Roma, alle Uccelliere Farnesiane una mostra su Saffo
A Roma, le Uccelliere Farnesiane, sul Palatino, diventano il luogo di un nuovo viaggio nella storia e nell’immaginario dell’antichità con la mostra Saffo, in programma dal 16 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027. Promossa dal Parco archeologico del Colosseo, è organizzata da Electa e curata da Silvia Romani. Il progetto rappresenta il secondo appuntamento di un percorso espositivo dedicato alle figure femminili più moderne e attuali dell’antichità. La mostra prosegue infatti la riflessione iniziata con Penelope, ospitata negli stessi spazi dal 19 settembre 2024 al 12 gennaio 2025.
Roma,Uccelliere Farnesiane la mostra Saffo
L’esposizione dedicata a Saffo si concentra sulla figura della poetessa di Lesbo e sulla straordinaria capacità della sua immagine e della sua poesia di attraversare i secoli, trasformandosi continuamente. Articolata in due nuclei complementari, dedicati rispettivamente alla Saffo storica e poetica e alla Saffo leggendaria e popolare, la mostra costruisce un continuo dialogo tra realtà e mito, antichità e modernità, con l’obiettivo di mostrare come la figura della poetessa sia stata interpretata, reinventata e proiettata in epoche e contesti culturali differenti.
Il primo padiglione delle Uccelliere Farnesiane è dedicato alla Saffo storica e poetica, ricostruita attraverso le testimonianze materiali dell’antichità e attraverso la lunga fortuna della sua immagine. Vasi figurati, sculture, dipinti e manoscritti permettono di seguire le diverse rappresentazioni della poetessa, restituendo il profilo di una donna pienamente consapevole del potere della poesia e della sua capacità di superare il tempo. Non a caso, gli antichi celebrarono Saffo come “decima Musa”, riconoscendole un ruolo eccezionale nella tradizione poetica.
L’itinerario non si limita però alla presentazione delle opere, ma propone un’esperienza fortemente sensoriale, costruita attorno a due immagini centrali dell’universo poetico e simbolico di Saffo: il tuffo e la luna. Il tuffo viene presentato come un gesto estremo e ambivalente, sospeso tra l’idea della morte e quella dell’immortalità. L’immagine viene evocata attraverso una dimensione sia visiva sia sonora, trasformandosi in un’esperienza capace di coinvolgere il visitatore e di suggerire la complessità del rapporto tra corpo, desiderio, perdita e memoria. La luna, invece, costituisce una presenza ricorrente nei frammenti poetici di Saffo e nella loro successiva fortuna letteraria e artistica. Nella mostra diventa un elemento allo stesso tempo architettonico e simbolico, accompagnato da suggestioni musicali che contribuiscono a creare un’atmosfera contemplativa e notturna, richiamando la particolare sensibilità della poesia saffica.
All’interno del primo padiglione, la materia antica dialoga con l’arte contemporanea, utilizzata come elemento di connessione tra passato e presente. Le opere contemporanee diventano una sorta di cerniera temporale e concettuale che permette di mettere in relazione il peso della tradizione mitologica con l’attualità della figura di Saffo.
Il secondo padiglione sposta invece l’attenzione dalla Saffo storica alla sua trasformazione in figura leggendaria. Qui vengono esplorate le numerose sopravvivenze e metamorfosi dell’immagine della poetessa dall’Ottocento fino alla cultura popolare contemporanea. Saffo diventa progressivamente icona, musa e figura proiettiva, assumendo forme differenti all’interno degli immaginari liberty e déco, della cultura vittoriana e delle successive reinterpretazioni moderne. Il percorso mostra quindi come la sua figura sia stata continuamente riscritta e adattata alle sensibilità di epoche diverse. Anche l’allestimento del secondo padiglione contribuisce alla costruzione di questo immaginario. Lo spazio assume infatti l’aspetto di un giardino artificiale e interiore, popolato da immagini e fotografie che richiamano l’atmosfera dei giardini ottocenteschi e delle prime rappresentazioni moderne del femminile.
Federico-Faruffini-Saffo-1865
La scelta delle Uccelliere Farnesiane non è casuale. La particolare natura di questi ambienti, sospesi tra architettura storica e giardino, offre una cornice ideale per raccontare Saffo non attraverso il tentativo di ricostruire una biografia necessariamente frammentaria e in parte irraggiungibile, ma attraverso un’esperienza sensoriale e immaginativa.
La mostra propone dunque una lettura stratificata della figura di Saffo: da una parte emerge la poetessa arcaica, profondamente legata al proprio paesaggio naturale e alla dimensione sensibile dell’esperienza, dall’altra la figura mitica, continuamente reinterpretata nel corso dei secoli. A queste si aggiunge infine la Saffo moderna e contemporanea, trasformata in un’icona capace di attraversare linguaggi artistici e culturali differenti e di parlare a pubblici sempre nuovi. Il progetto dimostra così come la sua poesia e la sua immagine non appartengano soltanto all’antichità, ma continuino a generare nuove interpretazioni e nuovi significati.
A completare la mostra sarà il catalogo pubblicato da Electa, che riprenderà la lettura inedita proposta dall’esposizione. Il volume seguirà le diverse stratificazioni della figura di Saffo, dalla poetessa arcaica immersa nel proprio paesaggio naturale e sensibile alla figura mitica continuamente riscritta, fino alla sua trasformazione in icona moderna e contemporanea.
Manuale di archeologia dei paesaggi A cura di Franco Conti
Manuale di archeologia dei paesaggi- Metodologie, fonti e contesti –
A cura di Franco Conti-Carocci Editore-Roma
Descrizione del libro Manuale di archeologia dei paesaggi-Il libro affronta il tema della metodologia archeologica utile alla ricostruzione dei paesaggi del passato, attraverso lo studio di contesti geografici di diversa estensione. Rivolto agli studenti di archeologia, il libro intende fornire una sorta di introduzione ragionata ai modi di approccio alle forme dei paesaggi antichi, alle procedure utilizzate, alle tecnologie di indagine e di elaborazione. Il testo passa in rassegna aspetti e temi diversi della pratica archeologica: le tipologie delle fonti da utilizzare, la scelta del contesto geografico-storico, la ricognizione del terreno come procedura di acquisizione di masse critiche di dati nuovi, la elaborazione e trasformazione dei dati in informazione archeologica, la loro visualizzazione cartografica. I capitoli conclusivi sono dedicati all’interpretazione degli insediamenti, al delicato rapporto fra archeologia e geografia umana, alla illustrazione sintetica di casi di studio e di ricostruzione di paesaggi del passato.
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Tel. 06 42 81 84 17
L’archeologia dei paesaggi è la disciplina che studia, utilizzando fonti, metodologie e procedure diverse, i paesaggi del passato e il loro stratificarsi nei diversi ambiti o comprensori geografici e a seconda del periodo storico. Fra un concetto spaziale come quello di comprensorio e un concetto prevalentemente storico come quello di territorio sono sottesi nessi innumerevoli. Questi nessi sono sufficienti a sintetizzare i contenuti storico-culturali di una ricerca e le strutture geografiche che da questi sono originate.
Cause che portano alla mutazione del paesaggio
Le formazioni della storia e le strutture geografiche in senso letterale rappresentano un binomio fecondo nelle fasi di più intensa interazione. Questa interazione genera a sua volta, senza soste, paesaggio, anzi multiformi paesaggi. In senso archeologico il paesaggio va inteso come il prodotto della storia, che dissemina comprensori e territori, a seconda dei momenti e delle formazioni politiche, istituzionali, economiche, sociali e culturali, di strutture che antropizzano i comprensori e i territori medesimi. È la storia a costruire paesaggi diversi, paesaggi con limiti cronologici frastagliati, confini geografici approssimativi e una tendenza spiccata a presentarsi in forme variabili a seconda dello spazio locale. Percorrendo la strada che attraversa il Chianti, oggi si percepisce nettamente il paesaggio della monocolturavitivinicola e dell’agriturismo assai più che il fatto di essere in questo o quel territorio comunale, in questa o quella provincia. Si tratta, in questo caso, di uno spazio regionale che ha costruito in maniera prepotente il paesaggio contemporaneo e l’immagine che intende rappresentarne all’esterno.
Le ville romane come esempio concreto
Lo stesso ragionamento può esser fatto riguardo al fenomeno della villa romana di età tardo-repubblicana. In questo caso le nostre principali fonti per l’individuazione di ville romane sul terreno sono: la letteratura antica (Cicerone, Varrone ed altri), le iscrizioni, la toponomastica, lo studio delle immagini remote (aeree e satellitari) e così via, fino ad arrivare alla ricognizione archeologica. Da tutte queste fonti emerge con altrettanta prepotenza un paesaggio della villa romana che può esser cominciato prima (II secolo a.C.) in certe zone (Lazio, Campania settentrionale ed Etruria meridionale) rispetto ad altre ed essersi sviluppato più tardivamente ancora (I secolo a.C.) altrove (Puglia, Calabria) magari anche in maniera incompleta. Questo paesaggio segna con particolare vigore le regioni dell’Italia centrale tirrenica, lo scenario nel quale i relitti di quegli assetti sono ancora oggi percettibili malgrado tante e tanto profonde alterazioni e manomissioni. Le mutazioni del paesaggio della villa sono tali e tante che, anche all’interno della stessa regione storica, possono strutturarsi paesaggi assai differenti. La costa dell’Etruria meridionale compresa fra la foce del Tevere e il golfo di Talamone, per esempio, è molto ricca di ville romane e le piccole valli aperte verso il mare hanno ospitato decine di questi lussuosi edifici. A nord di Talamone, in corrispondenza con l’inizio del territorio di Roselle e di quella che comunemente viene chiamata Etruria settentrionale, le ville romane si rarefanno. A nord di Grosseto e del lago di Bolsena le ville romane sono poche in rapporto a quelle enormi estensioni di terreno e privilegiano soltanto alcuni specifici habitat, particolarmente attraenti.
L’importanza del paesaggio
Il concetto di “paesaggio” in archeologia può quindi essere strumento utile alla definizione e alla comprensione del dispiegarsi sul terreno di una particolare situazione storica (in questo caso la vocazione fondiaria delle aristocrazie senatorie) e delle tipologie processuali dai vari fenomeni seguite. Detto che esiste un certo tipo di paesaggio, occorrerà naturalmente tenere presente che possono esserci delle varianti fra il sistema della villa, configuratosi in maniera diversa nelle regioni centrali rispetto a quelle periferiche dell’Italia antica, più lontane da Roma. Non diversamente, prima dei paesaggi delle ville, altri se ne sono avuti, ora più ora meno complessi e articolati (si pensi alle frequentazioni di epoca etrusca) e lo stesso è accaduto dopo (i villaggi, i castelli, la mezzadria) fino ad arrivare all’industrializzazione e al paesaggio dell’agriturismo ancora sotto i nostri occhi. Non si intende qui per paesaggio una determinata situazione geografica, circoscritta, descritta da un pittore o da uno scrittore (saggi in De Seta 1982), sorgente dall’ispirazione e alla funzione che un determinato paesaggio deve svolgere nell’ambito della narrazione. Il paesaggio dell’artista serve dunque a sostenere l’ambientazione di vicende umane con le quali può avere un rapporto stretto e determinante oppure di pura coincidenza. Il paesaggio dell’arte cessa di essere contenitore di storia, prodotto di processi storici e rappresentazione scenica e diviene funzionale alle vicende che si vogliono rappresentare.
Il concetto di paesaggio
Nella geografia il concetto di paesaggio evoca immediatamente il libro di Emilio Sereni, edito nel 1976. Nel titolo del libro la parola “paesaggio”, al singolare, è seguita dall’attributo “agrario”, dall’autore visto non soltanto come immagine ma come esito di una serie di situazioni storiche, ovvero come convergenza degli eventi che fanno la storia di un comprensorio plasmandone la superficie, sommando, sottraendo, costruendo, distruggendo. In questo sta la novità. Per l’archeologo i paesaggi sono, o dovrebbero essere, complesse stratificazioni da leggere studiando un comprensorio in estensione. L’archeologia dei paesaggi ambisce a studiare i paesaggi stratificati di un comprensorio. La storia produce paesaggi, operando sui quadri ambientali naturali attraverso le azioni dell’uomo. Queste, strutture e infrastrutture necessarie alla vita, all’agire economico, culturale e spirituale, in maniera diversa e con diversa complessità si sovrappongono al substrato naturale e si inseriscono in un’eredità storica che va progressivamente arricchendosi, secondo un processo paragonabile alle trasformazioni inarrestabili del patrimonio genetico di un individuo, che continuano, anche dopo la sua morte, nelle generazioni successive.
L’impatto dell’uomo sul paesaggio
L’uomo che, per definizione, ha maggiore impatto sul paesaggio è l’uomo economico, che abita, produce, consuma, costruisce, coltiva, fabbrica, traffica. Questa visione contiene molte verità ma è incompleta, in quanto condizionata dal punto di osservazione dei moderni, che dal XVI secolo vivono un mondo profondamente segnato dalla grande avventura del capitalismo e dai suoi esiti nel XX secolo, fino ad arrivare all’epoca post-industriale. In realtà, il complesso gioco dei fattori che generano i paesaggi storici non può essere circoscritto alla sola economia. La tentazione economicistica e materialistica, rischiosa per i paesaggi del nostro tempo, diviene distorcente per i paesaggi antichi. In questo senso il concetto di “paesaggio” espresso da Sereni appare parziale, almeno da un punto di vista archeologico. I paesaggi possono infatti stratificarsi anche per cause diverse e per fattori non propriamente o non direttamente economici, come avviene nei casi di alcune importanti aree sacre dell’Italia antica, situate nei boschi o nei pressi di un villaggio di scarsa entità, talvolta marginali, se osservate dal punto di vista delle grandi città o delle grandi vie di comunicazione. In questi casi la marginalità si fa centralità e queste aree erano spesso i centri, religiosi, culturali e sociali, di ampi spazi geografici. Talvolta esse finivano per essere anche i centri di un potere istituzionale ed economico, mutuato attraverso i villaggi e gli abitati. In questa prospettiva, che si discosta dalla mentalità moderna e che si avvicina a quella antica, anche una montagna isolata diventava luogo centrale e spesso punto di tangenza dei confini fra territori diversi. I fenomeni di antropizzazione, meno marcati in senso materiale, procedevano attraverso i quadri ambientali naturali con forme di preservazione. Ancora in età romana, certi paesaggi sacri, esclusi dalle centuriazioni, non coltivati né popolati, erano al tempo stesso antropizzati in senso immateriale e quindi preservati. In questo modo il tema della definizione del paesaggio archeologico può essere reimpostato su basi più concrete.
La rilevanza economica di un comprensorio indica che la struttura del comprensorio è in grado di sostenere elevati livelli produttivi in determinati settori e che le potenzialità economiche possono attrarre forza lavoro e sono sfruttate in modo soddisfacente da gruppi umani e compagini sociali attrezzate per farlo. All’opposto, le aree sacre montane rappresentano casi tipici di paesaggi sorti per impulsi almeno entro certi limiti svincolati dall’economia oppure non direttamente legati ai fattori economici. Questo invito al superamento delle visioni troppo restrittive degli spazi geografici ha lo scopo di far emergere anche gli intrecci più nascosti fra le pieghe dei paesaggi antichi. Forse non esistono leggi che regolino i processi di formazione di un paesaggio o, forse, è preferibile ammettere che non sempre eventuali leggi possono essere individuate e interpretate. Sarà, in ogni caso, apprezzabile che sin dall’inizio vengano stabilite le regole del gioco, ovvero i principi che guideranno la ricerca. La prima regola da fissare dovrà descrivere le idee e i motivi che hanno ispirato la scelta del contesto. L’ambiente entra solo marginalmente in questo ragionamento. Si tratta, infatti, di un concetto quasi paradossale nell’ambito della archeologia dei paesaggi. In quanto formazione storica operante in uno spazio dato, il paesaggio è fattore di trasformazione profonda dell’ambiente naturale.
L’antropizzazione del paesaggio
Il concetto di ambiente antropizzato appare superfluo perché l’uomo con l’ambiente si è sempre dovuto misurare e l’ambiente (antropizzato) è comunque la somma di condizioni naturali e di condizioni storiche. Oggi tutte le zone della terra, in misura diversa, possono essere considerate “paesaggi” o somme di paesaggi diversi, non esistendo più aree del pianeta che possano essere considerate “naturali”. L’azione umana, oggi come nel passato, non si è mai limitata a grattare la superficie terrestre usandone limitatamente le risorse ma, anche quando è stata circoscritta nell’intensità e nella portata, ha innescato processi di trasformazione con effetti millenari e profondi. L’archeologo dei paesaggi si trova di fronte, più che a un ambiente naturale, ad una catena di ecofatti, o di componenti dei diversi paesaggi stratificati, variamente distribuiti nel tempo e nello spazio. Gli ambienti, anche quando appaiono naturali, sono comunque prodotti di processi storici di varia durata. Negli ecofatti si riflettono tracce e potenzialità ambientali che caratterizzano un determinato spazio geografico e che sono attrattori nei confronti gruppi umani e formazioni sociali: cave di pietra da costruzione o di argilla, distretti minerari, lagune pescose, valli favorevoli alla viticoltura. Anche gli ecofatti si intrecciano inestricabilmente con il paesaggio e con le sue sorti. Il concetto di paesaggio appare dunque, una volta di più, indispensabile non tanto nell’ambito della programmazione della ricerca, trattandosi di una definizione già fortemente interpretativa e non potendo prescindere da un’avanzata fase di raccolta dei dati, quanto nella rappresentazione finale, nella sintesi ultima della storia di un particolare spazio locale. La complessità dell’intreccio ha acquisito rilevanza con il nostro tempo e con le tensioni che lo attraversano. Solo fino a mezzo secolo fa, nessuno, o pochissime persone, nella politica, nell’economia e nella cultura, riuscivano a comprendere che la natura, l’ambiente, le stesse ricchezze paesaggistiche potessero esaurirsi. Il dibattito nelle scienze geografiche nel dopoguerra appariva concentrato in gran parte sui temi delle risorse e delle fonti di energia. La consapevolezza che le risorse primarie del pianeta fossero meno rinnovabili di quanto si pensasse si è fatta strada con il tempo e si è consolidata negli anni settanta del secolo scorso. Al tempo, un’altra definizione si è affermata, quella dei beni culturali, e quindi dei paesaggi, urbani e rurali che fossero, da considerare non soltanto come prodotti di processi storici di variabile durata, ma anche come beni, appunto, ovvero risorse (apparentemente) rinnovabili, da sfruttare e da far fruttare. La risorsa “paesistica” è divenuta un’attrattiva, in senso storico-culturale e naturale, che i diversi comprensori possono offrire, fonte di ricchezza per le comunità post-industriali. A pochi decenni di distanza anche questo tipo di approccio appare logoro, come appare dai nostri centri storici soffocati dai flussi turistici e dalle nostre coste e campagne, svendute e svilite nel nome delle denominazioni di origine controllata e del profitto senza scrupoli.
Franco Leggeri Fotoreportage–ROMA-chiesa di Santa Passera, la chiesa che ispirò “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini-Santa Passera, chiesetta graziosa ma in cattivo stato – fra il Tevere e via della Magliana. Costruita nel V secolo nel luogo in cui le spoglie i santi alessandrini Giovanni e Ciro, in basso a destra, approdarono a Roma, la chiesa fu in seguito intitolata a Santa Passera, santa che non è mai esistita.
– ROMA-Santa Passera
La chiesa di Santa Passera è una chiesa romana risalente agli inizi del V secolo, ristrutturata e ampliata nel XIV secolo, edificata sui resti di un mausoleo romano e di una cripta risalenti alla seconda metà del II secolo.
L’origine del nome della chiesa, ubicata nel quartiere Portuense di Roma, è incerta poiché non è mai esistita una santa di nome “Passera”.
Storia
Secondo la tradizione, essa fu costruita sulle rive del Tevere nel luogo in cui, agli inizi del V secolo, i resti di due santi alessandrini, Ciro e Giovanni, furono sbarcati, provenienti dall’Egitto, per essere trasferiti nella città di Roma. Dal secolo XI in poi appartenne al monastero di Santa Maria in Via Lata, e, nei documenti dell’XI–XIII secolo è chiamata Sancti Abbacyri oppure Sancti Cyri et Iohannis, in ricordo dei due santi per i quali fu costruita la chiesa. Nel XIV secolo al nome di Abbaciro si sostituì quello di Santa Pacera o Passera: così in un documento del 1317 si parla di un appezzamento posita extra portam Portuensem in loco qui dicitur S. Pacera.[1] Questo appellativo sarà poi prevalente nei secoli successivi.[2]
Sull’origine del nome “Passera”, santa che non è mai esistita nella storia del cristianesimo, l’ipotesi è che esso derivi dal titolo Abbàs Cyrus (“padre Ciro”), da cui il nome Abbaciro: dalla storpiatura popolare di questo termine sarebbero derivati Appaciro, Appàcero, Pàcero, Pàcera e infine Passera.[3]
A confondere ulteriormente l’onomastica della chiesa si aggiunge inoltre l’errore popolare che volle arbitrariamente assimilare la fantomatica “santa Passera” con santa Prassede e festeggiarne in tal luogo la ricorrenza il 21 di luglio[3] in concomitanza con le celebrazioni di quest’ultima martire.[4][5]
Nel XIV secolo l’antica chiesa fu completamente ristrutturata e sopraelevata.
Descrizione
Esterno dell’abside
Il complesso di Santa Passera è composto di tre piani sovrapposti.
La chiesa
La chiesa superiore del XIV secolo è a pianta rettangolare ad un’unica navata, con abside e soffitto ligneo, edificata su di un edificio preesistente, un mausoleo romano, le cui caratteristiche architettoniche ancora si distinguono esternamente sul lato sinistro della chiesa; l’edificio presenta tratti molto simili al cenotafio di Annia Regilla, quest’ultimo risalente alla seconda metà del II secolo d.C..[2] La facciata della chiesa si trova in una posizione elevata, preceduta da una terrazza a cui si accede tramite una doppia rampa di scale. All’interno un presbiterio semicircolare che custodisce l’immagine del Cristo in compagnia di uno stuolo di santi. Un’altra pittura raffigura sempre il Cristo con i santi Ciro e Giovanni.[6]
L’oratorio
Al piano inferiore i resti sotterranei dell’oratorio medievale del V secolo cui si accede da una porta esterna sotto elevata rispetto al terreno. L’oratorio si compone di quattro locali costruiti con mattoni e intercomunicanti. Sulla porta campeggia l’iscrizione che testimonia l’antico utilizzo della struttura quale sepolcro dei santi Ciro e Giovanni:[2]
(LA)«CORPORA SANCTI CYRI RENITENT HIC ATQVEE IOANNIS
QVOÆ QUONDAM ROMÆ DEDIT ALEXANDRIA MAGNA.»
(IT)«Qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni
che un giorno la grande Alessandria dette a Roma.»
(Iscrizione sulla porta d’ingresso della cripta[5])
La cripta
Dall’oratorio una scaletta consente di scendere nella stretta criptaipogea a pianta rettangolare che originariamente custodiva i resti dei due santi martirizzati. L’ambiente, interrato dopo il 1706, riscoperto nel 1904, è databile tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo. La poca illuminazione proviene da un’apertura nella volta e dalle scale. Difficilmente visibili sulle pareti tracce di decorazioni pittoriche, in parte ammalorate dalle innumerevoli piene del vicino Tevere, e in parte vandalizzate. Si intravedono ancora tracce di decorazioni a carattere funerario: sulla volta alcuni glifi e stelle. Sulla parete nord era rappresentata, con in mano la bilancia, la dea Dike, quindi un uccello e un pugile. Sulla parete sud si intravede una pecora e alcuni tratti in pigmento rosso. Verso la fine XIII secolo fu dipinta una Madonna col Bambino, asportata e trafugata nel 1968.[2]
Nella cultura di massa
La corrispondenza del nome dell’ipotetica santa con quello dell’organo sessuale femminile, così come noto nel dialetto romanesco e citato dal poeta Giuseppe Gioachino Belli, ha spesso dato origine a doppi sensi e giochi di parole diffusi popolarmente.[6][7][8]
^Santa Prassede di Roma, in Santi, beati e testimoni – Enciclopedia dei santi, santiebeati.it.
Antonio Bosio, Roma sotterranea opera postuma di Antonio Bosio romano antiquario ecclesiastico singolare de’ suoi tempi, a cura di Giovanni Severani da S. Severino, Roma, Lodovico Grignani, 1650.
Lilia Berruti, Santa Passera: una chiesa per una Santa che non c’è, in Capitolium. Rassegna di attività municipali, anno XL, n. 5, Roma, Arti Grafiche Vecchioni & Guadagno, 1965.
Claudio Rendina, Le Chiese di Roma, Roma, Newton & Compton, 2007, p. 290, ISBN978-88-541-0931-5.
Franco Leggeri Fotoreportage e Articolo -Fiumicino Al Borgo di TESTA di LEPRE-Inizia IL PALIO DEI FONTANILI edizione 2022-
Testa di Lepre-FIUMICINO (RM) –AMARCORD” Palio dei Fontanili prima edizione 2018″-
Franco Leggeri Fotoreportage e Articolo –Fiumicino- Borgo di Testa di Lepre- 6 settembre 2022-Mancano poche ore all’inizio della nuova edizione del Palio dei Fontanili .Una settimana quella dell’8/9/10/11 settembremolto importante per il Borgo della Campagna Romana, soprattutto in chiave simbolica infatti, dopo il terribile periodo del Covid19, ripartono tutte le grandi feste e manifestazione che coinvolgeranno tutto il Comune di Fiumicino durante i mesi di luglio e agosto e sarà il Palio l’ultimo dei grandi eventi dell’estate 2022. Durante il Palio si vedranno sfilare oltre al classico Corteo Storico con Musici i Gruppi di Arcieri, gli immancabili Sbandieratori della Città di Cori e l’Associazione Cornelia Antiqua .
La Presidentessa della Proloco , Maria Rita Rastelli, ci dice: ”Estate vuol dire solo una cosa: Riaprire e Ripartire . Il borgo di Testa di Lepre, durante le giornate del Palio, si trasformerà in una AGORA medievale a cielo aperto dove tutti potranno divertirsi con food di qualità, drink, birre artigianali e tanta musica”. Prosegue la Presidentessa :”Quest’anno però, c’è una new entry di tutto rispetto: “all’ Osteria del Palio” sarà servita la pasta fatta in casa con la farina ricavata dal “grano sacro” seminato dalla Proloco”. Chiosa la signora Maria Rita Rastelli:”Durante la manifestazione, oltre ai tantissimi appuntamenti musicali, ai giuochi popolari e rievocazione storiche in costume ,la Proloco porterà sulla tavola dei visitatori e degli ospiti del Palio, il sapore e i profumi della nostra bella Campagna Romana”.
Articolo e foto di Franco Leggeri
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Palestrina (Roma)-Fino al 31 ottobre 2026, il Palazzo dell’ex Seminario Vescovile di Palestrina, presso il Foro di Praeneste, ospiterà “Gabii: le origini”, un’inedita mostra archeologica dedicata alla genesi di uno dei principali centri del Lazio antico.
A cura di Martina Almonte, Marco Fabbri e Federica Zabotti, l’esposizione presenta una selezione di reperti di straordinario valore archeologico ed epigrafico, tra cui gli inediti vasi in ceramica White-on-Red portati alla luce a Gabii dalle recenti indagini dell’Università di Roma di Tor Vergata.
Il cuore del percorso è il racconto degli albori dell’antica città di Gabii anche attraverso le prime testimonianze materiali e scrittorie, che documentano la nascita della lingua latina e gli intensi scambi culturali che hanno interessato l’Italia centrale in età antica.
Oltre a offrire una prima indagine sistematica sulla genesi di Gabii, la mostra ha anche l’intento di riunire in un unico contesto espositivo alcune tra le più significative testimonianze della scrittura del Latium Vetus provenienti da un ambito territoriale omogeneo.
A tale scopo, per l’occasione, tornerà a essere eccezionalmente esposta a Palestrina la Fibula Prenestina. Superate le incertezze sulla sua autenticità, oggi confermata da solide evidenze scientifiche, l’iscrizione della Fibula MĀNIOS MĒD FHEFHAKĒD NVMASIŌI – traducibile con “Manio mi ha fatto per Numasio” – è confermata come una delle più antiche attestazioni scritte in lingua latina oggi note.
PALESTRINA (Roma). “Gabii: le origini”-
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del nuovo Istituto Musei e Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, volto a instaurare un dialogo culturale permanente tra i due siti. Unite fin dall’epoca romana dalla via Praenestina, Gabii e Palestrina condividono una storia millenaria e un patrimonio archeologico inestimabile, culminante nella presenza dei due santuari, tra i più monumentali del Lazio antico.
Grazie all’evento, inoltre, viene consolidata la collaborazione tra prestigiosi istituti del Ministero della Cultura: il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, il Museo nazionale romano – Terme di Diocleziano e il Museo delle Civiltà di Roma, i cui prestiti hanno reso possibile l’importante percorso di ricerca e divulgazione.
“La mostra rafforza il legame tra i due complessi archeologici, promuovendo una visione integrata della ricerca, della tutela e della fruizione del territorio. Questo è il primo passo di un grande progetto dedicato alle origini di Gabii, che ha l’ambizione di valorizzare uno dei siti archeologici più significativi del Lazio antico” – ha dichiarato Martina Almonte, direttrice dell’Istituto Musei e Parchi archeologici di Praeneste e Gabii.
Ad accompagnare l’esposizione, sarà un ciclo di conferenze e di incontri di approfondimento scientifico, promosso dai Musei e Parchi Archeologici di Praeneste e Gabii, in collaborazione con la Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura.
Il percorso troverà il suo momento conclusivo nell’estate 2026, con una giornata di studi su Gabii presso il Complesso di San Michele a Ripa a Roma.
Antonio Bucci-Architettura di Pietra , Confini di Sangue e Spazi Sacri nel Cicolano-L’orografia tormentata dell’alto bacino del Salto ha dettato le forme dell’architettura militare degli Equi, la cui perizia si esprime nell’impiego diffuso dell’opera poligonale per il consolidamento di recinti difensivi e terrazzamenti urbani. Questa tecnica costruttiva, applicata su postazioni d’altura strategiche come i recinti di Arencuncola, Collevetere e Sant’Angelo in Vatica a Pescorocchiano, si basava sulla pura forza di gravità e sulla sapiente lavorazione a secco di enormi blocchi calcarei estratti in loco.
L’evoluzione tecnologica della facciavista, catalogata dagli archeologi in distinte maniere strutturali, rivela il passaggio da una prima fase di semplici giustapposizioni di pietre grezze, selezionate in natura e colmate nei vuoti da cunei lapidei, a una fase successiva di terza e quarta maniera, visibile anche nell’area sacra di Sant’Erasmo a Corvaro. In questi complessi monumentali, i blocchi venivano sbozzati accuratamente con giunti perfettamente combacianti, piani di posa leggermente inclinati verso l’interno per scaricare le spinte del terreno e contrastare i movimenti franosi dell’Appennino. Tali strutture non rispondevano solo a necessità belliche di protezione contro le incursioni, ma fungevano da monumentali infrastrutture per stabilizzare i percorsi di transumanza e i piccoli centri di pianura che gravitavano attorno ai santuari emporici.
L’erudito secentesco Antonio Bucci, nella sua preziosa relazione manoscritta del 1682, descriveva queste vestigia rilevando come si scorgessero ancora “grandi e smisurate mura di sassi vivi, senza calcina alcuna congegnati, posti sulle cime di questi monti a perpetua memoria della passata possanza di quelle genti antiche”.
Queste maestose strutture in pietra non erano isolate, ma dialogavano costantemente con una complessa topografia sacra che univa i santuari d’altura alle vette montane. Luoghi sacri come il complesso di Sant’Erasmo a Corvaro sorgevano in punti dominanti e snodi viari nevralgici, assolvendo a una duplice funzione religiosa e politica: essi erano centri di aggregazione per le tribù sparse, ma anche spazi protetti in cui regolare gli scambi economici stagionali e i trattati tra comunidade montane. Molti di questi santuari d’altura, posizionati su terrazzamenti poligonali, ospitavano altari all’aperto dedicati a divinità protettrici della pastorizia, della fertilità e delle acque, elementi vitali per l’economia pastorale degli Equi.
La vita quotidiana e l’organizzazione sociale di queste genti si articolavano al di fuori dei recinti fortificati, strutturandosi in un sistema insediativo sparso basato sui vici e sui pagi. In epoca repubblicana, i vici si configuravano come piccoli villaggi di pianura o mezza costa, privi di cinte murarie autonome ma strettamente legati a un’altura fortificata circostante che fungeva da rifugio comune in caso di pericolo. Questi aggregati rurali ospitavano modeste abitazioni in legno, argilla e pietra, stalle, laboratori artigianali per la filatura e la metallurgia, e piccoli mercati dove confluivano le eccedenze agricole della valle, delineando un modello democratico e orizzontale di gestione del territorio che resistette a lungo alla centralizzazione urbana di tipo romano.
La sfera del sacro e della ritualità funeraria trova la sua massima espressione monumentale nel grande tumulo di Corvaro di Borgorose. Le campagne di scavo condotte all’interno della piana hanno rivelato una complessa stratificazione sociale attraverso l’analisi dei corredi funebri di oltre trecento sepolture, distribuite lungo un arco temporale che va dalla prima Età del Ferro all’epoca romana. Nelle deposizioni maschili della seconda fase, datata tra il VI e il V secolo a.C., predomina l’ideologia del guerriero della montagna, palesata da set completi di armi da offesa in ferro: spade a doppia lama, pugnali corti da corpo a corpo, punte di lancia e giavellotti da lancio, talvolta associati a rari elementi di protezione come i dischi-corazza in bronzo sbalzato.
Parallelamente, le tombe femminili e infantili, disposte concentricamente attorno al nucleo originario del tumulo, restituiscono la dimensione quotidiana ed economica della comunità equicola mediante preziosi elementi di ornamento personale e strumenti legati alla toeletta e al rango sociale. I corredi delle donne di rango presentano una ricca varietà di fibule metalliche in bronzo e ferro utilizzate per fermare le vesti, collane composte da vaghi e perline in pasta vitrea policroma azzurra e gialla, elementi in osso lavorato, specchi circolari in bronzo e argento lucido di forte influsso ellenistico e balsamari fittili destinati a contenere oli profumati.
I dettagli sui riti di sepoltura a inumazione all’interno del tumulo evidenziano pratiche cerimoniali rigidamente codificate, incentrate sulla deposizione del defunto in posizione distesa all’interno di fosse terragne, spesso delimitate o protette da casse lignee di cui permangono i chiodi strutturali. I corpi venivano orientati secondo assi costanti, deponendo gli oggetti personali e le offerte alimentari in punti precisi della fossa per simboleggiare il viaggio del defunto nell’oltretomba. La ritualità comprendeva la consumazione di banchetti funebri collettivi ai margini del tumulo, attestata dai resti faunistici e dai frammenti di vasellame potorio rinvenuti nelle colmate di terra, consolidando il legame identitario della comunità dei vivi attraverso la memoria ancestrale dei morti.
Il quadro materiale emerso dal tumulo di Corvaro rivela profonde specificità se confrontato con i corredi delle necropoli sabine limitrofe, come quelle della conca reatina o di Campo Reatino. Mentre nelle sepolture sabine si riscontra una precoce e massiccia penetrazione di manufatti di lusso di importazione etrusca e campana, inclusi vasi in bucchero, bronzi figurati e ceramiche raffinate, i corredi degli Equi mantengono un carattere più austero e strettamente legato alla produzione locale o all’interscambio appenninico. L’armamento equo si differenzia per una maggiore standardizzazione delle armi in ferro da combattimento ravvicinato, specchio di una società a forte vocazione militare stanziale, laddove las necropoli sabine mostrano più ampie variazioni nei simboli di prestigio aristocratico legati al commercio e alla diplomazia con le aree tirreniche.
La definizione spaziale del territorio equicolo si sviluppava lungo frontiere mobili e contese con le altre grandi nazioni italiche confinanti, prima fra tutte quella dei Sabini. La ricostruzione geografica degli antichi confini colloca la linea di demarcazione settentrionale a ridosso del bacino del fiume Velino, dove le propaggini montuose del Cicolano digradavano verso la conca reatina, un’area di forte attrito culturale ed economico legata allo sfruttamento delle vie del sale e dei pascoli invernali. In quest’ottica, l’impatto dei trattati della Via del Sale sugli equilibri confinari della conca reatina si rivelò determinante: il controllo del tracciato della primitiva Via Salaria e dei depositi salini alla foce del Tevere generò precoci intese e pesanti attriti doganali, trasformando la conca in una zona cuscinetto militarizzata, dove i Sabini fungevano da intermediari commerciali e gli Equi tentavano continue incursioni per garantirsi l’accesso diretto a una risorsa fondamentale per la conservazione dei cibi e la pastorizia.
Queste rotte venivano intercettate e plasmate dai percorsi della transumanza legati alla rete viaria della Via Salaria, che collegava l’Appennino centrale ai mercati costieri del Tirreno e dell’Adriatico. I pastori del Cicolano sfruttavano i tratturi e le varianti interne della Salaria per spostare stagionalmente le greggi dalle vette montane ai pascoli invernali della pianura laziale, trasformando l’infrastruttura commerciale del sale in un corridoio logistico e di scambio economico fondamentale. Tale mobilità antropica favoriva un flusso continuo di informazioni, beni e manufatti di pregio che, pur non intaccando la severità dei costumi locali, garantiva agli Equi contatti commerciali regolari con le culture dell’Italia centrale.
Verso sud-est, lungo la vasta pianura dei Piani Palentini e l’alveo del torrente Imele, si consumava invece il contatto diretto e osmotico con il popolo dei Marsi. Questo confine, che correva idealmente tra le odierne località di San Sebastiano e Scurcola Marsicana, era rigidamente presidiato da una corona di centri d’altura fortificati equi, tra cui spiccano i nidi d’aquila di Monte San Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Nonostante le fonti storiche classiche tendano a descrivere gli Equi in costante attrito bellico con le popolazioni circostanti per via delle loro frequenti scorrerie, l’archeologia moderna dimostra una profonda affinità culturale ed etnica proprio con i Marsi. Entrambe le genti condividevano una comune radice safina e schemi insediativi di tipo pagano-vicano, gestendo pacificamente per lunghi periodi i pascoli d’altura e i nodi commerciali stradali prima che la violenta avanzata delle legioni romane e la successiva fondazione della colonia di Alba Fucens nel 303 a.C. scardinassero definitivamente gli equilibri confinari di questa porzione d’Appennino.
Tale mutamento radicale fu l’esito della rigorosa organizzazione militare orchestrata dai consoli romani Publio Sulpicio Saverrione e Publio Sempronio Sofo durante la fulminea campagna del 304 a.C. Le legioni romane applicarono una strategia bellica di penetrazione profonda, coordinando attacchi simultanei lungo le valli fluviali per isolare e assediare sistematicamente oltre quaranta insediamenti fortificati equi. La mobilità e la disciplina tattica della macchina militare di Roma, supportate da efficienti linee di rifornimento retrostanti, neutralizzarono i vantaggi difensivi offerti dalle asperità del terreno del Cicolano, spezzando la resistenza indigena in soli cinquanta giorni e decretando la capitolazione politica dell’intera nazione equicola. Come annotava ancora Antonio Bucci, l’urto delle legioni costrinse le genti locali a piegare “la fiera natura a i costumi della gran Madre Roma”, mutando per sempre i “nidi di pietre scoscese su l’alture” in un ordinato sistema di colonie.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
L’imposizione forzata di questo sistema scatenò profondi conflitti legali documentati tra i coloni della tribù Fabia e le popolazioni italiche sottomesse, i cui riflessi emergono dalle testimonianze epigrafiche e dalle formule giuridiche giunte sino a noi. Le dispute giudiziarie nascevano principalmente dall’usurpazione dei confini (de fine regundo) e dalla violazione dei diritti d’acqua, fondamentali per l’agricoltura di fondovalle. I fieri nativi equi, seppur formalmente privati della sovranità politica, intentarono azioni legali dinanzi ai magistrati coloniali per difendere l’accesso ai tradizionali sentieri montani e alle sorgenti irrigue. Le sentenze conservate dimostrano come l’apparato romano tendesse a tutelare rigidamente i titoli di possesso agrario dei veterani rispetto alle antiche consuetudini d’uso orale della popolazione autoctona, esasperando le tensioni sociali e spingendo le famiglie indigene verso una progressiva marginalizzazione o verso una totale sottomissione economica tramite contratti di bracciantato precario.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
L’analisi ravvicinata delle tecniche di produzione olearia e vinaria all’interno delle specifiche planimetrie delle ville rustiche del Salto rivela l’adozione di standard tecnologici d’avanguardia importati dall’area laziale e campana. All’interno dei quartieri produttivi (torcularia), lo scavo archeologico ha evidenziato grandi basamenti in pietra calcarea modanata destinati a ospitare i torchi a leva e vite del tipo descritto da Catone e Plinio. I pavimenti di questi ambienti erano accuratamente rivestiti in opus signinum (cocciopesto impermeabile) e dotati di canalette per il deflusso dei liquidi, che convogliavano il mosto e l’olio appena spremuti all’interno di capienti vasche di decantazione intonacate. Per il vino, la planimetria prevedeva una adiacente cella vinaria, un ambiente parzialmente interrato orientato a nord per mantenere costanti i parametri termici, dove grandi contenitori fittili da magazzino (dolia defossa) venivano incassati nel pavimento per favorire il delicato processo di fermentazione. Nel caso dell’olio, la spremitura delle olive, agevolata dall’uso di frantoi a mole rotante (trapeta), veniva stoccata in contenitori sollevati da terra per impedire l’irrancidimento, attestando una produzione specializzata che andava ben oltre l’autoconsumo locale.
Questa complessa filiera agro-alimentare trovava il suo sbocco logistico naturale nelle acque del fiume Salto, come confermato dall’esame dei reperti ceramici da trasporto, in particolare le anfore, rinvenuti in grande quantità nei pressi delle sponde fluviali e degli antichi scali d’imbarco. I frammenti fittili recuperati appartengono principalmente alle celebri classi anforiche Dressel 1 (A e B), destinate al trasporto del vino, e alle successive anfore olearie di produzione centro-italica. La massiccia presenza di questi contenitori lungo l’alveo e le immediate vicinanze dimostra che il fiume Salto, in epoca tardo-repubblicana e imperiale, manteneva un regime idrico tale da consentire la fluitazione del legname e il trasporto commerciale tramite piccole imbarcazioni a fondo piatto (caudicariae). I bolli impressi sulle anse delle anfore permettono di risalire alle officine di produzione e ai nomi dei ricchi proprietari terrieri della tribù Fabia, svelando un circuito mercantile integrato che, tramite il Salto e il Velino, immetteva i prodotti agricoli del Cicolano nella grande arteria fluviale del Tevere, destinandoli direttamente ai magazzini annonari dell’Urbe.
Le fasi della romanizzazione del territorio dopo la caduta di Alba Fucens segnarono così lo smantellamento definitivo dell’autonomia degli Equi attraverso un piano sistematico di destrutturazione sociale e controllo infrastrutturale. I vecchi insediamenti d’altura in opera poligonale vennero definitivamente abbandonati a favore dello sviluppo di nuovi centri di fondazione romana a fondovalle, culminando nella creazione del municipio di Res Publica Aequiculanorum nel corso del I secolo a.C., che centralizzò l’amministrazione, aprì nuove arterie viarie e impose i modelli architettonici, monumentali e linguistici dell’Urbe nell’intero Cicolano.Le ampie iscrizioni epigrafiche latine rinvenute nell’area monumentale e nei fori del municipio della Res Publica Aequiculanorum documentano l’avvenuta assimilazione istituzionale, politica e religiosa delle vecchie élite locali. I testi lapidei superstiti, catalogati nel Corpus Inscriptionum Latinarum, attestano la presenza di magistrature romane standardizzate come i quattuorviri giusdicenti e i duoviri, incaricati della gestione dell’ordine pubblico e delle opere civiche. Le dediche sacre documentano inoltre la sostituzione o l’assimilazione dei culti ancestrali italici con il pantheon ufficiale romano, celebrando la costruzione di templi, terme e monumenti pubblici finanziati da notabili locali ansiosi di dimostrare la propria assoluta fedeltà ed emulazione culturale nei confronti dell’apparato imperiale di Roma.
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𝗡𝗼𝘁𝗲 𝗮 𝗽𝗶𝗲̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮.
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[1] G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo all’opera poligonale, Bardi, Roma 1957, pp. 45-48.
[2] L. Quilici, S. Quilici Gigli, Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001, pp. 112-115.
[3] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985, pp. 62-65 (per il sistema dei pagi e dei vici nelle popolazioni osco-sabelle).
[4] G. Alvino, Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, 1993, pp. 241-246.
[5] A. M. Bietti Sestieri, The Iron Age in Community and State Development in Central Italy, Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 182-185.
[6] M. Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, Giunti, Firenze 1985, pp. 104-106 (per i confronti sugli influssi degli specchi ellenistici e dei balsamari).
[7] E. Menotti, La necropoli di Campo Reatino e i rapporti culturali nella conca, in “Studi Etruschi”, LVI, 1990, pp. 89-94.
[8] N. Alfieri, La via Salaria e le via della transumanza nell’Appennino centrale, in “Rivista di Topografia Antica”, III, 1993, pp. 54-58.
[9] C. Letta, I Marsi e gli alleati italici nella guerra sociale, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975, pp. 34-37.
[10] Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro IX, 45 (sulla sottomissione degli Equi e la fondazione delle colonie di Alba Fucens e Carseoli).
[11] Umberto Laffi, Studi di storia romana e di diritto pubblico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001, pp. 156-159.
[12] C. Reggiani, Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
[13] A. Bucci, Relazione manoscritta sopra l’antico stato degli Equicoli nel Contado di Cicoli, ms. 1682, c. 12r.
[14] A. Bucci, ivi, c. 31r.
[15] J. R. Patterson, Samnium and the North-West Apennines, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226 (per i modelli di distribuzione delle ville rustiche nell’Appennino centrale).
[16] M. Crawford, Roman Statutes, Institute of Classical Studies, London 1996, pp. 415-422 (per la casistica dei conflitti confinari agrari nelle aree coloniali).
[17] J. J. Rossiter, Roman Farm Buildings and Roman Agriculture, British Archaeological Reports, Oxford 1978, pp. 88-94 (relativo alle planimetrie dei quartieri produttivi oleari e vinari).
[18] D. P. S. Peacock, D. F. Williams, Amphorae and the Roman economy: an introductory guide, Longman, London 1986, pp. 142-147 (per la classificazione e i bolli delle anfore Dressel 1 lungo le rotte fluviali appenniniche).
𝐎𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢.
Grossi G., Alla ricerca di Marsi ed Equi (XVI-XXI secolo), Nuova Edizione Ampliata, AEVUS arc, 2024. (Monografia cardine che raccoglie, ordina e corregge l’intera storiografia scientifica sulle due popolazioni italiche, sfrondandola da inesattezze storiche).
Grossi G., Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della “res publica Aequiculanorum”, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L’Aquila, voll. vari. (Studio topografico incentrato sulla transizione dagli insediamenti fortificati d’altura al municipio di fondovalle).
Grossi G., Topografia antica della Marsica (Aequi–Marsi e Volsci): quindici anni di ricerche, 1974–1989, in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità, Atti del Convegno di Archeologia, Avezzano, 1991.
Grossi G., La frontiera italo-romana: il confine settentrionale dei Marsi con gli Equi e i Sabini, in “Quaderni di Archeologia d’Abruzzo”, n. 2, Edizioni All’Insegna del Giglio, Firenze 2010.
Alvino G., Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, CNR, Roma 1993, pp. 241-246.
Alvino G. (a cura di), I Guerrieri della Montagna: gli antichi Equi e il tumulo monumentale di Corvaro, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2004.
Quilici L., Quilici Gigli S., Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica: l’opera poligonale nei territori equi e sabini, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001.
Laffi U., Studi di storia romana e di diritto pubblico: l’assegnazione agraria ai veterani e le tribù rustiche, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
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Reggiani C., Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale, riforme della Tribù Fabia e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
Fotoreportage FRASSO SABINO-Il Borgo di Frasso Sabino ha origini molto antiche, appartenendo all’abbazia di Farfa fin dalla fine del X secolo. La prima apparizione è infatti del 955 sul “Regestum Farfense”, dove viene registrato che Sindari e Gauderisio donano all’abbazia terre “locus ubi dicitur ad Frassum-La sua fondazione risale con molta probabilità alla fine del X secolo, epoca in cui appare più volte citata nelle cronache e nei documenti della vicina abbazia di Farfa; c’è da dire, però, che la diffusa presenza di sepolcri e di resti di costruzioni romane testimonia la presenza dell’uomo in epoche ben più remote. Per lungo tempo appartenne all’abbazia di Farfa e quando l’astro di questo centro di potere monastico cominciò a declinare (XII secolo) divenne proprietà della nobile famiglia dei Brancaleone. Nel 1441 passò ai Cesarini, che per un lungo periodo dovettero difenderla dalle mire espansionistiche dei Savelli; la contesa terminò nel 1573 con un atto di concordia, con il quale veniva confermato ai Cesarini il pieno possesso del feudo. Nel 1673, in seguito al matrimonio tra Livia Cesarini e Federico Sforza, passò alla casata Sforza-Cesarini che ne fu l’ultima proprietaria. Il toponimo, di chiara origine fitonimica, deriva dal latino FRAXINUS, ‘frassino’, e con tutta probabilità testimonia la massiccia presenza, in passato, di questa specie vegetale; la specificazione geografica è stata aggiunta nel 1863. Agli Sforza-Cesarini si deve la trasformazione di un preesistente castello, del quale rimane un possente torrione cilindrico, nell’attuale rocca. Il patrimonio storico-architettonico locale annovera inoltre la parrocchiale della Natività e la semplice ed elegante chiesa romanica di San Pietro in Vincoli, risalente al Trecento. Tra i cospicui resti romani sparsi sul territorio comunale spicca, in località Osteria Nuova, la cosiddetta grotta dei Massacci, un sepolcro di epoca incerta (età repubblicana oppure I-II secolo d.C.), edificato con enormi blocchi di pietra. Fonte -Italiapedia
la storia
Il toponimo
Frasso compare nella documentazione farfense nella prima metà del X secolo.
Il castello fu probabilmente fondato in questo periodo per iniziativa signorile, anche se la prima notizia certa della sua esistenza risale al 1055, quando Alberto figlio di Gibbone lo dono’ all’abate di Farfa, Berardo I.
L’atto è di particolare interesse perché descrive con precisione il territorio di pertinenza del centro fortificato.
Il castello di Frasso dovette rimanere in possesso del monastero per non molto tempo. Infatti già nel 1118 non risultava piu’ sotto la sua giurisdizione, pur mantenendo diritti di proprietà sul suo territorio, riconosciuti nel Quattrocento. Per piu’ di due secoli non si hanno notizie sui signori del castello. Sullo scorcio del Trecento ne erano in possesso i Brancaleoni. Nel 1441, quando Frasso era stato occupato da Battista Savelli, Paolo e Francesco Brancaleoni, signori di Monteleone lo donarono, come dote, alla loro sorella Simodea, che aveva sposato Orso Cesarini. Le controversie tra Savelli e Cesarini proseguirono a lungo fino ad estinguersi grazie ad un accordo raggiunto nel 1573.La forma
Il centro di Frasso sorge alto su un colle a quota 405 s.l.m, in posizione elevata sulla riva sinistra del Farfa, con andamento parallelo al corso del torrente. Il sito è circondato da alture verdeggianti e colture di ulivo e non lontano si trovano le sorgenti del Farfa, dette Le Capore, in località Ponte Buida.
La forma complessiva dell’abitato è dettata dalla conformazione stessa del supporto naturale e ne segue l’andamento fino ai bordi estremi. La dominante mole della Rocca dei Cesarini, davvero notevole rispetto alla dimensione dell’abitato, conserva ancora un alto bastione cilindrico con basamento a scarpa e munito di beccatelli nella parte Terminale. La rocca e l’intera struttura dell’abitato, sono state oggetto di continue modifiche che ne hanno cancellato la forma primitiva; anche la torre ha subito sorte analoga con l’abbattimento della parte piu’ alta.
La struttura del centro antico è composta da costruzioni che si attestano lungo un percorso principale che dalla rocca si inoltra verso il margine opposto dove la piccola piazza belvedere si apre spettacolarmente verso la valle del Farfa. Da qui il circuito viario, delimitando il bordo del colle verso valle, segue la mole della rocca, ricongiungendosi al punto di accesso al paese.
Di notevole interesse la chiesa romanico trecentesca di S. Pietro in Vincoli, la cui posizione elevata rispetto al paese, consente un’ampia vista sul paesaggio della valle. A pochi passi dalla chiesa un osservatorio astronomico di recente costituzione è ubicato nei locali di un ex mulino settecentesco.Una lunga via rettilinea esterna all’abitato, parte terminale della diramazione che porta al paese dalla via Mirtense, dà accesso alla parte più antica.
Lungo il suo asse si è sviluppato l’ampliamento urbano di più recente formazione.
Biblioteca DEA SABINA-Associazione CORNELIA ANTIQUA
Roma via Appia antica
Roma- La via Appia antica vista da due illustri viaggiatori del 1700.
Montesquieu
Montesquieu:“ Avvicinandoci a Roma s’incontrano tratti della Via Appia, ancora integri. Si vede un bordo o margo che resiste ancora, e credo che abbia più di tutto contribuito a conservare questa strada per duemila anni: ha sostenuto le lastre dai due lati ed ha impedito che cedessero lì, come fanno le nostre lastre in Francia, che non hanno alcun sostegno ai bordi. Si aggiunga che queste lastre sono grandissime, molto lunghe, molto larghe, e molto bene incastrate le une nelle altre; inoltre questo lastricato, poggia su un altro lastricato, che serve da base. Le strade dell’imperatore sono fatte di ghiaia messa su una base lastricata, ben stretta e compressa. Dopo, vi hanno messo un piede o due di ghiaia. Questo renderà la strada eterna. C’è da stupirsi che in Francia non si sia pensato a costruire strade più resistenti? Gli imprenditori sono felici di avere un affare del genere ogni cinque anni”.
Montesquieu, Viaggio in Italia, 1728-1729.
Charles de Brosses
Charles de Brosses:“E’ questo, o mai più, il momento di parlarvi della Via Appia, cioè il più grande,il più bello e il più degno monumento che ci resti dell’antichità; poiché, oltre alla stupefacente grandezza dell’opera, essa non aveva altro scopo che la pubblica utilità, credo che non si debba esitare a collocarla al di sopra di tutto quanto hanno mai fatto i Romani o altre nazioni antiche, fatta eccezione per alcune opere intraprese in Egitto, in Caldea e soprattutto in Cina per la sistemazione delle acque. La strada, che comincia a Porta Capena, prosegue trecentocinquanta miglia da Roma a Capua e a Brindisi, ed era questa la strada principale per andare in Grecia e in Oriente. Per costruirla hanno scavato un fossato largo quando la strada fino a trovare uno strato solido di terra……Codesto fossato o fondamento è stato riempito da una massicciata di pietrame e di calce viva, che costituisce la base della strada, la quale è stata poi ricoperta interamente di pietre da taglio che hanno una rotaia. E tanto ben connesse che, nei posti dove non hanno ancora incominciato a romperle dai bordi, sarebbe molto difficile sradicare una pietra al centro della strada con strumenti di ferro. Da ambedue i lati correva un marciapiede di pietra. Sono ben quindici o sedici secoli che non soltanto non riparano questa strada, ma anzi la distruggono quanto possono. I miserabili contadini dei villaggi circostanti l’hanno squamata come una carpa, e ne hanno strappato in moltissimi luoghi le grandi pietre di taglio, tanto dei marciapiedi che del selciato. E’ questa la ragione degli amari lamenti che fanno sempre i viaggiatori contro la durezza della povera Via Appia , che non ne ha nessuna colpa; infatti, nei posti che non sono stati sbrecciati, la via è liscia, piana come un tavolato, e persino sdrucciolevole per i cavalli i quali, a forza di battere quelle larghe pietre, le hanno quasi levigate ma senza bucarle. E’ vero che, nei luoghi dove manca il selciato, è assolutamente impossibile che le chiappe possano guadagnarsi il paradiso, a tal punto vanno in collera per essere costrette a sobbalzare sulla massicciata di pietre porose e collocate di taglio, e in tutti i sensi nel modo ineguale. Tuttavia, nonostante vi si passi sopra da tanto tempo, senza riparare né aggiustare nulla, la massicciata non ha smentito le sue origini. Non ha che poche o punte rotaie ma solo, di tanto in tanto, buche piuttosto brutte”.
“Gli dei della Grecia” di Friedrich Schiller, da “Poesie filosofiche”
Poesia pubblicata dalla rivista“il Chaos”
Quando vostro era il regno e bello il mondo,
genti beate guidavate ancora
con le redini lievi della gioia,
esseri belli del mondo delle fiabe!
Quando il culto gioioso ancor splendeva,
tutto diverso, era diverso allora!
Quando di fiori si ornavano i tuoi templi,
o Venere Amatusia!
Quando la verità leggiadro avvolgeva ancora,
forza letale fluiva nel creato,
e ciò che mai sentirà sentiva.
Per stringerla al seno dell’amore
più alta nobiltà si diede alla natura;
indicava agli sguardi d’iniziati
tutto l’orma di un dio.
Dove ora, dicono i nostri saggi,
gira una sfera di fuoco senza vita,
guidava allora il suo carro dorato
Elio, in serena maestà.
Oreadi popolavan queste cime,
una Driade quell’albero abitava,
dalle urne di dolci Naiadi usciva
dei fumi la spuma d’argento.
Quel lauro si volse un dì chiedendo aiuto,
la Tantalide tace in questa pietra,
da quella canna s’udì il pianto di Siringa,
di Filomela il dolor da questo bosco.
Quel ruscello le lacrime accolse
per Persefone piante da Demetra,
e da questo poggio chiamò invano
Citera il suo bell’amato.
Tra la stirpe di Deucalione ai tempi
discendevano i celesti ancora,
di Pirra per conquistar le belle figlie
fece il pastore il figlio di Latona.
Tra uomini, divinità ed eroi
strinse amore un nodo di bellezza;
rendevano mortali, dèi ed eroi
omaggio in Amatunte.
La cupa gravità e triste rinuncia
eran bandite dal vostro gaio culto,
felici dovean battere tutti i cuori,
poiché l’uomo felice a voi era affine.
Nulla era sacro allora come il bello,
nessuna gioia era vergogna al dio,
dove arrossiva pudica la Camèna,
dove Grazia regnava.
Come palazzi eran ridenti i templi,
vi onoravano i giochi degli eroi
nelle Istmiche splendide di alloro,
ed i carri rombavano alla meta.
In bell’intreccio andavano animate
le danze intorno allo sfarzoso altare.
Le vostre tempie ornavan serti di vittoria
e corone le chiome profumate.
L’evoè degli invasati con il tirso
e lo splendido giogo di pantere
annunciavano il gran rallegratore;
fauno e satiro precedono malfermi,
folli Menadi lo attorniano saltando,
le loro danza lodano il suo vino
e le gote brunite dell’oste
gaie invitano al bere.
Non compariva allora orrendo scheletro
davanti al letto del morente. Un bacio
toglieva al labbro l’ultimo respiro,
un genio soffocava la sua fiamma.
Fin la bilancia severa del giudizio
reggeva all’Orco progenie di mortale
e i lamenti accorati del Trace
commossero le Erinni.
Di nuovo incontrò l’ombra felice
nei boschi dell’Eliso la sua gioia,
vero amore trovò il fedele sposo
e la sua strada chi portava il carro;
la lira di Lino suonava i canti usati,
tra le braccia di Alcesti cade Admeto,
Oreste riconosce il proprio amico
e le sue frecce Filottete.
Premi più alti davan forza al lottatore
sulla laboriosa via della virtù,
splendidi artefici di azioni grandi
ascendevano al rango dei beati.
Muta a colui che reclamava i morti
s’inchinava la schiera degli dèi,
facevan luce al pilota tra le onde dall’Olimpo i Dioscuri.
Mondo bello, dove sei? Ritorna,
della natura soave primavera!
Solo nella terra fatata dei canti
la tua traccia fiabesca vive ancora.
Senza vita, in lutto è la campagna,
al mio sguardo non si offre nessun dio,
di quella calda immagine di vita
solo l’ombra è rimasta!
Abbattuti son tutti quei fiori
per il tempestar da Settentrione.
E per favorirne uno su tutti
questo mondo di dèi dové sparire.
Triste indago la volta di stelle
ma, Selene, non ti trovò più,
per i boschi chiamo e per le onde,
vuoti mi riecheggiano.
Ignara delle gioie che essa dona,
mai sedotta dal proprio splendore,
mai conscia che lo spirito la guida,
né di mia felicità felice,
sorda pure alla gloria del suo autore
come un morto rintocco d’orgoglio,
la legge di gravità serve da schiava
la natura senza dèi.
Per nascere domani nuovamente
scava oggi la sua propria tomba,
e da sé allo stesso eterno fuso
si avvolgono e si svolgono le lune.
Son tornati alla terra dei poeti
gli dèi, oziosi, inutili ad un mondo
che, sfuggito alle lor briglie, si regge
sul suo proprio oscillare.
Sono tornati a casa, sì, ed il bello
e ciò che è alto, tutto si son presi,
tutti i colori e i suoni della vita,
sol la parola esamine a noi resta.
Strappati ai flutti del tempo, stan sospesi
al sicuro, lassù in cima al Pindo.
Quel che eterno deve vivere nel canto
nella vita ha da perire.
Friedrich Schiller
– Poesia tratta dalla raccolta “Poesie filosofiche”; composta e poi modificata tra il 1788 ed il 1800. Friedrich Schiller riflette sull’antico, sul rapporto tra sensibilità e ragione, sul ruolo del poeta nell’universo cristiano. Classicismo e cristianesimo si contrappongono e ne nasce un ideale di perfezione realizzato dall’armonia delle diverse parti: Uomo, Natura e Divinità. L’uomo moderno al contrario vive in una dimensione in cui la teologia pecca di astrattismo e la natura viene annientata, rendendo impossibile il raggiungimento di tale armonia.
Fonte “il Chaos” è una Rivista online di Arte e Cultura.
Friedrich Schiller
SCHILLER, Johann Christoph Friedrich
Poeta, drammaturgo, filologo, una delle figure più salienti e affascinanti del periodo aureo della letteratura tedesca, della cosiddetta Genieperiode. Nacque a Marbach, nel Württemberg, il 10 novembre 1759. Suo padre, Johann Kaspar, uomo probo e non indotto, era chirurgo e prestò, in questa qualità, per molti anni servizio nell’esercito, raggiungendo il grado di capitano; sua madre, Elisabeth Dorotea Kodweiss, era di umile condizione, ma aveva l’educazione e la religione del cuore, e fu guida preziosa ai primi passi del figlio. La posizione del padre obbligò la famiglia Schiller a continui mutamenti di residenza, ma più a lungo essa rimase a Lorch e a Ludwigsburg, dove Federico ebbe un’educazione regolare. Compiuti i primi studî con eccezionale profitto, per desiderio, che era quasi un ordine, del duca Carlo Eugenio di Württemberg, il quale nel 1760 aveva fondato una scuola militare (Hohe Karlsschule) nella residenza di Solitudine, il giovinetto fu accolto in questa scuola nel gennaio 1773. In tale ambiente, che erroneamente è stato da alcuni ritenuto quasi un luogo di correzione per la disciplina severa ma non insopportabile che lo governava, lo Sch. studiò legge e, più tardi, quando l’Accademia fu trasferita a Stoccarda, medicina. Certo è però che la vita nell’istituto non era affatto favorevole al temperamento di lui, il quale, insofferente d’ogni studio speciale, leggeva nei momenti di relativa libertà gli scrittori classici e le opere del Voltaire, del Rousseau e del Goethe, alimentando quella vocazione che non tardò a determinarsi prepotente e invincibile. E non soltanto Rousseau e Ossian fecero grande impressione sull’animo del giovane Sch.; egli si entusiasmò anche alla lettura della Messiade del Klopstock, da cui trasse l’ispirazione per un poema: Mosè; lesse avidamente i drammi del periodo dello Sturm und Drang, del Klinger e del Leisewitz, il Goetz del Goethe, e cominciò egli stesso a tentare l’arringo drammatico, scrivendo le scene dello Studente dí Nassau e del Cosimo de‘ Medici. Risalgono a questo tempo anche i primi tentativi lirici, ma il teatro, specialmente dopo che ebbe conosciuto lo Shakespeare nella versione del Wieland, l’attraeva sempre più, e a soli diciotto anni, in mezzo alla meraviglia e all’ammirazione dei compagni, egli scrisse la prima grande tragedia: Die Räuber, che pubblicò anonima nel 1781.
Il dramma, suggeritogli da un racconto dello Schubert, imperniato sul contrasto inconciliabile tra due fratelli, a tinte forti e pieno d’impeto indisciplinato, di fervore lirico potentemente trasmodante, è da considerarsi come un prodotto del periodo dello Sturm und Drang, il più eloquente anzi e il più rappresentativo. Perché, pur tra molti difetti, di esagerazione soprattutto e di inverosimiglianza, mostra una scomposta veemente aspirazione alla libertà individuale al disopra di ogni legge morale e di ogni dovere familiare e sociale e anche contro di essi. Il protagonista Carlo Moor è il tipo di brigante che ai naturali sentimenti di bontà e di generosità unisce la violenza delle azioni che gli sono imposte da un’eccessiva reazione alle ingiustizie sofferte; e quando soccombe, sembra piuttosto una vittima di esigenze sociali che non un volgare assassino. Agli occhi del tempo la sua figura doveva perciò apparire nobile di eroismo e cinta dell’aureola del sacrificio. Ecco perché questo dramma facilmente attrasse l’attenzione dell’intendente del teatro ducale di Mannheim, barone Dalberg, e poté essere rappresentato con immenso successo (1782). Alla rappresentazione assisteva, incognito, lo Sch., che segretamente si era assentato da Stoccarda, dove, dopo avere lasciato l’Accademia nel 1780, serviva come aiuto chirurgo presso un reggimento della guarnigione. Ma quando si seppe il vero nome dell’autore, il duca Carlo Eugenio gl’impose di non occuparsi più di teatro e di limitarsi a fare pubblicazioni di medicina. Lo Sch. non credette di tener conto dell’ordine sovrano, ed essendosi recato una seconda volta a Mannheim con lo stesso scopo, fu punito con la prigione. Allora si sottrasse, pieno di amarezza, alla disciplina militare, abbandonando Stoccarda e ponendosi in cerca d’un rifugio che, dopo alcune settimane di ansiose peregrinazioni, trovò nel castello della signora di Wolzogen a Bauerbach, in Franconia, dove rimase fino al luglio 1783.
Nella pace di questo ritiro, dove fiorì l’idillio fra il poeta e Carlotta di Wolzogen, e nel successivo soggiorno a Mannheim, dove era stato chiamato come Theaterdichter, diede forma definitiva a due nuovi lavori drammatici, la tragedia storica Die Verschwörung des Fiesko e la tragedia borghese Luise Millerin – intitolata poi Kabale und Liebe -, l’una pubblicata nel 1783, l’altra l’anno successivo e rappresentate rispettivamente nel gennaio e nel marzo del 1784. Anche questi due lavori drammatici appartengono al periodo dello Sturm und Drang e sono il riflesso delle condizioni letterarie dell’epoca non meno di quelle particolari dell’autore, il quale, nella prima tumultuaria concezione poetica, trova uno sfogo contro la disciplina mortificatrice d’ogni slancio generoso a cui fu sottomesso. Minori amplificazioni liriche ha Die Verschwörung des Fiesko, perché il tessuto storico che è nel fondo di questa “tragedia repubblicana” fu per lo Sch. un freno a non divagare eccessivamente, mentre nella Luise Millein, in cui è il riflesso dell’idillio di Bauerbach, la prima dolorosa esperienza d’amore a poco a poco gli smorza la tempesta rivoluzionaria e lo porta a indulgere a un profondo e quasi morboso pessimismo sociale che si scioglie in elegia. Il pubblico non accordò al Fiesko il plauso che concesse invece incondizionato alla Luise Millerin, la quale, come opera di fantasia, ha sui Räuber il vantaggio di portare sulla scena tipi e figure conosciuti e studiati dal poeta, e perciò meno irreali e a noi più vicini.
Seguì la tragedia Don Carlos, che, vagheggiata durante l’idillio di Bauerbach, ripresa a Mannheim e continuata sotto l’influsso della passione per Carlotta von Kalb e più tardi, nella quiete di Gohlis e di Loschwitz, sotto quello della fraterna amicizia di C. G. Körner, fu compiuta fra nuovi contrasti e incertezze e disagi nel 1787 e subì, anche più tardi, modificazioni. Il Don Carlos è l’opera più tormentata dello Sch. Concepita dapprima come una tragedia familiare, i cui elementi drammatici egli aveva trovato in una novella storica su Don Carlos scritta da Saint-Réal, essa a poco a poco era venuta trasformandosi nella mente del poeta in un’esaltazione di fede politica. La tragica passione dell’infante per la matrigna, la regina Elisabetta, cessa così di essere al centro dell’azione principale, dove invece giganteggia la figura del marchese di Posa, il rappresentante del nuovo ideale politico-umanitario dello Sch. Ma da questo stesso tormento del poeta non poteva scaturire un’opera d’azione organica, ed è significativo che proprio lo Sch. sentisse il bisogno di difendere il suo lavoro nei Briefe über Don Carlos, in cui egli ribadisce, in fondo, la convinzione, espressa già nel 1784 in una conferenza, che il teatro debba essere una tribuna per bandire un vangelo. Il Don Carlos è, nella redazione definitiva, la prima opera drammatica dello Sch. scritta in versi. Della tragedia in prosa il primo atto apparve nella rivista da lui fondata, Die rheinische Thalia (1784), e nella stessa rivista, che poi s’intitolò Thalia e infine Die neue Thalia, furono in seguito pubblicati altri frammenti.
Dopo il Don Carlos si apre, nella produzione drammatica dello Sch., un’ampia parentesi che va fino al 1797. Di questo periodo, oltre molte liriche e soprattutto ballate – di cui si dirà più innanzi – e la novella Der Geisterseher, è una serie di scritti teorici e storici, frutto di una più profonda analisi degli argomenti drammatici, trattati e da trattare, e di una raccolta meditazione, nella quale il poeta pare cerchi il nuovo impulso e il più saldo volo da dare alla sua arte. Ma, oltre questi studî, una favorevole circostanza doveva preparargli un periodo riposato di attività. Il duca Carlo Augusto di Weimar aveva già nel 1785 ascoltato la lettura del primo atto del Don Carlos e aveva insignito il poeta del titolo di consigliere. Lo Sch. nell’estate dell’87 (allora il Goethe era in Italia) si recò a Weimar, dove fu accolto con simpatia dalla duchessa Amalia, dal Herder e dal Wieland, e l’anno seguente, anche mercé l’aiuto del Goethe, ottenne la cattedra di storia presso l’università di Jena, in cui, svolgendo la sua prolusione, trattò dello scopo dello studio della storia universale. Nel 1790 sposò Carlotta Lengefeld, una dolce anima di fanciulla, che aveva conosciuta a Rudolfstadt e che gli fu sempre compagna intelligente e amorosa. Poco dopo fu costretto ad abbandonare l’insegnamento per ragioni di salute e ottenne per tre anni una pensione dal principe C. Federico di Holstein Augustenburg. Dal principio del 1794 data la sua vera amicizia col Goethe – il primo incontro fra i due poeti è del 1788 -; un’amicizia che si rinsaldò con gli anni e divenne sempre più intima e per l’uno e per l’altro fecondissima, specialmente dopo che lo Schiller, nel 1799, definitivamente si trasferì a Weimar.
In questo periodo egli scrisse la Geschichte des Abfalls der vereinigten Niederlande (1788-89) che è come una continuazione degli studî compiuti per il Don Carlos, seguita due anni dopo dalla Geschichte des dreissigjährigen Krieges, finita nel 1793. Nessun metodo rigoroso informa questi lavori per quanto riguarda la ricerca e la critica delle fonti; più che storia propriamente detta, lo Sch. faceva della filosofia della storia, seguendo una sua ideale concezione sullo sviluppo e la finalità degli avvenimenti storici. A Jena, oltre che di storia, si occupò, anche in un corso privato di lezioni, di estetica e precisamente della tragedia; da questi studî nacquero i due saggi ber den Grund des Vergnügens an tragischen Gegenständen (1791) e Über die tragische Kunst (1792). Dell’anno seguente è il trattato filosofico, ispiratogli da principî kantiani ripresi con poetico sentimento, Über Anmut und Würde, in cui espone i principî d’un’estetica morale applicata all’individuo. Seguono nel 1795 le lettere Über die ästhetische Erziehung des Menschen, ove egli considera lo stesso problema rispetto alla collettività, e il trattato Über naive und sentimentalische Dichtung.
La serie dei capolavori drammatici s’inizia con la trilogia del Wallenstein, in cui lo Sch. dà l’affermazione matura del suo genio, raggiungendo, in conformità dei canoni artistici lungamente meditati, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici. La trilogia consta del Wallensteins Lager, quadro imponente, colorito, straordinariamente vario e vivo e al tempo stesso terribile della guerra dei Trent’anni, di I Piccolomini, che costituisce l’antefatto e la motivazione della vera azione drammatica, risultante dal graduale spezzarsi della compagine dell’esercito imperiale e quindi del delinearsi della figura tragica del Wallenstein, e del Wallensteins Tod, in cui si compie il destino dell’eroe. Le prime parti sono così due grandi prologhi alla vera tragedia. La trilogia contiene, nelle singole parti, non poche sproporzioni, e senza dubbio l’elemento lirico ha qua e là concitazioni febbrili e ridondanze romantiche, ma è certo ch’essa è anche il risultato di un profondo intuito drammatico, a cui docilmente obbediscono la fantasia, il sentimento, l’accorgimento scenico e soprattutto la mirabile pieghevolezza della lingua, ricca di toni formidabili e di sfumature delicate e sapienti. Della qual cosa maggiore è l’ammirazione, pensando alla fecondità del poeta in questo periodo. Perché, mentre compiva il Wallenstein, egli pensava già a drammatizzare la fine tragica di Maria Stuart. E infatti nel 1800 la tragedia in cinque atti era già compiuta (fu rappresentata a Weimar il 14 giugno dello stesso anno), rivaleggiando questa volta, per quanto era concesso al temperamento dell’autore, con la sobria purezza e armonia delle tragedie classiche. Maria Stuart, e la tragedia che seguì poco dopo, Die Jungfrau von Orléans, sembrerebbero a prima vista drammi storici, ma in verità la storia non offre ad essi che lo sfondo, sul quale la fantasia dell’autore ha tracciato azioni e situazioni in gran parte immaginarie.
In Maria Stuart lo Sch. si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani. Il dramma è imperniato tutto sulla rivalità di due figure di donne e regine, quella tenera dolce rassegnata di Maria e quella superba feroce inflessibile di Elisabetta. In Die Jungfrau (1801) l’azione drammatica s’allontana ancora più dalla realtà storica, e non vi manca quell’elemento meraviglioso e soprannaturale che, nella tragedia greca, è rappresentato dal fato. Lo Sch. pur non sdegnando d’introdurre nel dramma il miracoloso, ha fatto della vergine di Domrémy una figura umana. Egli immagina che ella si innamori di un guerriero nemico, ed eccoci al pathos, al contrasto degli affetti, alla tragedia fra l’amore e il dovere e alla catastrofe coronata dalla aureola del martirio e del sacrificio. In Die Braut von Messina oder die feindlichen Brüder (1803) si attenua ancora più la derivazione storica e appare il complemento classico del coro, a cui lo Sch. commette l’ufficio di allontanarsi dallo stretto circolo dell’azione per distendersi sul passato e sull’avvenire, con ammonimenti di saggezza e con movenze liriche che procedono, quasi a passi divini, sui culmini delle cose umane. Qui spunta la Schicksalstragödie, ma lo Sch. non trascende alle ultime desolate conseguenze contenute in tali drammi, per non negare il libero arbitrio. Perciò questo tentativo di ripristinare la tragedia greca con la sua fatalità incombente e i suoi magnifici cori classici è riuscito solo in parte, soprattutto come rappresentazione scenica. Di questo difetto fu consapevole lo stesso poeta il quale tornò subito dopo al suo dramma antico, in cui sono tutte le energie volitive, corrisposte dall’attività fattiva dell’uomo, e scrisse il Wilhelm Tell, l’opera che segnò una piena vittoria fin dalla prima rappresentazione che fu data a Weimar il 27 marzo 1804. Lo Sch. trasse la materia di questo dramma dalla Cronaca Elvetica di Egidio Tschudi, in cui è narrata la rivolta dei tre cantoni svizzeri di Schwyz, Uri e Unterwalden contro l’imperatore d’Austria Alberto I. Tell, personaggio immaginario, non ama che la sua famiglia, la sua casa, il suo arco e rappresenta il difensore del diritto naturale: solo quando questo è offeso egli si ribella e uccide il tiranno Gessler. Il Wilhelm Tell riassume in una sintesi mirabile i due grandi amori della vita dello Sch.: l’amore per la bellezza della natura e l’amore per la libertà. Questo dramma non era stato ancora rappresentato, che il poeta volgeva già la sua attenzione a un altro soggetto, quello del falso Demetrio, preteso figlio dello zar Ivan IV. Il Demetrius, interrotto, prima da un viaggio del poeta, poi dall’ultima sua malattia, è rimasto incompiuto. Quando lo Sch., per un sopravvenuto attacco polmonare, morì il 9 maggio 1805, si trovò sul suo tavolo un monologo che doveva essere compreso nel secondo atto di questo dramma.
Lo Sch. partecipa al vasto e complesso movimento per cui lo spirito tedesco si svolge e si afferma, nella seconda metà del sec. XVIII, con incessante e, diremmo, eroica tendenza all’espansione e ad un corrispondente sforzo di assimilazione e di sintesi, ed ha, nello stesso tempo, intuizioni e anticipazioni che illuminano e, in certo modo, preparano il futuro. Come il Lessing e il Herder, anch’egli sogna un’umanità superiore, in cui si concilino e armonizzino i dissidî che separano gli uomini e li spingono a combattersi, o che la stessa propria vita interiore spezzano, suscitando più fiere lotte e più profondo tormento. Come il Goethe e il Hölderlin, anch’egli sente profondamente il culto per l’arte greca e dell’ideale ellenico fa la sua religione. I Greci avevano realizzato il supremo ideale d’umanità attraverso l’educazione estetica; lo Sch. crede che tale ideale possa ancor oggi essere realizzato.
In tutta l’opera sua sono chiari i riflessi dell’evoluzione del pensiero tedesco dall’Aufklärung all’idealismo, dallo Sturm und Drang al romanticismo; e forse appunto da questo è derivata la suggestione di distinguere le liriche e i drammi giovanili da quelli della maturità, distinguere cioè lo Sch. ribelle e rivoluzionario dallo Sch. kantiano; lo Sch. democratico, esaltatore dei diritti dell’uomo, dallo Sch. dell’imperativo categorico della legge morale e della virtù; il poeta insomma della libertà interiore dal poeta della libertà esteriore. Ma questo è troppo schematico e quindi superficiale. Più vero è, invece, che in tutta la sua opera è dato ricercare, cogliere e mettere in luce una fondamentale unità ideale e lo sviluppo d’uno stesso pensiero costruttivo. Essa, infatti, è interamente dominata da un principio etico, da un’idea morale. Così anche dove egli si abbandona all’impeto d’una reazione individuale o sociale o politica, come appunto nei drammi giovanili, nei quali sembra con passione e ostentazione parteggiare per i ribelli e quasi incitarli egli stesso alla rivolta alla lotta alla vendetta, non assolve mai, bensì condanna e punisce. Evidentemente simpatizza col suo primo eroe, Carlo Moor, ribelle e brigante mostruoso, ma alla fine non esita a sacrificarlo alla duplice condanna della umana e della divina giustizia. V’ha di più: in questo torbido dramma è già il preannuncio dell’idea ispiratrice dei drammi posteriori; nella figura di Moor è già il fremito della coscienza morale di Maria Stuart, e l’anelito alla resurrezione di Giovanna; nella scena finale dell’ultimo atto è il presagio delle salvazioni future. Anche nell’esaltazione, dunque, d’un disordinato e irruente individualismo, la quale corrisponde al periodo giovanile, lo Sch. non vede mai soltanto l’uomo ribelle. A tutti i suoi eroi che, sia pure contro la morale e la legge, lottano per la propria o per l’altrui libertà, egli medesimo, assetato di libertà, dà l’impeto della sua passione magnanima o temeraria, e, nello stesso tempo, non li priva mai interamente della fiamma della sua fede e del sentimento di responsabilità morale. Né è necessario attendere la figura del marchese di Posa per riconoscere nel pensiero schilleriano un principio di ricostruzione. Esso è chiaro anche nelle scomposte demolizioni dei primi drammi. Il sogno di redenzione politica e umana del marchese di Posa, come l’ultima e sia pur vana invocazione di Carlo Moor, come l’anima di Bruto in Fiesko, come la rassegnazione di Luisa Millerin, sono strettamente congiunti da una medesima realtà etica. Che è, contro il razionalismo e oltre la concezione illuministica, sempre l’elevazione morale dell’individuo e, di conseguenza, dell’umanità. Qui è la modernità del suo dramma. Questa fede suprema non gli impedisce, tuttavia, di credere alla potenza delle energie individuali. Wallenstein è la figura tipica in cui è esaltata la potenza dell’individuo. In lui è una scintilla di titanismo; titano dalla fede illimitata in sé stesso e dalla smisurata volontà, eroe che non vede chiaro, potenza senza razionale determinatezza, figura sommamente drammatica, il cui carattere tragico è tutto in questa tirannica volontà di dominio e di vittoria. Ma anche in lui le possibilità realizzatrici sono inesorabilmente spezzate, e chiuso è il suo destino. Esiste, dunque, un limite alla potenza dell’individuo, ed esso è, ancora, di ordine morale. L’eroe ha coscienza d’avere oltrepassato i limiti imposti ai suoi istinti sensibili e d’essere perciò piombato nel dominio della fatalità. Sicché la sua azione, non più libera, non può essere che un “Akt der Notwehr”. E in quanto egli agisce unicamente per necessità, non solo dalla sua azione esula ogni gioia, ma essa stessa gli procura sofferenza. Così manca il titano e l’eroe cade.
Con la catastrofe di Wallenstein, quella che era stata per lo Sch. naturale intuizione diventa luminosa realtà e certezza. È la luce dell’idealismo kantiano. La Critica della ragion pratica è per lo Sch. il raggio di sole che gli rischiara, oltre ogni dissidio, il suo mondo ideale. Il Kant svolge i concetti sui quali si fonda la nostra facoltà di pensare e di conoscere; lo Sch. si sforza di chiarire e precisare le idee che dànno valore alla nostra vita. Il suo pensiero non è soltanto conoscenza, ma anche e soprattutto convinzione morale, fede. Qui s’impernia la sua concezione della libertà. Alla libertà che l’uomo cerca fuori di sé, seguendo i proprî istinti e il proprio arbitrio, egli aveva già opposto la legge morale; una legge che non è possibile ignorare né superare. Ora, senza negarla, indica il dovere di accettarla volontariamente. Perché, in quanto la nostra volontà riesce a coincidere con la legge morale, questa non sarà più coercizione, ma spontaneità gioconda, libera aspirazione, intimo bisogno di realizzarsi. Soltanto così l’uomo giunge al pieno possesso dell’umanità e all’armonia dello spirito. La quale armonia, pertanto, non è un dato, bensì un problema e si raggiunge non già con l’annullamento dell’attività sensibile, ma attraverso il superamento di essa. Il vero uomo, l’uomo completo, comincia appunto là dove si avverte il passaggio dall’attività dei sensi a quella della ragione, dalla necessità fisica a quella logica e morale. Questo passaggio s’attua, secondo Kant, per mezzo d’una rivelazione interiore d’una folgorazione; per lo Sch. è necessaria una mediazione: superamento non può significare che conquista, e quindi lotta. La vita deve essere eroica; solo nella lotta e nella vittoria è l’affermazione della personalità umana. Ecco come il pensiero critico e l’idealismo kantiano diventano nello Sch. ideale dell’umanità. Egli umanizza la concezione kantiana della vita.
Tutto preso dall’ideale che si realizza nell’uomo perfetto, lo Sch. dall’astrazione filosofica di nuovo torna alla realtà della vita, alle espressioni, cioè, più alte e significative di essa. Le figure eroiche del passato l’attraggono, in quanto egli vede in esse il simbolo della eterna verità della vita umana. Perciò la storicità è sempre vista e sentita in funzione del suo ideale. Tutte le età hanno lavorato – egli dice – per l’umanità del nostro secolo; perciò anche noi dobbiamo sentirci collaboratori delle età venture. È, in fondo, la concezione della storia del Herder, abbellita di contenuto etico. In questo senso la poesia che s’ispira alla storia, della storia idealizzata è chiamata a dire l’ultima parola, in quanto sul valore etico di essa si fonda il processo d’idealizzazione del poeta. Ciò vale per le singole personalità, come per le collettività storiche; un eroe, come un popolo, ha sempre la possibilità di affermare e salvare un principio morale, quanto, cioè, v’ha in lui di incorruttibile e di eterno. Ma il trionfo non si ottiene senza lotte e dolori, contrasti e disarmonie, nella vita come nell’arte, e da tale necessità ha appunto origine la concezione drammatica dello Sch., la quale, così, si riallaccia alla più profonda tradizione spirituale della Germania: la concezione etica del divenire individuale. Nelle figure di Maria e Giovanna l’ideale etico schilleriano trova piena espressione. Esse sono spiriti che interiormente riescono a distruggere la colpa, mediante il superamento, non l’annullamento, del sensibile e si liberano dalle potenze del male che avvincono tutte le creature umane. In ciascuno di questi spiriti si rispecchia, nel momento della liberazione, l’ordine morale del mondo; di esso sono parte, con esso tornano in armonia.
Una volta riconosciuta nell’ideale morale l’unità della concezione poetica dello Sch., ideale di elevazione e di perfezione umane, sempre accessibile, sia pure con la rinuncia alla vita fisica, è evidente l’impossibilità di trovare nel dramma schilleriano un tragico immanente, fatalistico, o cosmico o prometeico, quale si sprigiona da forze antagonistiche che sono e devono essere e non possono non essere. Non dissidio fra io e mondo, fra uomo e Dio, fra necessità e libertà, ai quali elementi l’idealismo dello Sch. toglie fondamentalmente ogni capacità di soluzioni che non siano preordinate e conosciute. Il dramma dello Sch., pertanto, è piuttosto la rappresentazione della vita umana nelle sue lotte e nei suoi dolori, idealizzata dalla coscienza del poeta e drammatizzata dalla sua passione. E se così è, è logico e anche inevitabile che tale idealizzazione, in quanto è il prodotto d’una esigenza morale, debba, talvolta, ostacolare appesantire sviare o arrestare il naturale svolgimento dell’azione drammatica. Così, quando la libera fantasia e l’ardente passione del poeta sono raggiunte e sorprese dallo scrupolo del moralista, abbiamo i sermoni religiosi di Melvil, i monotoni rimproveri di Giovanna a sé stessa, il monologo della giustificazione di Tell prima dell’uccisione del tiranno e la inutilissima e artisticamente lacrimevole scena del parricida. Certo non è possibile scambiare la poesia con la filosofia, ma si può ricercare e spiegare come lo Sch., il quale non solo non negò l’autonomia del fatto estetico, ma fu anzi fra i primi a riconoscerla, considerasse tuttavia la poesia e l’arte in funzione dell’elevazione dell’uomo e in esse vedesse anche la possibilità di realizzare il suo ideale: la totalità della vita umana. Anche nella formulazione d’una teoria oggettiva del bello, lo Sch. muove dalla speculazione kantiana. L’idea della libertà – egli argomenta – è tratta dalla ragion pratica ed è attribuita agli oggetti, i quali non si determinano di fatto da sé, né sono realmente liberi, ma soltanto appaiono tali. Orbene, bello è ciò che presenta l’analogo di quello che costituisce l’essenza della moralità nell’uomo, cioè autonomia e libertà. Bellezza è “Freiheit in Erscheinung”. Ma quando dalla determinazione dell’oggettività del bello passa a fissare le norme di un’educazione estetica, immancabilmente torna nel campo morale; alla stessa maniera, quando le condizioni della determinazione astratta del buono porta nella tragedia, cioè nella vita, invece di trovarsi di fronte a un tragico immanente e insuperabile, si trova ancora logicamente e naturalmente nella serenità d’una cosmica armonia.
Ecco perché egli, spirito acutissimo, è preso spesso da ansiosi e angosciosi dubbî sull’essenza della poesia e sul valore intrinseco della propria arte. Così, mentre esalta l’intuitività dello spirito del Goethe, constata nella propria attività creatrice una scissura fra pensiero e immaginazione, fra concetto e figura e aggiunge, precisando: “e io resto perplesso e incerto e oscillo fra ragione e sentimento, fra concetto e intuizione, fra la tecnica cerebrale e la geniale spontaneità”.
Questo dissidio fra il pensatore e il poeta, del quale lo Sch. torna a parlare con sempre maggiore frequenza negli ultimi anni, è evidente anche nella sua produzione lirica. In lui, a differenza di quanto avviene nel Goethe, difficilmente la poesia è frutto d’un profondo processo interiore, svolto in piena indipendenza da influssi razionali, riflessivi. Egli osserva la vita che gli è intorno, ne esamina con minuta analisi gli atteggiamenti e i moti più tenui, ne ascolta le voci più sottili: quella visione, quelle voci hanno riflessi e risonanze immediate nella sua anima sensibilissima e calda di simpatia umana. Il poeta si abbandona allora alla corrente del sentimento, ma ecco, d’un tratto, l’intervento della riflessione lo arresta o lo fa deviare. E se anche esso manchi o non s’avverta, quella stessa simpatia, sempre pronta e vibrante e riboccante, impedendo al poeta un intimo raccoglimento, un ripiegarsi calmo e sereno su sé medesimo per cercarvi una limpida visione, tutta sua, facilmente lo trascina a una esaltazione che più spesso si esprime in forme turgescenti e declamatorie. Lo Sch. non si accontenta della realtà. Tutta la fioritura lirica del pensiero schilleriano è caratterizzata da uno sforzo verso una meta ideale che è di là d’una realtà presente. Poeta – egli dice – può essere soltanto chi al posto della misera realtà pone un altro mondo e quella supera con idee che vivono nel regno di una pura spiritualità. Fra reale e ideale ondeggia il mondo poetico dello Sch.; se a quello egli è più vicino la sua rappresentazione tende alla satira; se più a questo egli tiene lo sguardo, il canto gli si scioglie in elegia.
Nelle prime liriche, scritte nel suo periodo Sturm und Drang e raccolte quasi tutte, insieme con poche di altri poeti, nella Anthologie auf das Jahr 1782, il poeta, come nei primi drammi, dà, sì, libero sfogo al suo temperamento vulcanico e ribelle, ed esalta la vita dei sensi e si scaglia contro le tirannidi politiche e le ingiustizie sociali, ma già in esse si avverte l’aspirazione verso un ideale di umanità più alta. Canta in esse l’amore trionfante – odi a Laura – ma ecco, poco dopo, nella nuova esperienza amorosa con Carlotta von Kalb, canta la rinuncia e la rassegnazione. La gioia è oltre il soddisfacimento sensuale, nella libertà dello spirito. Qui il dissidio d’una potente personalità di fronte al mondo dei sensi e a quello dello spirito appare più prossimo a essere superato. Così anche quello di fronte al mistero della vita e dell’universo. Il panteismo schilleriano, fatto di naturalismo e di misticismo, quale egli aveva già espresso nella Theosophie des Julius, tende a diventare, attraverso l’accettazione delle leggi dello spirito, nobile elevazione della vita, oltre il piacere dei sensi e senza astratte negazioni della vita stessa. Questo idealismo eroico che, come nei drammi, si ritrova anche nel fondo delle liriche ispirate dall’amore, trova una più chiara e profonda espressione nella esaltazione del sentimento d’amicizia: An die Freude. Dopo il tumulto delle passioni giovanili, l’amore di Carlotta Lengefeld segna il placarsi dell’interiore dissidio e il ritrovamento di una armonia, che in piena luce si riflette in Die Götter Griechenlands e che rivela al poeta il compito e lo scopo della sua vita d’artista (Die Kunstler). Più tardi, quando il pensiero kantiano illumina e precisa la Weltanschauung dello Sch., anche la sua ispirazione lirica si muove unicamente entro l’orbita d’una alta idealità morale (Die Ideale, Das Ideal und das Leben, Der Spaziergang). Qui ogni dissidio fra etica ed estetica sembra dissolversi. Il mondo e la vita si mostrano al poeta in una luminosa chiarezza. Ed egli scrive le sue famose ballate, nelle quali la trasfigurazione lirica della realtà cede interamente il posto alla semplice rappresentazione di essa. Carattere epico più che lirico hanno infatti le ballate Der Handschuh, Der Taucher, Die Bürgschaft, Ritter Toggenburg, ed anche Der Ring des Polykrates e Die Kraniche des Ibykus, ed infine il celebratissimo Lied von der Glocke: l’epopea-lirica in cui, in un mirabile quadro sono fatte passare tutte le vicende della vita umana. Essa ebbe, dopo la morte dello Sch. un epilogo, scritto dal Goethe stesso, nel quale questi affermava che la luce che aveva illuminato l’animo dell’impareggiabile amico perduto, era ormai diventato da tempo la fede di migliaia di uomini.
Lo Sch. non esercitò nessun vero e proprio influsso sui poeti italiani, anche perché egli non ebbe mai in Italia la popolarità di altri scrittori stranieri, malgrado l’opera sua fosse esaltata se pur non del tutto compresa, già dal gruppo lombardo del Conciliatore. Innumerevoli tuttavia sono state le riduzioni e rappresentazioni teatrali delle sue principali tragedie. Quasi tutte furono musicate da compositori italiani e alcune, specie il Don Carlos e Maria Stuart, da più d’un compositore.
Ediz.: Sämmtliche Werke, Säkularausgabe, a cura di E. v. der Hellen, in 16 voll., Stoccarda 1904-1905; altre edizioni: quelle durate da L. Bellermann (Bibliographisches Institut), 2ª ed., voll. 15, Lipsia 1922 segg., da O. Güntter e G. Witkowski, voll. 20, Lipsia 1910 segg.; fra lk edizioni di opere scelte, quella curata da E. von der Hellen in 6 volumi, Stoccarda-Berlino. Per le lettere, v. Schillers Briefe, a cura di F. Jonas, voll. 7, Stoccarda-Berlino 1892-96. Per gli epistolarî col Körner, col Goethe, con la moglie Lotte, con W. v. Humboldt, v. le ediz. nella raccolta Bibliothek Cotta’sche der Weltliteratur, Stoccarda 1895 segg. Cfr. inoltre: Schiller–Bibliothek, a cura di P. Trömel, nuova ed., Lipsia 1924.
Chr. G. Körner, Nachrichten von S.s. Leben, Tubinga 1812; Karoline v. Wolzogen, S.s. Leben, Stoccarda 1830, 5ª ed., 1876; J. Petersen, S.s. Gespräche Berichte seiner Zeitgenossen über ihn, Lipsia 1911. Monografie: W. v. Humboldt, Über S. und den Gang seiner Geistesentwicklung, Stoccarda 1830; K. Hoffmeister, S.s. Leben, Geistesentwickelung und Werke im Zusammenhang, ivi 1838-42, rielaborato da H. Viehoff, ivi 1875; J. Minor, S., sein Leben u. seine Werke, Berlino 1889-90; L. Bellermann, S., Lipsia 1901; E. Kühnemann, S., Monaco 1905; Th. Ziegler, S., Lipsia-Berlino 1905; R. Petsch, Freiheit u. Notwendigkeit in S.s. Dramen, Monaco 1905; K. Berger, S., ivi 1905-09; L. Bellermann, S.s. Dramen, Berlino 1908; E. Heusermann, S.s Dramen, 1915; W. Bolze, S.s., philosophische Begründung der Tragödie, Lipsia 1913; F. A. Hohenstein, S. Die Metaphysik seiner Tragödie, Weimar 1927.
Per quanto riguarda la fortuna letteraria dello Sch. in Italia, v. la Bibliografia schilleriana, a cur di C. Fasola, in Rivista di letteratura tedesca (1908) e le correzioni e aggiunte alla medesima di L. Mazzucchetti, ibid. (1911), e L. Mazzucchetti, S. in Italia, Milano 1913. Monografie e studi italiani sul teatro di Sch.: G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, Firenze 1901; F. De Sanctis, Saggi critici, nuova ed., Napoli 1930; B. Croce, Poesia e non poesia, Bari 1924; 2ª ed., Bari 1936; L. Tonelli, L’anima moderna. Da lessing a Nietsche, Milano 1925; E. levi, Il principe Don Carlos nella leggenda e nella poesia, Roma 1923; A. Belli, Pensiero, lirica, drammi di F. S., Venezia 1925; G. A. Borghese, Ottocento europeo, Milano 1927; A. Farinelli, Poesia germanica, ivi 1927; G. Gabetti, Prefazione alla M. Stuarda, tradotta da A. Maffei, Torino 1924; G. A. Alfero, S. I drammi della giovinezza, ivi 1929; R. Bottacchiari, Il dramma di F. S., Messina 1930.
Per una traduzione italiana dell’intero teatro dello Sch. si è ancora a quella di A. Maffei (ed. definitiva, Torino 1917-18, voll. 5); numerosissime le versioni dei drammi isolati, o di gruppi di opere, con buone introduzioni, e quasi al completo anche quelle delle opere dicarattere filosofico ed estetico. Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana
Roma -Torretta di Porta Pertusa-Fotoreportage di Franco Leggeri
-Roma Municipio XIII-
-Fotoreportage di Franco Leggeri –Torretta di Porta Pertusa-
Roma -Torretta di Porta Pertusa-Fotoreportage di Franco Leggeri
Fotoreportage di Franco Leggeri Torretta di Porta Pertusa-di questa Torre che si trova a Roma ,sulla via Aurelia vicino al Vaticano di fronte all’ingresso dell’Ospedale San Carlo di Nancy, esisteva una sola foto in B/N. risalente agli anni 1940.
La storia in beve-Il Tomassetti parla di questa Torretta e la chiama “torretta nei pressi di Porta Pertusiam…(1)”. Il Tomassetti cita gli Atti Capitolini e citazioni della Camera Apostolica.
Questa Torretta è l’ultima delle torri di avvistamento della via Aurelia immediatamente a ridosso , linea d’aria (100/150 metri) dalle mura vaticane proprio di fronte a Porta Pertusa in posizione strategica sopra a Via Baldo degli Ubaldi in posizione dominante Valle Aurelia e Valle del Gelsomino-Via Gregorio VII. Dalla Torretta era possibile vedere Villa Carpegna e la Torre Rossa,oggi non più esistente ma ricordata dalla via omonima (poi è stato scoperto che Torre Rossa è in essere e pubblicherò foto e storia..).La Torretta ha una altezza di circa 7 m. La base di 3 m. circa.
La torretta si trova all’interno della Villa Pacelli in via Aurelia civ. 290 di fronte all’ospedale San Carlo . Nel 1947 Pio XII donò la villa Pacelli alla Congregazione Oblati di Maria Immacolata che ancora la possiedono , la villa è sede Generalizia della Congregazione.
Per le foto si ringrazia Monsignor Gilberto Pinon Gaytàn- Padre Generale della Congregazione Oblati di Maria Immacolata che mi ha ricevuto e mi ha permesso di scattare le foto . Per ultimo allego anche la foto in B/N del 1940-
(1)- Durante la Repubblica Romana del 1849 i francesi cercarono, ma invano, di aprirla per attaccare Garibaldi il quale aveva piazzato l’artiglieria repubblicana nei giardini vaticani.
È strutturata su tre aperture: due accessi secondari posti ai lati del portale principale, contornato da un maestoso bugnato. Attualmente è murata, e si trova su viale Vaticano, vicino alla via omonima, in corrispondenza del torrione di San Giovanni (restaurato da papa Giovanni XXIII che vi risiedette negli ultimi tempi del suo pontificato) che costituisce il baluardo sud-occidentale delle originali mura leonine.
L’epoca di edificazione, come anche per la porta Cavalleggeri, è alquanto controversa. Come l’altra, sembra dover risalire al tempo del rientro dei papi dalla cattività avignonese, quindi verso la fine del XIV secolo, quando i pontefici, di ritorno a Roma da Avignone con un consistente seguito, fissarono definitivamente la loro dimora in Vaticano (abbandonando la precedente residenza del Laterano) e le tre aperture delle mura leonine[1] si rivelarono insufficienti a soddisfare le esigenze del conseguente incremento demografico ed edilizio. Venne aperta forando le mura originarie, da cui il nome, e sembra dovesse servire solo per un utilizzo da parte della Curia e non per il traffico cittadino. Stefano Piale, basandosi sul fatto che non ne esistono menzioni precedenti all’umanista Flavio Biondo, ritiene che fu aperta dall’antipapa Giovanni XXIII, facendola quindi risalire al primo quarto del XV secolo. Di contro, potrebbe invece esserci un riferimento in un documento del 1279.
Praticamente nessuna citazione fa riferimento alla posterula situata poco oltre la porta, della quale esiste una sola testimonianza che la definisce “porta Palatii”.
Il restauro più consistente, insieme a quello dell’intero tratto occidentale di mura, sembra si possa far risalire a papa Pio IV, nel 1565, che però non vide la fine dei lavori, sebbene presso la porta sia stata apposta, in memoria, una lapide con lo stemma dalla sua casata, i Medici.
Fu probabilmente chiusa e riaperta in varie occasioni, di una sola delle quali però si ha notizia, poiché un documento del 1655 riferisce che fu aperta per l’arrivo a Roma della regina Cristina di Svezia[2].
^Dalle cronache del Gigli per l’anno 1655 apprendiamo: “La sera delli 20 Decembre arrivò a Roma la Regina alle doi hore di notte, et entrò per porta Pertusa, la quale già stava murata, et allora fu aperta per tale effetto.” (L. G.Cozzi, “Le porte di Roma”, F.Spinosi Ed., Roma, 1968 – nota 13 pag. 363)
Bibliografia
Mauro Quercioli, “Le mura e le porte di Roma”, Newton Compton, 1982
Laura G. Cozzi, “Le porte di Roma”, F. Spinosi Ed., Roma, 1968
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