Alessandro Silva -Poesie-L’adatto vocabolario di ogni specie – Edizioni Pietre Vive – Illustrazioni di Giovanni Munari–Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Alessandro Silva -Poesie-L’adatto vocabolario di ogni specie –
Edizioni Pietre Vive – Illustrazioni di Giovanni Munari–
Alessandro Silva è stato finalista nella sezione C (poesie singole inedite) dell’edizione 2019 del Premio Bologna in Lettere. Pubblico qui, insieme alle poesie presentate, la nota critica che come membro di giuria mi sono incaricato di scrivere per l’occasione. Alessandro Silva è già presente su questo blog con la recensione del suo libro del 2018 L’adatto vocabolario di ogni specie.

da I. Luce dentro la terra
QUALCUNO CHE CADE
otto/giugno/duemilaequindici
Nel pomeriggio è accaduto
all’altoforno Due, l’incidente.
Ci sono state, dopo, ventiquattro
ore di mani alte [mani di ferro
calloso e nodi di dita nerastre].
Una babele di passi scesa in battaglia
tra rottami e mantici di aria che ustiona.
Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.
C’era un morto e nessun messia
per motivi di sicurezza. Quaggiù
è la terra in fondo un sudicio
ossario e, del nostro tocco o sguardo
poco importa a qualcuno.
DI QUELLO CHE SO SULL’OPERAIO MORTO II
L’operaio, forse, si è dimenticato
di fuggire. Ha detto «Sono io
fammi passare» ma la testa gli è stata
divorata in un solo balzo di cuore.
Disarmato dalla grazia divina
dormiente su una spalla gli è presa
la paura del mondo, spoglio di buccia
e pelo come un albero animale
che cresce da un grido di neonato.
L’uomo
lascia di sé un’immagine insanguinata
che guarda dal fondo di uno specchio.
Lascia una moglie cieca di lacrime
a passeggio tra gli spini della stanza
nella nuova abitazione mentre il figlio
nel letto con il lenzuolo in testa e occhi
di buia dolcezza fugge dal residuo di morte
dentro il sonno [crede nel segno della croce
e allo scontorno che lasciano i vivi].
Non c’è pace nella vita del mondo che
di questo mondo è solo eterno
filo di tessuto intrecciato
nella veste di un dio.
da II. L’adatto vocabolario di ogni specie
SCHERZARE CON IL FUOCO
Lampioni, bruciatori e arredi tombali
la ghisa che può questo non si fabbrica
a caso. Gocciola, sprizza e sgronda
cola ovunque educata nei corridoi
del forno e nessuno dovrebbe ferire
se, in voli agili senza piume, getti
solidi e fiammate più veloci
del loro peso o di un’assenza
a costringerli freddi, cadono senza
divenire fuochi spenti ma luce da ustione.
C’è chi [fortunato] emerge con la testa
dal passeggio sotto i fuochi, posa sul letto
l’uniforme da lavoro e trema, erba esile
sotto un buio di fiori. E preferisce
rimanere un gradevole ingenuo
che continua il suo gioco con il fuoco.
Anche oggi tutto si è messo a marciare.
Scarpe da anni radicate e unghie
sul viso tra sudori di nausee da caffè.
Uomini in un sonno nato a malapena.
Stupitevi per cosa ancora riuscite a tenere
tra le dita.
SE DOBBIAMO VIVERE ANCORA
Lei sa poco, io so molto di meno.
La dottoressa spiega: «Una scintilla
spenta di estrogeni nelle cellule
che baciano l’ovulo e lo portano
dolci a maturazione è la causa
del vostro essere sterili».
Lei ha un sorriso infranto, commiato
di mano che porge una rosa e si vede
sgomenta di un petalo caduto, bianca
fiammella di cero sul pavimento.
Un tocco di morte ci prende e spegne
i passi in corsia. C’è un sussulto
tagliato di luce sul vetro opaco
di un bicchiere nella stanza davanti
aperta dove dalla notte al giorno
su un fianco, un corpo fasciato ci prova
a sgusciare dal secco destino e deviare.
Lei sa poco, io so molto di meno.
Ci rinnega la terra ora come fece
il canto di un gallo in epoca antica.
PESCE MASCHIO
[…] Orfeo non si fece legare.
Toccò poi la cetra e rovesciò il coro
delle sirene in un sogno stupito
di pietra.
L’altoforno Due impietra la mia
lingua ferita. Lascia ruggine di
elettricità e un secco occhio di sogno
a chiusa di una preghiera. Ci perdo
l’umore puro della giovinezza
nella pelle sudata dal fuoco mentre
muoio chiuso nelle vene da sotto
il tremore di peli.
Un crepitio
di gola e brace ingoio e sputo per non
morire secco come morì mio
nonno. Sopra una sedia come un vecchio
pesce che nemmeno le branchie spinge
al sole e cede al pensiero di terra
asciutta. Ci pianta la coda e lascia
aperta l’ultima bocca
che più non allaccia il fiato.
da III. Il mondo non è mai pronto
FORZA PRIMITIVA
Non ho mai tirato pugni all’aria.
Le mani vanno conservate, sono
le prime a perdere forza. Mio padre
lo diceva, proprio lui dal gran corpo
in vigore e le dita inquiete.
Le sere di festa a dicembre stavo
in soggiorno tra gli uomini colmi
di vizi e libertà dovute. Facevo
mio il loro respiro, per cose di vita
pregne in bocca parlate.
Anche cercavo con occhio segreto
le donne, adunate in cucina.
Erano tiepide e lente di viaggio
per prendere parte alla vita ma
a nessuno nessuna briciola
facevano mancare.
Tra loro mia madre. Se di giorno
sul presto vedrò il buio dei prati farsi
mattino lo devo anche alla mano
di sangue che ogni donna spinge
nei nati. Mia madre, dolcissima
nube gonfia in una camera buia
dove il mare, di schiuma, si spoglia.
da IV. Pensieri di una donna che dorme e ti guarda
SONO LA DONNA CHE DORME E TI GUARDA I
Cominciamo da dove le bugie muoiono.
Le tue labbra. Da lì il tempo
non passa, ricorda il gelo sottile
annidato nelle case piantate
e ferme, a novembre. Un calmo
singhiozzo nel sogno seccato di pioggia.
Il mare è una tela di fili di acciaio,
il cielo un liquido specchio. E se ognuno
oscilla è perché il vento passa i confini.
Certi giorni mi sembra di cadere
da cielo a cielo e scordare ogni cosa.
Nel silenzio scorgo allo specchio
il collo, la piega dei seni e
lo splendore di vuoto, nel ventre.
Tu hai un modo di uscire di casa
che resta. Mi baci le ciglia con un fresco
di labbra e da lì il mio tempo non passa.
A nulla possono abissi e scorie di fumo.
Tenera spiga hai poggiata tra i denti
come un vezzo di luce: il nitore di un taglio
[la bocca] mi riempie i polmoni.
PER QUALCHE GIORNO. O SETTIMANA
Il mare lo sento, batte e risciacqua
sulle rocce e solo in suo potere resta
l’annientare.
Dei giovani scuri e slanciati
ignorano il mare e fumano a terra
seduti. Hanno capelli contesi
dal vento, sono pronti allo scherzo
e a godere. Anch’io fumerò
per sentirmi uno di loro
fino alla sera e poi tacere
sedotto da un dolore
di vino. Non è come altre
emozioni malate, la rabbia.
Non fiacca e ti fa più giovane.
I viaggi con lei vanno sempre
bene purché non l’ascolti sino
alla fine. Accanto ho per questo
un dolce corpo che mi guarda.
Una sorte c’è già decisa a seguirmi
dall’alto del cosmo: toglierà
ogni strato ricolmo di buio a suo tempo.
Intanto la tosse, i baci e i nuovi
germogli del sangue ogni cosa
diviene consolazione e uguale
all’immenso silenzio che cela
il nostro nascondiglio d’amore.
[Con la luce accesa sul comodino
mi sento al sicuro].
Ogni tanto si parla di poesia civile, che non è una cosa che amo particolarmente, perché secondo me è una non categoria, perché spesso semmai è un concetto che tende ad giustificare un approccio retorico non all’altezza della materia che tratta, perché come sviluppo delle tematiche tende altrettanto spesso a prendere un andamento stilistico tra l’epico e l’elegiaco un po’ da ballata. Ciò non toglie tuttavia che ci possa essere una tensione verso una scrittura politica, oppure “sociale”, nella quale l’autore si fa portavoce di problemi o tensioni di cui può anche non essere protagonista diretto, ma magari spettatore sensibile, e comunque informato dei fatti. Insomma, in parole povere, la poesia civile, come la scrittura sociale a cui questo libro si riferisce, non è una cosa facile da fare, soprattutto senza rinnovarla un po’, come linguaggio e forse, perché no, come prospettiva ideale e politica (nonchè umanista) dello stesso scrivere, al di là dei temi specifici. (Rimando volentieri a questo proposito a un autore che ha punti in comune e differenze con Silva, Fabio Orecchini – v. QUI )
L’adatto vocabolario di ogni specie , tra l’altro opera prima di Alessandro Silva, parmense, classe 1976, prende in esame un tema del tutto particolare, tentando di farne un poema: si tratta dell’Ilva di Taranto e di ciò che vi ruota intorno, drammi, dolori, lavoro duro, malattia, morte. Un tema, per dirla tutta, quanto mai ambizioso, e certo coraggioso, tanto più se lo si vuole rendere in poesia. Silva chiarisce subito i termini per così dire cronachistici della vicenda, e lo fa per sommi capi nelle prime pagine in prosa, una forma di giornalismo poetico dei fatti dal 1980 al 2014 circa, che illumina lo sfondo su cui si muovono gli attori della successiva parte in versi del libro, che è la sostanza del lavoro. Di corredo le belle tavole di Giovanni Munari, che fungono un po’ da storyboard, tendendo, nell’intenzione degli autori, verso la graphic novel (mentre la Light Poetry, citata nel risvolto, mi pare che sia un’altra cosa). A parte queste considerazioni marginali, il valore del libro (ma di opere in genere mosse da una spinta di tipo etico) sta nella capacità, ove si verifica, di universalizzare la narrazione e il dramma che descrive, renderlo dolorosamente umano senza tuttavia – diciamo – omologarlo, mantenendolo cioè unico ed eminente, quindi esemplare, nel vero senso della parola. La sorte di Marcello (un operaio morto sul lavoro) è sua ma è di tutti e viceversa, ed è appunto qualcosa di destinale a cui chi legge per una serie fortunata di circostanze (il qui, l’ora ecc.) è sfuggito, senza però poter sfuggire ad una coscienza a cui è richiamato, ad una intima consapevolezza.
Silva ci riesce in varie occasioni, usando bene registri diversi che si danno la voce all’interno di una struttura in versi sciolti privi di metro e spezzati a volte bruscamente, e quindi sostanzialmente narrativa ma divisa in episodi brevi (i testi in genere non vanno oltre la pagina), con tratti discorsivi che qualcuno ha accostato a Pavese, ma senza il suo ipermetro di derivazione anglosassone. Registri e tonalità che spesso e saggiamente fanno ricorso al pedale emozionale e affettivo, sostenuto da un tono complessivo tra il lirico e l’elegiaco, ma sempre evitando qualsiasi accento retorico. Non so se la materia che Silva si è scelto derivi o meno da una esperienza diretta, ma certo tutto il lavoro trasmette un impegno (anche di studio, immagino) e una notevole sensibilità. E c’è anche, in più di un testo, un interessante io/personaggio, c’è un io che però è del tutto narrativo, o immaginativo se preferite (questo sì pavesiano), cioè “altro” da quello dell’autore, e perciò finalizzato ad allargare il cerchio di vicinanza empatica verso le vicende descritte. Che naturalmente non sono solo quelle dell’individuo di fronte al lavoro, alla sua durezza e al tragico che nel lavoro pesante è connaturato, ma anche al peso che il lavoro stesso ha, la presa che ha e che non molla, sulla vita al fi fuori della fabbrica, sugli affetti, su chi sta accanto. Sono forse le cose che più hanno luce in questo libro, che più esprimono una vena intimamente lirica che dà forza epica alla storia, che forse soffrono meno, se mai ce n’è, di qualche vaga traccia di didascalismo, o di qualche “distanza” là dove il linguaggio aderisce, volutamente credo, più al “vero” anche cronachistico che ad una trasfigurazione metaforica di esso, o simbolica di una situazione sociale più vasta, di un cancro più esteso; o che meno vanno alla consapevole ricerca del “poetico”.
Direi, per chiudere questi appunti, che il libro/progetto, l’idea ambiziosa di cui parlavo all’inizio, di costruire qualcosa di organico e strutturato attorno ad un tema forte, mi pare che sia approdato ad un esito maturo e interessante, una sorta di “poema della catastrofe”, certamente con i suoi pregi e i suoi (pochi) difetti ma una poesia di cui si deve tener conto. Un esito che lascia aperte diverse aspettative riguardo a Silva e alle sue eventuali opere “seconde”, spero altrettanto feconde e coraggiose. Staremo a vedere. (g.cerrai)
Libri ricevuti
Old Imperfetta Ellisse – Archivio di imperfettaellisse.it
Di Alessandro Silva lessi la sua opera prima, L’adatto vocabolario di ogni specie. Parla del dramma dell’Ilva di Taranto, c’è in copertina un operaio col suo caschetto, racconta della morte da lavoro. Ne ricavai a quel tempo un pacato ottimismo nei confronti di una poesia più che civile politica, non viziata da certa retorica, anzi sostenuta, anche nella scrittura, da impegno e sensibilità, con la leggerezza giusta per una materia dura.
Le poesie che si sono distinte in questa edizione del premio sono invece di diversa natura. L’attenzione è come tornata a casa, forse con qualche stanchezza nei confronti della crudeltà del mondo. Alessandro sembra tornato in un ambiente domestico, a una relazione con le cose, ancorché oscure, più ravvicinata, forse più confidente; ma per scoprire che c’è una crudeltà anche lì, un sentore di morte, di ossa che dolgono nelle articolazioni, di fiori che inceneriscono e dove il tempo è “un prima voltato all’alba di spalle”. Per scoprire soprattutto (o rammentarsi) che lo stigma del poeta è grattare la superficie di quelle cose, la loro evidenza esterna, che il compito insomma di chi scrive è rovesciare il sasso, andare oltre una evidenza oggettuale, nominare il poco di concreto che c’è in questa realtà, aggirarlo e raggirarlo con le parole, anche con qualche arditezza metaforica, andare oltre. In effetti i nomi delle cose (l’inverno, il profumo di caffè, un fiore, le cicale, le lenzuola, una poltrona) sono pure localizzazioni in un luogo e in un tempo. Chi scrive è lì, anzi è già lì, in quella collocazione, dove non risiede nessun particolare genius loci (e quindi in fondo nessuna nostalgia), nessun nume tutelare che ci sollevi dall’essere un uomo “esposto”, un individuo non dissimile da quelli che andavano in fabbrica, forse più sensibile, forse con problemi un po’ diversi, ma ugualmente emblematico. Quindi ciò che ho definito un ritorno a casa non è quel che si dice un ripiegamento, o un ripensamento. Semplicemente Silva, per quanto lo sguardo possa sembrare più angusto, ridotto a una stanza o poco oltre, ha qui ampliato il suo orizzonte proprio parlando delle sue prossimità, di ricordi di un passato recente (non c’è in effetti futuro in questi testi). E’ una maniera di interrogarsi anche su cose labili, ovvero di cose che lasciano “un solo crepitio di ghiaia su orme”, una persistenza seppur minima ma che funge da elemento evocatore, che vive il tempo di un testo, come un’effimera, ma che comunque lascia una traccia, come uno stormo in cielo, una traiettoria possibile. Di interrogarsi soprattutto sul perché il pensiero poetante agisca così, sulla relazione intima tra agnizione di qualcosa fino ad allora ignoto e poesia fatta e finita. Ecco, come lettore mi è parso di percepire tutto questo, anche nel lasso di tre poesie, e credo di averlo fatto semplicemente leggendo, senza star lì a pensare troppo a come funzionassero gli ingranaggi della scrittura di Alessandro. E questo per una volta mi è parso cosa buona e giusta. (Giacomo Cerrai)
Edizioni Pietre Vive
Pietra viva è il nome comune che viene dato a un genere di pianta grassa, Lithops, che cresce nelle zone semidesertiche dell’Africa del sud e che, nonostante le condizioni ambientali avverse, produce un fiore molto bello di colore giallo o bianco.
Pietra, intesa come resistenza alle avversità, ma anche come possibilità di produrre bellezza, di conservare tracce di vita dentro di sé, così come accade ai fossili che caratterizzano il nostro territorio.
La pietra – e non il cemento – ci parla del Sud.
Allo stesso modo Pietre Vive è l’espressione dell’associazione omonima, nata nel 2002 con scopi politici e poi dal 2006 al 2013 editrice di Largo Bellavista, mensile d’informazione della Valle d’Itria, distribuito in sette comuni. Quell’esperienza è stata oggi ereditata, a livello giornalistico e territoriale, da Agorà Blog.
Mentre l’esigenza di ampliare i nostri confini e di produrre quel po’ di bellezza rappresentato dall’immagine di un fiore nel deserto, ci ha spinti a creare un nuovo progetto editoriale fortemente legato alla promozione di poesia ed arte, Pietre Vive Editore, da un’idea di Antonio Lillo e Roberto Lacarbonara.