Ariel Lawhon-L’inverno della levatrice- Neri Pozza Editore -Biblioteca DEA SABINA
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Ariel Lawhon-L’inverno della levatrice- Neri Pozza Editore –
Il passato è il prologo de L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon ci porta nel Maine del 1789, sulle rive ghiacciate del fiume Kennebec. Le gelide acque del fiume celano un corpo senza vita, primo indizio di un segreto destinato a riemergere e a sconvolgere il paese di Hallowell.

Il corpo scivola a valle, ma a fine novembre il fiume Kennebec sta iniziando a ghiacciare, grandi lastre che roteano e sobbalzano nell’acqua, accatastandosi, mentre bianche dita gelide si allungano da entrambe le sponde, afferrando tutto ciò che viene trascinato dalla corrente. Già appesantito dagli abiti inzuppati e dagli stivaloni, l’uomo morto fluttua nel fiume, gli occhi spenti che fissano la falce di luna calante.
È una nottataccia, con un vento pungente e un freddo pauroso, e il fiume scorre sempre più lento ma si congela in fretta stringendo l’uomo morto nella sua morsa viscida, i lembi della camicia marrone come petali di un tulipano appassito. Solo un’ora fa i suoi capelli erano pettinati e legati dietro la testa con un nastrino di pizzo. Si era preso il nastrino, ovviamente, e forse – la sorte è così volubile – sarebbe ancora vivo se non l’avesse fatto. Ma aveva voluto aggiungere la beffa al danno: c’è chi ha perso la vita per molto meno.
L’uomo aveva fretta di andarsene da quel posto, aveva già troppi problemi, e se avesse fatto più attenzione, se fosse stato paziente, avrebbe sentito i suoi aggressori nella foresta. Li avrebbe sentiti arrivare e si sarebbe nascosto, trattenendo il fiato in attesa che si allontanassero. Ma il morto era un uomo considerato e impaziente. Ansimava. Aveva lasciato le sue tracce sulla neve e non era stato difficile trovarlo. Gli si erano sciolti i capelli nella lotta, il nastrino di pizzo era stato recuperato e qualcuno se l’era messo in tasca, e ora quei capelli marroni come il fango sono un groviglio, in parte appiccicati alla fronte, in parte sulla bocca, risucchiati nell’ultimo rantolo affannoso prima che lo gettassero nel fiume.
La corrente trascina per un breve tratto il suo corpo storto e fratturato finché il ghiaccio non si rapprende con un gemito stanco, intrappolandolo a pochi passi dalla riva, con il volto che quasi affiora in superficie, le labbra aperte e gli occhi ancora spalancati per la sorpresa.
Il grande gelo è arrivato con un mese di anticipo a Hallowell, nella regione del Maine, e anche se il morto non può saperlo, così come non possono saperlo i vivi, il disgelo arriverà solo fra parecchi mesi. Lo chiameranno «l’anno del lungo inverno». Diventerà leggenda, e lui ne farà parte. Ma, per ora, tutti dormono al sicuro e al caldo nei loro letti, con le porte chiuse contro questo inverno precoce ed efferato. E però lì, in riva al fiume, guarda bene, c’è qualcosa di scuro che si muove agile, nel chiarore della luna. Una volpe. Posa, tentennante, una zampa sul ghiaccio. Poi un’altra. Esita, perché sa quanto è infido il fiume e lesto a inghiottire le cose per trascinarle nelle sue profondità. Ma il ghiaccio resiste e la volpe avanza verso l’uomo morto. Si avvicina al luogo in cui giace, sepolto nel ghiaccio.
L’intelligente bestiola lo guarda, inclinando la testa di lato, ma quello non ricambia lo sguardo. Allora solleva il muso verso il cielo, pronta a fiutare il pericolo. Ma coglie solo l’odore pungente del ghiaccio e dei pini e, al di là della riva, un lieve sentore di fumo di legna. Rassicurata, la volpe inizia a ululare.

Chi era Martha Ballard, la levatrice protagonista del romanzo di Ariel Lawhon
Approfondiamo la figura di Martha Ballard, ostetrica americana del Settecento la cui storia ha ispirato “L’inverno della levatrice” di Ariel Lawhon, un romanzo che parla di ingiustizia, solidarietà e resistenza. Ripercorrendo il primo incontro dell’autrice con questo personaggio storico, scopriamo quali sono gli elementi reali (immortalati nel diario di Martha, giunto fino a noi), e quali sono stati soltanto immaginati dalla mente della scrittrice statunitense.
«Io colleziono persone. È un vizio di famiglia. Così come c’è chi colleziona minerali, francobolli o monete, mio padre collezionava persone. Per la precisione si portava a casa gli autostoppisti. (…) Anch’io, come mio padre, sono una collezionista di persone. Solo che non le raccolgo sul ciglio della strada. Le trovo in biblioteche, giornali e angoli poco battuti di internet».
Ariel Lawhon, l’autrice de L’inverno della levatrice, si è imbattuta nella storia di Martha Ballard quasi per caso, aspettando il suo turno dal ginecologo mentre era incinta di suo figlio. In una rivista appoggiata in sala d’attesa, infatti, ha scoperto la storia di Martha Ballard, levatrice del Maine del Settecento, nota per aver fatto nascere oltre mille bambini senza mai perderne uno, in un’epoca segnata (come altre prima di essa, e come sarà ancora a lungo nei decenni successivi) da un’alta mortalità infantile e da frequenti morti di parto.
La figura al centro del romanzo di Lawhon è, quindi, realmente esistita, ma non solo: la sua vita è arrivata a noi in modo particolarmente vivido grazie ai suoi diari, fatti di annotazioni brevi ed essenziali sulle sue attività quotidiane. Una testimonianza inestimabile e impareggiabile della vita di una donna nell’America coloniale di quegli anni.
I diari di Martha Ballard sono stati trasmessi di generazione in generazione, passando anche per le mani della sua trinipote, Mary Hobart, una delle prime donne medico degli Stati Uniti, che li donò alla biblioteca di stato del Maine.
Infine, hanno permesso alla storica Laurel Thatcher Ulrich di scrivere una biografia approfondita di Martha Ballard: A Midwife’s Tale: The Life of Martha Ballard, vincitrice del premio Pulitzer nel 1991.
Lunedì 1° febbraio. Tempesta di neve.
Giovedì 4 febbraio. Ha nevicato.
Sabato 6 febbraio. Giornata molto fredda.
Domenica 7 febbraio. Sereno e freddo pungente.
Lunedì 8 febbraio. Tempo orribile, freddo e ventoso.
All’interno de L’inverno della levatrice appaiono spesso delle note di Martha: informazioni sul tempo, indicazioni di nuove nascite. Anche se Ariel Lawhon è intervenuta talvolta nelle annotazioni dell’ostetrica, aggiungendo dei testi non presenti nella raccolta originale o modificandoli parzialmente, l’autrice ha conservato immutato lo stile asciutto e stringato degli appunti, che rendono i suoi testi più simili a un registro delle sue attività, dove c’è pochissimo spazio per le riflessioni personali.
Tra questi testi, assume ruolo fondamentale l’annotazione relativa a un caso di violenza ai danni di Rebecca Foster, moglie di un pastore locale. Il suo caso è il punto di partenza della storia di Lawhon, un percorso travagliato attraverso il sistema giudiziario dell’America del Settecento, tra abuso di potere, pregiudizi e ingiustizia. La testimonianza scritta di Ballard, infatti, sarà usata come vera e propria prova nel corso del processo sul caso di Rebecca.
Seppur romanzato e rivisitato, L’inverno della levatrice offre uno spaccato potentissimo sulla condizione femminile permeata dalla violenza, ma anche sulla solidarietà, sulla resistenza e sulla speranza.
Con il suo romanzo, Ariel Lawhon cerca di salvare Martha Ballard dall’oblio, e assieme a lei, moltissime altre donne trascurate dalla storia.
«Questo romanzo, mi preme sottolinearlo, è un’opera di fantasia in cui ho provato a immaginare come avrebbe potuto essere la vita di questa donna. Non è una biografia, né pretendo di essere una storica.
Sono semplicemente una narratrice, e da molti anni ritengo che la storia di Martha valga la pena di essere raccontata.
Voglio che conosciate il suo nome. Voglio che lo diciate ai vostri amici. Spero che anche voi siate rimasti stupiti dalla sua vita. Mi piacerebbe che il mondo ricordasse che i piccoli gesti, compiuti con amore, contano tanto quanto quelli che finiscono sui giornali e nei libri di storia».

Ariel Lawhon è un’autrice pluripremiata di romanzi storici. Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County. Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (2019) e Nome in codice Hélène (2023).
L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR.
Lawhon vive a Nashville, Tennessee.
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