra istituzioni, reti e organismi diversi e far crescere una comunità di professionisti “esperti”, immersi nella storia e nel tempo presente.”
Roma Università LA SAPIENZA
L’evento vuole offrire anche un contributo concreto al percorso di attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e del patto per il futuro delle Nazioni Unite e rappresenta un passaggio importante dell’impegno dell’Ateneo per la pace, nell’ambito della rete delle Università italiane per la Pace e come iniziativa di Terza missione.
La conferenza si configura come Corso di formazione, aggiornamento e ricerca valido per la formazione in servizio dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado.
“Gli dei della Grecia” di Friedrich Schiller, da “Poesie filosofiche”
Poesia pubblicata dalla rivista“il Chaos”
Quando vostro era il regno e bello il mondo,
genti beate guidavate ancora
con le redini lievi della gioia,
esseri belli del mondo delle fiabe!
Quando il culto gioioso ancor splendeva,
tutto diverso, era diverso allora!
Quando di fiori si ornavano i tuoi templi,
o Venere Amatusia!
Quando la verità leggiadro avvolgeva ancora,
forza letale fluiva nel creato,
e ciò che mai sentirà sentiva.
Per stringerla al seno dell’amore
più alta nobiltà si diede alla natura;
indicava agli sguardi d’iniziati
tutto l’orma di un dio.
Dove ora, dicono i nostri saggi,
gira una sfera di fuoco senza vita,
guidava allora il suo carro dorato
Elio, in serena maestà.
Oreadi popolavan queste cime,
una Driade quell’albero abitava,
dalle urne di dolci Naiadi usciva
dei fumi la spuma d’argento.
Quel lauro si volse un dì chiedendo aiuto,
la Tantalide tace in questa pietra,
da quella canna s’udì il pianto di Siringa,
di Filomela il dolor da questo bosco.
Quel ruscello le lacrime accolse
per Persefone piante da Demetra,
e da questo poggio chiamò invano
Citera il suo bell’amato.
Tra la stirpe di Deucalione ai tempi
discendevano i celesti ancora,
di Pirra per conquistar le belle figlie
fece il pastore il figlio di Latona.
Tra uomini, divinità ed eroi
strinse amore un nodo di bellezza;
rendevano mortali, dèi ed eroi
omaggio in Amatunte.
La cupa gravità e triste rinuncia
eran bandite dal vostro gaio culto,
felici dovean battere tutti i cuori,
poiché l’uomo felice a voi era affine.
Nulla era sacro allora come il bello,
nessuna gioia era vergogna al dio,
dove arrossiva pudica la Camèna,
dove Grazia regnava.
Come palazzi eran ridenti i templi,
vi onoravano i giochi degli eroi
nelle Istmiche splendide di alloro,
ed i carri rombavano alla meta.
In bell’intreccio andavano animate
le danze intorno allo sfarzoso altare.
Le vostre tempie ornavan serti di vittoria
e corone le chiome profumate.
L’evoè degli invasati con il tirso
e lo splendido giogo di pantere
annunciavano il gran rallegratore;
fauno e satiro precedono malfermi,
folli Menadi lo attorniano saltando,
le loro danza lodano il suo vino
e le gote brunite dell’oste
gaie invitano al bere.
Non compariva allora orrendo scheletro
davanti al letto del morente. Un bacio
toglieva al labbro l’ultimo respiro,
un genio soffocava la sua fiamma.
Fin la bilancia severa del giudizio
reggeva all’Orco progenie di mortale
e i lamenti accorati del Trace
commossero le Erinni.
Di nuovo incontrò l’ombra felice
nei boschi dell’Eliso la sua gioia,
vero amore trovò il fedele sposo
e la sua strada chi portava il carro;
la lira di Lino suonava i canti usati,
tra le braccia di Alcesti cade Admeto,
Oreste riconosce il proprio amico
e le sue frecce Filottete.
Premi più alti davan forza al lottatore
sulla laboriosa via della virtù,
splendidi artefici di azioni grandi
ascendevano al rango dei beati.
Muta a colui che reclamava i morti
s’inchinava la schiera degli dèi,
facevan luce al pilota tra le onde dall’Olimpo i Dioscuri.
Mondo bello, dove sei? Ritorna,
della natura soave primavera!
Solo nella terra fatata dei canti
la tua traccia fiabesca vive ancora.
Senza vita, in lutto è la campagna,
al mio sguardo non si offre nessun dio,
di quella calda immagine di vita
solo l’ombra è rimasta!
Abbattuti son tutti quei fiori
per il tempestar da Settentrione.
E per favorirne uno su tutti
questo mondo di dèi dové sparire.
Triste indago la volta di stelle
ma, Selene, non ti trovò più,
per i boschi chiamo e per le onde,
vuoti mi riecheggiano.
Ignara delle gioie che essa dona,
mai sedotta dal proprio splendore,
mai conscia che lo spirito la guida,
né di mia felicità felice,
sorda pure alla gloria del suo autore
come un morto rintocco d’orgoglio,
la legge di gravità serve da schiava
la natura senza dèi.
Per nascere domani nuovamente
scava oggi la sua propria tomba,
e da sé allo stesso eterno fuso
si avvolgono e si svolgono le lune.
Son tornati alla terra dei poeti
gli dèi, oziosi, inutili ad un mondo
che, sfuggito alle lor briglie, si regge
sul suo proprio oscillare.
Sono tornati a casa, sì, ed il bello
e ciò che è alto, tutto si son presi,
tutti i colori e i suoni della vita,
sol la parola esamine a noi resta.
Strappati ai flutti del tempo, stan sospesi
al sicuro, lassù in cima al Pindo.
Quel che eterno deve vivere nel canto
nella vita ha da perire.
Friedrich Schiller
– Poesia tratta dalla raccolta “Poesie filosofiche”; composta e poi modificata tra il 1788 ed il 1800. Friedrich Schiller riflette sull’antico, sul rapporto tra sensibilità e ragione, sul ruolo del poeta nell’universo cristiano. Classicismo e cristianesimo si contrappongono e ne nasce un ideale di perfezione realizzato dall’armonia delle diverse parti: Uomo, Natura e Divinità. L’uomo moderno al contrario vive in una dimensione in cui la teologia pecca di astrattismo e la natura viene annientata, rendendo impossibile il raggiungimento di tale armonia.
Fonte “il Chaos” è una Rivista online di Arte e Cultura.
Friedrich Schiller
SCHILLER, Johann Christoph Friedrich
Poeta, drammaturgo, filologo, una delle figure più salienti e affascinanti del periodo aureo della letteratura tedesca, della cosiddetta Genieperiode. Nacque a Marbach, nel Württemberg, il 10 novembre 1759. Suo padre, Johann Kaspar, uomo probo e non indotto, era chirurgo e prestò, in questa qualità, per molti anni servizio nell’esercito, raggiungendo il grado di capitano; sua madre, Elisabeth Dorotea Kodweiss, era di umile condizione, ma aveva l’educazione e la religione del cuore, e fu guida preziosa ai primi passi del figlio. La posizione del padre obbligò la famiglia Schiller a continui mutamenti di residenza, ma più a lungo essa rimase a Lorch e a Ludwigsburg, dove Federico ebbe un’educazione regolare. Compiuti i primi studî con eccezionale profitto, per desiderio, che era quasi un ordine, del duca Carlo Eugenio di Württemberg, il quale nel 1760 aveva fondato una scuola militare (Hohe Karlsschule) nella residenza di Solitudine, il giovinetto fu accolto in questa scuola nel gennaio 1773. In tale ambiente, che erroneamente è stato da alcuni ritenuto quasi un luogo di correzione per la disciplina severa ma non insopportabile che lo governava, lo Sch. studiò legge e, più tardi, quando l’Accademia fu trasferita a Stoccarda, medicina. Certo è però che la vita nell’istituto non era affatto favorevole al temperamento di lui, il quale, insofferente d’ogni studio speciale, leggeva nei momenti di relativa libertà gli scrittori classici e le opere del Voltaire, del Rousseau e del Goethe, alimentando quella vocazione che non tardò a determinarsi prepotente e invincibile. E non soltanto Rousseau e Ossian fecero grande impressione sull’animo del giovane Sch.; egli si entusiasmò anche alla lettura della Messiade del Klopstock, da cui trasse l’ispirazione per un poema: Mosè; lesse avidamente i drammi del periodo dello Sturm und Drang, del Klinger e del Leisewitz, il Goetz del Goethe, e cominciò egli stesso a tentare l’arringo drammatico, scrivendo le scene dello Studente dí Nassau e del Cosimo de‘ Medici. Risalgono a questo tempo anche i primi tentativi lirici, ma il teatro, specialmente dopo che ebbe conosciuto lo Shakespeare nella versione del Wieland, l’attraeva sempre più, e a soli diciotto anni, in mezzo alla meraviglia e all’ammirazione dei compagni, egli scrisse la prima grande tragedia: Die Räuber, che pubblicò anonima nel 1781.
Il dramma, suggeritogli da un racconto dello Schubert, imperniato sul contrasto inconciliabile tra due fratelli, a tinte forti e pieno d’impeto indisciplinato, di fervore lirico potentemente trasmodante, è da considerarsi come un prodotto del periodo dello Sturm und Drang, il più eloquente anzi e il più rappresentativo. Perché, pur tra molti difetti, di esagerazione soprattutto e di inverosimiglianza, mostra una scomposta veemente aspirazione alla libertà individuale al disopra di ogni legge morale e di ogni dovere familiare e sociale e anche contro di essi. Il protagonista Carlo Moor è il tipo di brigante che ai naturali sentimenti di bontà e di generosità unisce la violenza delle azioni che gli sono imposte da un’eccessiva reazione alle ingiustizie sofferte; e quando soccombe, sembra piuttosto una vittima di esigenze sociali che non un volgare assassino. Agli occhi del tempo la sua figura doveva perciò apparire nobile di eroismo e cinta dell’aureola del sacrificio. Ecco perché questo dramma facilmente attrasse l’attenzione dell’intendente del teatro ducale di Mannheim, barone Dalberg, e poté essere rappresentato con immenso successo (1782). Alla rappresentazione assisteva, incognito, lo Sch., che segretamente si era assentato da Stoccarda, dove, dopo avere lasciato l’Accademia nel 1780, serviva come aiuto chirurgo presso un reggimento della guarnigione. Ma quando si seppe il vero nome dell’autore, il duca Carlo Eugenio gl’impose di non occuparsi più di teatro e di limitarsi a fare pubblicazioni di medicina. Lo Sch. non credette di tener conto dell’ordine sovrano, ed essendosi recato una seconda volta a Mannheim con lo stesso scopo, fu punito con la prigione. Allora si sottrasse, pieno di amarezza, alla disciplina militare, abbandonando Stoccarda e ponendosi in cerca d’un rifugio che, dopo alcune settimane di ansiose peregrinazioni, trovò nel castello della signora di Wolzogen a Bauerbach, in Franconia, dove rimase fino al luglio 1783.
Nella pace di questo ritiro, dove fiorì l’idillio fra il poeta e Carlotta di Wolzogen, e nel successivo soggiorno a Mannheim, dove era stato chiamato come Theaterdichter, diede forma definitiva a due nuovi lavori drammatici, la tragedia storica Die Verschwörung des Fiesko e la tragedia borghese Luise Millerin – intitolata poi Kabale und Liebe -, l’una pubblicata nel 1783, l’altra l’anno successivo e rappresentate rispettivamente nel gennaio e nel marzo del 1784. Anche questi due lavori drammatici appartengono al periodo dello Sturm und Drang e sono il riflesso delle condizioni letterarie dell’epoca non meno di quelle particolari dell’autore, il quale, nella prima tumultuaria concezione poetica, trova uno sfogo contro la disciplina mortificatrice d’ogni slancio generoso a cui fu sottomesso. Minori amplificazioni liriche ha Die Verschwörung des Fiesko, perché il tessuto storico che è nel fondo di questa “tragedia repubblicana” fu per lo Sch. un freno a non divagare eccessivamente, mentre nella Luise Millein, in cui è il riflesso dell’idillio di Bauerbach, la prima dolorosa esperienza d’amore a poco a poco gli smorza la tempesta rivoluzionaria e lo porta a indulgere a un profondo e quasi morboso pessimismo sociale che si scioglie in elegia. Il pubblico non accordò al Fiesko il plauso che concesse invece incondizionato alla Luise Millerin, la quale, come opera di fantasia, ha sui Räuber il vantaggio di portare sulla scena tipi e figure conosciuti e studiati dal poeta, e perciò meno irreali e a noi più vicini.
Seguì la tragedia Don Carlos, che, vagheggiata durante l’idillio di Bauerbach, ripresa a Mannheim e continuata sotto l’influsso della passione per Carlotta von Kalb e più tardi, nella quiete di Gohlis e di Loschwitz, sotto quello della fraterna amicizia di C. G. Körner, fu compiuta fra nuovi contrasti e incertezze e disagi nel 1787 e subì, anche più tardi, modificazioni. Il Don Carlos è l’opera più tormentata dello Sch. Concepita dapprima come una tragedia familiare, i cui elementi drammatici egli aveva trovato in una novella storica su Don Carlos scritta da Saint-Réal, essa a poco a poco era venuta trasformandosi nella mente del poeta in un’esaltazione di fede politica. La tragica passione dell’infante per la matrigna, la regina Elisabetta, cessa così di essere al centro dell’azione principale, dove invece giganteggia la figura del marchese di Posa, il rappresentante del nuovo ideale politico-umanitario dello Sch. Ma da questo stesso tormento del poeta non poteva scaturire un’opera d’azione organica, ed è significativo che proprio lo Sch. sentisse il bisogno di difendere il suo lavoro nei Briefe über Don Carlos, in cui egli ribadisce, in fondo, la convinzione, espressa già nel 1784 in una conferenza, che il teatro debba essere una tribuna per bandire un vangelo. Il Don Carlos è, nella redazione definitiva, la prima opera drammatica dello Sch. scritta in versi. Della tragedia in prosa il primo atto apparve nella rivista da lui fondata, Die rheinische Thalia (1784), e nella stessa rivista, che poi s’intitolò Thalia e infine Die neue Thalia, furono in seguito pubblicati altri frammenti.
Dopo il Don Carlos si apre, nella produzione drammatica dello Sch., un’ampia parentesi che va fino al 1797. Di questo periodo, oltre molte liriche e soprattutto ballate – di cui si dirà più innanzi – e la novella Der Geisterseher, è una serie di scritti teorici e storici, frutto di una più profonda analisi degli argomenti drammatici, trattati e da trattare, e di una raccolta meditazione, nella quale il poeta pare cerchi il nuovo impulso e il più saldo volo da dare alla sua arte. Ma, oltre questi studî, una favorevole circostanza doveva preparargli un periodo riposato di attività. Il duca Carlo Augusto di Weimar aveva già nel 1785 ascoltato la lettura del primo atto del Don Carlos e aveva insignito il poeta del titolo di consigliere. Lo Sch. nell’estate dell’87 (allora il Goethe era in Italia) si recò a Weimar, dove fu accolto con simpatia dalla duchessa Amalia, dal Herder e dal Wieland, e l’anno seguente, anche mercé l’aiuto del Goethe, ottenne la cattedra di storia presso l’università di Jena, in cui, svolgendo la sua prolusione, trattò dello scopo dello studio della storia universale. Nel 1790 sposò Carlotta Lengefeld, una dolce anima di fanciulla, che aveva conosciuta a Rudolfstadt e che gli fu sempre compagna intelligente e amorosa. Poco dopo fu costretto ad abbandonare l’insegnamento per ragioni di salute e ottenne per tre anni una pensione dal principe C. Federico di Holstein Augustenburg. Dal principio del 1794 data la sua vera amicizia col Goethe – il primo incontro fra i due poeti è del 1788 -; un’amicizia che si rinsaldò con gli anni e divenne sempre più intima e per l’uno e per l’altro fecondissima, specialmente dopo che lo Schiller, nel 1799, definitivamente si trasferì a Weimar.
In questo periodo egli scrisse la Geschichte des Abfalls der vereinigten Niederlande (1788-89) che è come una continuazione degli studî compiuti per il Don Carlos, seguita due anni dopo dalla Geschichte des dreissigjährigen Krieges, finita nel 1793. Nessun metodo rigoroso informa questi lavori per quanto riguarda la ricerca e la critica delle fonti; più che storia propriamente detta, lo Sch. faceva della filosofia della storia, seguendo una sua ideale concezione sullo sviluppo e la finalità degli avvenimenti storici. A Jena, oltre che di storia, si occupò, anche in un corso privato di lezioni, di estetica e precisamente della tragedia; da questi studî nacquero i due saggi ber den Grund des Vergnügens an tragischen Gegenständen (1791) e Über die tragische Kunst (1792). Dell’anno seguente è il trattato filosofico, ispiratogli da principî kantiani ripresi con poetico sentimento, Über Anmut und Würde, in cui espone i principî d’un’estetica morale applicata all’individuo. Seguono nel 1795 le lettere Über die ästhetische Erziehung des Menschen, ove egli considera lo stesso problema rispetto alla collettività, e il trattato Über naive und sentimentalische Dichtung.
La serie dei capolavori drammatici s’inizia con la trilogia del Wallenstein, in cui lo Sch. dà l’affermazione matura del suo genio, raggiungendo, in conformità dei canoni artistici lungamente meditati, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici. La trilogia consta del Wallensteins Lager, quadro imponente, colorito, straordinariamente vario e vivo e al tempo stesso terribile della guerra dei Trent’anni, di I Piccolomini, che costituisce l’antefatto e la motivazione della vera azione drammatica, risultante dal graduale spezzarsi della compagine dell’esercito imperiale e quindi del delinearsi della figura tragica del Wallenstein, e del Wallensteins Tod, in cui si compie il destino dell’eroe. Le prime parti sono così due grandi prologhi alla vera tragedia. La trilogia contiene, nelle singole parti, non poche sproporzioni, e senza dubbio l’elemento lirico ha qua e là concitazioni febbrili e ridondanze romantiche, ma è certo ch’essa è anche il risultato di un profondo intuito drammatico, a cui docilmente obbediscono la fantasia, il sentimento, l’accorgimento scenico e soprattutto la mirabile pieghevolezza della lingua, ricca di toni formidabili e di sfumature delicate e sapienti. Della qual cosa maggiore è l’ammirazione, pensando alla fecondità del poeta in questo periodo. Perché, mentre compiva il Wallenstein, egli pensava già a drammatizzare la fine tragica di Maria Stuart. E infatti nel 1800 la tragedia in cinque atti era già compiuta (fu rappresentata a Weimar il 14 giugno dello stesso anno), rivaleggiando questa volta, per quanto era concesso al temperamento dell’autore, con la sobria purezza e armonia delle tragedie classiche. Maria Stuart, e la tragedia che seguì poco dopo, Die Jungfrau von Orléans, sembrerebbero a prima vista drammi storici, ma in verità la storia non offre ad essi che lo sfondo, sul quale la fantasia dell’autore ha tracciato azioni e situazioni in gran parte immaginarie.
In Maria Stuart lo Sch. si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani. Il dramma è imperniato tutto sulla rivalità di due figure di donne e regine, quella tenera dolce rassegnata di Maria e quella superba feroce inflessibile di Elisabetta. In Die Jungfrau (1801) l’azione drammatica s’allontana ancora più dalla realtà storica, e non vi manca quell’elemento meraviglioso e soprannaturale che, nella tragedia greca, è rappresentato dal fato. Lo Sch. pur non sdegnando d’introdurre nel dramma il miracoloso, ha fatto della vergine di Domrémy una figura umana. Egli immagina che ella si innamori di un guerriero nemico, ed eccoci al pathos, al contrasto degli affetti, alla tragedia fra l’amore e il dovere e alla catastrofe coronata dalla aureola del martirio e del sacrificio. In Die Braut von Messina oder die feindlichen Brüder (1803) si attenua ancora più la derivazione storica e appare il complemento classico del coro, a cui lo Sch. commette l’ufficio di allontanarsi dallo stretto circolo dell’azione per distendersi sul passato e sull’avvenire, con ammonimenti di saggezza e con movenze liriche che procedono, quasi a passi divini, sui culmini delle cose umane. Qui spunta la Schicksalstragödie, ma lo Sch. non trascende alle ultime desolate conseguenze contenute in tali drammi, per non negare il libero arbitrio. Perciò questo tentativo di ripristinare la tragedia greca con la sua fatalità incombente e i suoi magnifici cori classici è riuscito solo in parte, soprattutto come rappresentazione scenica. Di questo difetto fu consapevole lo stesso poeta il quale tornò subito dopo al suo dramma antico, in cui sono tutte le energie volitive, corrisposte dall’attività fattiva dell’uomo, e scrisse il Wilhelm Tell, l’opera che segnò una piena vittoria fin dalla prima rappresentazione che fu data a Weimar il 27 marzo 1804. Lo Sch. trasse la materia di questo dramma dalla Cronaca Elvetica di Egidio Tschudi, in cui è narrata la rivolta dei tre cantoni svizzeri di Schwyz, Uri e Unterwalden contro l’imperatore d’Austria Alberto I. Tell, personaggio immaginario, non ama che la sua famiglia, la sua casa, il suo arco e rappresenta il difensore del diritto naturale: solo quando questo è offeso egli si ribella e uccide il tiranno Gessler. Il Wilhelm Tell riassume in una sintesi mirabile i due grandi amori della vita dello Sch.: l’amore per la bellezza della natura e l’amore per la libertà. Questo dramma non era stato ancora rappresentato, che il poeta volgeva già la sua attenzione a un altro soggetto, quello del falso Demetrio, preteso figlio dello zar Ivan IV. Il Demetrius, interrotto, prima da un viaggio del poeta, poi dall’ultima sua malattia, è rimasto incompiuto. Quando lo Sch., per un sopravvenuto attacco polmonare, morì il 9 maggio 1805, si trovò sul suo tavolo un monologo che doveva essere compreso nel secondo atto di questo dramma.
Lo Sch. partecipa al vasto e complesso movimento per cui lo spirito tedesco si svolge e si afferma, nella seconda metà del sec. XVIII, con incessante e, diremmo, eroica tendenza all’espansione e ad un corrispondente sforzo di assimilazione e di sintesi, ed ha, nello stesso tempo, intuizioni e anticipazioni che illuminano e, in certo modo, preparano il futuro. Come il Lessing e il Herder, anch’egli sogna un’umanità superiore, in cui si concilino e armonizzino i dissidî che separano gli uomini e li spingono a combattersi, o che la stessa propria vita interiore spezzano, suscitando più fiere lotte e più profondo tormento. Come il Goethe e il Hölderlin, anch’egli sente profondamente il culto per l’arte greca e dell’ideale ellenico fa la sua religione. I Greci avevano realizzato il supremo ideale d’umanità attraverso l’educazione estetica; lo Sch. crede che tale ideale possa ancor oggi essere realizzato.
In tutta l’opera sua sono chiari i riflessi dell’evoluzione del pensiero tedesco dall’Aufklärung all’idealismo, dallo Sturm und Drang al romanticismo; e forse appunto da questo è derivata la suggestione di distinguere le liriche e i drammi giovanili da quelli della maturità, distinguere cioè lo Sch. ribelle e rivoluzionario dallo Sch. kantiano; lo Sch. democratico, esaltatore dei diritti dell’uomo, dallo Sch. dell’imperativo categorico della legge morale e della virtù; il poeta insomma della libertà interiore dal poeta della libertà esteriore. Ma questo è troppo schematico e quindi superficiale. Più vero è, invece, che in tutta la sua opera è dato ricercare, cogliere e mettere in luce una fondamentale unità ideale e lo sviluppo d’uno stesso pensiero costruttivo. Essa, infatti, è interamente dominata da un principio etico, da un’idea morale. Così anche dove egli si abbandona all’impeto d’una reazione individuale o sociale o politica, come appunto nei drammi giovanili, nei quali sembra con passione e ostentazione parteggiare per i ribelli e quasi incitarli egli stesso alla rivolta alla lotta alla vendetta, non assolve mai, bensì condanna e punisce. Evidentemente simpatizza col suo primo eroe, Carlo Moor, ribelle e brigante mostruoso, ma alla fine non esita a sacrificarlo alla duplice condanna della umana e della divina giustizia. V’ha di più: in questo torbido dramma è già il preannuncio dell’idea ispiratrice dei drammi posteriori; nella figura di Moor è già il fremito della coscienza morale di Maria Stuart, e l’anelito alla resurrezione di Giovanna; nella scena finale dell’ultimo atto è il presagio delle salvazioni future. Anche nell’esaltazione, dunque, d’un disordinato e irruente individualismo, la quale corrisponde al periodo giovanile, lo Sch. non vede mai soltanto l’uomo ribelle. A tutti i suoi eroi che, sia pure contro la morale e la legge, lottano per la propria o per l’altrui libertà, egli medesimo, assetato di libertà, dà l’impeto della sua passione magnanima o temeraria, e, nello stesso tempo, non li priva mai interamente della fiamma della sua fede e del sentimento di responsabilità morale. Né è necessario attendere la figura del marchese di Posa per riconoscere nel pensiero schilleriano un principio di ricostruzione. Esso è chiaro anche nelle scomposte demolizioni dei primi drammi. Il sogno di redenzione politica e umana del marchese di Posa, come l’ultima e sia pur vana invocazione di Carlo Moor, come l’anima di Bruto in Fiesko, come la rassegnazione di Luisa Millerin, sono strettamente congiunti da una medesima realtà etica. Che è, contro il razionalismo e oltre la concezione illuministica, sempre l’elevazione morale dell’individuo e, di conseguenza, dell’umanità. Qui è la modernità del suo dramma. Questa fede suprema non gli impedisce, tuttavia, di credere alla potenza delle energie individuali. Wallenstein è la figura tipica in cui è esaltata la potenza dell’individuo. In lui è una scintilla di titanismo; titano dalla fede illimitata in sé stesso e dalla smisurata volontà, eroe che non vede chiaro, potenza senza razionale determinatezza, figura sommamente drammatica, il cui carattere tragico è tutto in questa tirannica volontà di dominio e di vittoria. Ma anche in lui le possibilità realizzatrici sono inesorabilmente spezzate, e chiuso è il suo destino. Esiste, dunque, un limite alla potenza dell’individuo, ed esso è, ancora, di ordine morale. L’eroe ha coscienza d’avere oltrepassato i limiti imposti ai suoi istinti sensibili e d’essere perciò piombato nel dominio della fatalità. Sicché la sua azione, non più libera, non può essere che un “Akt der Notwehr”. E in quanto egli agisce unicamente per necessità, non solo dalla sua azione esula ogni gioia, ma essa stessa gli procura sofferenza. Così manca il titano e l’eroe cade.
Con la catastrofe di Wallenstein, quella che era stata per lo Sch. naturale intuizione diventa luminosa realtà e certezza. È la luce dell’idealismo kantiano. La Critica della ragion pratica è per lo Sch. il raggio di sole che gli rischiara, oltre ogni dissidio, il suo mondo ideale. Il Kant svolge i concetti sui quali si fonda la nostra facoltà di pensare e di conoscere; lo Sch. si sforza di chiarire e precisare le idee che dànno valore alla nostra vita. Il suo pensiero non è soltanto conoscenza, ma anche e soprattutto convinzione morale, fede. Qui s’impernia la sua concezione della libertà. Alla libertà che l’uomo cerca fuori di sé, seguendo i proprî istinti e il proprio arbitrio, egli aveva già opposto la legge morale; una legge che non è possibile ignorare né superare. Ora, senza negarla, indica il dovere di accettarla volontariamente. Perché, in quanto la nostra volontà riesce a coincidere con la legge morale, questa non sarà più coercizione, ma spontaneità gioconda, libera aspirazione, intimo bisogno di realizzarsi. Soltanto così l’uomo giunge al pieno possesso dell’umanità e all’armonia dello spirito. La quale armonia, pertanto, non è un dato, bensì un problema e si raggiunge non già con l’annullamento dell’attività sensibile, ma attraverso il superamento di essa. Il vero uomo, l’uomo completo, comincia appunto là dove si avverte il passaggio dall’attività dei sensi a quella della ragione, dalla necessità fisica a quella logica e morale. Questo passaggio s’attua, secondo Kant, per mezzo d’una rivelazione interiore d’una folgorazione; per lo Sch. è necessaria una mediazione: superamento non può significare che conquista, e quindi lotta. La vita deve essere eroica; solo nella lotta e nella vittoria è l’affermazione della personalità umana. Ecco come il pensiero critico e l’idealismo kantiano diventano nello Sch. ideale dell’umanità. Egli umanizza la concezione kantiana della vita.
Tutto preso dall’ideale che si realizza nell’uomo perfetto, lo Sch. dall’astrazione filosofica di nuovo torna alla realtà della vita, alle espressioni, cioè, più alte e significative di essa. Le figure eroiche del passato l’attraggono, in quanto egli vede in esse il simbolo della eterna verità della vita umana. Perciò la storicità è sempre vista e sentita in funzione del suo ideale. Tutte le età hanno lavorato – egli dice – per l’umanità del nostro secolo; perciò anche noi dobbiamo sentirci collaboratori delle età venture. È, in fondo, la concezione della storia del Herder, abbellita di contenuto etico. In questo senso la poesia che s’ispira alla storia, della storia idealizzata è chiamata a dire l’ultima parola, in quanto sul valore etico di essa si fonda il processo d’idealizzazione del poeta. Ciò vale per le singole personalità, come per le collettività storiche; un eroe, come un popolo, ha sempre la possibilità di affermare e salvare un principio morale, quanto, cioè, v’ha in lui di incorruttibile e di eterno. Ma il trionfo non si ottiene senza lotte e dolori, contrasti e disarmonie, nella vita come nell’arte, e da tale necessità ha appunto origine la concezione drammatica dello Sch., la quale, così, si riallaccia alla più profonda tradizione spirituale della Germania: la concezione etica del divenire individuale. Nelle figure di Maria e Giovanna l’ideale etico schilleriano trova piena espressione. Esse sono spiriti che interiormente riescono a distruggere la colpa, mediante il superamento, non l’annullamento, del sensibile e si liberano dalle potenze del male che avvincono tutte le creature umane. In ciascuno di questi spiriti si rispecchia, nel momento della liberazione, l’ordine morale del mondo; di esso sono parte, con esso tornano in armonia.
Una volta riconosciuta nell’ideale morale l’unità della concezione poetica dello Sch., ideale di elevazione e di perfezione umane, sempre accessibile, sia pure con la rinuncia alla vita fisica, è evidente l’impossibilità di trovare nel dramma schilleriano un tragico immanente, fatalistico, o cosmico o prometeico, quale si sprigiona da forze antagonistiche che sono e devono essere e non possono non essere. Non dissidio fra io e mondo, fra uomo e Dio, fra necessità e libertà, ai quali elementi l’idealismo dello Sch. toglie fondamentalmente ogni capacità di soluzioni che non siano preordinate e conosciute. Il dramma dello Sch., pertanto, è piuttosto la rappresentazione della vita umana nelle sue lotte e nei suoi dolori, idealizzata dalla coscienza del poeta e drammatizzata dalla sua passione. E se così è, è logico e anche inevitabile che tale idealizzazione, in quanto è il prodotto d’una esigenza morale, debba, talvolta, ostacolare appesantire sviare o arrestare il naturale svolgimento dell’azione drammatica. Così, quando la libera fantasia e l’ardente passione del poeta sono raggiunte e sorprese dallo scrupolo del moralista, abbiamo i sermoni religiosi di Melvil, i monotoni rimproveri di Giovanna a sé stessa, il monologo della giustificazione di Tell prima dell’uccisione del tiranno e la inutilissima e artisticamente lacrimevole scena del parricida. Certo non è possibile scambiare la poesia con la filosofia, ma si può ricercare e spiegare come lo Sch., il quale non solo non negò l’autonomia del fatto estetico, ma fu anzi fra i primi a riconoscerla, considerasse tuttavia la poesia e l’arte in funzione dell’elevazione dell’uomo e in esse vedesse anche la possibilità di realizzare il suo ideale: la totalità della vita umana. Anche nella formulazione d’una teoria oggettiva del bello, lo Sch. muove dalla speculazione kantiana. L’idea della libertà – egli argomenta – è tratta dalla ragion pratica ed è attribuita agli oggetti, i quali non si determinano di fatto da sé, né sono realmente liberi, ma soltanto appaiono tali. Orbene, bello è ciò che presenta l’analogo di quello che costituisce l’essenza della moralità nell’uomo, cioè autonomia e libertà. Bellezza è “Freiheit in Erscheinung”. Ma quando dalla determinazione dell’oggettività del bello passa a fissare le norme di un’educazione estetica, immancabilmente torna nel campo morale; alla stessa maniera, quando le condizioni della determinazione astratta del buono porta nella tragedia, cioè nella vita, invece di trovarsi di fronte a un tragico immanente e insuperabile, si trova ancora logicamente e naturalmente nella serenità d’una cosmica armonia.
Ecco perché egli, spirito acutissimo, è preso spesso da ansiosi e angosciosi dubbî sull’essenza della poesia e sul valore intrinseco della propria arte. Così, mentre esalta l’intuitività dello spirito del Goethe, constata nella propria attività creatrice una scissura fra pensiero e immaginazione, fra concetto e figura e aggiunge, precisando: “e io resto perplesso e incerto e oscillo fra ragione e sentimento, fra concetto e intuizione, fra la tecnica cerebrale e la geniale spontaneità”.
Questo dissidio fra il pensatore e il poeta, del quale lo Sch. torna a parlare con sempre maggiore frequenza negli ultimi anni, è evidente anche nella sua produzione lirica. In lui, a differenza di quanto avviene nel Goethe, difficilmente la poesia è frutto d’un profondo processo interiore, svolto in piena indipendenza da influssi razionali, riflessivi. Egli osserva la vita che gli è intorno, ne esamina con minuta analisi gli atteggiamenti e i moti più tenui, ne ascolta le voci più sottili: quella visione, quelle voci hanno riflessi e risonanze immediate nella sua anima sensibilissima e calda di simpatia umana. Il poeta si abbandona allora alla corrente del sentimento, ma ecco, d’un tratto, l’intervento della riflessione lo arresta o lo fa deviare. E se anche esso manchi o non s’avverta, quella stessa simpatia, sempre pronta e vibrante e riboccante, impedendo al poeta un intimo raccoglimento, un ripiegarsi calmo e sereno su sé medesimo per cercarvi una limpida visione, tutta sua, facilmente lo trascina a una esaltazione che più spesso si esprime in forme turgescenti e declamatorie. Lo Sch. non si accontenta della realtà. Tutta la fioritura lirica del pensiero schilleriano è caratterizzata da uno sforzo verso una meta ideale che è di là d’una realtà presente. Poeta – egli dice – può essere soltanto chi al posto della misera realtà pone un altro mondo e quella supera con idee che vivono nel regno di una pura spiritualità. Fra reale e ideale ondeggia il mondo poetico dello Sch.; se a quello egli è più vicino la sua rappresentazione tende alla satira; se più a questo egli tiene lo sguardo, il canto gli si scioglie in elegia.
Nelle prime liriche, scritte nel suo periodo Sturm und Drang e raccolte quasi tutte, insieme con poche di altri poeti, nella Anthologie auf das Jahr 1782, il poeta, come nei primi drammi, dà, sì, libero sfogo al suo temperamento vulcanico e ribelle, ed esalta la vita dei sensi e si scaglia contro le tirannidi politiche e le ingiustizie sociali, ma già in esse si avverte l’aspirazione verso un ideale di umanità più alta. Canta in esse l’amore trionfante – odi a Laura – ma ecco, poco dopo, nella nuova esperienza amorosa con Carlotta von Kalb, canta la rinuncia e la rassegnazione. La gioia è oltre il soddisfacimento sensuale, nella libertà dello spirito. Qui il dissidio d’una potente personalità di fronte al mondo dei sensi e a quello dello spirito appare più prossimo a essere superato. Così anche quello di fronte al mistero della vita e dell’universo. Il panteismo schilleriano, fatto di naturalismo e di misticismo, quale egli aveva già espresso nella Theosophie des Julius, tende a diventare, attraverso l’accettazione delle leggi dello spirito, nobile elevazione della vita, oltre il piacere dei sensi e senza astratte negazioni della vita stessa. Questo idealismo eroico che, come nei drammi, si ritrova anche nel fondo delle liriche ispirate dall’amore, trova una più chiara e profonda espressione nella esaltazione del sentimento d’amicizia: An die Freude. Dopo il tumulto delle passioni giovanili, l’amore di Carlotta Lengefeld segna il placarsi dell’interiore dissidio e il ritrovamento di una armonia, che in piena luce si riflette in Die Götter Griechenlands e che rivela al poeta il compito e lo scopo della sua vita d’artista (Die Kunstler). Più tardi, quando il pensiero kantiano illumina e precisa la Weltanschauung dello Sch., anche la sua ispirazione lirica si muove unicamente entro l’orbita d’una alta idealità morale (Die Ideale, Das Ideal und das Leben, Der Spaziergang). Qui ogni dissidio fra etica ed estetica sembra dissolversi. Il mondo e la vita si mostrano al poeta in una luminosa chiarezza. Ed egli scrive le sue famose ballate, nelle quali la trasfigurazione lirica della realtà cede interamente il posto alla semplice rappresentazione di essa. Carattere epico più che lirico hanno infatti le ballate Der Handschuh, Der Taucher, Die Bürgschaft, Ritter Toggenburg, ed anche Der Ring des Polykrates e Die Kraniche des Ibykus, ed infine il celebratissimo Lied von der Glocke: l’epopea-lirica in cui, in un mirabile quadro sono fatte passare tutte le vicende della vita umana. Essa ebbe, dopo la morte dello Sch. un epilogo, scritto dal Goethe stesso, nel quale questi affermava che la luce che aveva illuminato l’animo dell’impareggiabile amico perduto, era ormai diventato da tempo la fede di migliaia di uomini.
Lo Sch. non esercitò nessun vero e proprio influsso sui poeti italiani, anche perché egli non ebbe mai in Italia la popolarità di altri scrittori stranieri, malgrado l’opera sua fosse esaltata se pur non del tutto compresa, già dal gruppo lombardo del Conciliatore. Innumerevoli tuttavia sono state le riduzioni e rappresentazioni teatrali delle sue principali tragedie. Quasi tutte furono musicate da compositori italiani e alcune, specie il Don Carlos e Maria Stuart, da più d’un compositore.
Ediz.: Sämmtliche Werke, Säkularausgabe, a cura di E. v. der Hellen, in 16 voll., Stoccarda 1904-1905; altre edizioni: quelle durate da L. Bellermann (Bibliographisches Institut), 2ª ed., voll. 15, Lipsia 1922 segg., da O. Güntter e G. Witkowski, voll. 20, Lipsia 1910 segg.; fra lk edizioni di opere scelte, quella curata da E. von der Hellen in 6 volumi, Stoccarda-Berlino. Per le lettere, v. Schillers Briefe, a cura di F. Jonas, voll. 7, Stoccarda-Berlino 1892-96. Per gli epistolarî col Körner, col Goethe, con la moglie Lotte, con W. v. Humboldt, v. le ediz. nella raccolta Bibliothek Cotta’sche der Weltliteratur, Stoccarda 1895 segg. Cfr. inoltre: Schiller–Bibliothek, a cura di P. Trömel, nuova ed., Lipsia 1924.
Chr. G. Körner, Nachrichten von S.s. Leben, Tubinga 1812; Karoline v. Wolzogen, S.s. Leben, Stoccarda 1830, 5ª ed., 1876; J. Petersen, S.s. Gespräche Berichte seiner Zeitgenossen über ihn, Lipsia 1911. Monografie: W. v. Humboldt, Über S. und den Gang seiner Geistesentwicklung, Stoccarda 1830; K. Hoffmeister, S.s. Leben, Geistesentwickelung und Werke im Zusammenhang, ivi 1838-42, rielaborato da H. Viehoff, ivi 1875; J. Minor, S., sein Leben u. seine Werke, Berlino 1889-90; L. Bellermann, S., Lipsia 1901; E. Kühnemann, S., Monaco 1905; Th. Ziegler, S., Lipsia-Berlino 1905; R. Petsch, Freiheit u. Notwendigkeit in S.s. Dramen, Monaco 1905; K. Berger, S., ivi 1905-09; L. Bellermann, S.s. Dramen, Berlino 1908; E. Heusermann, S.s Dramen, 1915; W. Bolze, S.s., philosophische Begründung der Tragödie, Lipsia 1913; F. A. Hohenstein, S. Die Metaphysik seiner Tragödie, Weimar 1927.
Per quanto riguarda la fortuna letteraria dello Sch. in Italia, v. la Bibliografia schilleriana, a cur di C. Fasola, in Rivista di letteratura tedesca (1908) e le correzioni e aggiunte alla medesima di L. Mazzucchetti, ibid. (1911), e L. Mazzucchetti, S. in Italia, Milano 1913. Monografie e studi italiani sul teatro di Sch.: G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, Firenze 1901; F. De Sanctis, Saggi critici, nuova ed., Napoli 1930; B. Croce, Poesia e non poesia, Bari 1924; 2ª ed., Bari 1936; L. Tonelli, L’anima moderna. Da lessing a Nietsche, Milano 1925; E. levi, Il principe Don Carlos nella leggenda e nella poesia, Roma 1923; A. Belli, Pensiero, lirica, drammi di F. S., Venezia 1925; G. A. Borghese, Ottocento europeo, Milano 1927; A. Farinelli, Poesia germanica, ivi 1927; G. Gabetti, Prefazione alla M. Stuarda, tradotta da A. Maffei, Torino 1924; G. A. Alfero, S. I drammi della giovinezza, ivi 1929; R. Bottacchiari, Il dramma di F. S., Messina 1930.
Per una traduzione italiana dell’intero teatro dello Sch. si è ancora a quella di A. Maffei (ed. definitiva, Torino 1917-18, voll. 5); numerosissime le versioni dei drammi isolati, o di gruppi di opere, con buone introduzioni, e quasi al completo anche quelle delle opere dicarattere filosofico ed estetico. Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana
Tuscia in pillole- Dalle stalle alle stelle articolo di Vincenzo Ceniti-
Articolo di Vincenzo Ceniti–Domanda di un medico della Tuscia a un arzillo vecchietto di Viterbo con sospetta cirrosi epatica: “Lei beve?”. Risposta geniale del paziente in dialetto locale: “Pe’ beva, bevo, ma non bevo come avrebbe da beva!”. La battuta ci introduce nel mondo vinoso dell’oste, sia quello della malora (come lo chiama Amedeo Nazzari nella “Cena delle beffe”), che quello onesto e gentile, simpatico e accogliente.
La sua figura ci intriga e ci ricorda quei ristoratori in pectore dei tempi passati, antesignani degli operatori di oggi, che offrivano cibo e alloggio in taverne spesso equivoche e malsicure ai malcapitati avventori di passaggio. Ai tempi di Mozart e del suo viaggio in Italia, con sosta anche da noi, Viterbo ne contava una decina: Osteria dell’Angelo, Osteria della Luna, Osteria dei Muli, Osteria della Posta, Osteria dei Tre Re. Gli osti gestivano servizi approssimati a prezzi “mobili”, a seconda delle saccocce del cliente, comprensivi magari di prestazioni confacenti da parte di mogli o fantesche.
Ma saremmo ingenerosi se non includessimo tra loro anche quegli onesti operatori dell’accoglienza che con il loro duro lavoro sono saliti in anni successivi a rango di ristoratori qualificati, alla guida di aziende solide e professionali. Sono stati loro a rafforzare il made in Italy, offrendo ambienti confortevoli e pietanze legate ai prodotti del territorio, con l’aggiunta magari di qualche stella al merito culinario. Parliamo degli anni Sessanta-Ottanta del secolo scorso.
“Pellegrino in arrivo in una osteria di Viterbo”, disegno di Alfonso Artioli da rivista Tuscia 30/1983
Ad Acquapendente il ristorante “Milano” gestito dai fratelli Otello e Umberto Squarcia col padre Ottorino, compariva stabilmente nelle guide di tutto il mondo, anche per l’ubicazione strategica sulla Cassia, a metà strada tra Firenze e Roma. L’albo d’oro (composto di ben 30 volumi) era griffato dai più noti vip del tempo, da Eva von Braun a Walt Dysney. Specialità della casa il minestrone (che fece esclamare a Margaret d’Inghilterra “Wonderful!”), i “bichi” con aglio, olio e peperoncino e l’agnello allo scottadito.
A Bolsena le anguille arrosto annegate nella vernaccia, che costarono il Purgatorio dantesco al pontefice Martino IV, si gustavano soprattutto presso il ristorante “Al lago da Amedeo” appostato, vista lago, al termine di viale Colesanti dove oggi si trova il Royal Hotel. Amedeo, gestore e chef autodidatta, era basso e riservato e se ne stava sempre rintanato in cucina.
Est! Est!! Est!!! a parte, Montefiascone vantava tre ristoranti da copertina. Al “Caminetto” di Silvio Fanali si godeva uno dei più bei panorami dell’Alto Lazio con una veduta mozzafiato sul lago di Bolsena. Doppio asterisco per le pappardelle affumicate: bastavano a giustificare un viaggio. “Cesare alla Cavalla” di Cesare Salviati rispondeva con uno spartito stellare, guidato da tortelloni ai funghi e arrosti alla griglia. “Rondinella” (prima maniera ante 1967) gestito da Venanzio Nicolai con la moglie Elena in cucina, partiva dalle fettuccine al “lansagnolo“, dai tordi allo spiedo (allora si poteva) e dal pollo al forno di legna.
A Tarquinia, a fianco del museo archeologico di palazzo Vitelleschi, regnava il ristorante “Giudizi” dei fratelli Giulio e Isauro. Rimangono un sogno i rigatoni all’etrusca, i carciofi della Maremma alla “giudia” e i ferlenghi alla griglia. Furono proprio loro ad aprire alla fine degli anni Quaranta il primo ristorante al Lido col nome di “Nuova Gravisca”.
Pietro Vincenti non aveva rivali a Tuscania col suo ristorante “Al Gallo” in pieno centro storico. Lo costruì subito dopo la guerra al posto di un pollaio. E’proprio il caso di dire “dalle stalle alle stelle”. Nel menu, zuppe di verdure e fagioli, tagliatelle fatte in casa al sugo di lepre, galletti arrosto e sella di agnello ai profumi dell’orto. Il fedele cameriere Ughetto si vantava di aver servito di persona il re di Svezia Gustavo VI Adolfo in occasione delle sue campagne archeologiche nel Viterbese. Il sor Pietro custodiva gelosamente un conto pagato dal sovrano di tasca propria.
A Viterbo, in piazza delle Erbe s’affacciava il ristorante “Antico Angelo” gestito da Gervasio Morini, un faccione rotondo con folte sopracciglia, un po’ calvo e occhioni acquosi inclini alla furbizia. Si era costruito per i clienti un sorriso virtuale di circostanza capace, tuttavia, di improvvisi lampi di spontaneità. Preparava piatti esclusivi: risotto alla Gervasio, spaghetti con crema di cacio e pepe, bollito con le carote viterbesi, agnello alla cacciatora.
Sua maestà il ristorante “Aquilanti” gestito dai fratelli Vittorio e Giuseppe, con le mogli Agostina e Ludovina a presidio della cucina, si trovava a La Quercia al posto della vecchia Osteria del Villaggio avviata dal padre Luigi agli inizi del Novecento. Il locale faceva la differenza per ampi spazi interni, arredamento, guardaroba, bar, servizi igienici adeguati, sala banchetti, salette riservate, sagrestia dei vini, qualità dei camerieri. Clientela vip, da Luigi Einaudi ad Alberto Sordi. Specialità, carne alla brace.
L’antenato del ristorante “Checcarello” a Bagnaia è stato Francesco Serafini (1859-1936) che con la moglie aprì agli inizi del Novecento un’osteria “Vino e Cucina” nella piazza centrale del paese. Una ventina d’anni dopo si trasferì come trattoria nelle scuderie del palazzo ducale di Bagnaia, dove è rimasto fino ad oggi. Dal 1965, per merito del nipote Ubaldo, è un ristorante che s’è fatto largo coi “Tonnarelli alla Checcarello”. Nessuno sa come si facevano e si fanno. Si narra che occorrono salsicce casarecce, burro, parmigiano e pasta di casa tagliata in formato “curiolo”. Oggi lo conduce il pronipote.Nella foto: “Pellegrino in arrivo in una osteria di Viterbo”, disegno di Alfonso Artioli da rivista Tuscia 30/1983
Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano
L’Autore-Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.
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